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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana. Supplemento"

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BOUGHT WITH THE INCOME OF THE 

SAGE ENDOWMENT FUND 

THE GlFT OF 

HENRY W. SAGE 

1891 



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All borrowers must regis¬ 
ta in thè library to borrow 
books for bome use. 

All books must be re- 
turned at end of college 
y«ar for inspection and 
repairs. 

Limited books must be 
returned within thè four 
wsek limit and not renewed. 

Students must return all 
books before leaving town. 
Offìcers should arrange for 
thè return of books wanted 
during their absence from 
town. 

Volumes of periodicals 
* and of pamphlets are held 
in thè library as much as 
‘ possible. For special pur- 
poses they are given out for 
a limited time. 

Borrowers should not use 
their library privileges for 




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. thè benefit of other persona. 

Books of special value 

. and gift books. when thè 

giver wishes it, are not 
allowed to circuiate. 

.. Readers are a.skf'1 to rc- 

port all cases of books 
. "* marked or mutilated. 


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Conto corrente con la Posta. 

SUPPLEMENTO N* 19-21. 



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DELLA 


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DIRETTO 

VITTORIO C I A N 

Redattori : 

/ • 

I • 

G. Bertoni — A. Momigliano — F. Neri — L. Piccioni. 




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TORINO 

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Casa E d i t r i o s 

GIOVANNI OHIANTORK 

Successori! ERMANNO LOESCHKK 


1922 


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Il presente SUPPLEMENTO 


N‘ 19 - 21 contiene : 



SOMMARIO 


ALFREDO GALLETTI, La poesia di Dante (18. VI. 1921) (*) . . Pag. 1 

GIUSEPPE ZONTA, La lirica di Dante (13. VI. 1921) . . . 45 

BRUNO NARDI, Due capitoli di filosofia dantesca: I. La conoscenza 

umana; II. Il linguaggio (15. X. 1921). 205 

GIOVANNI CROCIONI, Una canzone marchigiana ricordata da Dante 

(21. V. 1920).» 205 

ALBERTO MAGNAGHI, La « Devexio A pena ini » del « De vulgari 
Eloquentia > e il confine settentrionale della lingua del s) (con 
una carta) (19. IV. 1921). 363 


FRANCESCO ERCOLE, Le tre fasi del pensiero politico di Dante 
(20. XI. 1921). 



VLADIMIRO ZABUGHIN, Quattro « geroglifici » danteschi: Gerione- 
Lonza, la Corda, il Giunco e « Veltro-Dux-Gran lombardo » 

(6. XII. 1920) ........... 505 

VITTORIO CIAN, Un Dante illustrato del Rinascimento (con venti 

tavole fuori testo) (15. XI. 1921).» 564 


* A One di evitare le possibili polemiche di priorità con le altre tibiale. crediamo utile di ludieare sempre 
nel Sommario il giorno in coi eiaieun manoscritto pervenne alla Direzione. 


Prezzo d'abbonamento ai GIORNALE STORICO DKLI.A LETTERATURA ITALIANA : 

Per P Italia: per un anno (due volumi).L. 100.— 

Per P Estero , . .. 120. — 


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GIORNALE STORICO 


DELLA 

« 

LETTERATURA ITALIANA 


MISCELLANEA DANTESCA 


SUPPLEMENTO 

ISTI 1Q-J31 



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GIORNALE STORICO 


DELLA 



DIRKTTO DA 

VITTORIO C I A N 


MISCELLANEA DANTESCA 

SUPPLEMENTO 

10-si 



TORINO 

Calia Editrice 

GIOVANNI OHIANTORB 

Successori? ERMANNO LOESCHER 

1921 



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PROPRIETÀ LETTERARIA 


Torino — Vincknzo Bona, Tip. di S. M. e de’ RR. Principi. 


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LA POESIA DI DANTE 



La gloria, come la fortuna, arrendevole ai mediocri, è restia 
verso i grandi poeti. Essi somigliano a re in esiglio che deb¬ 
bano riconquistare il trono con lunghe guerre contro resistenze 
tenacissime. I popoli li accettano a poco a poco, per una pro¬ 
gressiva conquista spirituale, man mano che, col dispiegarsi e 

« 

approfondirsi della loro coscienza nel dramma della storia, essi 
riconoscono quanto della* loro anima nuova già si rivelasse nella 
parola dell’annunciatore. Bisogna che i popoli salgano alto nel 

cammino della coscienza per intendere i loro poeti, cosi come 

« 

allo sguardo di chi sale faticosamente un alto monte-si scopre 
per gradi e in visioni sempre più ampie la pianura sottostante, 
sinché dalla vetta, attraverso la raggiante trasparenza dell’aria, 
l’occhio discerna ed ammiri nella varia selvaggia bellezza dei 

burroni, delle vallate, dei fiumi argentei, dei piani lontananti, 

■ 

i solchi profondi e la gigantesca ossatura della madre Terra: 
l’igneo primordiale travaglio che pare Torma di un’idea segreta 
rivelantesi in rughe di granito. 

Della Commedia di Dante, sin dal suo primo apparire, i con¬ 
temporanei sentirono confusamente la singolare vastità ed al¬ 
tezza poetica, ma non ne ebbero coscienza precisa. L’edificio 
era molto alto ed essi brulicavano intorno al tempio, o s’aggi¬ 
ravano nell’ombra delle vaste navate, ma non potevano seguire 
coll’occhio il profilarsi possente delTarcliitettura sullo sfondo 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 19-ai). 1 


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Z A. GALLETTI 

0 

del cielo, nè erano preparati ad intendere tutto quel che dices- 
00 

sero le voci innumerevoli che dall’alha al crepuscolo echeggia¬ 
vano sotto le volte. Intuirono tuttavia che l'edificio era quasi 
una vasta basilica ove ciascuno poteva raccogliersi colla speranza 
di trovarvi l’altare o la cripta invitante alla preghiera e pro¬ 
pizia al sogno; sentivano che l'organo dalle mille canne poteva 
mandare a certe ore un gemito od un canto capace di assopire 
il loro dolore o di riinfondere in cuore la fede: che nella sa¬ 
crestia erano raccolti libri di oscura e profonda sentenza, pioni 
di parole profetiche. Così le successive generazioni trovarono 
nella Coni media diverso nutrimento al loro spirito, e gli uni 
chiesero a Dante un’iniziazione alla scienza e alla teologia; gli 
altri il puro diletto fantastico e le strane visioni di un sogno 
meraviglioso; altri ancora l’arte di esprimersi con brevità po¬ 
tente e di dar forma scultoria alle più bizzarre apparenze; ma 
nessuno si propose di scoprire il principio generatore di quel¬ 
l'opera, e — poiché la poesia è per essenza creazione — la forza 
creatrice del divino poema. 


II. 


Il primo che spingesse lo sguardo a scrutare il germe ori¬ 
ginale della vita poetica che è nella Commedia di Dante fu 
Gian Battista Vico: proprio all'aurora del Settecento, cioè del 
secolo più intellettualista, consequenziario e — appunto per la 
sua mania razionalista — più antipoetico dell’età moderna. 

Può sembrare strano che il nostro Rinascimento, coll’ardore 

del suo entusiasmo per la vita ed ogni espressione intensa della 

% 

vita, col sentimento vivace della grandezza e della forza, che 
non gli venne mai meno neppure nelle sue peggiori aberra¬ 
zioni, coll’impeto che lo trasse, sulle orme di Leonardo, di Ga¬ 
lileo, del Bruno, a costruire arditamente un nuovo concetto del¬ 
l'universo, colla potenza di creazione che lo fece capace di dar 
forma ed armonia poetica a tale concetto, abbia lasciato al pro- 


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LA POESIA DI DANTE 


3 


saico astratteggiante Settecento, educato dal • Descartes e dal 
Locke, il merito di scoprire Dante, cioè di risalire arditamente 
alle sorgenti della sua grandezza poetica. Ma esso cercò in 
Dante la squisitezza dell’arte virgiliana e, non potendo trovarla, 
o si allontanò dalla Commedia , o pensò di potervi ammirare 
soltanto la molta teologia e i reconditi significati. 

Al Savonarola la Divina Comynedia ha dato il tema e il tòno 
di tremende apocalittiche minaccie; all’Ariosto alcune belle 
immagini, degne di essere accolte e fuse sapientemente nella 
varietà di ritmi e di forme che compongono la florida armonia 
del Furioso : il Tasso cercò sopratutto in Dante un esempio, 
per antichità e religione venerando, del come l’arte possa ani¬ 
mare e variare con miti di profana natura un’epopea cristiana 
ed una grande autorità da citare a propria difesa nei Discorsi 
sul poema eroico , e Michelangelo, il più dantesco veramente 
tra gli « spiriti magni » del nostro Rinascimento, un sublime 
esemplare di eroismo morale, di vittoria dello spirito e della 
volontà sopra la fortuna avversa e la malignità umana: 

Dal mondo scese ai ciechi abissi, e poi 
Che l’uno e l’altro inferno vide, e a Dio, 

Scorto dal gran pensier, vivo salio, 

E ne diè in terra vero lume a noi, 

# 

Stella d’alto valor coi raggi suoi 
di occulti eterni a noi ciechi scoprio, 

E n’ebbe il premio alfin che il mondo rio 
Dona sovente ai più pregiati eroi. 


Pur foss’io tal! ch'a simil sorte nato, 
Per l’aspro esilio suo con la virtute, 
Darei del mondo il più felice stato! (1). 


(1) Cfr. Rime e lettere di M. Buonarroti, 
netto XXXI. 


Firenze, Barbèra, 1SNJX 


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4 


A. GALLETTI 


Un diviuo giustiziere, un esploratore dei regni invisibili, ove 

9 

i misteri della fede risplendono nella loro verità eterna, un 
profeta agitatore di anime, elle da coloro appunto cui ha illumi¬ 
nato e liberato lo spirito riceve — ricompensa consueta degli 
eroi — la persecuzione e resilio, ma nell'ingiustizia stessa che 
gli è fatta trova alimento all'ispirazione e oppone al male quel- 
l’energia indomabile che il Buonarroti avrebbe voluto infondere 
nei suoi profeti e nei suoi lottatori: questo è il Dante michelan¬ 
giolesco. E tale veramente era ranimo deU’Alligliieri e l’atteg¬ 
giarsi del suo spirito di fronte alla sorti». Ma la fede ardente, ma 
la nobiltà morale e la stoica inflessibilità non sono poesia. Ora 
taluni negarono ammirazione a Dante poeta, ma nessuno ha mai 
dubitato della nobiltà del suo animo, nè dell’ardore della sua fede. 

Perchè Dante sia poeta grande, anzi unico, nella storia della 
nostra letteratura e di tutta la poesia medioevale ha cercato e 
voluto dirci pel primo il Vico. Offeso dall’aridità boriosa del 
cartesianesimo imperante nelle scuole, che nell'analisi matema¬ 
tica e nella critica logorava l’ingegno dei giovani e distruggeva 
in loro colla fantasia la forza inventiva dello spirito umano; 
intento a ricercare le origini della storia civile e inebbriato 
dalla coscienza di aver intuito una verità geniale, che cioè ori¬ 
ginariamente il mito è la verità stessa e la rappresentazione 
fantastica è una forma di conoscenza, egli vide Dante e il suo 
poema sorgere sulla fine del medio evo cristiano innanzi ai suoi 
occhi divinatori di storico-filosofo, cosi come Omero e i poeti 
omerici sorgono al termine della giovanile barbarie ellenica, e 
stimò che l’originalità sovrana dei due poeti consistesse in quel 
prepotere dell’energia fantastica, in quel prorompere di passione 
e di entusiasmo che è possibile soltanto all’aurora di una grande 
civiltà, quando la riflessione e l'analisi non hanno ancora di¬ 
strutta l’energia visionaria che solleva il poeta verso l’immagine 
sorta nel suo spirito come Verso la più concreta delle realtà. 
Nel poeta della Commedia , simile a quello d eWlliade, egli senti 
il lontano fragore di primordiali energie, come di fiumi sotter¬ 
ranei impazienti di erompere alla luce e recanti nelle loro acque 


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LA POESIA DI DANTE 


i pernii ancora involti della sapienza futura. Quella sapienza e 
quella civiltà erano maturate al sole di Grecia nel sesto, nel 
quinto e nel quarto secolo avanti Cristo; dall’Eliade eran pas¬ 
sate a Roma e coH’armi e le leggi di Roma avevano conqui¬ 
stato ed educato all’arte ed al pensiero il mondo antico. Ma poi 
quella civiltà era stata abbattuta dalla barbarie; gli insegna- 
menti che essa impartiva erano stati disconosciuti ; la selva ori¬ 
ginaria si stese di nuovo sulle ruine delle città distrutte e un 
nuovo inverno, più aspro dell’antico, pesò sull’Europa. Ai po¬ 
poli rimbarbariti non restò altro insegnamento che quello della 
fede. Alla fine di questa età di vigorosa ignoranza e di alluci- 
nazioni violente, ecco levarsi un’altra volta la luce della poesia 
iniziatrice di civiltà; ecco sorgere Dante, « l’Omero della ritor- 
« nata barbarie ». 


III. 


La grandezza di questi due poeti consiste, pertanto, nella loro 
fantasia, che, nata all’aurora di una civiltà, è perciò più libera, 
più potente e più audace. Ma qual’è, dunque, la natura di questa 
facoltà fantastica che all’origine delle grandi età storiche è così 

ricca di energie e che la cultura indebolisce e inaridisce man 

» 

mano che procede nel suo cammino ? La risposta del Vico è 
nota. La fantasia è disposizione comune dello spirito umano, 
ma essa muore quando la mente coll’analisi e coll’astrazione si 
eleva ai concetti. Essa è invece piena di forza giovanile negli 
uomini immersi nella barbarie, « le menti dei quali di nulla 
« erano astratte, di nulla assottigliate, di nulla spiritualizzate, 
« anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle pas- 
« sioni, tutte seppellite nei corpi... ». Essa è tanto più robusta 
quanto è più debole il raziocinio e « il più sublime lavoro 
«della poesia è alle cose insensate dare senso e passione » (1). 


(1) Cfr. Scienza Nuova seconda, ediz. Nicolini, Bari, Laterza, Elementi, 
XXXVI e XXXVII. 


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A. GALLETTI 


Perciò «i poeti sono il senso, i filosofi l’intelletto del genere 
« umano » (1). 

Ad una prima lettura queste dit/nifà vicinane intorno alla 
natura della fantasia poetica fanno pensare a Platone e alle 
dure sentenze che egli ha dato della poesia. Questa è tutta senso 
e passione, tutta profondata nelle sue visioni, perduta nelle 
immagini che occupano tirannicamente lo spirito, sviandolo dalla 
riflessione, e perciò essa è facoltà puerile, torbida di mal domata 
animalità, e il saggio saprà metterla in fuga a nerbate, anche 
se « more platonico » la sferza debba essere intrecciata di rose. 
Quando la folle castellana sarà cacciata dalla rocca dello spirito, 
la verità dialettica e ìa legge morale potranno occuparne il 
luogo. Ha platonicamente ragione il Vico quando mette di fronte, 
come avversari inconciliabili, il poeta e il filosofo, il senso e la 
sapienza. Il grande discepolo di Socrate ci aveva fatti persuasi 
della incosciente e puerile ingenuità del poeta allorché ci aveva 
parlato nel Jone del più bello degli inni, composto, quasi per 
una forza superiore e a lui estranea, dal più scimunito dei 
poeti, o quando si giustificava nella tte/ntbbliea di mettere bella¬ 
mente alla porta della sua città ideale i poeti, mostrando come 
anche i migliori tra essi non possano ingenerare che il turba¬ 
mento dei sensi e Timpulso illogico anarchico e distruttore della 
passione (2). 


IV. 


Ma il Vico, che, ad una prima superficiale lettura, sembra 
ribadire la condanna platonica contro la poesia nelle debilità 
XXXV-XXXVII della seconda Scienza nuova, purifica e salva 
poi la bellissima incantatrice nella degnila LUI, là ove scrive 


(1) Op. cit., libr. II, Introduzione. 

(2) Cfr. Platone, UoXueia , f*0‘2''-6o6 . 


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LA POESIA DI DANTE 


7 


« che gli uomini prima sentono senza avvertire; da poi avver - 
« tìscono con animo perturbato e commosso ; finalmente riflet- 
« tono con mente pura ». L’animo, nel momento fantastico, è 
perturbato e commosso, ma « avverte », cioè conosce : non è 

0 

più, dunque, pura sensibilità, animalità pura. Con queste parole, 
secondo Benedetto Croce (1), il Vico fa della poesia « un mo- 
« mento nella storia ideale dello spirito umano, una forma della 
« coscienza. La fantasia viene prima deH’intelletto, ma dopo il 
« senso » e acquista, pertanto, autonomia e diritto di cittadi¬ 
nanza nella città del pensiero. Essa è attività teoretica, cono¬ 
scenza dell’individuale, accanto alla filosofia, che è conoscenza 
dell’universale e. per. avere scritto tali parole il Vico è il vero 
fondatore dell’estetica moderna. Se la creazione poetica è co¬ 
noscenza, cioè una forma lirica, sentimentale, intuitiva di cono¬ 
scenza, il ragionamento non fa una grinza e il Vico ha vera¬ 
mente creato 1 ! estetica , di cui la tradizione filosofica tedesca 
reca tutto l’onore al Baumgarten poiché è certo che questo 

ritrovatore della parola che è ormai comunemente usata ad 

« 

indicare la scienza del bello, movendo dalla filosofia leibniziana, 
concepì e definì l’espressione poetica come un primo grado del¬ 
l'attività conoscitiva. 

Tocca ai filosofi decidere se « l’avvertire con animo pertur- 
« bato e commosso » di cui parla il Vico, se la sua affermazione 
che « le sentenze poetiche sono formate con sensi di passione 

< e d’affetto » abbiano nel giudizio del Croce la loro più esatta 

« 

interpretazione e stiano proprio a significare « un momento 
« ideale nella storia dello spirito » : noto soltanto che esse non 
valgono a darci una valutazone esatta della poesia di Dante e 
neppure della poesia omerica. Questa conoscenza lirica e passio¬ 
nale non corrisponde e non si adegua alla virtù essenziale della 
poesia, che è la liberazione dello spirito nella contemplazione 
di un mondo che esso sente di aver creato. « Avvertire », cioè 


(1) Estetica, 4 a ediz., Bari, Laterza, pp. 256 sg". 


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A. GALLETTI 


intuire, con aniino perturbato e commosso — (e lasciamo qui 
la questione metatìsica, se ciò che è intuito sia una realtà este¬ 
riore allo spirito od una creazione immediata e perciò insinda¬ 
cabile dell’Io trascendentale; — significa esser presi sensibil¬ 
mente e vitalmente dalla propria creazione* o dalla propria illu¬ 
sione, soffrirne o gioirne con tutto il nostro essere?, non sapersi 
liberare dall’ossessione dell’immagine, che ci possiede come il 
nume di Delfo la Pitonessa o come il terrore o il furore o la 
follia possiedono l’energumeno; significa sentire dentro di noi 
colla forza allucinante di quella certezza da cui l'essere umano è 
scosso sino alle radici profonde, che quella realtà è fuori di noi, 

sopra di noi, più forte di noi : dominatrice ed arbitra dell’essere 

* 

nostro, principio di dolore o di ebbrezza, di vita o di morte, 
e tale che non ci è possibile nè evitarla, nè soggiogarla, nè 
renderla più conforme ai bisogni e alle aspirazioni del nostro 
essere. In questo stato di turbamento profondo, di emozione 
impetuosa e tirannica, che è più forte e appariscente negli uo¬ 
mini primitivi e nei bambini, l’animo umano non trova per 
esprimersi che il grido di terrore, d'angoscia e di estasi; e 
talvolta dalle fauci serrate da una commozione violenta non 
esce neppure il grido; soltanto i gesti e il mutarsi e travolgersi 
del volto esprimono l'intensità terribile della commozione inte¬ 
riore. Allora l'uomo avverte l’ostilità e la forza onnipotente 
della natura, sente lo spirito delle cose premere e stringere 
d’ogni parte il suo spirito con forza assai maggiore di quella 
che la volontà possa opporgli; allora fermentano nel suo animo 
i germi delle superstizioni future e dalle sue labbra esce il 
grido che sarà più tardi la formula magica di preghiera o di 
scongiuro, deprecatrice e propiziatrice. Le paure, le angosce, i 

miti feroci ed i riti sanguinari nella cui rete rimase presa per 

« 

tanti secoli l’anima dell’uomo primitivo nascono allora; ma 
questa non è arte, nè bellezza. Sarà poesia, quando della poesia 
si accetti la bizzarra idea implicita in questa affermazione « che 
« lo spirito umano può racchiudere tutto un gran poema in 
« un’esclamazione di gioia, di dolore, di ammirazione e di rim- 


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LA POESIA DI DANTE 


9 


« pianto » (1). Vedete un po’ — direbbe qui Platone, ostile per¬ 
sino all’umanissirao Omero — se io dissi bene che chi esplora 
le origini della emozione poetica vi trova il grido o il bramito, 
l’impulso cieco e l’animalità pura! Se nell’urlo di Achille addo- 

l 

locato e furente c’è poesia, la poesia è animalità ed istinto: 
non è conoscenza. Ma in Omero — e a maggior ragione in 
Dante — v’è qualche cosa d’altro e di diverso: vi è, appunto, sia 
detto con buona pace di Platone, la poesia, cioè l’umanità della 
parola — che è pensiero — e la virtù liberatrice del ritmo. 
Il Vico, d’altra parte, ricercatore ispirato delle antiche memorie 
e delle prime vestigia dello spirito, ha intravisto nei poemi ome- 
rici testimonianze di una civiltà più antica assai del vero. Per 
difetto di ricerche filologiche che gli illuminassero la strada 
egli non ebbe un’idea esatta delle lontane origini preistoriche 
dell’umanità e non sentì quanto di arte riflessa e consapevole 
sia nella forma poetica dell 'Iliade e dell’Orfica. Lo stesso entu¬ 
siasmo dello scopritore, il quale contempla, .commosso, un nuovo 
mondo ideale che il pensiero per la prima volta comprende, 
fece velo forse alla sua perspicacia critica e non vide che 

9 

l’intensa commozione, erompente dalla prima intuizione delle 
cose e dominante tutta la vita dello spirito, ha bisogno di li¬ 
berarsi dalla preoccupazione vitale, e perciò di contrapporre 
l’illusione alla realtà, la pura finzione dello spirito alla pres¬ 
sione di ciò che lo serra e l’incalza nel mondo reale, per ele¬ 
varsi alla libertà della poesia. La creazione del bello esige che 

il poeta possieda già concetti ben definiti intorno a sè stesso e 
% 

all’ordine delle cose esteriori e a questo si contrapponga per 
dominarlo. Quella originaria inconsapevole ingenuità dello spi¬ 
rito, che in un primo momento non distingue le immagini ir¬ 
reali dalle reali, una volta perduta non si riacquista mai più. 
Noi sappiamo ormai che XIliade e VOdissea non sono poemi 

v 

« primitivi », che un’idea precisa, artistica e, in certa misura, 


(1) B. Croce, L'intuizione pura e il carattere lirico dell'arte, in Problemi 
d’estetica, Bari, Laterza, p. 24. 



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10 


A. UAI.I.KTTI 


sociale, ne ha diretto la composizione, elio intendimenti patriot¬ 
tici e religiosi diedero forma a taluni episodi, che l’espressione 
ritmica e verbale di quei poemi non è la forma immediata e 
necessaria dell’ispirazione primitiva, ma il prodotto di una lunga 
tradizione ed elaborazione artistica e torsi» anche, a tratti, una 
traduzioni» o riduzione da una forma dialettale diversa e più 
antica. Talvolta Omero, o l'omerida che scrisse sotto l'autorità 
di quel nome, si mostra a noi nell'atto di trasformare libera¬ 
mente i dati della tradizione per armonizzarli con un suo line 
estetico e patriottico, e, dimenticando che l’aedo suol chiederò 
alle Muse di apprendergli i casi e gli eventi che si dispone a 
narrare, mostra di sentire come nella bellezza della parola musi¬ 
cale intonata e sublimata dal ritmo sia la forza spirituale che 
trasfigura il fatto, il principio liberatore che toglie alla realtà 
quel elio essa ha di doloroso, di incoerente e perciò di antieste¬ 
tico e dà allo spirito contemplante dell’uomo la coscienza della 
libertà, placandolo neU'immagine di ciò che solo la sua arte — 
l’arte umana — può creare. Alla condanna di Platone Aristotele 
contrapponeva, appunto, a difesa della poesia, la potenza che 
essa possiede di innalzare lo spirito, liberandolo dalle strette 
della passione, la quale nella contingenza della vita reale lo umilia 
col sentimento della sua debolezza. E non era questo il sentimento, 
sebbene espresso con minor consapevolezza, che suggeriva al 
poeta deirOi7/.y.vtv/ le parole che re Alcinoo rivolge ad Ulisse 
piangente nell'udire i casi della guerra troiana ricordati dal 
cantore Demodoco ( (fdisson. Vili, r>7!M: « «ili Pei prepararono 
« tali sventure perchè fossero argomento di canto agli uomini 
« futuri » ? 


V. 


Questa idea ciciliana della poesia ingenua, infantile, « corpu¬ 
lenta », della poesia che non è se non sentimento o lirismo e 
cade in polvere non appena le si mescoli il « concetto » ese¬ 
crando e la volontà consapevole, era destinata a meravigliose 


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LA POESIA DI DANTE 


11 


fortune nel corso del secolo decimonono ed anche del ventesimo. 

I romantici tedeschi, sospinti dal loro furore nazionalista a con¬ 
fondere o a tramutare tutti i valori poetici, inventarono la leg¬ 
genda della poesia popolare, immediata, impersonale, vulcanica, 
die fluisce, balza, scroscia, erompe non si sa donde nè come, 
per certa sua virtù spontanea e incoercibile, ed è uguale, per 
valore fantastico, in tutti i tempi e luoghi e sorge più ardente 
ed occupa l’animo con più forza negli esseri incolti e tra i po¬ 
poli barbari. Anzi per il Novalis « la Poesia è la realtà asso- 
« luta e quanto più una espressione è poetica, tanto più essa è 
« vera ». Questa verità non è, naturalmente, dell’intelletto, bensì 
dell’intuizione: è la verità-illusione, la verità-incanto, sogno, 
magia che risplende all’occhio inconsapevole del bambino o del 
poeta, cosi rapito fuor di sè stesso che la sua fantastica visione 
è per lui realtà viva e lo domina tutto quanto. Un momento 
dello spirito inafferrabile ed ineffabile diventa per essi il prin¬ 
cipio della poesia*; e non solo di quella tutta interiore, che arde 
e si effonde nel silenzio come un’estasi, ma anche di quella 
scritta e parlata, che va trionfalmente pel mondo sotto l’insegna 
della bellezza. L’enigma forte e la prova pericolosa a cui gli 
idealisti romantici aspettano coloro che non vogliono accettare 
ciecamente i loro giudizi incomincia quando si tratta di scernere 
e definire la vera poesia, sbocciata in quell’attimo misterioso 
dell’intuizione ingenua, che può così facilmente somigliare all’in¬ 
genuità di una vergine troppo erudita. L’impronta del pensiero 
e della volontà, cioè dell’arte, essendo evidente in ogni opera 
poetica, la distinzione tra ciò che appartiene al « concetto » o 
alla « pratica » e ciò che risplende di pura luce intuitiva per¬ 
mette agli iniziati di .distribuire ad libitum corone e frustate, 
lodi di eccellenza e accuse di prosaicità. Negli anni folli del 

romanticismo combattente e trionfante il primato in fatto di 

■ 

poesia ingenua, cioè di poesia vera, fu riconosciuto unanime¬ 
mente dai novatori allo Shakespeare. Anche per la Divina ( om- 
mvdia molti di quegli iconoclasti ebbero grandi lodi, ma al po¬ 
vero Dante, che già il Vico aveva giudicato alla stregua della 



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12 


A. («ALLETTI 


poesia omerica, toccò allora di (»ssere interpretato alla luce e 
in servigio, per dir cosi, della poesia shakespeariana. Su quella 

bilancia, ove uno dei piatti era gravato dal dubbio di Amleto e 

» 

dai deliri di Lear e dalla corona di primule tolta allora dalla 
fronte (‘sangue di Ofelia, il poema dantesco parve talvolta un 
po' calante. 

Kra un tìero e selvaggio uomo quel Dante: la passione rug¬ 
giva talvolta nelle sue terzine con una veemenza cosi impa¬ 
ziente di freni da scandolezzare Orazio e Boi leali e da poter 
reggere al paragone coi più rossi furori della gelosia (roteilo, 
ma — e qui gli ossessi del lirismo romantico mandavano un 
sospiro di rammarico — non si può negare che egli si è im¬ 
pacciato con troppa teologia e troppa scolastica. Vi sono abban¬ 
doni ingenui, immagini nuove e spontanee, tragiche scene rap¬ 
presentate alla luce sanguigna della vampa infernale, idilli soavi 
e rustiche armonie nel suo poema, ma c’è anche molta, troppa 
arte, e troppa coscienza della propria arte. Vi si trova, osten¬ 
tata quasi, la traccia del « bello stilo » di Virgilio, una assai 
docile ed umile ammirazione della poesia antica, ed una volontà 
tenace, una volontà implacabile, presente ed operante in ogni 
canto e quasi in ogni terzina, che tutto impronta di se e fa con¬ 
vergere ad un ordine e ad un disegno prestabilito tutte le parti 
del poema. 

11 Vico aveva detto che la maggior debolezza della poesia 
dantesca derivava da ciò. che rAlighieri era stato « dottissimo 
in divinità»; se egli non avesse saputo nè di scolastica, nè di 
latino sarebbe riuscito anche maggior poeta. Chi, accettando 
tale giudizio, avesse dato sistematicamente la caccia al dotto ed 
al teologo per tutti i canti della Commedia poteva ridurre fa¬ 
cilmente il concettoso Dante a mal partito, tanto in quel poema 
rintuizione e la riflessione, il sentimento e rimmagine, la vi¬ 
sione poetica e la coscienza che tale visione sovrasta alla realtà 
e la domina sono inestricabilmente consertate. Per venir in aiuto 
della poesia dantesca pericolante e salvarla dal naufragio in cui 
la teologia minacciava di travolgerla si tentarono varie vie. 



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LA POKSIA DI DANTE 


13 


I cultori della poesia ciclopica, gli innamorati della tempesta e 
dell’impeto, i fanatici che seguivano fra tuoni e lampi il carro 
dei poetici Salmonei, e, più tardi, i baironiani che prediligevano 
la poesia dei contrasti tragici e delle empietà enormi elessero 
nella Commedia quei canti e quegli episodi ove le passioni del 
medio evo ribollono con più aspra frenesia, e dove la tragicità 
dell’umano destino è illuminata di luce più livida: i canti di 
Francesca da Rimini e del conte Ugolino, di Filippo Argenti e 
di Bocca degli Abati, di Farinata e di Ulisse, di Pier delle Vigne 
e di Guido da Montefeltro, di Pia dei Tolomei e di Piccarda 
Donati, e quivi dissero risplendere e rivelarsi potentemente la 
poesia vera della Commedia. Altri, che ci tenevano, sopratutto, 
a rilevare il carattere di ingenuità schietta e di spontaneità ir- 
riflessiva proprio dell’intuizione lirica, si provarono, invece, a 
separare canto per canto la parte poetica dalla teologica o filoso¬ 
fica, così come si toglie dalla roccia e si libera dalle scorie un 
filone di prezioso metallo, e frantumarono il poema per passarne 
poi i rottami allo staccio della loro critica. 

La poesia della Commedia, per questi esegeti, filtra e geme 
attraverso i pori e i meati di quella grande costruzione teolo- 
gico-morale come a primavera la linfa o la resina fragrante at¬ 
traverso le dure scorze di certi alberi, o piuttosto — nella loro 
critica — la voce del poeta si innalza di. tratto in tratto pura, 
armoniosa, sovrana sulla monotonia prosaica della sua lunga 
narrazione allegorica e polisensa come certe bellissime melodie, 
certe raggianti ispirazioni dell’estro musicale sopra la volgarità 
dei casi e l’uggiosa declamazioue dei dialoghi in taluni vecchi 
melodrammi italiani. Un esempio originale e veramente geniale 
per la novità delle osservazioni di quel primo metodo di cri¬ 
tica dantesca si trova dai saggi famosi di Francesco de Sancìis 
intorno a Francesca da Rimini, a Farinata, a Pier delle Vigne, 
a Ugolino; del secondo è un'applicazione rigorosamente meto¬ 
dica il libro-recente di Benedetto Croce: La poesia di Dante. 
Ciò per quanto riguarda la critica estetica. Quanto alla critica 
storica, che esercita la sua pazienza ed il suo acume intorno 


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14 


A. «ALLETTI 


allo condizioni esteriori tra cui nacque, si svolse e vigoreggio 
la poesia dell'Alighieri, furono limite e varie le sin» fatiche e 
molte sono le benemerenze che ha acquistato rispetto agli studi 
danteschi, segnatamente da cinquant anni in qua. sebbene le 
abbiali dato tristi» riputazioni» presso molte persone discrete gli 
innumerevoli tìgli e nepoti del pedante Manfurio. calati avida¬ 
mente, come arpie su di una mensa regalmente imbandita, ad 
insozzare dei loro gotti nmruiimlia e dei loro sciocchi glossemi 
le pagine del libro immortale. 


VI. 


Piatone è stato un grande educatore ed anche un grande se¬ 
duttore dell’intelletto umano. Lungo le rive del mondo ideale 
che ha disegnato entro la carta cosmografica del pensiero egli 
ha posto i fari di principi e di problemi che rischiararono la 
via ai naviganti, ma ha pure lasciato cantare presso le sco- 
gliere e lungo le sirti molte insidiose sirene. IK*1 conoscere in 
Dio, cioè nelle idee tipiche ed eterne che Dio ha creato, egli ha 
fatto lo scopo del pensiero e il termine ultimo della saggezza, 
e perchè la poesia non gli sembrò conoscenza, ma pericolosa 
illusione e torbida dilettazione del senso, volle allontanare da 
lei Paniino dei giovani. Ma la poesia era pianta troppo pro¬ 
fondamente abbarbicata allo spirito dogli uomini perchè potesse 
esserne divelta, anche da una mano cosi potente. Peraltro, dopo 
di lui quelli che presero a difendere i diritti della scomunicata 
fantasia si sentirono in obbligo di provare che essa pure è co¬ 
noscenza. Perchè il conoscere, osservano, è — dal giorno in cui 
i nostri progenitori ribelli morsero al frutto vietato, — la più 
profonda aspirazione dello spirito umano od il segno più certo 
della sua nobiltà. Sta bene; e noi tutti sappiamo che il fiore 
della sapienza pagana per bocca di Socrate, che l'ansioso e tor¬ 
mentoso anelito del cristianesimo verso la verità e la pace per 
bocca di S. Agostino e di Pascal, si sono trovati d’accordo nel- 


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LA POKSIA DI DANTE 


15 


raffermare che « tutta la dignità dell’uomo è riposta nel pen- 

« siero ». Tuttavia, dopo il serpente che insinuò il desiderio di 

conoscere nell’animo della prima coppia umana vivente nell’Eden 

beatamente ignara ed immersa in una estatica contemplazione 

% 

delle cose che nessuna angoscia turbava (e perciò Adamo ed 
Èva sarebbero stati i soli genuini e perfetti poeti che siano ap¬ 
parsi sulla terra, se è giusta la definizione idealistico-romantica 
della poesia), vennero altri serpenti tentatori e chiesero all’uomo 
se fosse possibile la conoscenza e se la colpa d’aver morso al 
pomo vietato — che era divenuta nel tempo un vanto ed un’in¬ 
segna di vittoria — non fosse anch’essa un inganno ed un’ultima 
illusione. Ma gli uomini, generalmente, non diedero ascolto ai 
nuovi tentatori, perchè sentirono che da quel dubbio erano 
scossi i sostegni della vita profonda e corrose le fondamenta di 
quell’ordine sociale che l’umanità ha costruito con tanto dolore 
e fatica. 

La possibilità della conoscenza, dissero, è fondata su di un’in¬ 
crollabile certezza interiore. Si può discutere, invece, intorno 
alle origini della conoscenza; se sia una proiezione ed un ri¬ 
flesso nello spirito dell’uomo delle idee archetipo e perfette che 
Dio ha foggiato per l’eternità, oppure se queste idee nascano 
per un processo di astrazione dall’esperienza graduale che lo 
spirito umano fa del mondo esteriore ; se l’uomo le scopra e le 
legga, per mistico contatto e diretta visione, in Dio, oppure se 
tutta la scienza e tutta la verità che possono essere retaggio 
dell’uomo non siano già tracciate ab origine sulle pareti di 
quella camera oscura che è lo spirito individuale, la monade o 
il microcosmo onnisciente, di cui teorizzò per primo il Leilmitz 
ed intorno a cui fantasticarono poi tanti filosofi « trascenden¬ 
tali » di Germania. Ma pochi di questi disputanti pensarono ad 
indagare se insieme al desiderio di conoscere l’uomo non senta 
il bisogno e non abbia la potenza di creare: di creare consape¬ 
volmente, cioè di foggiare un Ordine di forme tutto suo, tutto 
umano e diverso da quello che l’osservazione e la meditazione 
gli offrono come un dato esteriore ed un limite, (ili è che la 


i 


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16 


A. C.At.l.KTTI 


conoscenza non basta al nostro spirito; non lo appaga e non lo 
rasserena. Non lo appaga la conoscenza appassionata che assilla 
dapprima in lui l’istinto vitale ed irrita la sua volontà di vita 
e di potenza, e neppure quella più fredda e pacata che gli viene 
dai concetti. La prima apprensione della natura e delle cose è 
per lui acremente turbata dal bisogno, dall'ansia, dalla paura, 
dall’oscura percezione che la sua debolezza è minacciata da forze 
ostili in agguato. L’ordine di concetti che egli viene forman¬ 
dosi poi gradatamente per rillessione e astrazione lo stringe 
quasi in una ferrea rete di necessità e di leggi che mortificano 
l'indomabile istinto da cui è tratto a dominare le cose per as¬ 
servirle alla sua volontà o armonizzarle col suo sentimento. 
L’uomo aspira alla durata e a ciò che gli si presenta sotto 
l’aspetto del reterno: la conoscenza gli mostra un universo in 
perpetuo mutamento; un lluire e tramutarsi e dissolversi in¬ 
cessante di apparenze. 

L’uomo cerca l’armonia interiore e apprende, invece, la vita 
come il regno del caso e si sente ferito ad ogni attimo nel pro¬ 
fondo dell'anima dalla cieca stupidità della sorte. Quando il 
lungo travaglio delle generazioni ha creato intorno a lui un or¬ 
dine sociale ed un ordine morale, egli vorrebbe scoprirne il 
riflesso, e quasi direi la sanzione, india natura che lo circonda, 
ma la conoscenza gli rivela invece un universo che è gover¬ 
nato da una crudele necessità ignara di valori morali. Per rom¬ 
pere tali catene, per uscire da questo cerchio, per ritrovare la 
libertà e l’armonia di cui ha bisogno, per riconoscere la propria 
umanità l’uomo ha due vie: quella della religione e quella del¬ 
l’arte. La religione gli dà la certezza che al disopra del mondo 
fenomenico e transitorio presentatogli dall’esperienza v’è un 
principio ed una forza sovrumana che può infrangerne le catene, 
comporne le antinomie, correggerne le iniquità, assopire in una 
grande pace luminosa ed estatica, in cui pensiero e sentimento 
s’accorderanno appagati, il dubbio e il dolore che tormentano il 
nostro spirito. La poesia tra i conflitti della vita pratica lo fa 
per brevi ore partecipe della potenza creatrice, gli dà l’illusione 


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LA POESIA DI DANTE 


17 


di riprendere e continuare l’opera interrotta della divinità e di 
aggiungere forme più pure e armoniose a quelle che la cono¬ 
scenza e l’esperienza della vita gli offrono : lo fa poeta, insomma, 
cioè creatore. 


VII. 

11 ritmo musicale fu certo la prima forma di tale creazione'. 
il ritmo ascendente e discendente colla lenta melopea della voce 
umana che sembra creare intorno alla vita ed al suo vortice 
incessante un’atmosfera più lucente e un incanto serenatore. 

E l’antichissima melopea fu alleviamento della fatica, fu formula 

« 

di scongiuro contro gli spiriti maligni, fu vincolo magico fra 
l’uomo e le divinità propizie, parve forza o persuasione eserci¬ 
tata dallo spirito umano sulle oscure potenze che sono arbitre 
della vita e della morte; fu, perciò, anch’essa principio divino 
di liberazione. E quando il coro processionale e l’orgia seguace 
del dio e celebratrice della sua potenza svolsero, danzando e can¬ 
tando, le loro spire intorno al rozzo idolo di legno o all’altare 
di marmo, parve a ciascuno dei celebranti che il canto traesse 
il suo spirito fuori dei legami della carne, fuori degli artigli 
della necessità, a spaziare nell’alto; lo liberasse dal peso della 
materia e del dolore per risommergerlo nell’onda consolatrice 
dell’estasi che dà l’obblio. 

Poi la melopea diventò parola e la parola portò con sè il 
pensiero, che le è indissolubilmente congiunto. Poiché essa è 
nata colla coscienza e la coscienza si svolse dalla necessità che 
l’uomo ebbe di farsi comprendere e di essere compreso dai suoi 
simili per vivere con essi nell’ordine di opere e di consensi 
che è all’origine della convivenza sociale. E quanto più stretta 
e feconda di . accordi e di istituzioni divenne la società, tanto più 

varie e ricche si fecero le idee che il suono della parola do- 

« 

vette esprimere. Ma quelle parole, che nei rapporti e nelle ne- 
cessità dell’esistenza non erano che uno strumento pratico di 
cooperazione, animate ora ed intimamente illuminate dalla vita 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 19 . 81 ). 2 


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18 


A. GALLETTI 


del ritmo, quale forza maliosa, quale potenza di esaltazione e di 
liberazione non acquistavano! 

Il canto del pastore, del rematore, del soldato davano un po’ 
di riposo alla sua aspra fatica, facevano risplendere per un mo¬ 
mento la luce serena di un mondo sovrumano sull’oscura sua 
vita. L’inno religioso sollevava l'anima dell'uomo sino alla di¬ 
vinità e faceva gli dei presenti e partecipi dei suoi riti e dei 
suoi voti; ma anche la saggezza nascente, anche gli insegna- 
menti della tradizione e dell’esperienza modulati nel verso, fatti" 
più precisi e memorabili dal ritmo, rivestivano la solennità re¬ 
ligiosa degli oracoli ed apparivano circonfusi di un divino pre¬ 
stigio. E le gesta degli eroi erano, bensì, per il cantore non 
meno che per gli ascoltanti, fatti storici, imprese realmente 

compiute, che le Muse, figlie della Memoria, rivelavano alla 

» 

mente rapita dell’aedo; ma il verso, accompagnato dalla musica, 
toglieva loro l’asprezza dolorosa della realtà, le alzava sulle cime 
della fantasia serena, le faceva pure come la luce o come l’in¬ 
numerevole riso delle onde chiamate da Prometeo a testimoni 
del suo soffrire. Odisseo, piangente alla mensa dei Feaci nel- 
l’udir narrare le dure imprese di cui egli era stato tanta parte, 
sentiva che quelle sue lacrime erano senza l'amaro del vero 
dolore, perchè il ricordo ne era purificato dalla bellezza ar¬ 
moniosa. 


Vili. 


Poeta è colui che sente di potere, non rappresentare, ma tras¬ 
figurare la realtà, riducendola ad armonia, e liberare lo spirito 
dalla pressura delle cose sollevandolo alla visione della bellezza, 
che è la vita interpretata dallo spirito; e poeta grandissimo è 
quello che tale armonia diffonde in un più vasto ordine di rap¬ 
presentazioni e in un’età di fervido travaglio intellettuale sa 
creare un mondo tanto vasto che sentimenti e pensieri, passioni 
e aspirazioni dell’uomo vi si possano raccogliere e quietare, ras¬ 
serenati. Il Vico, perciò, non è equo giudice della poesia dantesca 


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19 


LA POESIA I)! DANTE 


quando rimprovera a Dante la troppa dottrina e la troppa teo¬ 
logia. Senza il latino e senza la teologia Dante avrebbe potuto 
scrivere una vigorosa Chanson de geste religiosa, un Viaggio di 
San Brandano in versi potenti, o anche un poema di mistica pre¬ 
ghiera, di indignazione politico-morale e di fede come La visione 
di Pietro taratore dell’anglosassone Guglielmo Langland ; non 
la Divina Commedia . A meno che non si voglia con bettinel- 
lesca sfacciataggine sentenziare che la Commedia non è affatto 
poesia. Dante non somiglia, e non può essere paragonato ad 
Omero, perchè un mondo di contrasti, di tormenti e di conquiste 
spirituali disgiunge i tempi in cui vissero i due poeti, e non 
somiglia neppure a Turoldo o a Jacopone da Todi, che pur erano 
poeti, e di fantasia vivace, perchè la tradizione latina e la gloria 
di Roma e tanta filosofia e tanta teologia e tutta la storia umana 
allora nota — storia politica e storia del pensiero — erano pre¬ 
senti al suo spirito e lo inebbriavano di dolore e di speranza 
quando pensò e scrisse la Commedia . 

Non quel che accadde un giorno su un angolo breve della 
terra, fra i guerrieri e i capi di un popolo — che è il popolo 
in cui è nato il poeta — per la difesa della propria contrada 
o per la conquista delle contrade altrui egli tramuta, ispirato 
da un Dio, in versi di limpida pittrice armonia, a diletto e riposo 
degli animi, ma l’argomento del suo canto è quella verità, quella 
giustizia, quella bellezza, quell’ordine morale che avrebbe dovuto 
essere nel mondo per volontà di Dio e non fu per malignità e 
stoltezza di uomini, e che egli risolleva e rianima ora col verso 
profetico nella coscienza oscurata dei viventi. Ma se questo è 
il fine che il poeta si propone, cioè, l’idea centrale e ispiratrice 
dell’opera sua, vi può essere promessa o messaggio venutoci dalla 

0 

lontananza dei secoli, dramma o peripezia della storia ove baleni 
in confuso un presagio della segreta volontà che guida gli uomini 
riluttanti ad un termine segnato, dottrina di savi o parola di 
profeti, problema del pensiero o mistero della religione, ammo¬ 
nimento del passato o luci foriere della nuova giornata, che il 
poeta non possa accogliere ed interpretare neH’immensa visione 


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20 


A. GALLETTI 


presaga della verità futura? L’ispirazione profonda e creatrice 

* 

della poesia dantesca è nell'appassionata condanna intellettuale 
di una realtà stolta e perversa, appresa con un fremito di rivolta 
daU’anitno del poeta, e nella sua impetuosa e sempre vigile vo¬ 
lontà di contrapporre ad essa l’immagine di un mondo, che è ora 
una visione consolatrice, ma sarà un giorno una divina realtà. 
Quello che altri ha chiamato il romanzo teologico-politico di Dante 
è il motivo centrale della sua commozione fantastica e pertanto 
del suo lirismo creatore. 


IX. 


La realtà ed il sogno che Dante rappresenta sono dominati 
dalla volontà e dal pensiero. Poiché il Cristianesimo era venuto 
a sciogliere l’uomo dalla pesante catena del fatalismo antico, 
questi non era più il cieco zimbello di un'oscura volontà irre¬ 
sponsabile che si serviva di lui come di uno strumento incon¬ 
sapevole, o lo scherniva e Io prostrava come schiavo vanamente 
ribelle. Una parola si era fatta udire che — Dante ne era certo — 
i secoli e le generazioni dovevano tramutare in carne ed in 
sangue vivo. Quella parola aveva detto all’uomo: in te è la forza 
che può foggiar la tua sorte, in te è la potenza del beue e del 
male; tu puoi conquistare e rinnovare il mondo colla verità che 
ti fu posta nell’animo e puoi perderlo, e perdere te con lui, se, 
come ha detto il veggente, preferirai le tenebre alla luce. Non 
vi sono segreti che ti siano preclusi nella natura; non vi sono 
potenze superiori alla tua nel mondo che cade sotto il dominio 
dei tuoi sensi, e la storia, di cui tu sei il protagonista, che tu 
vai tessendo con tanta fatica nei secoli ed il cui significato si 
offusca tante volte al tuo sguardo, si apre tutta e si fa traspa¬ 
rente al pensiero, sol che tu la contempli alla luce di una verità 
» 

che Dio stesso è venuto quaggiù a rivelarti.-L’ombra che avvolge 
l'origine delle cose e l’origine dello spirito, il terrore dell’ignoto 
e dell’inconoscibile, la dolorosa angoscia che opprime gli intel- 


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LA POESIA DI DANTE 


21 


letti, più alti quando meditano suH’infinità del nostro desiderio 

■ 

e la miserabile angustia del nostro destino, si dissolvono o si 
illuminano, se tu riposi il cuore nella certezza che il Vangelo 
ti ha donato. Tu sai per quale causa e quale colpa l’uomo abbia 
errato e sofferto si lungamente ; sai che significhi e a che riesca 
la tragedia sanguinosa della storia; senti quali forze siano in te, 
che distruggono o che salvano; sai fino a quale altezza ti sia 
dato sollevarti e come sia sicura la vittoria, se vorrai combattere 
coraggiosamente la tua guerra. Dopo l’avvento del Redentore 
un’immensa speranza ha balenato sul mondo ed una incrollabile 
certezza ha riempito i cuori. Il peccato antico ha fatto diabolica 
la materia e corrotto l’animo dell’uomo, ma la redenzione lo ha 
riscattato ed ha purificata la natura, e se resistenza quaggiù 
rimane pur sempre insidiosa e terribile, non è necessario attendere 
la morte, e quella vita che incomincia dopo la morte, per rico¬ 
noscere la verità ed operare il bene. Il regno di Dio può essere 
realizzato a poco a poco quaggiù in pienezza di carità e di fede, 
purché non si dimentichi il grande insegnamento che il figlio 
di Dio è venuto egli stesso a portarci. Abbiamo la vecchia e la 
nuova legge; abbiamo una Guida temporale e una Guida spiri¬ 
tuale, elette direttamente da Dio, che ci scortano per il giusto 
cammino ; abbiamo dall’alto la luce della fede e sotto la nostra 
mano i libri sacri che racchiudono la parola divina e le infalli¬ 
bili profezie; non resta che incamminarsi, con passo fermo e 
pronti a combattere, per la via al cui termine ci attende la rea- 

lizzazione sicura di tutto ciò che lo spirito invoca e sospira: 

■ 

della verità, della giustizia, della bellezza. 

Ma la luce accesa dalla parola rivelata sul cammino dell’uma¬ 
nità si era ottenebrata: le guide avevano tradito i loro seguaci ; 
i grandi ammaestramenti erano stati dimenticati e l’uomo sem¬ 
brava volgere le spalle alla meta e smarrirsi nuovamente per 
sentieri di cupidigie forsennate e di errori. Tale, almeno, appa¬ 
risce la cristianità a Dante, quando raffronta l’anarchia spirituale 
della società tra cui vive agli insegnamenti di Cristo, quando 
misura quello che l’uomo avrebbe dovuto operare per rinnovarsi 





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22 


A. GALLETTI 


interiormente e sollevare con sé verso Dio tutta la natura, alle 
deviazioni e ai regressi che minacciavano di pervertire o di¬ 
struggere l’opera sublime iniziata dal cristianesimo. Nessuno è al 
luogo assegnatogli da Dio nella società cristiana del secolo XIII; 
nessuno attende all’opera che gli appartiene; nessuno rammenta 
la verità che gli fu svelata e il solenne giuramento prestato, 
'l'ale idea riempie di sdegno 1’animo di Dante e l’indignazione, 
nata da ardore di carità, lo fa poeta. Questa moltitudine di im¬ 
memori, di stolti, di falsatori della parola, divina, questi operai 
del Signore che Satana ha ai suoi stipendi, tutto questo mondo 
«che mal vive» egli avvolgerà del suo sdegno e trasporterà 
nel mondo terribile che è sacro alla divina giustizia, perchè siano 
di esempio e di minaccia agli uomini futuri. La realtà ripu¬ 
gnante ed odiosa, che egli contempla coll’occhio irritato del pro¬ 
feta, vorrebbe distruggerla per poi ricrearla, per dir cosi, secondo 
un nuovo ordine ed un suo disegno, e presentarla al nostro 
sguardo nella luce della verità suprema e della infallibile giu¬ 
stizia. Alle dottrine morali del cristianesimo — la cui verità è 
sentita e vissuta dal suo cuore con fede appassionata — egli 
chiede le idee maestre su cui fondare l’ordine ideale del suo 
poema e l’amore, la pietà, lo sdegno che ispirano i suoi giudizi 
morali coloriranno della loro luce i volti, gli atti, le parole degli 
innumerevoli personaggi che Dante stiperà nelle tenebre o sol¬ 
leverà nella luce del suo mondo poetico. 



Se ad un tale poeta voi dite; Della tua fede e dei tuoi sdegni 
e delle tue speranze e di tutta quella folgorante luce interiore, 
da cui ti venne l’ardire di farti profeta e maestro al tuo popolo 
e a tutti i popoli cristiani, a me non importa; nel tuo poema 
io cerco soltanto l’eco delle tue passioni personali, le intuizioni 
in cui ti sei obbliato seguendo i richiami della fantasia, le im- 
magini che fermarono per un attimo il tuo sguardo curioso, il 




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LA PORSIA DI DANTE 


23 


dramma o l’idillio dei tuoi ricordi, voi offendete l’uomo e umi¬ 
liate il poeta. Meglio sarebbe relegare tutta quanta la Commedia 
tra le opere didascaliche, cioè, per definizione, non poetiche o 
antipoetiche. 

Anche Dante contempla, e nella contemplazione si obblia, tal¬ 
volta, fugacemente. Egli pure era, come artista, « trasmutabile 
« per tutte guise », e i suoi occhi, rapiti dietro l’avvicendarsi 
dilettoso delle apparenze, prendevano, come egli dice, alle cose 
quelle immagini che poi rimanevano impresse nella sua memoria 
fedele. Ma che è mai, per l’animo che vi si indugia, questo 
incessante tramutar delle forme, se non fiacchezza e dissipazione 
sensuale, quando manchi l’idea che dia loro un significato ? E che 
sono le commozioni. e le ebbrezze dello spirito se non passione 
disordinata e principio di perdizione, senza la volontà morale che 
le domina e le fa ubbidienti? Tutto ha un significato e tutto ha un 
fine nell’ordine della natura e della storia, della materia e dello 
spirito. Al di là delle apparenze vi è un’anima. Vi sono porti 
d’approdo segnati per tutto ciò che ha vita e moto nel « gran 
« mare dell’essere », e lo spirito avvertito e consapevole del cre¬ 
dente non s’affisa in alcuna forma od immagine senza discernere 
sotto l’essere « parvente » le segrete forze ideali di cui esso è 
segno e rivelazione. 

Il Vico ha detto che il mondo esteriore, essendo opera di Dio, 
Dio solo può conoscerlo nella sua intima verità, ma che la storia è 
opera dell’uomo e l’uomo può e deve comprendere quella storia 
che è sua creazione. Osservo che il Vico, ancorché buon cristiano, 
scriveva quando le scoperte di Galileo, di Keplero e di Newton 
e la nuova astronomia e la nuova fisica, rinnovando radicalmente 
il concetto intorno alla natura delle cose, sembravano rendere 
ogni giorno più misterioso e più profondo l’abisso che separa 
l’uomo dall’universo circostante. Perciò egli voleva staccare il 
dramma della storia dalla scena su cui esso si svolge; per iscru- 
tarlo, cioè, nella nudità delle umane passioni che lo determinano. 
Ma Dante pensava con tutto il medio evo, che la stessa sapienza 
che creò l’anima umana e l’umana ragione, ha creato prima l'uni- 


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24 


A. GALLETTI 


verso fisico e lo ha segnato dello stesso sublime pensiero, della 
stessa volontà preveggente. 11 mondo tisico è umano anch’esso, 
perchè anch’esso è divino. Fu creato por un atto della divina 
libertà ad un fine coordinato a quello da Dio assegnato all’umana 
creatura. Nel suo ordine, nelle sue leggi, nelle sue forme è viva 
e presente l'idea di colui che ne fece la sede e il dominio della 
creatura destinata a comprenderlo e ad interpretarlo. Tutto nella 
natura è disposto ai fini dell'umanità e l’uomo, scrutando le cose, 
ritrova sè stesso e riconosce l'intima razionalità della sua natura, 
perchè tutto è segno e simbolo del suo primato spirituale, della 
sua caduta e della sua redenzione. I Pagani, i Gentili, le tribù 
erranti sulla faccia della terra dopo la colpa originaria e la dis¬ 
persione babilonica non potevano certo interpretare rettamente 
i segni e le voci dell'universo; ma dopo la rivelazione l’uomo sa 
che la sua ragione è divina, progressiva e suscettibile di con¬ 
tinuo incremento, e che la natura, figlia di Pio, è un ordine 
complesso di misteriosi caratteri che solo il Cristianesimo sa inter¬ 
pretare. I)i qui il simbolismo della concezione estetica medioevale 
e il simbolismo della Con) ni odia. K di qui, appunto, l’allego- 
rismo e le tante parti prosaiche e caduche della Commedia , 
gridano i critici dell'idealismo romantico; di qui la freddezza del 
« romanzo teologico-politico » che fa da scheletro al poema dan¬ 
tesco! Ma no: la freddezza, capace di assiderare anche la più 
ardente e fremente poesia, è piuttosto nelle squallide chiose di 
certi « saccentuzzi tristanzuoli » che a sfoggio d’ingegno cavil¬ 
loso e torto hanno gravato il testo di Dante col tormento delle 
loro pesanti sottigliezze. Il lettore che abbia dovuto attraversare 
prima le steppe dei loro commenti non ha più la forza di sen¬ 
tire la poesia della Commedia. Ma il simbolo di Dante non è 

mai freddo. Come potrebbe il simbolo essere per lui il segno 

0 

puramente intellettuale di un pensiero astratto, se tutta la sua 
anima trasale e vibra di passione all’idea che ogni apparenza, 
ogni fatto parla allo spirito un linguaggio profondo, che Dio vi 
ha occultato un ricordo e un ammonimento e che il dovere 
del cristiano è quello di comprendere per poter dirittamente 


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I 


LA POESIA DI DANTE 


25 


operare ? La bestia e la pianta, il raggio che si frange nella 
nostra pupilla e la nuvola che passa sullo specchio del sole; la 
campana i cui rintocchi volano rombando sul nostro capo ; la 
statua scolpita nelle nicchie ogivali che ornano il frontone di 
una chiesa, il verso che la mano dell’uomo ha segnato su di una 
pergamena dicono altre cose da quelle che l’apparenza significa, 
hanno un’anima più profonda, perchè più religiosa, oltre quella 
che lo spirito volgare rileva distrattamente. Un artefice onni¬ 
sciente e onnipossente ha impresso in loro l’orma di un’idea più 
vasta, poiché tutta la vita e tutte le forme che circondano la 
nostra vita sono compenetrate di divinità. Per intendere esatta¬ 
mente quell’idea può essere necessaria la riflessione, può essere 

necessario il soccorso della filosofia e della teologia; ma per 

* 

sentire che la vita e la realtà sono simboli, che dappertutto 
freme arde e risplende una secreta forza spirituale, e che essa, 
come la linfa delle piante, colora ed avviva la realtà fisica e 
morale e si spande alla superficie dell’essere in misteriosi baleni 
richiamanti l’anima alla coscienza delle sue origini, non è ne¬ 
cessaria l’analisi del pensiero allegorizzante; basta l’intuizione 
del cristiano vero. Il quale è anche poeta ; cioè sente l’universo 
come cosa viva, nato da Dio, cristallo in cui Dio si specchia e 
fatto così trasparente al pensiero illuminato dalla fede, che con 
un solo sguardo esso lo comprende nelle sue innumerevoli me¬ 
ravigliose corrispondenze, da una sola nota ne indovina le in¬ 
finite risonanze e lo sente parlare al suo spirito, per mille voci, 
le stesse alte parole. 



Il puntiglio di voler indicare nelle forme precise del linguaggio 
teologico o filosofico i molteplici significati allegorici di ciascun 
particolare, o episodio della Commedia ha certo tirato fuori di 
strada molti commentatori, ingombrato il testo del poema di 
troppe note e velato lo splendore della poesia dantesca. Il 


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26 


A. CALLETTI 


De Sanctis qui ha ragione ed hanno ragione tutti i teorici della 
«emotività romantica». Il simbolo dantesco, in più luoghi, è 
suscettibile di interpretazioni intellettuali diverse e tra i di¬ 
scordi pareri dei critici solo il poeta potrebbe dirci con sicu¬ 
rezza il suo preciso intendimento. Ma ciò poco importa alla 
comprensione poetica della Cina inedia, cioè del pensiero che 
in quel poema si rivela e crea. Quel che importa è sentire 
come ogni parte della Coni moti in sia liricamente vibrante per 
quell’intima commozione del poeta, che apprende il passato e 
il presente, la natura e la storia come illuminati interiormente 
da un concetto unico che li domina e li congiunge in una ve¬ 
rità superiore; e importa riconoscere che ciascun dramma, rac¬ 
conto o episodio non istà a sé. non è poetico per se, se non in 


un significato frammentario ed angusto, ma acquista la pienezza 
della sua vita estetica, come i singoli strumenti in una orchestra, 
o come i vari pianeti agguantisi intorno al sole, quando sia 
contemplato nel vasto ordine armonioso su cui sorge tutto 
quanto il poema, e che Dante è grande poeta appunto perchè 
delle tante commozioni liriche della sua anima ha saputo co¬ 
struire una visione vasta quanto la realtà della vita vissuta e 
più coerente, più bella, più libera di essa. 

Il pastore dell’antica Caldea immaginato dal Leopardi, il quale, 
Usando la luna che pende nella pace notturna sulla distesa in¬ 
finita dei piani, mentre tutto intorno è silenzio e la gregge pa¬ 
sciuta e mansa dorme all’intorno, sente nell’anima ineonsape- 
vole l’ansietà dell’infinito e del mistero ed esala in un canto io 


smarrimento del suo cuore; o quell’altro pastore dell’Asia, gui¬ 
dante il gregge lungo le rive sonore dell’Egeo, di cui parla 
Omero nel Canto IX de\VIliade, che nella limpidità di una notte 
estiva, quando l’etra si spande più puro ed immenso, contempla 
rapito l’infinita moltitudine degli astri scintillanti nell’alto per 
tutta l’azzurra convessità dei cieli, sentirono certo nel raccolto 
silenzio del loro spirito che cosa sia la bellezza: furono, in 
quell’attimo di estatica contemplazione, poeti. Ma non furono 


artisti ; non furono creatori. La creazione poetica 


incomincia 


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LA POESIA DI DANTE 


27 


coll’espressione e l’espressione è strettamente legata alla co¬ 
scienza che il poeta ha di. esser uomo tra uomini e di poter 
col canto, colla parola, col segno inciso nel legno o nella pietra 
esprimere l'immagine che ha rapito il suo spirito, sottraendola 
cosi alla dissoluzione e alla trasformazione delle apparenze, 
conquistandola allo spirito umano. L’uomo sente allora di posse¬ 
derla in quanto le ha dato una virtù che essa originariamente 
non aveva; le ha conferito la potenza di ridar perennemente 
agli uomini quell’intimo rapimento, quell’obblio della vita faticosa 
nella contemplazione di un’armonia serenatrice che ci viene 
dalla poesia. Quel pastore, od un suo tardo nipote, se gli sarà 
accaduto di ascoltare al crocivio delle grandi vie migratorie o 
presso le porte di una città dell’Asia • ellenizzata un rapsodo 
vagabondo, un omerida declamante entro una folta corona di 
popolo i versi, dell’ Iliade testé ricordati che descrivono la 
grande notte pacifica e stellata sulle rive vorticose dello Xanto, 
avrà certo rivissuto in quei versi la propria commozione, ma 
l’avrà sentita, ad un tempo, più pura, più intensa, circonfusa 
dall’incanto del ritmo, non rotta o immiserita da quei tanti 
urti della realtà, da quelle note discordi della vita volgare 
che avranno turbato a lui la gioia della contemplazione; la sen¬ 
tiva rinnovata insomma e idealizzata nel regno « senza muta¬ 
mento » della libertà poetica. Il poeta inglese Giovanni Keats ha 

« 

espresso delicatamente nei dolci versi nostalgici della sua Ode 
ad un’urna greca questo senso di serenità sublimatrice della 
poesia che trasforma l’effimero in eterno, perchè muta la per¬ 
cezione di una realtà che la vita ci offre e ci toglie, ci impone 
e ci strappa, in una libera e indistruttibile creazione dello spi¬ 
rito ! « Giovane leggiadro », egli dice al pastore dipinto sull’urna 
greca in atto di suonare il flauto alle frondenti ombre di un al¬ 
bero, « sotto questa pianta il tuo canto non avrà mai fine, nè 
« quei rami rimarranno mai nudi di foglie, e tu, innamorato, 
« che insegni pei prati la tua bella, tu amerai in eterno ed essa 
« sarà bella in eterno! 


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28 


a. <;allktti 


« Thou, silont forni. <lo>t teas<* us out of thought 
« As dot li eterni t v » ( 1 


E il (loethe aveva pia detto, pensando non all’Arte soltanto, 
ma a tutta l’opera dell'uomo: « Forse che la nostra vita può 
« avere altro scopo che di rendere duraturo ciò che è transi- 
« torio t ». 


XII. 


Questa pienezza di intimo appaiamento per la visione di una 
vita che meglio s'accorda colla nostra umanità ed è più nostra; 
questa sensazione di creare a noi stessi il nostro mondo che 
ci dà la poesia, si può trovarla e ammirarla anche in una breve 

4 

melodia, in un'immagine felice, nelle strofe di una canzone po¬ 
polare, in un verso che vola « cantando e raggiando »; ma 
certo più grande poeta sarà colui che saprà comporre in libera 
armonia o rasserenare nell'espressione tutti quanti i sentimenti 
e le forze che muovono la vita umana; colui, cui non basterà* 
sollevarci per un attimo, col suo canto, o dilettarci per un’ora 
col racconto di casi meravigliosi e remoti, ma che, invitandoci 
a considerare la nostra vita interiore, sappia infondere l’ar¬ 
monia ove era la discordia, condurre il sereno là ove prima 
era torbida tempesta di passioni e dia aH’uomo la forza di es¬ 
sere il proprio poeta, di ricreare sé stesso. L’ardente volontà 
di bellezza morale che ispira l'Alighieri, dopo aver pesato e 
giudicato la vita si propone di liberarla sollevandola verso l’ar- 
monia cui anela. Il suo pensiero alla luce della fede e della 
grazia ha ideato questo regno dell'ordine intellettuale e morale; 
la sua fantasia guidata dalla volontà lo ha costruito e ne è 
uscito il mondo della Commedia. 


(1) « Forma silenziosa, tu, come V Eternità, ci togli alle strette «Iella pre- 
« occupazione! ». 


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LA POESIA DI DANTE 


29 


Coloro che, per un preconcetto teorico, perseguono nel poema 
dantesco la « poesia pura », il puro lirismo, scevro da ogni ele¬ 
mento intellettuale o volitivo, i critici che sospirano dietro la 
corpulenta fantasia tutta profondata nella contemplazione del- 
l’immagine, come Narcisso al fonte, o dietro l’ingenua esclama¬ 
zione « che chiude in sè un intero poema », s’aggirano per il 
vasto edificio della Commedia come certi dilettanti di sensa¬ 
zioni estetiche in una cattedrale gotica. Con che audace impeto 
ascendono all’alto quelle colonne! Con che finezza l’artista ha 
traforato e piegato il marmo di quel capitello! Di che mistico 
ardore è soffuso il volto del santo che vigila estatico sull’altare 
nella terza cappella della navata sinistra ! Che diabolica malva¬ 
gità è nell’espressione del drago che si torce sotto i piedi della 
vergine, scolpito in quell’ambone ! E con che schietta intuizione 
della santità e della purezza cristiana un artefice ignoto ha su 
quell’arca romana trasformato Cerere o Artemide nella Madre 
del Redentore !. Le sacre leggende lineate sui vetri a colori dei 
grandi finestroni come razzano prodigiosamente vive all’occhio 

rapito, se, all’aurora o al tramonto, le feriscono i raggi del sole, 

« 

e come l’animo è tratto ad un religioso raccoglimento dalla 
tenue luce rosea o azzurrina che ne discende e corre silenziosa 
per entro l’ombra delle navate ! Ma — noi chiediamo all’orecchio 
del geniale cicerone — perchè njai dimentichi di ammirare nel 
suo ordine complessivo e nella vastità della sua ideale struttura 
questo edificio che è un grande pensiero di pietra ? Tutti i par¬ 
ticolari da voi contemplati sono belli certo, nella loro singola¬ 
rità individuale, ma la loro bellezza ed il loro intimo significato 
ci appariranno in più forte rilievo, se guardati nell’unità spiri¬ 
tuale e sinfonica dell’idea che li comprende. 

m 

Sulla faccia della terra l’uomo ha voluto costruirsi, ad imma¬ 
gine del Dio in cui crede, il suo tempio e il suo cielo. Esso è 
talvolta di pietra e di marmo, talaltra di parole, ma vuole es¬ 
sere un’unità alla cui euritmia tutte le forze della nostra vita 
morale concorrono. C’è chi trova che le volte son troppo alte 
e le pareti troppo nude, che le costole e le nervature della 


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A. <?ALLKTTI 




volta non hanno ornamento di affreschi o di mosaici e elio 
lassù lo sguardo si perde, esitando. nell'ombra? Ma pensiamo 
che senza questi» pareti e questi archi, senza questa nudità 
maestosa della pietra saliente ad incurvarsi solennemente nel¬ 
l’alto, le belle forme che tutti ammirano, i quadri e le sculture, 
i fregi e le vetrate non sarebbero che sparse reliquie di una 
morta superstizione, materia frammentaria per la dilettazione 
dell'esteta e le future comprevendite dell’antiquario. Ordinate 
e armonizzate nell'idea comprensiva che le accoglie ciascuna 
s’illumina della significativa bellezza delle altre, come versi 
variamente armoniosi si fondono neH'armonia della strofe, e le 
strofi nel contesto dell'ode. Francesca da Rimini è la donna 
appassionata, consapevole del suo peccato, espianto senza fine 
nell'inferno questa sua consapevolezza e. pur nel tormento fisico 
e nella disperazione morale di aver per sempre nemico « il Re 
« dell'Universo », avvinta ancora con tutta l'anima al suo amore, 
per la cui forza invincibile essa si sente meritevole di una no¬ 
bile pietà e quasi giustificata agli occhi dell'umana fralezza, che 
Francesco Re Sanctis ha saputo far balzare con parole cosi effi¬ 
caci dalla tenebra di pedanteria che la fasciava nell'interpreta¬ 
zione di rozzi commentatori; ma se Dante fu cosi commosso da 

quell'immagine e ne ebbe ispirazione al divino racconto; se, 

* 

udite le dolenti parole di Francesca, egli china il viso e pensa 

# 

in tragico silenzio: se all'ultimo sviene innanzi alla pietà dei 
due cognati, ciò accade perchè l'immaginazione del poeta evoca 
sopra il baratro, ove per Francesca e per Paolo tace un mo¬ 
mento l'infernale bufera, Finitnagine di Reatrice, lode vera di 

* 

Dio, e l’immagine dei cieli lontani, che una parola redentrice 
avvicinò tanto agli uomini e da cui gli uomini deliberatamente 
s'allontanarono dietro le loro ree passioni. Gli è che Dante pensa 
che la salvezza è posta nel nostro arbitrio e che tuttavia un 
attimo basta a perderci per sempre; pensa che divina è la li¬ 
bertà dello spirito, ma umana, troppo umana è la colpa e la 
servitù nostra alla colpa; che la perfezione esiste, poiché egli 
l’ha ammirata in Beatrice viva ed è ora in cammino per rag- 


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LA POESIA DI DANTE 


31 


giungerla nel regno della morte, ma che la colpa è profonda¬ 
mente radicata in noi, poiché egli stesso ne sente in sé quella 
formidabile possanza che lo ha tratto così vicino alla perdizione ; 
e questo tragico contrasto fra la nostra nobiltà e la nostra mi¬ 
seria morale, tra il principio divino e il diabolico nell’uomo, tra 
l'anelito che ci solleva all’alto e la materia che ci aggrava, 
cosi vivo nell'animo del poeta e fremente in ogni parola del 
racconto di Francesca, genera la divina poesia di quel canto 
famoso. 

Così può dirsi esteticamente accettabile il criterio di chi isola 
Farinata là nell’arca rovente, di cui ha fatto quasi un piede- 
stallo al suo orgoglio, e non iscorge e non ammira in lui che il 
terribile fazioso, il partigiano Indomabile, contro cui Dante sol¬ 
leva la forza non meno pugnace del suo orgoglio e della sua 
passione per misurarsi con lui in un duello di sarcastici raf- 
facci e di sinistri presagi? I due « magnanimi » stanno a fronte 
a fronte e si tentano come due lottatori e, stimandosi pari di 
forza, non misurano la violenza dei colpi. Ma donde viene poi 
quel subito mitigarsi della fierezza e quel quasi intenerimento 
dei due avversari, palese nel sospiroso augurio di Farinata: 


E se tu mai nel dolce mondo regge. 


e nell’affettuosa replica di Dante, che l’augurio di pace, negata 
ormai al dannato ghibellino, estende ai discendenti suoi, per- 
cossi dall’esilio e dalla sventura: 


Deh ! se riposi mai vostra semenza. 


Certo dal fatto che d’improvviso è sorta tra i contendenti 
l'ombra di Cavalcante dei Cavalcanti a chieder notizia del figlio 
(laido, e Dante ha dovuto risponderle che, se l’amico e poeta 

gentile non ha potuto venirgli compagno nel viaggio sovrumano. 

* 

ne è da recar la cagione al jion aver egli avuto fede nella 
provvidenza divina. Farinata non dà crollo e sembra tutto proso 
dal veemente corruccio che nasce dal pensiero della sconfitta e 


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32 


A. GALLETTI 


della dispersione dei suoi; ma dentro il suo cuore, il quale ha 
ormai la per lui spaventosa certezza che Tanima è immortale 
e può immortalmente soffrire, si leva Pimmagine del « Sommo 
Duce », che ai dannati concede solo la visione delle cose lon¬ 
tane. Anch’egli, Farinata, ebbe a disdegno Dio e perciò Dio non 
' può dare alcun conforto all’angoscia che gli viene dalla impla¬ 
cabile persecuzione gravante sulla sua famiglia.^ Fra poco, non 
appena Dante e Virgilio siano lontani, egli piomberà giù nel se¬ 
polcro, vinto, come Cavalcante, da un disperato dolore. Ma l’altro, 
il poeta che si parte da lui col viso basso e il cuore stretto dal 
« parlar nemico » dell’avversario, riprenderà il diffìcile cammino 
verso la luce, andrà incontro a Beatrice, in cui ebbe fede e da 
cui saprà come sostenere la persecuzione e come affrontare e 
trasformare il dolore in un’alta speranza e vincere gli uomini 
e la fortuna, levando gli occhi al regno della verità e della 
giustizia infallibili. L’orgoglio di Farinata è vano, e deve rico¬ 
noscersi impotente, quanto la folle ribellione e le stolide minacce 
a Giove di Capaneo. 

Sopra ogni dramma di rivolta, di violenza, di ostinata malvagità 
dell ’Inferno vi è una volontà ed un giudizio che, illuminandolo 
dall’alto, gli conferisce il suo preciso significato e poeticamente 
lo purifica. Pier delle Vigne, buon giurista, buon rimatore, stu¬ 
dioso cesellatore di ben cadenzate frasi latine, onesto ministro 


ed esecutore fedele di una politica ambiziosa e sospettosa, spande, 
col sangue, troppo ricercate parole dalla ferita che Dante invo¬ 
lontariamente ha inferto al pruno entro i cui nocchi la sua 
anima è presa, e in quel dolore soaviloquente e in quel pensiero 
del suicida sempre fisso ai dolci onori e all’ospizio di Cesare 
e a Cesare stesso, si indovina, colla compassione sincera, quasi 
un’ombra di commiserazione, che Dante sente per quell’uomo di 
raro ingegno, che fu dato tutto ai bei versi e alle sudate epistole 
ed alle mondane ambizioni e mai non sollevò gli occhi verso le 
« bellezze eterne del cielo », verso gli spazi che la luce di Dio 
rischiara e dove avrebbe potuto trovare la forza necessaria a 
sopportare la calunnia e a vincere langoscia. E perchè mai 


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LA POESIA DI DANTE 


33 


Guido da Montefeltro, la vecchia volpe esperta di inganni e di 
frodi, cade cosi stoltamente nella rete di Papa Bonifacio e si fa 

é 

cogliere in fallo di logica e di teologia da uno di quei poveri 
untorelli infernali che la tradizione cristiana diceva poter essere 
vinti e scorbacchiati da ogni femminuccia la quale avesse udito 
leggere, nel Vangelo ? Anche Guido, sebbene monaco penitente, 
aveva creduto nella lettera e non nello spirito della fede, s’era 
lasciato prendere al laccio della parola, egli che aveva tanto abu¬ 
sato della parola, ed ora, abbattutosi in un più esperto inganna¬ 
tore, aveva appreso, a costo della salvezza eterna, resistenza di 
una sanzione morale che nessuna autorità e nessun sofisma può 
infrangere. Le figure più intensamente espressive, più grottesche 
o più bestiali dell’ Inferno — cantica della passione e della 
realtà « corpulenta » —, hanno tutte sul capo questo segno e 
dentro alla loro violenta umanità questa forza occulta, che fa di 
loro gli attori riluttanti di un dramma più vasto, la cui cata¬ 
strofe è in Dio. Sono immersi con tutta la loro sensibilità nel¬ 
l’antica passione; vivono acremente, furiosamente la loro colpa 
e la loro dannazione, ma nello stesso tempo si volgono tutti ad 
uno stesso polo ideale, riconoscono tacitamente una stessa legge, 

9 

agiscono, mossi da una misteriosa volontà che ne fa i simboli di 
una sola idea, simili alla variopinta moltitudine: re e pastori, 
schiavi e animali, che muovono, seguendo un segno misterioso, 
verso la stalla di Betlemme in certi quadri del trecento. 

La nobile audacia del suo ultimo viaggio ha fatto dell’Ulisse 
dantesco il simbolo dell’intrepido desiderio di conoscere, di com¬ 
prendere, di espandere la nostra energia, di allargare la nostra 

avida curiosità ad un largo cerchio di esperienze, che è pungolo 

« 

all’ardimento dell’uomo; ma la curiosità, l’audacia, lo spirito di 
conquista — allora, nel mattino dell’antica civiltà, come ora nella 
luce del cristianesimo — non possono riuscire che alla catastrofe 
se non guardano oltre la conquista desiderata o l’avventura 
sognata, e nessuna luce ideale splendeva sulla prora del figlio di 

Laerte, nessuna fede lo moveva, tranne il desiderio dell’ignoto 

« 

ed il suo orgoglio intellettuale. E mentre egli si illude di seguir 


Giornale star. — MitceUanea dantesca (Sappi. n‘ 19 - 21 ). 




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34 


A. GALLETTI 


* • 

« virtute e conoscenza », in realtà iusegue sui tlutti del mare 
inesplorato un fantasma insidioso elio lo trarrà verso il naufragio, 
come la mendace parola di Papa Bonifacio trae Guido da Mon- 
tefeltro all’inferno. I diavoli e i mostri che la fantasia di Dante 
ha disseminato per i cerchi infernali, dal molto caudato Minosse 
che ringhia sulla porta dell’abisso, sino ai giganti che torreg¬ 
giano incatenati intorno al pozzo strapiombante sulla ghiaccia dei 
traditori, sono goffi, maligni, brutali; non c’è più iu loro alcun 
vestigio dell’origine divina e dell’orgoglio antico; anche se 
ribelli, non sono che schiavi ribelli, i quali torneranno paurosa¬ 
mente all’ergastolo al primo rumore della frusta. E Lucifero, 
principe dei ribelli, è il più bestiale, il più ferino e il più inerte 
di tutti : carname enorme confitto nel ghiaccio eterno al centro 
della terra, oppresso da un dolore senza voce, da una cupa di¬ 
sperazione che gli spreme dagli occhi un pianto senz’eco : 

Con sei occhi piangeva e per tre menti 

Gocciava il sangue e sanguinosa bava. 

Questa è dunque l’immagine del più hello tra gli angeli, del 
principe dei ribelli, del primo che disse le grandi e terribili 
parole : Non serviam ; del protagonista del dramma eterno ori¬ 
ginato dal male? Quanti critici e commentatori han giudicato 
medioevalmente gotta e inestetica questa figurazione del demonio, 
dell’indomabile avversario di Dio ! Ma Dante non è un panteista, 
ancor meno un romantico. Nell’ imbestiamento di Lucifero egli 
non vede se non il caso stesso dell’uomo in una forma più gi¬ 
gantesca e per ciò più significativa; vede una libera volontà, che 

% 

ha preparato, per invidia e per orgoglio, il suo male; una intel¬ 
ligenza che ha contemplato da presso la luce ineffabile ed ha 
scelto deliberatamente le'tenebre: uno spirito che ha rinnegato 
la propria spiritualità e se ne è privato per sempre. Quanto più 
alta era l’intelligenza e quanto più vicina a Dio, tanto più grave 
fu la caduta verso l’oscurità della materia e più profondo l’im- 
bestiamento. Cosi i diavoli come i dannati vollero ad un modo 
la propria ruina e pili lugubre e sinistra è la loro sorte (pianto 



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LA POESIA DI DANTE 


O ► 

OD 


discesero piu in basso verso la bestialità del male. Dagli spiriti 
magnanimi del Limbo e da Francesca da Rimini a Bocca degli 
Abati e a Branca d’Oria l’anima va progressivamente ottene¬ 
brandosi, l’umanità si cancella, la materia diventa più opaca e 
opprimente, sinché si arriva a Lucifero, principio di ogni male 
e ultima degradazione del pensiero: materia sofferente, ma di un 
dolore inumano ; tenebra suprema, che fu un giorno la luce più 
splendente dopo Dio. La vita poetica e l’armonia fantastica del- 
Y Inferno è in questa tragica degenerazione dello spirito che, 
mentre si illude di vivere più intensamente afferrandosi alle sue 
passioni e immergendosi nell’istinto, agghiaccia ed annienta sé 
stesso nella bruta materia. E c’era in lui il germe di una vita 
tanto ricca, armoniosa, sovranamente libera e veramente crea¬ 
trice ! E aveva dischiuse innanzi a sé, pur nella passione, nella 
colpa, nell’errore tante vie verso la libertà e la redenzione! 
La tragicità dell’ Inferno non si comprende quando non si tenda 
l’orecchio alle voci di penitenza e di preghiera che salgono dai 
balzi del Purgatorio, o ai cori celestiali che fanno tremare di 
sovrumana gioia tutto il Paradiso. 


XIII. 


A coloro i quali opinano, come il De Sanctis, che « innanzi 
« alla porta del Purgatorio scompare il diavolo e muore la carne 
« e con la carne gran parte della poesia se ne va », sarebbe 
onesto domandare,' se veramente essi non trovino alcuna traccia 
di poesia neYY Antigone e nell ’Kdipo a Colono di Sofocle, pol¬ 
la ragione che ne ammirano YEdipo re, o se, uscendo dalla let¬ 
tura del Macheti» , la Tempesta dello Shakespeare par loro un 
povero dramma sbiadito. Ma qui è proprio un certo a priori 
dell’estetica romantica che spinge il De Sanctis fuori di strada, 
cioè una preoccupazione sistematica di ridurre le cose al prin¬ 
cipio «dell’individuazione», alla teoria dello spirito «tutto ca- 
« lato e profondato nella forma» e preso dalla propria visione 


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36 


A. GALLETTI 


come un allucinato: pregiudizio il quale tiranneggia di tratto in 
tratto anche quell’ingegno antisistematico per natura. Quando, 
dimentico dell’estetica hegeliana, il I)e Sanctis si abbandonava 
con spirito libero alla sua pronta intuizione, sentiva e ripensava 
potentemente la poesia del Purgatorio dantesco, come dimostrano 
alcune pagine della sua Storia della letteratura italiana. La 
vita e l’umanità pulsano in ogni canto della seconda cantica. 
Il Purgatorio , certo, non ha quel tono e quel colore di poesia che 
i romantici solevano ditirambicamente celebrare nei Briganti 
dello Schiller, o nei poemetti del Byron, o, magari, nella Lucrezia 
Borgia di V. Hugo. In esso la colpa è ormai superata e purificata: 
il male è vinto; il baratro della dannazione è laggiù, nel pro¬ 
fondo della terra e il monte sacro se ne allontana di giro in giro, 
ergendo la vetta altissima fuor della crassa atmosfera terrestre, 
verso la purità luminosa e cristallina dei cieli paradisiaci. 
E man mano che le anime salgono e si liberano dal torbido 
fango delle passioni terrestri una più soave serenità discende sul 
loro cuore e i loro occhi si riempiono di una mite visione, che 
annuncia la piena beatitudine e la sovrana paci* dei cieli. Ma 
l’umanità e le sue lotte e l'ansia delle cose terrene non sono 


fuori della loro coscienza; la passione che le strinse alla terra non 
è distrutta interamente e per molti fili esse si sentono legate 
agli uomini e alle cose tra cui si è svolto il dramma della loro 
vita. Il Purgatorio è purificazione e liberazione, ma lenta, gra¬ 
duale, in atto: è una lotta ed una conquista dolorosa eppur 
gioiosamente combattuta, che si svolge sotto i nostri occhi; non 
una grazia largita dalla generosità divina e accettata con pas¬ 
siva gratitudine. Ancora la « mala striscia », il serpente diabolico 
si avanza tra i fiori e l’erbe della valletta amena nell’antipur- 
gatorio; ancora le tenebre propizie alla tentazione interrompono 
il cammino a chi sale, sospendono la penitenza redentrice. 
Gli esempi che le anime vanno gridando, od odono rammemo¬ 


rarsi da invisibili voci, o vedono raffigurati in vari modi agli 


occhi e alla mente — esempi della colpa in che peccarono, pu¬ 


nita, o della contraria virtù esaltata — 



vengono a ravvivare in 



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LA POESIA DI DANTE 


37 


loro Tamara coscienza della propria fralezza e il ricordo assil¬ 
lante della vita terrestre. Ed è poi così vicina al loro cuore per 
tanti altri aspetti quella vita! Essa ha tenuto con tanta forza occu¬ 
pato il loro animo, lo ha agitato per tante tempeste! Tanti alletti 
li richiamano al pensiero delle cose di quaggiù ! E qui in terra 
vivono le persone care, le cui preghiere possono abbreviare la 
durata della loro penitenza e agevolare l’ascesa del monte dolo¬ 
roso. E neppure hanno dimenticato le cause per cui hanno lot¬ 
tato; le passioni e le idee per cui hanno sofferto e che laggiù 
seguitano ad affrontarsi e combattersi nell’eterna guerra del 
inondo. 


Obbliarle non sarebbe giusto, del resto; non sarebbe conforme 
alla volontà divina, che è volontà di vita. Il mondo colle sue 
lusinghe e le sue demenze è una prova imposta all’uomo da Dio; 
è necessario sostenerla, e in terra, e sul monte ultraterreno del¬ 
l’espiazione. Vivere fortemente e dolorosamente nella tempesta 

« 

è condizione della salvezza e la prova durerà quanto la terra e 
quanto l’uomo. La nobiltà degli spiriti espianti e la gioia stessa 
che nasce dal sentirsi salvi in eterno hanno la loro radice nella 


coscienza della lotta aspramente combattuta e della difficile vit¬ 
toria. Il male fu vinto alla fine; ma quale potenza esso ha in 
noi! come profonde sono le sue radici! come il.cuore sanguina 
tuttavia in v quei punti onde la penitenza le ha divelte ! A quel 
modo che, nell’immaginazione di Dante, quando uno spirito — 
compiuto il ciclo delle espiazioni — sale dal Purgatorio al Pa¬ 
radiso, tutto il monte sublime trema dalle radici al vertice per 
l’immenso coro di voci giubilanti che saluta la mistica ascen¬ 
sione, così si direbbe che una vasta marea di voci umane, di 
voci appassionate, pietose, imploranti, dolenti salga su dall’oceano 
che circonda l’isola del Purgatorio e percuota il cuore dei sin¬ 
goli spiriti, svegliandovi le immagini della vita terrena. Tali 
immagini s’afl'oltano nel loro pensiero quando s’imbattono in 
Dante, che è vivo, e gli aspetti contradditori dell’esistenza si 
riflettono nei ricordi che essi sono tratti ad evocare dalla pre¬ 
senza e dalla parola del miracoloso pellegrino. Senonchè la vita 


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38 


A. GALLETTI 


è bensì ancora per essi contrasto e passione, amore e dolore, ma 
non ha più la violenza e la frenesia della vita. La prova sofferta e 
superata, la penitenza sincera, la morte cristiana e la divina cer¬ 
tezza portata con se dalla morte lian posto tra l'aspro contorno 
della realtà umana e il loro spirito, tra gli uomini viventi e l'im- 
magine che essi serbano dell'esistenza carnale, un velo come di 
lontananza e di pace, che addolcisce i ricordi e avvolge il loro 
pensiero di una serenità che solo la morte concede a coloro i quali 
si sentono, morendo, vicini al cielo. Il mondo è per loro simile 
al vasto teatro di una terribile tragedia, di cui furono attori; ma 
essi sanno a che debba riuscire, da ultimo, la mischia furiosa 
e in quale giusta catastrofe trovi la sua espiazione quel tunml- 
tuoso agitarsi di morituri. Le passioni commuovono ancora 
queste anime, ma son passioni che bau pure valicato il mare so- 
litario sulla barchetta condotta dall’angelo nocchiero e, innanzi 
al segno della pace, sotto il nuovo cielo illuminato dalle quattro 
stelle misteriose, « non viste mai fuor che alla prima gente », 
hanno perduto il veleno die le attossicava nella vita terrena. 
L’amore è infinita carità, è intelligenza e dedizione senza il tor¬ 
bido della gelosia e del sospetto ; il dolore è pietà profonda e 
indulgente. Il fiore del ricordo esala tutte le sue fragranze, ma 
non ha più spine, nè lo deturpa la bava di contatti ripugnanti. 
Cosi l’ombra della vita mortale e il corteggio tragico e orgia¬ 
stico dei suoi ricordi sale con Dante di giro in giro verso l’Eden, 
che alla sommità del monte spande nell’etere puro e nella luce 
senza mutamento la bellezza sovrana della sua foresta profonda, 
dei suoi fiumi paradisiaci e della sua pace. Le anime purganti 
son vive e possono attrarre e stringere a sè tutta la nostra 
umanità, ma tra esse e l’angoscia dell’esistenza già vissuta si 
interpongono il pentimento e l’espiazione. Il Purgatorio ci oltre 
purificato dalla catarsi poetica quél dramma che nei canti del- 
l ’Inferno è spesso immerso tuttavia nel torbido limo della sel¬ 
vaggia passione. Cosi si placa il cuore di Oreste nelle EumrninU 

$ 

di Eschilo, quando la sentenza dell’Areopago ha liberato il ma¬ 
tricida dalle Furie persecutrici. o si rasserena la visione della 


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LA POESIA DI DANTE 


39 


vita nella Tempesta dello Shakespeare, quando Prospero il sa¬ 
piente ha tratto fuori dai labirinti dell’inganno, liberato dalle 
loro brame e reso, per un attimo, migliori gli uomini tristi o 
stolti che la potenza dell’arte magica ha posto in sua balìa. Ma 
nel Purgatorio di Dante la luce è più limpida, perchè scende 
più dall’alto, e la pace interiore è duratura e senza ombre, perchè 
tutte le anime salgono a poco a poco, ma sicuramente, verso 
Beatrice e verso Dio. 


XIV. 


Dio e la luce, la verità, la bellezza che raggiano da lui 
riempiono della loro gioia le terzine del Pa?*adiso. Ma Dio è 
l’ineftàbile, la verità suprema è la quiete suprema e l’estasi non 
ha storia e non ha dramma. Perciò è stato detto e ripetuto che 
il Paradiso è privo di umanità e la poesia vi fiorisce a rari 
intervalli, come il verde di piccole oasi in un vasto deserto. 
Infatti le luminose figure della terza cantica non sono fatte 
di carne e di sangue; non gridano il loro desiderio e il loro 
odio, non sono violente e tutte « versate nell’azione » come un 

0 

Achille od un Sigfrido. Il Paradiso è la poesia del pensiero e 
non della carne ; è il dramma delle idee e della coscienza, non 
dei desideri e delle passioni. Lo direi il poema di chi, collo stesso 
atto di fede intellettuale, ma con spirito tanto diverso, dell’au¬ 
dace Greco ( Oraìus homo) di cui parla, ammirando, Lucrezio, 

% 

ha osato levar gli occhi verso il mistero ed ha sentito il desi¬ 
derio che spinge il pensiero verso l’assoluto, la volontà di bene 
che anela all’ordine morale, tramutarsi nel suo cuore in calda 
passione. Chi sono le personae dramatis del Paradiso ? Sono 
le idee e le dottrine che hanno combattuto tante battaglie nello 
spirito umano e sulla scena del mondo, colorandosi del sangue 
che suggevano da cuori generosi e, discendendo negli ergastoli 
o salendo sulle croci, hanno ispirato tragedie non meno cruente 
di quelle causate dalla « cieca cupidigia » o dall’ira folle, dal¬ 
l’amore carnale e dalla brama di dominare. Nel Paradisa Dante 


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40 ' 


A. GALLETTI 


poeta sente ed esprime con lirica energia quel che Dante teo¬ 
logo non potrebbe teoricamente ammettere, che cioè il conoscere 
è anch’esso una conquista e die il comprendere è un dominare 
dopo lungo sforzo, un trasfondere in noi e connaturarci quella 

verità che aliammo volgare apparisce estranea, lontana, indif- 

# 

ferente. La poesia della terza cantica della Co nini ed ia è il pen¬ 
siero, la coscienza, la volontà di bene, la sete di giustizia, 
l’estasi intellettiva di Dante, che, dopo aver tramutato in so¬ 
stanza viva del proprio spirito la fede cattolica e la morale che 
le è strettamente legata, lancia imperiosamente a traverso i 
cieli rimmagine che egli si è formato della verità e della giu¬ 
stizia e ne fa una scala per ascendere verso Dio, cioè verso 

♦ 

quella suprema verità, moralità e bellezza in cui lo spirito 
umano riposa ed estaticamente si dissolve. Protagonisti ed in¬ 
terpreti dell’azione sono gli eroi dell’idea cristiana. Il poeta sa 
quanti nobili spiriti abbiano sofferto, quanti intelletti si siano 
affaticati fra discussioni ed errori, quante anime si siano perdute 
lottando invano col dubbio e coi sofismi del male, per conquistare 
quelle verità ed aprire ai credenti la via di quei cieli. Le tribù 
e le genti discese dalla prima coppia umana disubbidiente e ri¬ 
belle hanno errato a lungo sulla terra, involti in credenze mo¬ 
struose e in superstizioni sanguinarie; un popolo eletto serbò nei 
secoli, tra lunghe persecuzioni e guerre atroci, un barlume della 
verità scomparsa dal cuore delle genti pagane; il Figlio di Dio 
dovette vestire l’argilla umana e portare fra gli uomini il prezzo 


e la parola del perdono; le più alte menti dell’antica e della 
nuova storia hanno vegliato, tormentandosi invano nella ricerca 
di una verità provvisoria e illusoria; i profeti hanno cercato la 
solitudine selvaggia, nutrendo lo spirito di visioni ed il corpo 
di locuste per iscoprire nella meditazione e nella preghiera 
l’enigma dell’umano destino; gli asceti si sono violentemente 
strappati alla convivenza sociale e all’amore; turbe innumere¬ 
voli sono partite verso la sofferenza e la morte, ebbre di una 
grande speranza, per conquistare la vita e la verità promesse. 
L’immensa e tragica sfilata di ombre, inseguenti invano un ir- 


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LA POESIA DI DANTE 


41 


raggiungibile sogno di pace, che è per il credente tutta la 
storia umana non ancora illuminata dalla fede, terminava, infine, 
alla sua conclusione provvidenziale e le si aprivano le verità 
certe ed immutabili. La ragione umana col sussidio della rive¬ 
lazione ha conquistato la certezza, ma ogni cristiano deve ricon¬ 
quistarla per conto suo nell’esistenza pratica e nello svolgimento 

della sua intima vita spirituale. E non può riconquistarla se non 

» 

col patire e l’agire quaggiù, sperimentando le tentazioni e vin¬ 
cendole, e coll’affrontare ad uno ad uno — nell’ordine del pen¬ 
siero — i dubbi ed i problemi che da più secoli si sono levati 
nello spirito dell’uomo per impedirlo e sviarlo. Questo cam¬ 
mino è un’ascensione piena di contrasti e di intime peripezie 
spirituali. La direi una sacra rappresentazione dell’anima, che 
lotta per ritrovare sè stessa, per salire e per liberarsi. Il dramma 
è della coscienza e del pensiero, ma poiché quella coscienza è 
fatta di angosciose esperienze e quel pensiero si è generato nel 
dolore e nella morte, esso vale quanto la più umana delle tra¬ 
gedie. Dante ha ritratto le varie scene di questa sacra rappre¬ 
sentazione del pensiero e della fede nei nove cieli del suo Pa¬ 
radiso per risolverne da ultimo il nodo tragico nel pieno coro 
dell’estasi e del mistico rapimento, conducendo un uomo, sè 
stesso, simbolo dell’umanità intera, a liberarsi in Dio. 


XV. 


La critica della poesia dantesca, dopo essere stata per molti 
secoli o allegorica, o moralistica, o assai grettamente occupata 
a saggiar parole ed immagini, ad ammirare le forti espressioni e 
i versi variamente armoniosi, ha preso ora due diversi avvia¬ 
menti: quello storico e quello che chiamerei lirico-intuitivo. 
Tutti abbiam detto male qualche volta delle grette puerili 
manie dello storicismo erudito di inutili erudizioni; ma nessuno 
può disconoscergli il merito di aver esplorato e scrutato in ogni 
sua parte i casi e gli studi, le dure esperienze e le ardenti 


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42 


A. GALLETTI 


visioni elio nutrirono nell'aniino di Danto il mondo storico e 
fantastico della Di l'ina Cam media. La critica romantica arrogò 
a sé il compito o la gloria di farci comprendere, anzi di farci 
rivivere genuinamente, cercandola noi lago stesso del cuore del 
poeta, la vita lirica del grandi» poema. Por aspirare a cosi alto 
segno essa doveva di necessità pensare che ogni modesto ma 
sincero e fervido lettore può tramutarsi poeticamente in Dante, 
può essere Dante, almeno per iniziazione o sotto la guida ideale 
del critico, il quale concilia in sé stesso l'utficio di Virgilio e 
quello di Beatrice. Tuttavia il critico, a differenza di Virgilio, 
non dice al lettore: Il colle della beatitudine estetica ti sta di 
fronte; pure non ti è possibile salirlo prontamente e per la via 
diritta, ma converrà tu mi segua per un lungo ed aspro cam¬ 
mino: il cammino della conoscenza e della riflessione, della 
filosofia e della storia. Gli dice: leggi ed ammira soltanto là ove 
ti senti commosso. Dapprima veramente i romantici avevano 
detto, d’accordo con Federico Schlegel: 

Wissen ist des Glaubens Stern : 

Andacht alles Wissens Kern (1). 

Ma quel loro orgoglioso « sapere » il mistico Giacomo Bolline 
l’aveva tenuto a battesimo e lo Schelling cullato in fasce. La 
via della intuizione parve loro infinitamente più luminosa e più 
facile di quella della riflessione. La poesia, creazione immediata, 
conoscenza ingenua, fu liberata da ogni impuro contatto col con¬ 
cetto. La immaginarono erompente, balenante, balzante in un 
fìat creatore su dall’immota identità dell’essere e del non essere. 
Poi, procedendo da questa idea per i gradi di uno svolgimento 
teorico che era logico e inevitabile, la poesia fu definita per¬ 
petua creazione della realtà, di quella realtà, cioè, che non esiste 
fuori dello spirito, ma lo spirito genera a sè stesso per edifi¬ 
carvi sopra, in un secondo momento della propria vita, il suo 


(1) « La sapienza è la stalla della fede; la riflessione il nocciolo di o£iii 
< sapienza ». 


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LA POESIA DI DANTE 


43 


mondo concettuale. E l’estetica romantica e germanizzante tornò 
cosi alla sua fonte originaria, tornò là donde era uscita: alla 
filosofia del Leibnitz e alla monade spirituale che nulla può ap¬ 
prendere dal di fuori, che è ineducabile e impenetrabile, ma 
porta già dipinte sulle sue pareti interiori tutte le immagini e 
le idee che verrà a poco a poco scoprendo nel suo necessario 
esplicarsi. Ma se non posso uscire dalla mia infrangibile cel- 
letta spirituale come potrò entrare nel mondo poetico di Dante ? 
Tu troverai la poesia dantesca — mi si risponde — là ove il 
poeta rappresenta schiettamente « i suoi stati d’animo»;- ove 
esiste la passionalità, il « sentimento, la personalità, che si tro¬ 
vano in ogni arte » (1). Io cerco, e quando credo di averla sco¬ 
perta mi si risponde che ho inciampato in un ciottolo concettuale 
o che ho ruzzolato sulla « praticità », morte di ogni poesia ; o 
magari che mi sono lasciato cogliere agli allettamenti circei di 
un romanzo allegorico-morale. Mi guardo intorno e vedo altri 
innumerevoli cercatori, che si aggirano, giuocando a mosca 
cieca, pei laberinti dell’estetica e che gridano di tratto in tratto 
di aver ghermito essi il ciullb della fuggente Morgana, mentre 
gli spettatori intorno ridono dell’inganno. La critica diventa il 
regno del soggettivismo delfico ed" oracolare. « 0 tu che scorri 
« il vasto mondo, Spirito affaccendato, quanto io mi sento simile 
« a te! » dice Faust allo Spirito della Terra: ma esso gli risponde: 
« Tu somigli allo spirito del tuo concetto, non a me! ». Cosi av¬ 
viene dell’Alighieri e dei suoi estetici interpreti. La poesia da essi 
evocata, quanto somiglia a loro, ma come poco somiglia a Dante ! 
Ecco, un critico immagina un Dante baironiano, e quell’altro 

10 immagina shakespeariano; questi lo fa borioso e arido in- 

% 0 

sieme, a propria immagine e somiglianza, e quell’altro vorrebbe 
rappresentarcelo visionario, allucinato e un po’ decadente, come 

11 Poe o il Baudelaire. E c’è chi intende sostituire al candido velo 
di Beatrice un grembiule da lavoro da maestrina di villaggio 
intenta a far lezione ai suoi docili scolaretti (e in questo caso 


1 1) Cfr. B. Croce. L'intuizione pura e il carattere lirico dell'arte, p. 13. 


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44 


A. <; A LI. ETTI 


runico scolaretto della classe sarebbe Dante), e cbi nella sacra 
selva di voci della Coni media non vede che una serie di par¬ 
tigiani giudizi, di acri sarcasmi e di brevi impressioni liriche. 
Tutti negano che il poema abbia una forte unità organica, che 
è poi l’intima unità poetica, e ripetono, in varia forma, l’assurdo 
giudizio del Poe clic la Coni media, come ogni grande poema, 
non è se non una raccolta di brevi liriche, tra le quali è stata 
intrusa molta stopposa rimeria perchè servisse da tessuto con¬ 
nettivo. Ma dove ferva, trabocchi e si espanda la poesia vera, 
ove incominci, invece, il monotono fluire della prosa inutilmente 
rimata, qui incomincia il dissenso, e dai vari tripodi si grida 
all’ignoranza e all’ottusità dell’oracolo vicino. Il monismo idea¬ 
listico è impotente a conferire qualsiasi autorità ai suoi giudizi 
estetici, appunto perchè in arte ha scavato un abisso invalicabile 
tra intuizione e concetto. Il Leibnitz immaginava che le sue 
monadi spirituali potessero andar d’accordo perchè il creatore 
e regolatore comune le aveva congegnate in modo che battes¬ 
sero il loro ritmo e cantassero il loro canto in piena armonia, 
come un orologiaio costruisce e regola ad un modo i suoi oro¬ 
logi. Ora l’idealismo assoluto ha abolito il creatore e lasciato 
vivere le creature. L’orologiaio è morto mentre gli orologi cor¬ 
rono ; senonchè nessuno ne unge più le ruoto o ne regola il ritmo. 
Ciascun orologio è l’orologiaio di sè stesso e regola il proprio 
ritmo. In questo mondo cacofonico ogni orologio può arrogare 
a sè il privilegio di segnare esso — ed esso solo — l’ora giusta 
sul proprio quadrante. 


Alfredo Galletti. 


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LA LIRICA DI DANTE 


La lirica espressione di Dante (i) è certamente il frutto della 
sua individuale creazione, che tutta quanta si riduce, per quello 
che riguarda la parte artistica, alla forma poetica ch’egli le ha 


(1) Lo scrivere la storia della fortuna delle liriche di Dante importerebbe 
la stesura di un altro studio, mentre di * studi ’ « basta uno per volta, quando 
« non è d’avanzo ». Perciò i lavori più importanti verranno citati via via lungo 
la strada. Dirò piuttosto che questo saggio venne steso tenendo innanzi la 
« mira » che il Barbi di recente riaffermò nei suoi Studi danteschi, Firenze, 
1920, I, 6 ; ma che già aveva nitidamente esposto nel Bulìettino della So¬ 
cietà dantesca, N. S., XI, 7 : « Rifare la storia interiore di Dante quale egli 
« ha creduto o voluto che fosse via via che s’accingeva alla composizione 
« delle singole opere, servendosi di quel po’ di vero che la critica ha potuto 
« accertare nella vita esteriore a precisare il tempo, 11 luogo e le circostanze 
« in cui ciascun’opera nacque, od anche a scoprire, quando sia possibile, con- 
« frontando la probabile realtà con la finzione, le più riposte intenzioni del* 
« l’autore *. Io non sono riuscito certamente nell’intento, ma il lettore pensi 
alla difficoltà dell’assunto e voglia quindi considerare benignamente questo 

saggio e riguardarlo soltanto come il tentativo di una sintetica esposizione, 

« 

e un conforto, perchè altri s’industri a far meglio. — Il testo è quello che 
il Barbi darà nelle Rime di Dante, che usciranno a cura della Soc. dantesca; 
chè l’illustre quanto squisito curatove, con una gentilezza e cortesia davvero 
singolari,'mi permise di vedere le bozze, cosi che io ho potuto, sia dare quel 
testo che egli ha fermato e ripulito colla cura di un amante e colla finezza 
di un artista, sia conoscere la sua opinione intorno alla distribuzione crono¬ 
logica delle varie liriche dantesche, sia correggere vari errori, nei quali ero 
incorso, e che via via indicherò. Di questo atto cosi fine e gentile rendo qui 
al valentuomo vive e sentite grazie. 


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46 


G. /.ONTA 


dato, sfinendo l'impulso del sentimento e della fantasia. Ma le 
immagini della sua mente, il poeta compose ed atteggiò dentro 
certe linee e certe movenze, che corrispondono alle idee e alle 
figurazioni che gli anteriori poeti a lui trasmisero o lasciarono 

I 

in spirituale eredità. E necessario quindi che la disamina delle 
liriche dantesche venga preceduta da una rapida rassegna dei 

m 

valori che i primi artisti del « dolce stile » espressero ed affer¬ 
marono. 

Il «dolce stil nuovo» fu una forma di ‘rinnovamento’ (1). 
un fatto, cioè, simile a quello che si riscontra in tutte le lette¬ 
rature, nelle quali, quando viene ad esaurirsi la materia poetica 
e le menti, non avendo più nulla da dire, ripetono noiosamente 
i già trovati motivi, sorgono nuove anime che s’industriano di 
‘ rinnovare ’ l’arte invilita, esponendo e propugnando idee diverse 
da quelle che informavano l’antecedente espressione artistica. 
È necessario qui ricordare che dairUmanesimo, il quale si eresse 
di contro alPannichilimento mistico, fino al Romanticismo, che 
affermò la necessità della pratica di contro al luminoso, ma ste¬ 
rile, rapimento dell’illusione pura, è tutto un rivolversi la nostra 
storia dell’arte, cosi come quella del pensiero, e che corre da un 
punto ad un altro, passando da una nuova idea ad un dissolvimento 
di ossa, e dal dissolvimento aU afièrmazione di un’altra forma, de¬ 
stinata essa stessa a trasformarsi in nìuniera e a perire di poi 
sotto i colpi di una più vitale concezionef Ma — si badi — i cosi 
detti « rinnovamenti », se anche si avventano contro le forme e le 
teorie preesistenti, finiscono però coH’esprimere idee che non sono 


(1) Ritorno alla concezione critica che informa il discorso di V. (,'ian, I con¬ 
tatti ìetter. italo prov. c la prima ri col. poet. (ì. letter. it., Messina, 1900, 
p. 19; che fu il primo che decisamente mise nella sua vera luce questo fe¬ 
nomeno letterario. Soltanto io sostituisco alla « riforma di carattere rivolu- 

0 

« zionario * l’idea di un « rinnovamento », adatto simile a quelli che quasi 
ad ogni secolo ebbero a subire il pensiero e l’arte italiana ; poi che non vedo 
diversità sostanziale alcuna in tutti questi rinnovamenti, i quali hanno come 
loro caratteri specifici: l’affermazione di nuove idee, quindi il contrasto colle 
antecedenti; e la protesta ch’esse derivano da una diretta e libera ispirazione. 


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LA LIRICA DI DANTE 


47 


mai del tutto contrarie a quelle che informavano le precedenti 
produzioni letterarie (1). Niente nella storia viene distrutto di ciò 
che gli uomini hanno tenacemente piantato ; ma tutto, pur tramu¬ 
tandosi, rifiorisce. Così anche nei periodi di « rinnovamento » v’è 
sempre una parte del contenuto che è nuova, e una parte che è 
tradizionale: e questa,spesso anche contro la volontà degli autori, 
si insinua e trapela pur sotto la rinnovellata materia. Vero è 
però che i vecchi valori nella nuova concezione vengono ripre¬ 
sentati in una maniera diversa; perchè quello che è assoluta- 
mente differente in queste « nuove rime » è la forma , cioè la 
individuale espressione artistica, che, appunto perchè individuale, 
non assomiglia a nessun’altra, ed ha una sua particolare fisio¬ 
nomia che la distingue da tutte (2). Ed è sotto questa trasfor¬ 
mazione lirica che le idee, anche vecchie, cambiano di colore 
e assumono una novella vita, quando vengano segnate dalla 
stampa di un uomo di genio, che le assorba e le ritempri. 

Anche il « dolce stil nuovo » è un ‘ rinnovamento ’ della poesia 
italiana, di contro alle scuole anteriori che, schiave della imita¬ 
zione, mancavano di spiriti e di forme proprie. Affiora nelle 
nuove pagine artistiche quella individualità (3) appunto, di cui 


(1) Il rappresentare in tal modo anche il ‘ dolce stile ’ giova sia a rin¬ 
forzare la tesi del Cian, sia anche a ridurre al loro giusto valore le obbie¬ 
zioni dei contradditori, come, per citare i principali, il De Lollis, Dolce 
stil nuovo e « noel dig de nova maestria », in Studi medievali, I, 5 sg.; il 
Savi-Lopez, Trovatori e poeti, Palermo, 1906, 9 sg., e il Vossler, Die philos. 
Grutullagen, ecc., Heidelberg, 1904. 

(2) Ed è perciò appunto che tutti i rinnovatori, allora che scrutano nel 
fondo del loro spirito per ritrovare l’essenza di questa novità, riescono a rin¬ 
venirvi soltanto Vispirazione pura e semplice. Come avviene nel luogo fa¬ 
moso di Dante, Purg., XXIV, 52. E ciò è naturale e necessario, posto che 
la vera diversità consiste in una maniera differente di intuire, e quindi in 
una differente « forma ». Cfr. le giustissime affermazioni di E. G. Parodi, 
iu Bull. Soc. dant., N. S., XIII, 245. 

t3) Più che il concetto averroista, come vorrebbe il Vossler, Op. cit., p. 80, 
a me sembra che anche nel Cavalcanti si vada insinuando, anche se misto 
con qualche parvenza averroista, quella idea di « intimità e libertà assoluta 
« del soggetto * che San Tommaso andava così lucidamente propugnando 


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48 


G. ZONTA 


le menti dei cittadini degli italici comuni erano ben comprese, 
e ralfermazione di quelle idee, che erano corrispondenti alla 
loro nazionale natura. Però il nuovo concepimento, pur rifiutando 
e oppugnando le vecchie idee (l), non si spogliò dei valori che 
la poesia provenzale e francese da una parte, e la speculazione 
filosofica dall’altra avevano deposto, ma li conservò, anzi se ne 
servì tramutandoli in forme confacevoli colla nuova intuizione. 
Ma questo lavorio si manifestò dapprima sotto una forma con¬ 
cettuale, e rimase quindi spesso più tosto intellettivo che lirico; 
ci voleva un genio che infiammasse colla sua fantasia questa 
materia del pensiero e la trasformasse in immagini e in canti. 
Il genio fu Dante, i precursori i due Guidi. 

Guido Guinicelli sonnecchiava sulle consuete rime amorose e 
morali di Guittone, quando una nuova idea lo assalì e lo sor¬ 
prese. — Ma non è vero ciò che è stato finora sempre cantato, 
che cioè l’amore sia un fatto proveniente tutto dal di fuori e 
che sia esso che abbia la facoltà di modificare lo spirito del¬ 
l’amante! È invece l’uomo stesso che crea dentro di se il suo 
amore in ragione della forza spirituale e della raffinatezza che 
esso possiede! Non è l’amore che fa gentile il cuore, ma è il 
cuore gentile che crea il suo amore, anzi che è lo stesso amore! (2). 


(cfr. Gentile, 1 problemi dello scolastica e il pensiero ital., Bari, 1913, p. 200, 
e La filosofia, Milano, p. 50), e che Dante doveva nella sua opera e nel suo 
concetto politico svolgere. Cfr. Gentile, Filosofia, pp. 137 e 139. E ben 
altra che quella agostiniana, come vorrebbe il De Lollis, Op. cit., p. 8, è 
la psicologia e la gnoseologia sì dei poeti del ‘ dolce stile che di Dante. 
Cfr. infatti la giustissima osservazione del Gentile, Op. cit., p. 137. Del 
resto intorno all 'individualismo italiano dell’evo medio, cfr. in questo stesso 
Giornale, 70,- 304 e sg., la recensione di V. Zabcohin, agli Elementi della 
cultura medievale, Odessa, 1919, di P. M. Bizilli, che io conosco solo attra¬ 
verso la recensione. 

(1) Basti ricordare il sonetto di Guittone, S'eo tale fosse, contro il Gui¬ 
nicelli, e quello del Guinicelli contro Buonagiunta e le invettive di Dante 
contro i Guittoniani. Cfr. anche Tommasini-Mattilcci, Una noticina dan¬ 
tesca in questo Giornale, 58, 96. 

(2) Così io credo sia da interpretare la canzone guinicelliana, come cioè 
un improvviso scatto dello spirito. Quindi leggerei tenendo sospeso tutto il 


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LA LIRICA DI DANTE 


49 


A ’l cor gentil ripara sempre Amore 
com’a la selva augello in la verdura, 
nè fé’ Amore inanzi gentil core, 
nè gentil core inanzi Amor Natura! 

Il canto s’innalza esultante per la nuova intuizione, e il pen¬ 
siero diventa immagine, riscaldato com’è dalla gioia di una nuova 
ascesa da compiere, dalla fiamma di un vero sentimento da espri¬ 
mere. E il gaudio della nuova scoperta si effonde affermando 
e ripetendo lo stesso pensiero più volte in varie guise, come se 
il poeta sentisse il bisogno di persuadere se stesso e gli altri 
della grande verità intravveduta. È perciò ch’egli s’industria di 
dichiarare sempre meglio la sua idea, non del tutto ancora ni¬ 
tida nella sua mente, per mezzo di paragoni vari e lucenti. E 
il sole col suo splendore, la pietra colla sua virtù, il fuoco colla 
sua inseparabile fiamma servono a raffigurare, per mezzo di im¬ 
magini nuove, il modo per cui amore e cuore gentile sono 
tutt’uno, pur essendo quello una creazione di questo (1). Il con¬ 
cetto feudale, che era venuto di Provenza e dì Francia, aveva 


primo verso 'fino all’accento ritmico di « Amóre », in maniera da rendere 
questo senso: « E a cuore gentile, eco.; non altrimenti»-. Che il concettosi 
* Amore e core gentile ’ fosse anche nella poesia provenzale fu già notato sia 
dal De Lollis in questo Giornale, Suppl. I, 115, che' dal Savi-Lopez nel- 
YOp. cit., p. 21 ; ma qui il concetto del Guinicelli è differente. Lo vide già 
il tioLDSCBMiDT, Die Doktrin d. Liebe, ecc., Breslau, 1889, 27 : « L’amore è 
« presso il Guinicelli non, come la lirica anteriore affermava, qualche cosa al 
« di fuori della sua sfera di percezione; ma è un sentimento di natura sua 
« propria, abitante dentro di noi ». Cfr. del resto Parodi nel Bullett. Soc. 
dant., XIII, 247. 


(I) Questa parte fonnale fu messa bene in rilievo da V. Rossi, Il « dolce 
« 8til nuovo » in Opere minori di D., Firenze, 1906, p. 39, dove il chiaro 
autore sorprende si il valore soggettivistico del Guinicelli, ma, a mio avviso, 
sorvola troppo su di esso per il desiderio che ha di concentrarsi tutto nel 
fatto estetico, essenziale certamente nell’opera d’arte, ma non tale ch’esso 
stesso non riceva luce dalla conoscenza delle idee e delle particolari condi¬ 
zioni di spirito di chi scrive. Del resto il Rossi ha ben rilevato l’errore sia 
del Vossler, Op. cit., p. 79, che dell’AzzoMNx, Il « dolce stil nuovo », Pa¬ 
lermo, 1903, p. 8. 


Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n‘ 19-2l ì 


4 


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50 


G. /.ONTA 


rappresentato ramante secondo i principi della cavalleria, cioè 
come un vassallo rispetto al suo signore. 

Come un cavaliere uon aveva di per sè potestà, nè autorità 
alcuna, se un signore, a lui superiore di grado, non gliela in¬ 
fondeva per mezzo di una investitura feudale, cosi ramante de¬ 
rivava la sua prodezza e virtù da una specie d'investitura sen¬ 
timentale, che la donna si degnava di conferirgli, e per mezzo 
della quale il suo spirito subiva una modificazione che durava 
fin che durava l’influenza esterna, e fin che l’amata era contenta 
di alimentare il suo amore (1). Questo concetto prettamente feu¬ 
dale, passato dall'Occitania presso il biondo imperator di Soavia, 
informò del suo spirito i cantori della scuola siciliana e toscana. 
11 Guinieelli, di contro a questo portato del feudalesimo, rivendica 
la libera creazione dell'individuo, e afferma che le diverse espres¬ 
sioni umane sono soltanto il frutto delle differenti nature par¬ 
ticolari (2). 

Ma da quale movente avrà mai potuto il Guinieelli ricavare 
questa nuova intuizione? Dalle asserzioni stesse di Guido e dalla 


(1) Troppo bene conosco la difficoltà di definire la essenza dell’amore ca- 
l'dìicresco, perchè pensi che questa sommaria mia asserzione possa acconten¬ 
tare; ma a me qui basta soltanto di ricondurre questa concezione amorosa 

al carattere suo sostanziale: perchè mi suonano nell’orecchio le sottili, ma 
# 

non convincenti, teorie del Weciissler, Minnesang toni Christentum, Halle, 
1900, sulla influenza del sentimento cristiano e mistico sopra tutto il pro¬ 
cesso ideologico dell’eròtica provenzale, teorie che a me sembrano affatto 
erronee, almeno per quello che riguarda il primo e il secondo periodo troba- 
dorico. Cfr. delle buone osservazioni nell’articolo del Bazzi, Il sentimento 
cristiano nella lirica traenti, (l'amore in Rivista d'Italia, XIV, 973 e, più 
ancora, nelle note di E. Gorra, Origini, spiriti e forme della poesia amorosa 
di Provenza secondo le pia recenti indagini, VII nota, nei Rendiconti del 
r. Istituto lombardo, S. II, voli. XLIII-XLV, 1910-1912. 

(2) Secondo tue, ha una grande importanza il sonetto del Guinicelli in 
risposta a quello di Buonagiunta, perchè io ne interpreto la seconda parte 
in tal guisa: « Volano per l’aere augelli di strane guise, ma non tutti hanno 
egual volo o eguale ardimento; perchè Dio e Natura hanno creati gli uomini 
in modo tale ch’ossi abbiano dei pensieri differenti ». Quindi ciascuno deve 
pensare e scrivere in maniera diversa, seguendo la sua particolare natura. 


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LA LIRICA DI DA NT lì 


51 


posteriore conferma di Dante, che nella ispirazione verace pone 
l'essenza del nuovo stile, è necessario ammettere che da un 
qualche evento reale amoroso la canzone del primo Guido abbia 
tratto la sua origine. E infatti, se è poesia davvero, come 
potrebbe la sua figurazione non corrispondere ad un fatto sen¬ 
timentale e concreto? Io ho sempre pensato — accostando, per 
analogia, quello che è avvenuto ad altri poeti (1) — che il nuovo 
canto sia sbocciato dal labbro del Guinicelli perchè questi si 
trovò ad amare veramente una donna (2), la quale, per una 
causa che non conosciamo, essendogli venuta a mancare, in lui 
nacque un intenso desiderio di tenersi ancora avvinto ad essa 
per mezzo di un filo ideale; onde, per uno spontaneo ripiega¬ 
mento deiranimo, fu tratto ad accostare l’amore per la sua donna 


(1) Questa mia supposizione ha un precedente. Il fiossi, Op. cit., p. 77, 
dice: « Qualora non vi siano aperte e ben sicure attestazioni che impongano 
« di fare altramente (le quali nel caso del Guinicelli mancano affatto) noi 
« non dobbiamo prescindere dall’eterna ed umana realtà sentimentale ». Nelle 
quali parole, o erro, mi sembra tralucere il sospetto che la poesia del G. sia 
adunque il frutto di « una realtà sentimentale ». Ora, si badi che è un fatto 
costante quello del tramutare che i grandi poeti fanno del loro amore reale 
in ideale, e questo fatto mi sembra che dipenda dalla sovrabbondanza della 
fantasia che in essi predomina e che tende a trasformare ogni cosa pratica in 
una realtà soltanto immaginativa. In Dante stesso, come vedremo, avviene lo 
stesso fenomeno; e, per riportare un esempio recente, non è affatto simile a 
que>to il travestimento che il Leopardi opera nella sua Aspasia 1 '} 

Raggio divino al mio pensiero apparve, 

donna, la tua beltà. Simile effetto 

fan la bellezza e i musicali accordi, 

ch’alto mistero d’ignorati Elisi 

paion sovente rivelar. Vagheggia 

il piagato mortai <juin<li la fUjlia 

delia fata mente, Vamorosa idea, 

che gran parte d’Olimpo in sè racchiude, 

tutta al volto, ai costumi, alla favellìi, 

pari alla donna che il rapito amante 

vagheggiare ed mar confuso estima. 


(*>) Del resto il Guinicelli aveva una «Lucia», clic amò realmente e anche 
non idealmente. Cfr. Casini, Le rime tiri poeti bolor/iiesi. Hologna, ISSI. 41. 
ffr. a questo proposito la nota del Sai.vadohi nel Fan falla dello ])<»>!., 
XXVI, 28. 


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52 


G. ZONTÀ 


a queiramore trascendente, verso il quale la poesia trobadorica 
lo aveva avviato e la ingenua convinzione sua e del tempo suo 
lo sospingeva, cioè l’idea del divino. Il Bolognese quindi divenne 
poeta, perchè, ricercando egli nella sua interiorità, col sussidio 
dell’abito investigativo dottrinale, l’origine e l’essenza della sua 
« amorosa idea », venne a scoprire, con sua sorpresa e letizia, 
che questo nuovo amore ideale era un prodotto che non veniva 
affatto dal di fuori, poi che la donna ormai per lui era muta, 
ma che era, in quella vece, il lavorio di un’ intima sua virtù 
spirituale: che dal di fuori era venuta a lui soltanto l’occasione, 
lo stimolo, per cui questa facoltà aveva ricevuto l’impulso ad 
iniziare l’atto, ma che il sentimento della bellezza era lui che 
lo animava, ma che il piacere della gioia era lui che lo fog¬ 
giava, ma che l’amore come frutto di bellezza, era il suo cuor 
gentile che lo creava. È il tripudio della nuova scoperta esulta 
nella canzone lucente, poi che il poeta aveva sentito finalmente 
di essere egli stesso l’autore del suo amore. Cosi all’amore 
esterno, cagione di cortesia e di virtù, consono allo spirito della 
feudale società, egli contrappose il sentimento che vien creato 
dall’individuo e che si sviluppa in un cuore che sia già gentile 
per natura e per scienza, corrispondente alla vita dello spirito 
italico. Alla cavalleria dei nobili per nascita, egli sostituì la ca¬ 
valleria degli uomini liberi, nobili per scienza (1). 


Dice om altier: « Gentil per schiatta torno *. 
Lui sembra ’l fango, e ’l sol gentil valore, 
chè non de’ dare om fede 
che gentilezza sia for di coraggio, 
in degniti di rede, 
se ’n vertute non è gentil core 
com’acqua porta raggio, 
e ’l ciel riten le stelle e lo splendore. 


« E questo splendore — conchiude il Guinicelli — è ritenuto dal 
« cielo, cioè dalle intelligenze angeliche che lo volgono, perchè 


(1) Vedi Ciax, Op. cit., pp. Ile 37, e anche Vossler, La D. C., p. 468. 



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LA LIRICA DI DANTE 


53 


« queste intendono la Divinità che le crea, e da essa ricavano 
« una continua vita di beatitudine. E questa stessa è la ragione 
« per cui il gentil cuore ritiene il raggio della donna, perchè esso 
« genera in lui un sentimento d’amore insaziabile e gaudioso. Nè 
« questo amore, cosi fatto, è un peccato, sebbene derivi il suo sti- 
« molo da un oggetto terreno e non da Dio, perchè la donna, 
« avendo d’angel sembianza, può nel mondo apparire come un 
« esemplare del regno divino e a questo condurre » (1). Le due 
idee: quella dell’uomo gentile creante egli stesso il suo amore, 
e quella della possibile intuizione della Divinità per mezzo della 
contemplazione della bellezza terrena sono — come è evidente 
— allo stato embrionale nel Guinicelli (2): sono intravvedute, 
più che vedute, ed espresse quindi con uno stile che è più tosto 


(1) Così leggerei la tanto tormentata stanza: 

Splende in 1* intelligenza de lo oielo 
De*» creator, più eh* a* nostri occhi *1 sole; 
quella n’intende ’1 suo Fattor oltra ’1 velo. 

Lo eiel volgendo, a Lui obidir tole 

e consegue, al primero, 

del giusto Deo beato compimento. 

♦ 

Cosi adovra, a lo vero, 

la bella donna, po' che ’n li occhi splende 

de l’om gentil, talento 

che mai da lei ubidir non si disprende. 

♦ 

/ 

E interpreterei: « Splende negli angeli Dio, creatore, più fulgido che lo 

« 

splendore del sole agli occhi nostri. Gli angeli percepiscono Iddio senza alcun 
ostacolo (perchè sono puri spiriti) e, volgendo il loro cielo, ubbidiscono a Lui 
e conseguono, senza indugio (perchè non hanno velo), la perfezione e la beati¬ 
tudine divina (non si sanno staccare da Dio, e continuamente ne conseguono 
beatitudine). Così adovra (produce), a dir il vero, la donna, dopo che viene 
a splendere negli occhi dell’amante che ha il cuore gentile, un desiderio di 
giammai dipartirei da lei ». Cfr. Rossi, Op. cit., p. 29 e sg., e Parodi, Bull., 
XIII, 247. 

(2) Io credo che abbia visto giusto il Parodi, Bull., XIII, 248 e 250, 
quando ha messo in dubbio il misticismo del Guinicelli. Certo uno spirito 
ascetico trapela nelle sue rime, ma non è nè così dominante nè così efficace 
come vorrebbe il Vossler, Op. cit., p. 6£; della cui opinione, del resto, il 
Rossi fece giustizia nella cit. Op., p. 75 e anche a p. 90. Ricordo qui infine 
le parole di E. G. Parodi, l. e. : « Nella canzone del Guinicelli brilla non 
soltanto la coscienza di lui, ma quella del nuovo popolo italiano ». 


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54 


G. /.UNTA 


lirico por lVntusiasmo della nuova invenzione che lo anima, che 

per la chiara visione della verità del sentimento che lo informa. 

« 

E Guido Cavalcanti che rischiara e fissa i principi guinicel- 
liani e che la rugginosa lingua di lui trasporta a una limpida e 
vivida espressione (1). ('ertamente però la poesia del secondo 
(luido continua l'opera del primo, ripetendo la sua origine dalla 
libera ispirazione individuale e volgendo il sentimento, prodotto 
da un oggetto reale, verso i campi trascendenti del divino, ed 
esprimendo infine queste lucenti intuizioni con una forma fine 
e delicata, quale la nuova introspezione richiedeva. Tutte le 
facoltà dell’uomo sono in azione in questa multiforme e magni¬ 
fica opera. L'idea della bellezza, innata nell'intelletto di ogni 
uomo gentile, si desta sotto lo stimolo di una femminea forma, 
appresa dai sensi, e quindi, per opera dell'agente facoltà intel¬ 
lettiva, si esplica proiettando, quasi, fuori di se la idea immor¬ 
tale dell'amore e riassorbendola impressa della sensitiva par¬ 
venza esterna. E questo sentimento-idea, poi che dalla im¬ 
magine della donna soltanto la forma della bellezza ha astratto; 
rientrando dentro dello spirito e quivi ponendo sua stanza, si 
impadronisce della mente e delle facoltà tutte; e tutti gli spi¬ 
riti tremano al suo potere e tutto insieme l'essere si risolve, in 
esso solo vivendo, tal die morte ne può seguire come suprema 
estasi di amore (2). 


(1) Il lavoro più sostanzioso sul Cavalcanti è ancora quello del Salvammo, 
La poesia giovanile di G. C., Roma, 1805 ; ma assai equilibrato e acuto, 
specialmente intorno al valore estetico della sua produzione, è anche il pro¬ 
filo che ne traccia il Rossi, Op. cit., p. 55. 

(2) Questo, secondo me, è il succo della canzone Donna mi prega. L'oscu¬ 
rità cui accenna il Rossi, Op. cit., p. 94. esiste senza dubbio; ma forse si 
dilegua in gran parte quando, in luogo della pretta applicazione del concetto 
averroistico, propugnato anche dal Vossler, Op. cit., p. 80, si sostituisca un 
« vagheggiamento della immagine creata dalla fantasia », come io propongo, 
e come dovremo applicare più innanzi a più luoghi della lirica dantesca. 
Solo in questo senso credo giusta l’asser/.ione dellW/zoLiNA, Op. cit., p. 70: 
« Le novità introdotte dal C. non ebbero minor importanza di quelle intro- 
« dotte dal Guinieelli ». 


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LA LIRICA DI DANTE 


-)0 


Questo sentimento viene cosi a tramutarsi, nella concezione 
del Cavalcanti, in una pura creazione dello spirito, che s’erge 
bensì fuori dalla corporea visione, ma che da essa non ricava 
che uno stimolo alla edificazione della sua idea, la quale viene 
ad apparirgli dinanzi come un’altra cosa, distinta e diversa dal¬ 
l’oggetto esterno. 

Cosa m’avvien, quand’ i’ le son presente, 
eh’ i’ no’ lo posso a lo ’ntelletto dire : 

veder mi par de le sue labbia uscire 

» 

una si bella donna, che la mente 
comprender no’ la può, che ’mmantenente 
ne nascie un’altra di bellezza nova, 
da la qual par cli’una stella si mova 
e dica: « la salute tua è apparita ». 

Ed ecco che questa seconda forma, scevra di ogni involucro ma¬ 
teriale, naturalmente s’innalza, trasumanandosi, verso il regno 

degli spiriti puri e va a sfociare nell’oceano infinito, che rac- 

% • 

coglie in sè ogni idea di bellezza. 

E muovonsi ne l’anima sospiri 

che dicon: « Guarda, se tu costei miri, 

vedrà’ la sua vertù nel ciel salita ». 

In tal modo il Cavalcanti ha indubbiamente chiarito e perfezio¬ 
nato il soggettivismo del Guinicelli, trasformandolo in una pura 
espressione spirituale. E anche l’idea della mistica ascensione 
egli ha proposto; ma non cosi evidente e rigoroso appare nella 
sua lirica questo secondo processo, quanto il primo. Diresti quasi 
che a questo indiamento dell’amore egli fosse portato piuttosto 
da ragioni intellettuali e cerebrali, che da uno slancio del sen¬ 
timento o da una lirica esaltazione. Infatti il massimo dell’arte 
del Cavalcanti consiste nell’esprimere un vagheggiamento del¬ 
l’idea dell’amore, larvata di sensibili forme, che égli va conti¬ 
nuamente creando e della quale il suo spirito cerca di pascersi 


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56 


G. ZoNTA 


e nutrirsi (1). Ma il ciclo di I>io, ned quale soltanto potrebbe 
aver requie l’inquieto suo cuore, apparo come lontano dalla 
mente del poeta; anzi elio dalla eterea luco dell'empireo, il suo 
amore viene alla tino circonfuso dalle tetro ombre della morte. 
La luminosa idea deH'amore, come creazione pura della sua 
anima, non sale coll’anima elio la crea, fino a Lio, ma si ripiega 
su se stessa, sì elio rosta smarrita e confusa. Questo intimo la- 
vorio del suo spirito egli lo intuisce ed esprime con fini e vi¬ 
vide figurazioni; ma il tragico dissidio non prorompe o si sfoga 
per mezzo di una esplosione lirica di commozione, che può dare 
o la triste elegia del Petrarca o la convulsa maledizione del 
Leopardi; rimane invoco in una sfora incerta e sperduta, sospesa 
tra una divinità non ben sentita e raggiunta, e una idea, spoglia 
di realtà, che può accontentare lo spirito durante il lavorio 
creatore, ma che non lo può appagare alla fine (2). La morte 
quindi, cioè la distruzione decessero, è la finale soluzione di 
questo intimo procedimento: 

sol par che Morte m’aggia ’n sua balia. 


E spesso tutta questa materia non rimane concetto, ma si tra¬ 
muta in poesia, quando il sentimento intenerisce il cuore del 
poeta; ma talora la fantasia non riesce a convertire la idea spe¬ 
culativa in espressione lirica, si che ne risulta un’ibrida mistura 

t 

di immagini e di concetti. 

Ma quanta dolcezza, quanto delicato spirito anima molte delle 
sue liriche, le quali si svolgono, pur nella loro passione, come 


(1) Sebbene la mia conclusione sia alquanto diversa da quella del Salva- 
dori, pure sottoscrivo alle sue parole: « In lui questo mondo fantastico tiene 
« il posto del reale che vorrebbe rappresentare »; e ancora: « Elevò l’intuizione 
« e visione mistica dell’idea della persona amata, considerata quasi come 
« realtà ». 

(2) Concordo col giudizio del Vosslkk, La Dii'. Canon., Bari, 1913, II, 
787 : « Riflessione e sentimento stanno l’una accanto all’altro, senza pene- 
« trarsi a vicenda, ecc. ». 


« 


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LA LIK1CA DI DANTE 


57 


spire di odoroso incenso, il quale, nel momento stesso in cui 
brucia e si strugge, esala un soave profumo! (1). 

I due Guidi adunque lasciarono come nuovi e fondamentali 
valori, da un lato il concetto dell’individuo per se stesso creante, 
e dall’altro lo sforzo di produrre una forma ideale di bellezza 
e d’amore, capace di estasiare lo spirito e di rivolgerlo verso 
il divino. 

Ma anche di questo rinnovamento, come dicemmo, non tutti 
gli elementi sono nuovi e originali. Certo è originale e nuova 
la forma che diedero alle loro liriche sia il Guinicelli che il 
Cavalcanti, in quanto è l’espressione della loro individuale na- 
tura; ma essa contiene molti motivi derivanti dalle meditazioni 
e dai modelli poetici antecedenti. Intanto il « dolce stil nuovo » 
è la conclusione di idee che andarono sempre più prevalendo 
in Italia e che rappresentano, cosi il frutto della particolare na¬ 
tura spirituale degli italiani (2), come anche l’applicazione di 
concezioni mistiche, averroistiche e arabe, che esercitarono vari 
influssi sensibili sul pensiero dei due primi poeti (3). Non solo; 
ma è impossibile non ammettere che l’indirizzo ideale, perse¬ 
guito dalla lirica occitanica, sebbene di differente natura (4), non 
abbia agevolata la strada alla nuova figurazione mistica. Quanto 


(1) Sull’arte del C., oltre il Rossi, Op. cit-., p. 58, cfr. anche Parodi, in 
Bull., VI, p. 2. 

(2) Cfr. questo Giornale, 70, 303. 

(3) Vedi specialmente Sàlvadori, Op. cit., p. 13 e sg. 

(4) Con questo non intendo affatto di avvicinarmi alle affermazioni del 
W’echsbler, Op. cit., 70, ma soltanto di ammettere che l’amore cavalleresco, 
per ciò che era di natura ideale, agevolò il trapasso alla concezione mistica, 
più che non avrebbe fatto un indirizzo realistico. E infatti nella stessa Pro¬ 
venza, poi che si affermò, dopo la Crociata, una nuova concezione ascetica, 
anche la poesia trobadorica venne ad assumere, specialmente per opera di 
Bernart de Montanhagol e di Guiraut Riquier < il dottore >, un carattere 
più trascendente, che si assomiglia in qualche partea quello del ‘dolce stile’ 
(cfr. De Lollis, Op. cit., p. 17, e- Savi-Lopez in questo Giornale, 46j 81); 
il quale però ha spiriti e forme differenti. Cfr. Bazzi, Op. cit., p. 986, e 
Gorra, Op. cit., pp. 173 e 178. 


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58 


r.. /onta 


alla forma poi — sebbene, ronfio credo, la poesia popolare debba 
aver avuto uninfluenza maggiore anche di quello che ordina¬ 
riamente si pensi (I), — pure è evidente che la raffinatezza gene¬ 
rale della lingua e le squisito espressioni della poesia trobadorica 
non poterono non esercitare una qualche azione di raffinamento 
del gusto e della lingua sugli autori italiani: ed è perciò che 
spesso il tuo orecchio sente tinnire suoni e parole, che ti.ricon¬ 
ducono nella mente tocchi della lira occitanica. Ma si badi che. 
mentre questa influenza talvolta è di giovamento, quando, cioè, 
insinua degli elementi lirici che erano già sgorgati da una ve¬ 
race ispirazione, troppo spesso però nuoce al nuovo stile, e dà 
rimmagine come di una incrostazione vecchia, come di vecchia 
materia che i nuovi poeti non sapevano spiccicare dalle loro 
mani. Poiché insomma quello che è certo è questo, che nella 
nuova poesia italiana quello che è veramente vivo e lirico non 
è quello che è provenzale, ma proprio quello che non è. Alcuni 
degli antichi valori si trovano, senza dubbio, nella novella scuola, 
ma essi appaiono come rifusi dentro il crogiuolo della nuova 
forma , che è il frutto di una individuale creazione, come quella 
che « a quel modo che ditta dentro, va significando » (2). 

E la nuova forma infatti è tale che si distingue da tutte le 


(1) Già il Cian propose acutamente tale questione: Op. cit., pp. 21 e 46. 
Cfr. anche Goiira, Delle origini della poesia popolare, Torino, 1895, e 
D’Ancona, La poesia popolare in Italia, Livorno, 1916, p. 30, e Savi-Lopkz, 
Op. cit., p. 45. 

(2) Colui che più chiaramente ebbe a significare questa idea fu E. G. Paroiu, 
nella recensione al Dolce stile di V. Rossi, che aveva già proposto tale concetto 
a p. 89, nel Bull. Soc. dant., p. 245 : « che il fenomeno artistico sia nuovo e 
« originale come fenomeno artistico, non c’è da discutere, poiché non s’importa 
« e non si trasmette la forma, come non si trasmette l’individualità, mentre 
* è invece continua l’importazione e l’esportazione di concetti sociali, morali, 
« dottrinali ». Resta con ciò ben definito anche il mio concetto di « rinno- 
« vamento », non di evoluzione, come voleva il Savi-Lopkz, Op. cit., p. 17 
(sebbene anch’esso ammettesse che « il fondo filosofico non poteva dare la 
« ragione artistica dello stil nuovo », p. 13); e non di svolgimento dalla 
poesia provenzale, come proponeva il I)k Lotus, Op. cit., p. 19. Cfr. la giusta 
riaffermazione del Cian in questo Giornale, 60, 188, n. 2. 


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LA LIRICA DI DANTE 


59 


altre, siano esse provenzali, siciliane o toscane; poiché ha ca¬ 
ratteri tali che fanno esclamar subito a chi legge: « Queste sono 
« espressioni del ‘ dolce stile ’ ». E una forma fresca e vivace, 
come sgorgante da una polla di popolare canzone ; una vaporo¬ 
sità e una delicatezza di espressione, che è il frutto di un 
raffinato ed aristocratico sentimento; delle immagini scelte fra 

le più elevate e intellettive; un connubio delle intuizioni indi- 

* • 

viduali con delle mistiche elevazioni spirituali; un rendere per 
mezzo di immagini visibili i fatti psicologici più sottili e sfug¬ 
genti all’ordinaria osservazione ; un sentimento della natura che 
traspare solo come una forma luminosa, ma puramente esor¬ 
nativa, delle interiori operazioni dell’anima; e finalmente, e spe¬ 
cialmente, una musicalità, un’armonia tenue e delicata, che ri¬ 
veste dentro di una espressione melodica piana e soave, ma non 
tale che non la veli un’aura di tristezza, tutti i pensieri del 
poeta, pur anche l’angoscia, il dolore, la morte; questi sono i 
caratteri essenziali, onde il « dolce stil nuovo » improntò e ri- 

é 

splasmò la nuova lirica espressione dell’italica letteratura (I). 


(1) I negativi sarebbero quelli di intellettualità, di voluto formalismo, di 
esagerato rattinamento, di cristallizzazione in alcuni schemi fissi, che costi¬ 
tuirono per gli epigoni la maniera di tale poesia. E per quello che riguarda 
questa parte negativa ha ragione il Croce, La poesia di Dante, Bari, 1921, 
p. 84; il quale però non ha rilevato nè la parte positiva nè lo spirito rin¬ 
novatore del * dolce stile ’, al punto da essersi fermato ancora alle idee del 
Vossler della Die philosophischen Grundlagen. Gli è che il Croce ha voluto 
vedere il dolce stile sotto un aspetto astratto, cioè come una scuola (cfr. del 
resto Gorra, Op. cit., p. 179), quindi come una riprovevole esercitazione, 
mancante di « intrinseca virtù poetica » ; come se tutti i rinnovamenti, com¬ 
preso quello crociano, non siano fatalmente destinati, per opera degli epigoni, 
a trasformarsi in maniera, cioè in scuola, e ad esaurirsi e perire dentro dei 
soliti giri di frasi o di immagini. Certo, Dante, sebbene non sia stato, come 
vedremo, quello * scolaro fedele » che il Croce ci rappresenta, tuttavia in¬ 
formò parte delle sue liriche prime ai caratteri essenziali, che il Cavalcanti 
aveva già fermati nella sua poesia, però spesso appunto « se ne allontana 
« nel fatto, ora facendo altra cosa dal programma accettato e professato, ora 
« rispettandolo solo nell’esteriore e in determinazioni secondarie ». 


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60 


C,. /.ONTA 


* 






* 


E i caratteri del « dolce stile » ebbero tale influenza sulla 
lirica di Dante, del primo periodo artistico principalmente, che 
talora le sue rime vengono scambiate o confuse con quelle di 
altri suoi compagni d'arte. La 'maniera, senza dubbio, talora 
prende la mano al giovane poeta,-voglioso di cimentarsi nel- 
Farringo lirico, ma in ogni tempo però della sua poetica attività 
l'uomo di genio si rivela così in versi o in strofe particolari, 
come in intere composizioni, che balzano fuori da un ciclo di 
rime-come un picco fuor da una catena di monti. Inoltre fin da 
principio Dante imprime nei suoi versi, di qualsivoglia natura 
essi siano, un suo sigillo, un suono, un modo ritmico particolare, 
che si va sempre più. determinando e distendendo fino a divenir 
atto a creare la smisurata onda armonica della Commedia. 

E tale processo di maturazione della mente poetica di Dante 
passa per alcune fasi, che si possono raccogliere in tre gruppi 
cronologici, che corrispondono anche a tre variazioni spirituali 
del poeta: a) il periodo giovanile; che comprende le rime per 
le donne dello ‘schermo’ e per Beatrice; — b) il periodo di 
transizione e di crisi; nel quale si possono includere le poesie 
per la « donna gentile », le prime canzoni dottrinali, i sonetti 
tenzonati con Forese Donati e le liriche per la «pargoletta»; 
— e) il periodo dell’esilio, durante il quale, oltre alle rime varie 
di amore e di corrispondenza, a me sembra opportuno di inclu¬ 
dere le rime per la donna * Pietra ’ e le finali composizioni al- 

t 

legoriche. 

Il primo periodo, quello della giovinezza, è tutto illuminato 
dalla luce di Beatrice, che nella Vita Nuova (1) viene alla fine 


(1) È inutile ch’io dichiari che faccio una distinzione precisa tra le liriche 
e la prosa della Vita Nuova e che all’espressione di quelle soltanto mi attengo. 
Il testo è quello che per l’ediz. della fc>oc. dant. ha curato il Barbi, il quale con 
gentilezza grande mi ha dato il modo di esemplare su di esso le mie bozze. 


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LA LIlilCA DI DANTE 


61 


ad assumere un carattere trascendente e ad incoronarsi di un’au¬ 
reola angelica (1), si che, già maturo d’anni, il poeta, riguardando 
alla sua vita, potrà esclamare: 

Io sono stato con Amore insieme 
da la circulazion del sol mia nona,, 
e so com’egli affrena e come sprona 
e come sotto lui si ride e geme. 

Infatti il poeta racconta che, novenne, la sua mente fu percossa 

daH’amore per una fanciulla rosso vestita, ricinta la vita, coi 

* 

capelli disciolti; e che nove anni di poi un nuovo tremore lo 
invase nel rivedere «la. mirabile donna, vestita di colore bian- 
« chissimo »; soggiunge inoltre che questa, cioè Beatrice, fu 
l’unico vero e solo amore della sua vita giovanile (2). È proprio 
corrispondente tutto alla verità quello che Dante asserisce? Non 
sembra davvero. Si può, tutt’al più, ammettere che realmente 
egli vedesse, ancor giovane, questa madonna e che provasse per 
lei quel palpito misterioso che è l’attimo fuggente del primo 
aprirsi del cuore, il quale fa sussultare e tremare le più riposte 
fibre degli uomini tutti (3). Ma certamente Dante per molti anni 


(1) Le discussioni intorno a questa povera Beatrice furono e sono intermi¬ 
nabili. Dopo gli studi del D’Ancona, La Vita Nuova, Pisa, 1884, Beatrice, 
Pisa, 1889, e Scritti danteschi, Firenze, 1913, la questione sembrava, se non 
risolta, almeno accomodata verso una realtà idealizzata. Ma V. Zappia, nei 
suoi Studi sulla V. N. Della questione di Beatrice,. Poma, 1904, tornò a 
sostenere la irrealtà di B. Il Croce, Op. cit., p. 35, la propose, seguendo il 
Vosslek, La Dio. Comm., Il, p. 813, nel suo aspetto legittimo: « Se B. sia 
« una costruzione artificiosa, un’escogitazione intellettuale e fredda, o non 
< abbia calore e realtà poetica > ; ma non la risolse, ' perchè alle liime di I). 
diede soltanto una occhiata frettolosa, per rivolgere la sua attenzione piut¬ 
tosto alla Commedia. 

(2) V. N., II e III e XII: « Tosto fu vostro e mai non s’è smagato ». 

(3) A non distruggere del tutto il racconto dantesco, come propende a fare 
il Barbi, Bull., XI, 4, sono spinto dal fatto che è del tutto inverosimile che 
un amore incominci proprio quando finisce, e che il negato saluto, dal quale 
incomincia la lotta spirituale di D. deve pur avere avuto un qualche pre¬ 
ce lente. 


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62 


C,. /.ONTA 


e mesi, fino cioè alla sua giovinezza matura, non senti il bisogno 
di scrivere un verso solo per Beatrice, mentre molti invece ne 
compose e mise insieme per altre donne, che invano (1) nella 
Vita Suora egli vuol far passare per « schermi » del suo unico 
amore. Quello che è sicuro è questo che, se anche Dante ebbe 
veramente a sentire il primo moto (Tumore per Beatrice, però 
tosto altri fantasmi amorosi vennero ad annebbiare, anzi a so¬ 
vrapporsi a quell’aft'etto iniziale, si che queste) venne a manife¬ 
starsi compiutamente solo più tardi, dopo, cioè, che il poeta ebbe 
cantato e goduto delTamore di altre donne. 

K due dolci nomi suonano nelle prime liriche di Dante, che 
un coro di rosei nimbi circonfonde e ravvolge: 


Se io sarò là dove sia 
Fioretta mia bella [a sentire], 
alior dirò la donna mia 
che port’ in testa i miei sospira. 


«Fioretta» era adunque il nome della prima donna amata? (2). 
Oppure è questo un aenhafl Certo è che tale amore, come con- 
fessa Dante stesso, durò « alquanti anni e mesi ». e che egli com¬ 
pose « per lei corte cosette per rima ». Quali siano queste non 
ci è dato di poter certamente asserire. 

Il primo sonetto della l 'ita Suora «A ciascun'alma presa e 
« gentil coro », che il poeta attribuisce ad una visione riguar¬ 
dante Beatrice — qualunque siasi quella « madonna involta in 


(1) Cfr. anche Flamini, Le opere minori di ])., Livorno, 1910, p. 12, e 
Zinoarelli, Dante. Yallardi, p. 10O. Si può quindi ragionevolmente pensare 
che D. abbia preso a prestito una consuetudine trobadorica per giustificare 
i suoi amori. Cfr. Colaurosso, Giornale, 30, 450. Sullo schermo cfr. D’As- 
cosa, V. jV.. p. 44 ; Scherillo, Alcuni capitoli della bioyr. di D., Torino, 
1896, p. 269, e gli esempi raccolti dal Melodia, La 1”. N., Milano, 1911, p. 48. 

(2) Barbi, Rime, li, lvi. Che Fioretta deva essere la prima donna amata 
da D:, e non Violetta, come ordinariamente si crede, lo dimostra la ballata 
Madonna, quel signor : « del soave Hore Che di novo colore, ecc. » e inoltre 
i versi 18-21 della ballata Per una ghirlandata, che quindi deve essere la 
prima. 


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LA LIRICA DI DANTE 


63 


« un drappo dormendo » — non può essere considerato altro che 
come un componimento « composto a freddo per fare una sottile 
« questione ai rimatori del tempo » (1). È infatti questo uno degli 
sterminati esempi di proposta per una « questione d’amore », la 
quale poteva avere per argomentò o un dilemma erotico o un 
racconto novellistico o una narrazione fantastica. E che fosse 
proprio una « questione d’amore » da risolvere, lo dimostra il 
fatto che molti trovatori risposero dando il loro giudizio e la 

soluzione del dubbio, e che la risposta poteva essere varia a se- 

♦ 

conda della sottigliezza dei dissertatori.. Dante infatti dice che 
« lo verace giudicio del detto sogno non fu veduto allora per 
« alcuno » appunto perchè, come tutte le « questioni » di tal 
genere, tali proposte non avevano una soluzione predisposta, ma 
anzi nella incertezza stessa del giudizio consisteva la loro par¬ 
ticolare attrattiva (2). Piuttosto è curioso davvero che la vita 
lirica di Dante si apra con un sogno, che può davvero apparire 
come la più appropriata figurazione simbolica del mistico viaggio 
del poeta, che dalla terra doveva salire fino al cielo sulle ali 
deiramore. 

E su questo esempio, dopo di aver risposto con uno sguaiato 
sonetto, Dante da Maiano foggiò, a sua volta, una burlesca pro¬ 
posta di questione d’amore-indovinello, rivolgendola a diversi 
rimatori : 

Provedi, saggio, ad està visione, 
c per mercè ne trai vera sentenza ; 

% 

(1) Cfr. Barbi, Bull., XI, 3. E ben lungi dal vero quindi ciò che scrive il 
Vosslkk, D. C., II, p. 783. Sono rimasto a lungo dubbioso se questo sonetto 
sia da considerarsi scritto nel 1283, o da trasportarsi al ritorno di D. a Fi¬ 
renze, tanto è diverso lo stile, onde è composto, da quello delle prime rime. 
Ma mi confortò a porlo in questo luogo la considerazione che i poeti che 
risposero al sonetto, dovevano ben sapere l’anno in cui era uscito; come I). 
avrebbe potuto quindi falsare un fatto noto? Del resto questo dubbio lo 
manifesta anche il Barbi, Bull., XI, 6. Intorno alle innumerevoli questioni 
suscitate da questa visione, vedi Melodia, V. N., p. 38 e sg. 

i'I) Cfr. St'iiERii.LO, Ale. cap., p. 222. Intorno a queste « questioni d'amore», 
alla loro voga e alla forma che ebbero, vedi i miei saggi in Stilili uinlicruli, 
111. pp. 49 e 603. 


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64 


G. /.ONTA 


% 


e che è una miscela di motivi noti di casistica amorosa (t). 
Dante rispose al bizzarro sonetto: 

vitando aver con voi quistione 
com so rispondo a le parole ornate (2). 


E fu forse questa benigna risposta che indusse il Maianese a 



propone un ‘dubbio’ non nuovo: «qual è il maggior duolo in 
« Amore ? »: 


E chero a voi col meo oanto più saggio 
che ini deggiate il dol maggio d’Amore 
qual’è, per vostra scienza, nominare. 


Dante, dopo una serie di versi rugginosi e artificiosi, risponde 
asserendo che 


Certanamente a mia coscienza pare, 
Chi non è amato, s’elli è amadore, 
che ’n cor porti dolor senza paraggio. 


E su questo argomento continuano i due poeti a infilare dei so¬ 
netti tenzonati, che sono pieni di scorie, di rime strane, di ar¬ 
tifizi — certamente voluti — di tutto insomma, tranne che d’arte. 
Basti questo esempio a rime equivoche del nostro Dante: 

Non canoscendo, amico, vostro nomo, 
donde che mova chi con meco parla, 
conosco ben eh’è scienza di gran nomo, 


(1) Barbi, Rime, II, xxxix. La «ghirlanda», la «camicia», la «morta» 
sono ferrivecchi della casistica amorosa dei * giochi partiti ’. Cfr. il partimeli 
di G. Faidit e compagni (Rajna, Una questione d'amore , nella Raccolta 
dedic. al D'Ancona, Firenze, 1901, 553), e il caso dei tre cavalieri e della 


% 

camicia in Giacomo di Baisieux (Scheler, Trourères belgcs, Bruxelles, 1876, 
vv. 384 sg.). 

(2) Barbi, Rime, II, xl. 

(3) Barbi, Rime, II, xli-xlvii. Vedi l’eccellente studio di Fl. Pellegrini, 
La tenzone del Duol d'Amore tra D. A. e Dante da Majano, nel Bull., 
XXIV, p. 160, e quello di V. Crescini, I sonetti■ del Duol d'Amore,' nel 
BuTl., XXV, p. 78. 




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LA LIRICA DI DANTE 


65 


sì che di quanti saccio nessun par l’à; 
che si pò ben canoscere d’un orno, 
ragionando, se ha senno, che ben par là. 

Ma un posteriore sonetto, in risposta ad un’ altra ‘ questione 
‘ d’amore ’ dello stesso Maianese : « che ’nverso Amor non vai 
« forza ned arte », è scritto con sciolta franchezza, e il finale 
consiglio di assoggettarsi di buon grado ad Amore, tradisce una 
certa perizia, sebbene ancora iniziale. Ad ogni modo queste rime 
sono un esempio di brutta imitazione di motivi e di forme della 
lirica toscana e guittoniana. 

A questo stesso periodo mi sembra che sia da attribuire anche 
una serie di rime,che si potrebbero chiamare «della lontananza », 
le quali formano un gruppetto che, appunto perchè composto con 
stile ruvido e impacciato, può essere convenientemente ascritto 
a questo tempo. 

È curioso, del resto, questo primo nucleo di poesie, perchè da 
una parte ci dimostra nel giovinetto poeta il desiderio, anzi 

r 

quasi il bisogno, di cantare, e dall’altra ci lascia intravvedere 
un suo continuo sforzo per rompere la scorza rude e sgraziata, 
e per uscir fuori ad esprimere compitamente e finemente i suoi 
sentimenti. 

Partitosi adunque il poeta da Firenze, e giunto ad una città, 
che è certamente Bologna (i), il pensiero della donna lasciata 
lontana, nel dolce paese, lo punge; e perciò scrive ad un suo 
amico Lippo, forse Pasci dei Bardi (2), una letterina in versi, 
nella quale fa parlare lo stesso « sonetto », che si presenta con 


(1) Sull’andata di D. a Bologna, vedi Zingarelli, Dante , p. 111. Inoltre 

» 

cfr. C. Ricci, Dante allo studio di Bologna, Nuova Antologia, XXXIII, 
p. 315. Veramente nessuna testimonianza sicura rimane. Cfr. Livi, D. e i suoi 
primi studi, ecc., Bòlogna, 1918, p. 3. 

(2) Barbi, Rime, xlviii e xlix e questo Giornale, 2, 341. Intorno a 
questi due componimenti, discordi sono le assegnazioni. 11 Bertacchi, Le rime 
di Dante da Majano, XVI e lo Scherillo, Ale. cap„ 126, lo assegnano a 
Dante da Majano, seguiti dallo Zingarelli, Dante, 710. Io, che dapprima 
avevo pensato che ' la « pulcella * fosse il sonetto Deh, ragioniamo, ora ho 

Giornale ttor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n* 19*21). •"> 


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66 


G. /.ONTA 


una bella riverenza al cospetto dell’amico, per guidargli una 
« pulcella nuda » : 

che ven di dietro a me si vergognosa, 

ch’a torno gir non osa, 

perch’ella non ha vesta in che si chiuda. 


Si noti l’evidenza di quest’immagine graziosa. Il servizio che 
Dante richiede all'amico è quello di farla rivestire di note mu¬ 
sicali. e quindi, bene acconcia di melodici suoni, di divulgarla 
« si che sia conosciuda » Segue l’epistola amorosa in versi, che 
è tutta disposta sopra la trama d’un ossequioso complimento, 
che il poeta, con aria un po’ impacciata e con una finale pero¬ 
razione un po' languida, umilia ai piedi della sua madonna: 


Lo ineo servente core 
vi raccomandi Amor, [che] vi l’ha dato, 
e Merzè d’altro lato 
di me vi rechi alcuna rimembranza. 


« Amore vi raccomandi il mio cuore, che è vostro, sì che ab- 
« biute qualche pietosa memoria di me — timidamente insinua 

« il poeta. — Non sono ancora giunto che già la speranza del 

♦ 

«ritorno mi sorride»: 


mi tien già confortato 
di ritornar la mia dolce speranza! 


« E la dimora lungi da voi sarà breve, egli continua, perchè la 
«mente si volge sempre con desiderio verso di voi»: 


I)eo, quanto fie poca addimoranza, 
secondo il mio parvente ! 
che mi volge sovente 

la mente per mirar vostra sembianza. 


corretto l’errore e credo che rassegnazione del Barbi sia sicura. Il cominciare 
con un settenario (Zikgakklli, Dante, 359) dimostra che Lo meo servente 
è assai giovanile. ’ 


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LA LIRICA DI DANTE 


67 


Nient’altro che una letterina amorosa è questa, come si vede, 
la quale termina anche colla sua brava chiusa secondo la for¬ 
mula ordinaria: 

per che, ne lo meo gire e addiraorando, 
gentil mia donna, a voi mi raccomando. 


E alla stessa donna sembra indirizzata anche una canzone (1), 
che ha qualche rassomiglianza nelle idee e nella situazione col 
sonetto testé riferito, perché anch’essa ha un carattere, direi 
quasi, epistolare, ed é scritta coll’evidente scopo di provocare 
una risposta: 

La dispietata niente, che pur mira 
di retro al tempo che se n’è andato, 
da l’un de’ lati mi combatte il core; 
e ’1 disio amoroso, che mi tira 
ver lo dolce paese c’ho lasciato, 
d'altra part’è con la forza d’Amore. 


Il poeta è combattuto da due sentimenti: dalla memoria del pas¬ 
sato e dalla tristezza del presente, che lo tira a desiderare di 
essere vicino alla donna che ha lasciato nel dolce paese. Perciò 
egli prega l’amata di volergli inviare i suoi saluti: 


piacciavi di mandar vostra salute, 
che sia conforto de la sua vertute. 


Dopo questa introduzione scolastica, dove sente di Dante sol¬ 
tanto quella « dispietata mente » e quel verso soave: « ver lo 


i l ) Barbi, Rime, II, l. Anche lo Zixgakelli, Dante, p. 112, la assegna 
a questo periodo. E. Ciafakdini, Tra gli amori e le rime di D., Napoli, 1919, 
p. 19, seguendo il Lamma, Questioni dantesche, Bologna, 1902, crede che 
questa canzone sia del tempo dell’esilio e si colleglli colla ‘ montanina ’. Giu¬ 
stamente il Corbellini in questo Giornale, 77, 55, rileva invece in essa 
« alcunché d’impacciato e di convenzionale », si che opina si debba collocare 
tra le oliere « relativamente giovanili ». Per me non ho alcun dubbio che 
sia del periodo bolognese. 


# 

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68 


G. ZONTA 


« dolce paese c’ho lasciato », il poeta continua più baldanzosa¬ 
mente : 

piacciavi, donna mia, non venir meno 
a questo punto al cor che tanto v'ama. 


E questo franco accento di sincerità si rinnova ad ogni principio 
di strofa: 


Se dir voleste, dolce mia speranza, 
di dare indugio a quel ch’io vi domando, 
sacciate che l’attender io non posso;' 
ch’i’ sono al fine de la mia possanza. 


E ancora: 

E voi pur sete quella eh’ io più amo, 
e che far mi potete maggior dono, 
e ’n cui la mia speranza più riposa. 


E finalmente: 


Dunque vostra salute ornai si mova, 
e vegna dentro al cor, che lei aspetta, 
gentil madonna, come avete inteso. 


C’è deH’ingenuità graziosa in questi versi, e l’ospressione è 
più qua più là efficace e propria, perchè mossa da un vero sen¬ 
timento ; ma il resto delle stanze è quasi sempre duro e artifi¬ 
cioso, come se il poeta si sentisse intricato dentro il lungo vi¬ 
luppo delle strofe e stentasse a sbrogliarsi e a condurre fino al 
fondo di esse il discorso poetico. Compaiono inoltre in questa 
canzone le saette e l’Amore della vecchia scuola, e quelle forme 
di esaltazione, alla foggia provenzale, che erano proprie della 
poesia toscana. 

Questi stessi difetti di rudezza e di stento si notano anche in 
un sonetto di argomento non amoroso (1), ch’egli scrisse du- 


(1) Barbi, Rime, II, li. Oltre il Carducci, Delie rime di D., Opere, Vili, 
Bologna, 1893, cfr. C. Ricci, Pagine dantesche, Città di Castello, 1913, p. 43, 
e Fl. Pellegrini, Di ìin sonetto sopra la torre Garisenda, Bologna. 1890; 


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LA MItlOA DI DANTE 


69 


rante il suo soggiorno a Bologna, dove gli amici gli fecero, al¬ 
meno per una volta, lasciar da banda Fioretta. Era forse uno 
scherzo agli studenti novellini quello che veniva fatto propo¬ 
nendo loro di giudicare quale delle due principali torri della 
piazza fosse la maggiore. Dante, come gli altri, non capi guar¬ 
dando, quello che avrebbe dovuto capire « a ragion senza ve- 
« duta », e venne gabbato. Gli occhi miei (mal lor prenda !), dopo 
di aver guardato con tutte le cure ki Garisenda, non riuscirono 
a conoscer quella « ch’è la maggior de la qual si favelli » ; perciò 

10 non voglio più far la pace con essi ; nè potrebbero far degna 
ammenda che acciecandosi, chè per loro colpa « dolenti Son li 
« miei spirti per lo lor fallire »; 

e dico ben, se ’1 voler non mi muta, 
ch’eo stesso li uecidrò que’ scanoscenti. 

Questo sonetto ha un suono tale che sembra scritto per venir 
letto in una brigata festevole, forse in quella cui doveva collo 
scotto pagare il suo fallo. Certo la chiusa esagerata e la forma 
concettistica fanno pensare piuttosto a una lettura burlesca, che 
a un componimento di indole artistica; quale invece vorrebbe 
essere l’altro sonetto (1) Deh ragioniamo , che io penso sia pure 
da ascrivere al ciclo bolognese: 

Deli, ragioniamo insieme un poco, Amore, 
e tra’mi d’ira, che mi fa pensare. 

11 pensiero della donna amata insegue il poeta nel suo viaggio, 


ma più specialmente Fr. Filippini, lì sonetto dì D. sulle due torri, in Ar¬ 
chiginnasio, X, 1915, e Bull., XXII, 269. Recentemente ritornò sull’argo- 
mento E. Lovàrini, Il sonetto per la Garisenda, Bologna, 1920, sostenendo 
la tesi del Carducci. Ma cfr. Barbi, Studi danteschi, III, p. 155; e inoltre 
la nota di V. Cian nella Gazzetta del Popolo (13 febbraio 1921); e questo 
Giorn., 77, p. 145. 

(1) Barbi, Rime, II, lx, lo pone un po’ più giù, io sarei inclinato ad 
a>segnargli questo posto, anche per la irregolarità della rima. Vedi Zinoa- 
kclli, Dante, p. 862. 


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70 


C. /ONTA 


ed et;li lascia che la fantasia lo guidi, e prega che gli 
(li lei: 



certo il viario ne parrà minore 
prendendo un cosi dolze tranquillare. 


Come è gioioso il ritorno dicendo sempre della donna amata! — 
Ma perchè tu, o Amore, — chiede il poeta — vieni a tenermi 
compagnia? Dimmi la causa del tuo continuo inseguimento, dilla, 
che io disgombrerò la mente per sentir le tue parole! — 


chò la mia mente il mio penser dipone, 
cotal desio de l’ascoltar mi vene. 


Graziosa è quest’ultima figurazione, ma nel complesso però questo 
sonetto non si stacca gran che dagli altri che abbiamo finora 
esaminati. 

Le rime di questo periodo iniziale hanno un valore soprattutto 
storico, come quelle che ci dimostrano i primi tentativi poetici 
di Dante. 'Non è chi non veda e non senta in esse l’influsso con¬ 
tinuo della poesia toscana, anzi guittoniana. 

Se non ce lo dicessero le parole greggio disseminate dovunque, 
la forma spesso ispida e contorta e la mancanza di squisitezza, 
ce ne darebbe una sicura attestazione l'uso del commiato alla 
fine della canzone, le rime equivoche e la forma del sonetto 
rinterzato (1). In verità però c’è una qualche differenza tra le 
rime dei Toscani guittoneggianti e quelle di Dante. Oltre ad una 
saldezza maggiore di composizione e a una speciale armonia, 
onde senti spesso risuonare anche queste liriche, abbiamo già 
notato dei guizzi che indicano un’anima poetica. Il giovane non 
aveva ancora trovata la sua strada, ma già sentiva il bisogno 
di esprimere, per mezzo di figurazioni artistiche, i sentimenti che 
andavano pungendo il suo cuore, e che derivavano da una so¬ 
vrabbondanza di fantasia e di sensibilità. 

« 


(lj Vedi Bertoni, Il Duecento, Vallanti, pp. 89 e 271. 



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LA URICA DI DANTE 


71 


E questa è la ragione per cui tutti questi versi hanno un ca¬ 
rattere, direi quasi realistico, sono scevri di qualsiasi accenno 

mistico o ideale e lasciano soltanto sfuggire talora le ingenue 

% 

voci del cuore. 

Ma il poeta ritorna a Firenze ; nel « dolce paese » dove già 
trillavano, come rondini per il cielo sereno, i sonetti soavi e le 
ballate melodiose, e Primavera e Lagia e Mandetta rappresen¬ 
tavano dolci fantasmi e sogni d’amore. Il soggettivismo e la mu¬ 
sicalità, caratteri essenziali, come vedemmo, della rinnovata 
espressione lirica informavano già le « nuove rime ». Le noiose 
imitazioni, le situazioni sempre eguali, la disarmonia e la roz¬ 
zezza, che irrigidivano i legnosi versi di guittoniani, tutti intenti 
a trastullarsi in bisticci puerili, in goffi concettismi e in ogni 
sorta di rime equivoche e difficili, stavano svanendo dinanzi ai 
nuovi raggi luminosi. La diretta espressione di fini e delicati 
stati d’animo s’era sposata colla musica, sì che melodiosi suoni 
rivestivano colla loro vocale armonia le fulgenti immagini amo¬ 
rose. Guido Cavalcanti aveva tolto la gloria della lingua al primo 
Guido, e con lui Lapo Gianni e Gianni Alfani spandevano i 
loro versi (i), che erano canori come gorgheggi di rosignuoli. 
L’« amistà » che Dante dichiara di aver avuto col Cavalcanti e 
i continui richiami affettuosi a lui e alla loro amicizia, i versi 
inoltre che si scambiarono a vicenda, ci danno la sicura prova 
che ben presto una stretta corrispondenza di affetto legò i due 
poeti. E le liriche di Guido dovettero essere come una rivela¬ 
zione per l’anima di Dante, che sotto l’afflato delle nuove intui¬ 
zioni si rinnovò, e ritrovò una nuova sua via. Il principio della 
libera ispirazione lo confortò a dischiudere la sua anima, e a 
concedersi liberamente ai voli della sua esuberante fantasia ; le 
vivide e musicali espressioni lo portarono a togliere le rozze 
incrostazioni alle sue rime e ad esprimere i suoi sentimenti con 


(1) Intorno a queste relazioni tra D. e i vari poeti del ‘ dolce stile oltre 
Zi.voarelli, Dante, p. 101, e Vosslkr, La Die. Conivi., II, p. 781 e ss?., 
vedi Barbi, Un sonetto e una ballata <l'Amore , Firenze, 1897, Staili, p. 110. 


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72 


0. ZONTA 


fine grazia e delicata virtù. Ed ecco la ballata — connubio del 
fine spirito pensoso colla fresca forma del popolo — esce a far 
la prima mostra di sò nell’opera lirica di Dante e a esalare il 
suo soave profumo. 


Per una ghirlandetta 
oh’ io vidi, mi farà 

4 

sospirare ogni fiore. 

I' vidi a voi, donna, portare 
ghirlandetta di fior gentile, 
e sovr’a lei vidi volare 
un angiolel d’amore umile; 
e *n suo cantar sottile 
dicea: « Chi mi vedrà 
lauderà ’1 mio signore ». 

Se io sarò là dove sia 
Fioretta mia bella [a sentire], 
allor dirò la donna mia 
che port’ in testa i miei sospire. 
Ma, per crescer desire, 
mia donna verrà 
coronata da Amore. 

Le parolette mie novelle, 
che di fiori fatto han ballata, 
per leggiadria ci hanno tolt’elle 
una vesta ch’altrui fu data; 
però siate pregata, 
qual uom la canterà, 
che li facciate onore. 


Fresco come quello di una poesia popolare è lo spunto di questa 
ballata (1); è come un alito di amore che accarezza la fantasia, 
così come la leggiadra vista della donna, coronata di fiori, ac¬ 
cende la mente del poeta. Ma l’influsso del Cavalcanti e degli 


(1) Barbi, Rime, II, lvi, e dello stesso, Alla ricerca del vero Dante, in 
Marzocco, 1910. Del resto D. stesso al v. 20-21 riconosce la sua imitazione. 





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LA LIRICA DI DANTE 


73 


amici suoi, come Dante stesso confessa, è manifesto. L’orecchio, 
attraverso i versi di Dante, sente l’armonia di quest’altri ad 
esempio : 

Fresca rosa novella, 
piacente primavera. 


Solo che le immagini di Guido sono più mature, più solide, pur 
apparendo circonfuse di un serico velo fluttuante; queste di 
Dante sono più giovanili e quindi più vaporose e leggere, più 
« gracili » (i). Mentre infatti le prime movenze della ballata sono 
leggiadre con sfumature soavi di fantasia, e quindi di forma, la 
fine è invece un po’ confusa e manchevole. Ma quanta dolcezza 
in questi versi delicati! La donna incoronata di una ghirlan- 
detta di fiori, un angiolel d’amore che vola sopra di essa, can¬ 
tando la sua beatitudine, mentr’essa, fiore tra i fiori, siede umile 
in tanta gloria, è una scena di grande vivacità e finezza, che ci 
dice quale sovrabbondanza di fantasia dimostrasse Dante fin 
dagli inizi del suo canto e con quanta sveltezza assimilasse gli 
spiriti della nuova poesia fiorentina. Egli ormai lasciava libero 
sfogo alla sua fantasia, che navigava per il mare dei sogni e 
degli incanti. 

m 

Un mare infinito, un vascello incantato, tre poeti e tre donne 

amate compongono la nuova scena amorosa. La nave corre senza 

« 

impedimento sopra le onde azzurre senza burrasca ; e gli amanti 
son tutti lieti per la comunione della loro gioia, sì che in essi 
di stare insieme va crescendo il desio. Le tre donne gentili guar¬ 
dano ai loro poeti e con essi parlano dolcemente d’amore ; e la 
nave corre senza impedimento sopra le onde azzurre senza bur¬ 
rasca, e naviga lontano verso il porto dei sogni. 

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io 
fossimo presi per incantamento 
e messi in un vasel, eh’ad ogni vento 
per mare andasse al voler vostro e mio; 


(1) L’aggettivo è del Carducci, Op.cit., e viene ripetuto anche dallo Zix- 
oakki.li, Il Cam., p. 155. 


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G. ZOXTA 


sì che fortuna od altro tempo rio 
non ci potesse dare impedimento, 
anzi, vivendo sempre in un talento, 
di stare insieme crescesse ’l disio. 

E monna Vanna e monna Lagia poi 
con quella eh 1 2 è sul numer de le trenta 
con noi ponesse il buono incantatore: 
e quivi ragionar sempre d’amore, 
e ciascuna di lor fosse contenta, 
sì come i’ credo che saremmo noi (1). 

E questa la prima figurazione artistica completa che Dante abbia 

« 

composto. Sia la concezione complessiva, che i particolari tutti 
della visione sono l’immagine immediata di uno stato d’animo 
veramente lirico, risultante cioè da un connubio del sentimento 
colla fantasia. Non solo, ma questo sonetto, a rime perfette, 
sebbene risenta anch’esso del « dolce stile », pure ha una sua 
particolare originalità, in quanto è tutto soffuso da uno spirito 
che direi « romantico ». In esso non appare infatti il poeta in¬ 
tento a fissare una sua illusione dentro di una poetica realtà? 
È il desiderio illusivo che si trasmuta in lirica essenza vivente 
e che trama col suo sospiro delicato questa fine tela di sogno. 

Ma la donna gentile, che Dante aveva, per anni e mesi, can- 

» 

tata ed amata, che pur in « una pistola sotto forma di serven- 
« tese » aveva glorificato fra « sessanta le più belle donne de 
« la cittade » concedendole il posto d’onore « sul numer de le 
« trenta » (2), la dolce Fioretta « convenne che si partisse de la 


(1) Barbi, Rime, II, lii. Questo sonetto ha una letteratura; a noi basta 
rimandare al commento del Carducci, Op. cit., p. 21, ad alcuni curiosi riac- 
costamenti dello Scherillo, F. N., p. 19, e al Barbi, Studi sul Canzoniere 
di Dante, Firenze, 1915, p. 110 per il testo. Ricorda che anche il Caval¬ 
canti aveva figurato « adorni legni in mar forti correnti ». Vedi anche Zin- 
garelli, Dante, p. 102. Questo sonetto mi ha sempre fatto venir in mente 
i romanzi brettoni. Che sia stato scritto da D. dopo la lettura di uno di 
questi? 

(2) F. N., VI, e D’Ancona, F. X., p. 45, e Melodia, F. ìV., p. 53. 


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LA LIRICA DI DANTE 


75 


« sopradetta cittade e andasse in paese molto lontano » (1). Il 

pensiero del poeta rimane sbigottito e dolorante: essa se ne andava 

portandosi dietro il suo cuore. E l’anima dugosciata si lamenta 

% 

si che solo le parole di Geremia, molli di pianto, gli sembrano 
appropriate alla sua pena: 

0 voi che per la via d’Amor passate, 
attendete e guardate 

s’elli è dolore alcun, quanto ’1 mio, grave; 

.e prego sol ch’audir mi sofferiate, 
e poi immaginate 

s’io son d’ogni tormento ostale e chiave. 


Questo principio, che è tolto dai libri sacri, ma che risente anche 

♦ 

dei modi del Cavalcanti (2), è espresso con vivacità, e così i versi 
seguenti, che vogliono rappresentare lo stato d’animo del poeta 
« leggiadro », cioè raggiante di gioia per l’amore che lo posse¬ 
deva; ma migliori sono le due terzine: 

Or ho perduta tutta mia baldanza, 
che si movea d’amoroso tesoro. 

« 

E l’appassionata espressione di un sentimento tenero ed intenso, 
che nasce dal contrasto acerbo tra la gioia antica e la tristezza 
presente, mentre nello sfondo una donna piangendo si diparte: 
una donna ch’era « un amoroso tesoro ». E il poeta si rimane 
struggendosi di dolore, mentre nel viso doveva mostrare alle¬ 
grezza, 

di fuor mostro allegranza, • 
e dentro da lo core struggo e ploro. 


Ma però, se la forma tenta di elevarsi e di rendersi più intensa 
e più calda, pure senti dentro ancora un certo stridore, special- 
mente nelle rime, e un certo sforzo. 


(1) V. N., VII. 

(2) Vedi, ad es., il sonetto: Voi, che per (jli orchi. Circa la relazione di 
questo sonetto doppio con Beatrice, vedi la inasta osservazione del Flamini, 
V. iV„ pp. 15 e 19. 


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76 


<;. /onta 


Questi difetti si notano anche nei due sonetti seguenti (1); i 
quali sono più tosto due esercitazioni, che due espressioni di 
sentimento. L’inizio del primo: 


Piangete, amanti, poi che piange Amore, 
udendo «piai camion lui fa plorare. 


è franco e vivace, ma i rimanenti versi racchiudono una serie 
di concetti. È degna di nota soltanto la tendenza del poeta, che 
qui dapprima si manifesta, di rendere plasticamente una scena: 
ecco infatti come immagina Amore: 

ch’io ’1 vidi lamentare in forma vera 
sovra la morta imagine avvenente; 
e riguardava ver lo ciel sovente. 

Ma concetti e torte rime travagliano ancor più l’altro sonetto, 
pieno di invettive comuni contro la morte (2). Morte villana, 
di pietà nemica: dove il tentativo del giovane poeta a voler 
rendere un certo suo sentimento di forza e di potenza, degenera 
poi nello sforzo ; come, ad esempio, nel verso « lo tuo fallar 
« d’onni torto tortoso », che ricorda le rime equivoche della 
scuola toscana. La fine però risente delle forme del secondo 
Guido (il) e preannunzia le rime della laude: 

. Chi non merta salute 

non speri mai d'aver sua compagnia. 

Lunga e profonda era stata la passione per questa donna, ma 
in cuore giovanile l’amore è come una piccola ferita che il tempo 
presto rimargina. Infatti il poeta si deve partire « de la sopra- 
« detta cittade ed ire verso quelle parti dov’era la gentile donna 
« ch’era stata sua difesa, avvegna che non tanto fosse lontano 


(1) V.X., Vili. 

(2) C'fr. Melodia, V. X., p. <54, e Schkrillo, V. X., p. 88. 

(3) Cavalcasti, Avete 'n coi li fiori', in questo sonetto è svolto lo stesso 
concett j. 


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LA LIRICA DI DANTE 


77 


« lo termine de lo suo andare, quanto ella era ». Per la strada, 
sebbene circondato dalla compagnia di molti cavalieri, il giovane 
cavalca lungo il « fiume bello e corrente e chiarissimo », pen¬ 
sando già ad un’altra donna, che certamente l’avea colpito prima 
della partenza (1). Lungo la via infatti gli si presenta Amore 
disbigottito e pensoso. Egli viene per ritornargli il cuore , che 
Fioretta, partendo, aveva recato seco e per confortarlo all’amore 
verso un’altra donna bella e cortese, ch’egli già ben conosceva (2): 

Cavalcando l’altr’ier per un cammino, 
pensoso de l’andar che mi sgradia, 
trovai Amore in mezzo de la via 
in abito leggier di peregrino. 

Come più fresca e vivace è questa figurazione che le altre che 
rappresentano il solito dio maestoso colle consuete frecce! Il 
poeta viene isgranchendo il suo stile e rappresentando le sue 
immagini con figurazioni lucenti, se pur non nuove del tutto (3) : 

e sospirando pensoso venia, 

per non veder la gente, a capo chino. 

Egli è triste, poiché è doloroso il dire addio all’amore, dopo di 

# 

aver tanto amato. Ma nel punto istesso della mestizia, Amore 
si trasforma rientrando nel petto del poeta e sostituendovi un 
altro affetto: 


Allora presi di lui si gran parte, 
cintili disparve, e non m’accorsi come. 

Cosi fu che Dante passò ad amare un’altra donna, e con mag¬ 
giore intensità che la prima. 


(1) Dante veramente nella V. X., IX, dice che si allontanava tristemente 
da Firenze per amore di Beatrice. Ma vedi Flamini, V. X., pp. 19 c 20. 

(2) V. N., IX. Sul significato del verso « in abito leggier di peregrino », 
vedi Barbi, Studi danteschi, voi. II, p. 105. 

« 

(3) Cfr. Melodia, V. X., p. 73. 


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78 


G. ZOSTA 


S'inizia questa relazione con una ballata Madonna , quel signor 
che voi portale (1), che è una vera e propria 1 2 * 4 dichiarazione 
d'amore’: «Madonna, Amore che portate negli occhi, mi dà si- 
« curezza che voi sarete pietosa verso di me; però che dove è 
« grande bellezza, ivi è anche tutta bontà. Perciò io conforto la 
« mia speranza, la quale sarebbe perduta se Amore non le desse 
« valore 


cun la sua vista c con la rimembranza 

del dolce loco e del soave fiore 

che di novo colore 

cerchiò la mente mia. 

merzè di vostra grande cortesia ». 


Il « soave fiore », che di novo colore cerchia la mente del poeta, 
è la viola, poiché la nuova madonna si chiama « Violetta » : il 
cuore, avido di amore, è passato da un fiore ad un altro. E la 
nuova passione prorompe tosto in un lirico canto, che sogna ed 
esalta (2): 

Deh, Violetta, che in ombra (l'Amore 
negli occhi miei si subito apparisti, 
aggi pietà del cor che tu feristi, 
che spera in te e disiando more. 

Tutta d’un getto è questa ripresa, esplosione spontanea di un 
cuore che ama ; si che le forme, pur viete, si colorano di nuova 
vita sotto l’èmpito dell’affetto e si tramutano in una calda espres¬ 
sione poetica. E il nome soave dell’amata viene ripetuto ancora 


(1) Barbi, Rime , II, lvii. Cfr. Barri, Bull.. XI, 33. 

(2) Barbi, Rime, II, lviii. Intorno a questa poesia che diede luogo a 
tante discussioni, vedi A. Zkkatti, Violetta e Scocchetto, Catania, 1899, e 

Barbi, Studi, p. 523. Il Grandiient, The Ladies of Dante's Lyrics, Cam¬ 
bridge 1917, che io conosco soltanto attraverso la recensione del Torraca 
in questo Giornale, 75, p. 272, ne ha fatto l’oggetto di una lettura. Non 

mi pare che il Ciafardini, Op. cit., p. 9, abbia colto nel segno circa il ca¬ 
rattere di questa poesia; meglio il suo recensore: Giornale, 77, p. 56. 



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LA LIRICA DI DANTE 


79 


dal poeta, quasi che gli produca un vivo godimento il ridire il 
dolce suono, che ricorda il viso soave: 

Tu, Violetta, in forma più che umana, 
foco mettesti dentro in la mia mente 
col tuo piacer ch’io vidi: 

Con che nota precisa è colto l’attimo del consenso ! « Tu hai 
« provato piacere, ed io l’ho visto, sì che il cuore s’è acceso 
« fieramente ». E ancora insiste in questa corrispondenza da 
parte della donna dalla quale implora salute: 

Poi con atto di spirito cocente 
creasti speme, che in parte mi sana 
là dove tu mi ridi. 


Qui è sorpreso e. fissato con gioiosa baldanza il guizzo fuggevole 
della gioia di Violetta: essa ha sorriso! E nel cuore di lui è 
entrata francamente la speranza. 

Deh, non guardare perchè a lei mi fidi, 
ma drizza gli occhi al gran disio che m’arde, 
chè mille donne già per esser tarde 
sentiron pena de l’altrui dolore. 

4 

Meno intensa è la fine: «a te non basti ch’io m’affidi soltanto 

* 

« alla speranza, ma concedimi pur il tuo amore, sì che sia sazio 

« il gran disio che m’arde ; e ciò ti gioverà di fare, poi che molte 

« donne già si pentirono di aver tardi accordato il loro cuore ». 

Un’armonia soave, una vaporosa visione, come di sogno, gover- 

% 

nata da un dolce nome, che ricorda un aulente fiore e un pal¬ 
lido colore, investono e informano questa ballata tutta. Così an¬ 
cora la mente del giovine si perde tra fantasimi dolci e sogni 
d'amore (1). 


(1) Il Barbi, Rime, II, ux e i.xii, assegna a 
inetti: Volgete li occhi a-veder chi mi tira e 
co' suoi vincastri. In verità sono due composizioni 
quali, se mai, servirebbero a dimostrare l’inizio 


questo periodo altri due 
Covi piò ri fere Amor 
intricate e artificiose, le 
in I). della tendenza alle 


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80 


G. ZONTA 


Ma da questo cielo eccelso sembra che il poeta discendesse 
a poco a poco giù verso terra. Certo doveva essere soddisfatto 
delle sue cose amorose, se ripeteva ad un amico che Amore 

sol può tutt’allegrezza dare 
e suoi serventi meritare a punto (1). 

Ad ogni modo il negato saluto di Beatrice e la implicita con¬ 
fessione dello stesso Dante ci dicono- in maniera sicura ch’egli 
in questo tempo dovette darsi a una vita alquanto spensierata, 
dedita ai piaceri del mondo e dell’amore, non certo del tutto 
ideale. Perciò potrebbe benissimo acconciarsi a questo suo stato 
d’animo il sonetto « Sonar brace betti » (2), poi che in questo egli 
appare tutto affaccendato nelle occupazioni della caccia e dei 
giovanili passatempi. 

Sonar bracchetti, e cacciatori aizzare, 
lepri levare, ed isgridar le genti, 
e di guinzagli uscir veltri correnti, 
per belle piagge volgere e imboccare 
assai credo che deggia dilettare 
libero core e van d’intendimenti! 

La descrizione della « battuta » e dell’affaccendato movimento 
dei cani e dei cacciatori è viva e colorita; quel verso « e di 
« guinzagli uscir veltri correnti » ha un suono del tutto dantesco ; 
e l’uscita « libero cove e van d’intendimenti » è una fresca rap¬ 
presentazione del giovane tutto intento al suo maschio esercizio, 


espressioni aspre, alle rime forti e ai verbi intensamente metaforici. Solo la 
seconda parte del primo sonetto ha una mossa graziosa e notevole. Amore 

pingevi una donna si gentile, 

che tutto mio valore a’ piè le corre; 

e fammi udire una voce sottile 

che dice: « Dunque vuo’ tu per neente 

a li occhi tuoi sì bella donna torre? » 

(1) Barbi, Rime, II, lvii. 

(2) Barbi, Rime , IT, lxi. Anche il Barbi pone il sonetto in questo luogo 
e la sua autorità mi dà conforto. Cfr. anche Zixuarelli, Dante, p. 94. 



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LA UBICA DI DANTE 


81 


sgombro da ogni pensiero. Ma ecco che fra la gioia della caccia 
s’insinua nella mente del poeta un pensiero che lo sorprènde: 
l’amore. E la figura della donna amata gli si presenta dinanzi, 
si che spontaneo ne risulta il confronto tra le gioie della caccia 

m 

e quelle dell’amore. Non era gioia maggiore forse quella che gli 
procurava la bellezza di una donna gentile? Il gaio sembiante 
di Violetta adunque non era più attraente che il selvaggio pia¬ 
cere della caccia? 

Ed io, fra gli amorosi pensamenti, 
d’uno sono schernito in tale affare. 

E dicemi esto motto per usanza : 

« Or ecco leggiadria di gentil core, 
per una sì selvaggia dilettanza 
lasciar le donne e lor gaia sembianza ! » 

Cosi si conchiude il primo periodo della lirica dantesca, la quale, 
partitasi dalla imitazione delle rime di tipo guittoniano che do¬ 
minavano allora in Firenze, attraverso l’influenza dell’opera ca- 
valcantesca, giunge finalmente a crearsi una espressione poetica 
propria, che ha come suoi caratteri specifici una tenue e delicata 
armonia e una figurazione vaporosa e sfamata dei sentimenti che 
agitavano il suo spirito. In queste rime però manca ogni idea di 
trascendenza e ogni intuizione del divino attraverso i fatti reali; 
qui la realtà, benché avvolta fra serici veli, è sempre dominante, 
ed è essa che ispira e' determina le varie espressioni liriche, 
le quali sono bensì foggiate sulle forme del « dolce stile », ma 
hanno però una loro particolare e ben distinta figura. 


Ma a questo punto la mente di Dante subisce un improvviso 
mutamento. « Dico che in poco tempo la (Violetta) feci mia 
« difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini 
« de la cortesia ; onde molte fiate mi pensava duramente. E per 
« questa cagione, cioè di questa soverchievole voce che parca 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 19-il). 6 



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82 


G. ZONTA 


« che m’infamasse viziosamente, quella gentilissima, passando 
« per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare » (1). Che . 
era avvenuto? Si badi che fin qui di Beatrice il poeta non ha 
fatto che un solo fuggevole cenno, come adunque ora improvvi¬ 
samente entra nel campo spirituale del poeta questa donna con 

* 

si grande potenza da scardinare il suo cuore e da annidarsi in 
esso per tutta la vita ? Come mai questo amore incomincia proprio 
quando finisce? 

Dante, come vedemmo, aveva probabilmente avuto da Beatrice 
la prima impressione d’amore, e per essa aveva sentito il primo 
palpito del suo cuore giovanile. Orbene, questo sentimento — 
come egli afferma — non lo aveva lasciato, anzi lo pungeva, 
quando gli si presentava dinanzi la persona della donna amata, 
la quale, sia colla vista sia col saluto, produceva in lui quel tre¬ 
more e quello smarrimento appunto che i giovani tutti provano 
(quando l’infamia del vizio non li abbia corrotti dalla puerizia) 
verso la donna che primamente amano davvero. « E quando 
« questa gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal 
« mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, 
« ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo 
« mio corpo, lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, 
« molte volte si movea come cosa grave inanimata » (2). Ma però 
questo sentimento ingenuo e naturale, era stato «obumbrato», 
per dirla col poeta, da altri amori v che i piaceri della vita gio¬ 
vanile e le soddisfazioni dei sensi avevano alimentato e favorito. 
Che la pratica amorosa con Violetta fosse di natura sensuale (3), 
o che almeno dalla gente venisse cosi considerata, lo dice il 


(1) V. N., X. Vedi D’Ancona, V. X., p. 50: « Dante era trascorso troppo 
oltre, ecc. ». 

(2) Esempi di provenzali furono riferiti a iosa, sia di tremore che di smar¬ 
rimento; ma giustamente il Bazzi, Op. cit., p. 088, oppose al Wechssi.er, 
Op. cit., che queste sono espressioni di effetti ordinari e naturali. Cfr. anche 
CiOKRA, Op. cit., p. 179. 

(3) Intorno alla sensualità di I)., vedi le giuste osservazioni del Yosslkr, 
li. C., II, p. 817. 


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LA LI ItiCA DI DANTE 


83 


poeta stesso : « la voce parea m'infamasse viziosamente ». 
Ora Beatrice, che — come pare — doveva aver intuito l’amore 
di Dante, e forse con mente benigna (i), poi che s’accorse che 
il poeta non solo le preferiva un’altra, ma che con essa si com¬ 
portava in modo da essere infamato per la città, sdegnata, gli 
tolse il saluto. 

Dante, a questo inaspettato avvenimento, è giunto da tanto 
dolore che, « partito me da le genti, — com’egli dice — in so- 
« linga parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime » (2). 
In lui da una parte viene a crollare la sicurezza ch’egli aveva 
riposta nella donna ch’egli vagheggiava come il suo ideale amo¬ 
roso; dall’altra viene ad acquistare il sospetto che Beatrice 
avesse avuto una qualche benevolenza per lui, e questo proprio 
nel momento in cui essa lo avvolgeva nel suo disdegno. Il con¬ 
trasto fra questi sentimenti fa sì che il negato saluto della donna 
rinfocoli in lui l’antica fiamma, che si ravviva e risuscita tra¬ 
mutandosi in ardente amore. Poi che Beatrice aveva bevuto 

♦ 

« alla fontana dell'odio », egli beveva a larghi sorsi « alla fon- 
« tana dell’amore » (3). Kd ora davvero l’anima del poeta, che 
s’era perduta dietro a false apparenze di bene, è in tempesta, 
poi che vede ciò che ha perduto e dubita di poterlo giammai 
riacquistare. Beatrice ora, « come amor vuol », viene a colo- 


w 

(1) Che B. avesse dimostrato una qualche simpatia — come si direbbe 
oggi — per lui, D. non lo dice mai espressamente. Ma mi sembra necessario 
ammettere una qualche benignità da parte di B. Se no, infatti, perchè ella 
avrebbe dovuto adontarsi tanto dell'amore del poeta per Violetta? Inoltre si 
badi clic nella canzone E' m 'incresce, D. asserisce che gli occhi di B. « piani. 
« soavi e dolci ver me si levaro »; non solo, ma aggiunge ch’essi avevano 
l’espressione di chi dice: « Noi porteremo pace al tuo cuore » e questo avve¬ 
niva « alcuna volta ». E soggiunge finalmente che B., quando si accorse 
ch’egli era ben tutto innamorato « con le insegne d’amor diede la volta », 
che vorrà ben dire ch’essa mutò mente, cioè da benigna divenne crudele. 
Del resto, come vedremo, vi sono qua e là altri accenni velati a questa cor¬ 
rispondenza di B. 

(•J) V. X., XII. 

(.’{) Questo mi sembra il solo processo possibile, perchè possa un amore 
incominciare proprio quando finisce. 


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O. ZONTA 


rarsi nella sua mente come la ragione tutta della sua vita, anzi 
come la sua stessa vita (1). Senza di lei, che gli è rimasto? 
In questo stato d’animo che oscilla tra la disperazione di per¬ 
dere la sua fonte di felicità e la speranza di poterla in qualche 
modo riacquistare, egli tenta di ottenere il perdono e la pace 
dalla donna amata (2). 

Ballata, i’ vói che tu ritrovi Amore, 
e con lui vade a madonna davante, 
sì che la scusa mia, la qual tu caute, 
ragioni poi con lei lo mio segnore. 

« Presentati a lei, che è adirata con me, e con dolce suono dille: 
« — Madonna, colui che vi ama vi prega di por mente alle 
«ragioni ch’egli vuole esporvi. Egli è tutto smarrito: vi ama, 
« dunque, come vi amò sempre ; che vale se ha guardato altra 
« donna, quando il suo cuore è sempre stato vostro ? Ed è stato, 
« nell’intima sua vita, fin dal primo giorno, tutto vostro davvero: 

tosto fu vostro, e mai non s’è smagato. 

« Fate adunque che Amore mi rechi il vostro perdono e che il 
« rasserenato vostro sembiante mi apporti la pace — : 

e s’ella per tuo prego li perdona, 

fa’ che li annunzi un bel sembiante pace ». 


(1) Incomincia qui quel lavorìo di edificazione dell’immagine della donna 
amata, ch’egli poi doveva — in certa maniera — sostituire all’originale e 
amare come creazione luminosa del suo spirito. Egli inizia questo processo 
colla stessa trasformazione che avviene nel suo sogno del Purg., XIX, 10. 
Non che B. sia da paragonarsi colla < donna balba », ma la trascolorazione 
dell’oggetto amato avviene anche qui « come amor vuol », cioè a seconda del 
desiderio e del bisogno fantastico del poeta. 

(2) V. N., XII. Il Barbi, Bull., XI, 5, sarebbe propenso a crederla scritta 
da D. più tardi durante la composizione prosastica della V. A’. In verità a 
me sembra ciò piuttosto possibile che verisimile. Nè il giudizio severo intorno 
al valore estetico di questa ballata dato dal Casini, La V. X., Firenze, 1890, 
io condivido del tutto: c’è sì della durezza e qualche forma arcaica, e perciò 
anche non mi sento portato ad accostarmi alla ipotesi del Barbi, ma nel 



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LA URICA DI DANTK 


85 


K questa acuta incertezza tra la speranza e il timore gli spreme 
dal cuore dei versi contorti e spezzati, ma pieni di un’accorata 
ambascia : 

Tutti li miei penser parlan (l'Amore (lì, 

« ma il mio cuore è tirato ora a maledirlo ora a lodarlo : ora 
•« spero ora piango, solamente tutti i miei spiriti s’accordano nel 
« chiedere pietà ‘ tremando di paura che è nel core ’ ». 

Ond'io non so da qual matera prenda; 
e vorrei dire, e non so ch’io mi dica: 
così mi trovo in amorosa erranza ! 

» 

« 

E i nuovi tristi pensieri vengono espressi dal poeta in una forma 
che incomincia a staccarsi dalla leggera graziosità delle ante¬ 
riori liriche; e la forza e la maturità della immagine fantastica 
specialmente incominciano ad affermarsi nelle due canzoni del 
rimpianto. 

Nella prima il poeta si lamenta esponendo la grama sua con¬ 
dizione spirituale: 

Lo doloroso Amor che mi conduce 
a fin di morte (2), 

incomincia a produrre in lui un sentimento nuovo: Fimraagine 
<lella morte gli appare ora dinanzi, non come la materia di un 
complimento alla foggia provenzale o come una macchia pitto¬ 
rica di chiaroscuro nella luminosità delle ballate, ma bensi come 


complesso mi sembra garbata e vivace, e corrispondente sopra tutto al suo 
scopo, che era quello di dimostrare la continuità dell’amore del poeta e di 
implorare la pace. 

* 

(1) V. N., XIII. Per le varie interpretazioni cui dettero luogo parecchi 
passi di questo souetto, cfr. Melodia, V. X., p. 97. 

(2) Barbi, Rime, II, lxviii, pone questa canz. dopo E' m'iticrcsce. A me 
sembra più opportuno porla prima per il valore e l’intensità minore del 
componimento, e anche perchè questa, che, secondo me, sarebbe la seconda, 
incomincia colle mosse stesse della prima: Im rìispieUda mente. Circa la scena 
dell'oltretomba cfr. Barbi, Bull., IV, 8 e X, 98. 


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/ONTA 


un sentimento sincero di desiderio, e una forma di risoluzione 
del processo amoroso. L'idea profonda di Guido Cavalcanti inco¬ 
mincia a penetrare per entro della mente commossa e ad allun¬ 
gare sue radici : dopo il sereno nitore della forma, neiranima 
di Dante incominciano ad insinuarsi anche le idee dell’amico, 
che ora egli intuisce, appunto perchè si trova in una condizione 
d'animo propizia ad accoglierle (t). Il valore della morte non ha 
però in lui l’intensità che ha in Guido: c’è ancora del sovrap¬ 
posto e del fittizio : 


E ’l viver mio (ornai esser de’ poco) 
fin alla morte mia sospira e dice: 

« Per quella moro c’ha nome Beatrice ». 


Ma il suono del dolce nome riaccende l’amore e rinnova il senso 

della sua passione : 

» 

E de la doglia diverrò sì magro 
de la persona, e ’l viso tanto afflitto, 
che qual mi vederà n’avrà pavento. 


Ma il pensiero della morte, che è dominante, ritorna e lo ri¬ 
prende : « l’anima se ne gira trista, ma, poi che ’l corpo sarà 
« consumato, si presenterà dinanzi al Creatore col suo insepara- 
« bile amore; e qualora essa venga giudicata degna di pena per il 
« vaneggiare ch’ella fece in questo amore che l'ha distrutta, non 
« ne paventerà; che la dolce immagine della donna, per la quale 
« è morta, rimanendo sempre fissa in lei, le impedirà di sentire 
« nella sua estasi ogni tormento e martirio ». 

Morte, che fai piacere a questa donna, 
per pietà innanzi che tu mi dis(c)igli, 
va da lei, fatti dire 
perchè m’avvien che la luce di quigli 
che mi fan tristo, mi sia cosi tolta. 


(1) Infatti sinora nella poesia di D. non appare l’influenza del Cavalcanti 
che nella parte formale, e musicale — oserei dire — della lirica. Da questo 
punto invece incominciano a manifestarsi nell’opera di D. anche le idee che 
informavano la poesia dei due Gnidi. 


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LA LIRICA DI DANTE 


87 


Con un ultimo grido alla morte, associato con una suprema in¬ 
vocazione all’amore, si chiude questa canzone desolata. È note¬ 
vole in questo componimento, che però più qua più là ha delle 
espressioni un po’ torbide e confuse e qualche forma greggia e 
slegata, quella scena nell’oltre tomba, che richiama alla mente, 
in parte, quella del Guinicelli. Questa di Dante è, senza dubbio, 
meno viva e drammatica di quella del Bolognese, ma, in com¬ 
penso, è più tosto evidente in essa il tentativo di allargare la 
figurazione e di riprodurre un vero e proprio modo di vi/a 
dell’anima dopo la morte. È ancora il primo germe questo, che 
vedremo di poi sempre maggiormente svolgersi e crescere fino 
alla intuizione di tutta la esistenza ultraterrena (1). 

Ma un sentimento ancor più intenso e serrato domina la se¬ 
conda canzone del rimpianto. Questa rappresenta la piena dei 
sentimenti che agitano il cuore dell’amante abbandonato: l’incer¬ 
tezza, la speranza, il grido dell’amore e i lusingatori ricordi del 
passato si succedono e si snodano nelle strofe accorate e ango¬ 
sciose. Tutta la sua vita d’amore egli ritesse dinanzi alla mente 

♦ 

della donna amata, accomunandola colla vita di lei ; e grida alla 
fine « chiamando misericordia a la donna de la cortesia, e di- 
« cendo : — Amore, aiuta lo tuo fedele ». Dapprima il poeta 
esprime affannosamente il suo stato (2) : 

» 

E’ m’incresce di me sì duramente, 
ch’altrettanto di doglia 
mi reca la pietà quanto ’1 martiro, 
lasso ! 

(1) Intorno a questa canz. cfr. Barbi, Bull., IV, 9; X, 98; XVII, ‘250. 

(2) Barbi, Rime, II, lxvii; il quale considera questa canz. giustamente 
una delle più importanti come quella che « napa tutta la storia di B. dal dì 
€ ch’ella nacque al periodo doloroso che troviamo rappresentato nei §§ XIII-XVI 
« della Vita Nuova, ecc. », Bull., XI, p. 5. L’attribuire che fa il Santi, Il 
Canzoniere di 1). A., Roma, 1907, II, 121, questa canz. alla donna gentile, 
non mi sembra felice davvero. Cfr. Ciapardini, Op.cit., e questo Giorn., 77,55. 
Il verso « lo giorno che costei nel mondo venne » non può voler dire altro 
che « nel dì che costei nacque » ; ed è l’espressione della fatale influenza 
ch’essa doveva esercitare sulla sua vita, sì che egli per un mrracoloi-o feno¬ 
meno di telepatia ne sentì persino la nascita, sebbene fosse ancor « pargolo*. 


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G. ZONTA 


Dolorosamente sente egli il suo essere disfarsi per. quell’amore 
che ha colpito i suoi occhi, i quali aveva aperto lo stesso Amore 
colle sue mani. E il ricordo degli occhi belli lo punge : 

Oimè, quanto piani, 

soavi e dolci ver me si levalo ! 

E parea che si alzassero per apportare la gioia e la pace 

dicendo: « Nostro lume porta pace; 
noi darem pace al core, a voi diletto ». 

# 

Guerra invece e tormento e spasimo atroce hanno apportato, poi 
che, accortisi di essere amati, «con le insegne d’amor dieder la 
« volta », si che si abbuiarono e scomparveVo, 

ond’è rimasa trista 

l’anima mia che n’attendea conforto, 

e ora quasi morto 

vede lo core a cui era sposata 

e partir la convene innamorata. 

« Innamorata! » e la dolce parola d’amore gli risuona nell’anima 
come il canto del popolo, che innalza la sua voce gioiosa verso 
la donna del suo cuore : 

Innamorata se ne va piangendo 
fora di questa vita 
la sconsolata. 

La rima interna richiama ancora il suono dell’amore in questa 
stupenda figurazione, pregna di lacrime ; mentre la fantasia in¬ 
treccia e svolge nuove immagini sempre più mosse e accorate. 
Iddio accoglie l’anima triste, che sopraggiunge dopo di aver ab¬ 
bracciati spesse volte gli spiriti piangenti, cacciata fuor dal corpo 
dall’implacabile ferocia di Amore : 

e ivi si lamenta 

d’Amor, che fuor d’esto mondo la caccia, 
e spessamente abbraccia 

« 

li spiriti che piangon tuttavia 
però che perdon la lor compagnia. 


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LA LIRICA DI DANTE 


89 


E in quello che l’anima cosi parte piangendo, l'immagine della 
donna, che siede ancora nella mente, guarda e non parla; non 
le pesa lo strazio, non sente pietà per la sua sorte, anzi quasi 

è presa da una strana gioia, sì che all’anima che, partendo, pur si 

• • 

volge a riguardarla, grida sdegnosamente: « Vanne misera, fuor, 
« vattene ornai ! » 

e alza li occhi micidiali, e grida 

\ 

sopra colei che piange il suo partire : 

« Vanne, misera, fuor, vattene ornai ! » 

Ma perchè Beatrice è così cruda ed acerba? Perchè « lieta 

« 

« par che rida » dello strazio del poeta, se questi l’ha sempre 
amata ? 

Lo giorno che costei nel mondo venne, 
secondo che si trova 
nel libro de la mente che vien meno, 
la mia persona pargola sostenne 
una passion nova, 
tal ch’io rimasi di paura pieno. 

« e io caddi in terra per una voce che nel cuore percosse ». 
« Fin dal giorno ch’ella nacque adunque un destino fatale » 
dice il poeta « ha avvinto la mia vita colla sua : cosi che 
« quando essa riapparve agli occhi miei, allora, o donne gentili, 
« ‘ a cui io ho parlato ’ » (è naturale ed efficacissimo questo bi¬ 
sogno di associare alla sua dichiarazione tutte le altre donne 
gentili), « allora * quella virtù che ha più nobilitate ’ s’accorse 
« ch’era nato il suo male e che tutta l’anima sarebbe stata as- 
« sorbita da essa, per cui morte ne sarebbe derivata. E cosi fu, 
« o donne gentili ». 

Io ho parlato a voi, giovani donne, 
che avete li occhi di bellezza ornati, 
e la mente d’amor vinta e pensosa, 
perchè raccomandati 
vi sian li detti miei ovunque sono; 
e ’nnanzi a voi perdóno 


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(;. /.ONTA 


la morto mia a quella bella cosa 

che me n’ha colpa e mai non fu pietosa. 

% 

E di una immediatezza di sentimento, di una intensità rappre¬ 
sentativa questa canzone, quale poche di Dante, (''è deutro cosi 
l’abbandono di un’anima sconsolata e il singhiozzo, come il bril¬ 
lare del pianto fra un lucido raggio di speranza. Quell’intro¬ 
durre poi le donne gentili tutte alla partecipazione del suo 
amore, è drammatico ed efficace. A fiotti la commozione dell’animo 
erompe in questi versi possenti e innamorati (1). 

Una secreta speranza riluceva neH’anima del poeta quando 
scriveva queste rime dell'abbandono : egli si illudeva forse che 
Beatrice potesse perdonargli e ritornare benigna con lui ; ma il 
gabbo toglie ogni speranza all’amante; anzi, veramente, non la 
toglie ancora del tutto, poi che l’illusione del poeta gli infinge 
una possibilità che l’intelletto gli nega. La gioia antica dell’amore, 
le sue colpe, il negato saluto, la ardente passione sopravvenuta, 
la speranza e la disperazione passano turbinando per la mente 
del poeta che rivede la sua donna dopo le amorose implorazioni. 
Ma, anzi che benigna, essa gli appare cosi come egli l’aveva 
effigiata, incurante del suo amore, indifferente alle sue suppliche, 
incredula alle sue proteste; non basta, tua ella « vie più lieta » 
non solo « par che rida », ma ride davvero colle altre donne, 
allora che il poeta alla sua vista tramortisce. Essa lo ha gab¬ 
bato... (2). 


(1) Cfr. Ziniìarblli, Il Canzoniere di Dante in Opere minori, cit., pp. 137-*. 
Il .suo giudizio estetico sulla canz. è giusto e preciso. Circa il richiamo alle 
donne gentili bellamente osserva: « Un mondo di amore e di gentilezza sente 
« l’Alighieri in questa sua Firenze; e attraverso alle rime si disegnano, come 
« i suoi beati nell’astro lunare, dolci profili ed occhi amorosi e sorrisi soavi ». 

(2) Io non credo nè che il gabbo sia qui usato come « motivo tradizionale » 
(Flamini, V. N., p. 32; il Melodia, V. iST., p. 103, ne porta molti esempi), 
ne che sia segno di crudeltà o di compatimento (Salvadoki, Op. cit., 55), 
A me sembra questo un episodio in tutto reale'. 11. sorrise al sorriso delle" 
altre donne, che avevano notato lo smarrimento di D.; e questo fatto di¬ 
mostrò al poeta, più che altro, l’indifferenza della donna amata. 


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LA LIRICA DI DANTE 


91 


O forse era stato solo per la vista di questo smarrimento elio 

essa lo aveva gabbato, non per irridere a lui e al suo amore ? 
* 

Forse! E fievole la speranza, ma il poeta la afferra, e in una 
serie di sonetti dolorosi, egli spiega alla donna il perchè del suo 
morire per lei: è il pianto di chi è persuaso già di aver per¬ 
duto l'amore, ma non sa rassegnarsi alla perdita. 


Con l’altre donne mia vista gabbate (1); 


ed egli le spiega che questo avveniva per effetto della « vista » 
di lei ; la quale discacciava tutti gli spiriti, si che Amore « solo 
« remane a veder vui ». « Eppure » continua il poeta « dopo 
« di aver messo i piedi sulla soglia della morte, non mi ram- 
« mento più dello stato doloroso in cui sono caduto, e torno a 
« venirvi a rivedere. Ma tosto che vi son presso, Amore mi grida : ' 

0 

« — Fuggi, se ’l perir t’è noia — (2), e il volto Smarrisce nel 
« suo pallido colore, e mi appoggio dovunque pósso. 


e per la ebrietà del gran tremore 
le pietre par che gridili : « Moia, moia ». 


Hello (» drammatico è questo ardimento, per cui lo smarrirsi del 
corpo viene trasportato all’anima delle pietre, si che esse stesse 
sembra che traballino sotto il peso del corpo ! « Peccato face » 
chi, vedendolo in tale stato, non ha pietà di lui ! — Poi, ritor¬ 
nato in sè, il poeta pensa alla triste sua sorte ed esclama : « Lasso! 
« avvien elli a persona ( » (3). E nella speranza che questo fe¬ 
nomeno sia temporaneo, vuol tornare a veder la donna amata 
credendosi di guarire; ma ecco che, allor che ramato aspetto gli 
si presenta dinanzi, il solito tremore e l'usato smarrimento lo 


(1) V. A r ., XIV. Cfr. sul gabbo anche Schkkillo, V. X., p. 124 sg. 

(2) V. A., XV : Ciò che m'incontra. Sulle varie interpretazioni e lezioni 
di questo sonetto cfr. Melodia, f. X., p. 1 IO, e Flamini, ì”. A'., p. :>•*>. 

( :!) I'. A'.. XVI: Spesse finte. 


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G. '/.ONTA 


riprendono ed egli arrida fuggendo: «Qui non voglio mai tor- 
« ilare !» ( I ). 

Ma poscia perdo tutte le mie prove. 


« E torno a voi continuamente, disperatamente, e amo il mio 


« morire: da lontano desidero di vedervi e da vicino mi muoio 


« alla vostra vista »: 


E tornomi colà dov’io so» vinto, 
riconfortando gli occhi paurusi, 
che sentier prima questo gran valore. 
Quando son giunto, lasso ! ed e’ son chiusi ; 
lo disio che li mena quivi è stiqto : 

Però proveggia a lo mio stato Amore! 


Lirica profonda è questa, e frutto di una sovrabbondante fan¬ 
tasia, che sa cogliere e fermare i più minuti stati dello spirito 
e rappresentarli per mezzo di immagini immediate ed evidenti, 
che si vanno componendo e svolgendo come in una figurazione 
drammatica. Ora la vaporosa finezza delle prime ballate va ce¬ 
dendo il posto a nuove intuizioni più robuste e più acute, già 
segnate da alcuni caratteri plastici e drammatici, che saranno 
peculiari alle liriche posteriori. Col « gabbo » la prima parte 
del dramma è conchiusa. Il primo amore luminoso, altre donne 
amate, il ritorno a Beatrice e l’amore nuovo e possente, la spe¬ 
ranza, la delusione, la derisione, sono i vari stadi di questa 
prima vita. Aveva sperato che le sue assicurazioni potessero im¬ 
portare un ritorno della donna all'amore ; invece silenzio! Rimane 
muto il labbro che ha riso ; e il poeta si tace tutto rinchiuso nel 
dolore. Egli pensa: capisce ormai ch’ella lo ha del tutto allon¬ 
tanato da sè, ch’ella non lo può amare com’egli ha sognato. Egli 
si moriva fantasticando, ed essa non lo poteva seguire nell’in¬ 
timo suo spasimo, poi che egli stosso glie lo celava. E lo vedono 


(1) Barbi, Rime, II, lxv : Da gli occhi de la mia donna si move. Cfr. 
anche Zingakki.u, Dante, p. 379. 


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LA LIRICA DI DANTE 


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anche le amiche di lei questo strano contrasto, si che ne inter¬ 
rogano il poeta : « A che fine arai tu questa tua donna, poi che tu 
« non puoi sostenere la sua presenza ? Dilloci, chè certo lo fine 
« di cotale amore conviene che sia novissimo ». « Madonne, » 
risponde il poeta, « lo fine del mio amore fue già lo saluto di 
« questa donna. Ma poi che le piacque di negarlo a me, lo mio 
« segnore Amore, la sua merzede, ha posto tutta la mia beati- 
« tudine in quello che non mi puote venire meno » (1). 

Ed ecco, come rosa dal bocciolo, l’amore ideale (ciò che non 
gli poteva venir meno) svolgersi naturalmente, spandendo la luce 
sua nuova. Il « miracolo » nasce in modo spontaneo : « Passando 
« per un cammino lungo lo quale sen già uno rivo chiaro molto, 
« a me giunse tanta volontade di dire, che io cominciai a pen- 
« sare lo modo ch’io tenesse. Allora dico che la mia lingua parlò 
« quasi come per se stessa mossa, e disse: Donne ch’avete in- 
« telletto d’amore » (2). 

E le stesse donne gentili ch’egli aveva chiamate come testi¬ 
moni della.sua disperata passione, ora egli richiama, affinchè 
odano la nuova glorificazione. « Udite, donne e fanciulle amo- 
« rose, qual è l’amóre che mi brucia e mi consuma. È un amore 
« così sublime che, s’io lo potessi a pieno esprimere, farei tutta 
« la gente innamorare. Ella è tale meraviglia che gli angeli 


% • 

(1) V. N., XVIII. « E un quadretto pieno di verità e di vita, ecc. » 

chiosa giustamente il Flamini, V. N., p. 39. 

(2) V. iV., XIX. Impossibile è riferire ciò che fu scritto su questa canzone. 
Si vedano le principali interpretazioni, oltre che nelle varie edizioni della 
V. JV., già citate, nel Melodia, V. N., pp. 124 e 140. Con questa canz. D. 
incomincia il suo processo di trasumanazionc e di incielamento; perciò egli 
stesso asserisce, Piirg., XXIV, 49, che da essa s’iniziano le « nuove rime ». 
Però si badi che la trasuman'azione di B. è ancora allo stadio iniziale. D. ha 

intuito sì la possibilità di amare al di fuori e al di sopra della donna reale 

# 

(come vedemmo esser avvenuto probabilmente nel Guinicelli e certamente nel 
Leopardi), ma il completo processo di questa * creazione pura dello spirito » 
si compie colla morte di B.; appunto perchè alcuni elementi di realtà riman¬ 
gono intricati pur dentro della immagine ideale. Cfr. anche Vossler, D. C„ 

p. 810. 



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C,. /.ONTA 


« in ciclo no stupiscono e la richiedono come loro gioia al 
« l'Eterno: 

Angelo clama in divino intelletto 
e dice: « Sire, nel mondo si vede 
maraviglia ne l’atto che procede 
d un anima che ’nfin quassù risplende ». 

Lo cielo, che non ave altro difetto, 
che d’aver lei, al suo Segnor la chiede, 
e ciascun santo ne grida merzede. 

Sola Pietà nostra parte difende, 

chù parla Dio, che di madonna intende: 

« Diletti miei, or sofìerite in pace 
che vostra spene sia quanto me piace 
là ov’è alcun che perder lei s’attende, 
e che dirà ne lo inferno: “0 malnati, 
io vidi la speranza de’ beati ’ » (1). 


Lo spunto (lialogico del Guinicelli qui diventa un vero dramma 
celeste; la scena si allarga: Dio, gli angeli, i santi, la terra, il 
cielo e, nel fondo, l’inferno riempiono la fantasia gravida e pen¬ 
sosa, che, turgida, sotto l’impulso del nuovo amore concepisce 
e crea la prima visione di grandezza. La idea mistica è qui che 
per la prima volta arditamente vien posta e rappresentata (2), 
e Y aspe Ito angelico del primo e Vangelo del secondo Guido qui 


(1) Dei famosi versi: « e che dirà, ecc. » accetto la interpretazione com¬ 
plessiva del Barbi, Bull., X, 99; ma qui mi sembra che questa rapida vi¬ 
sione dell’inferno sia più che altro un tocco artistico di contrasto, derivato 

da una non ben determinata e precisa intuizione di un mondo al di là, sen- 

0 

tito nel suo complesso soltanto confusamente, e non ancora percepito e veduto 
con lucida nitidezza. Da ciò anche derivano, a mio avviso, le difficoltà di 
interpretazione. 

(2) Si badi che finora D. non ha inni rappresentato il suo amore sotto 
l’aspetto mistico, come faceva invece l’amico suo Guido, e ciò dimostra quanto 
poco « esaltato „ (Vossler, D. C., Il, p. 788) egli fosse. Vero è che D. andò 
via via assimilando le forme e gli spiriti del dolce stile a seconda dei suoi 
bisogni spirituali, e non a seconda della « scuola », come vorrebbe il Croce, 
Op. cit., p. 34. 



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LA LIH1CA DI DANTE 


95 


divengono un puro spirito larvato di amore, e qui finalmente il 
poeta intuisce che la natura della Bellezza onde rifulge la donna, 
è della stessa specie che quella di Dio. La creatura amata cosi 
si stacca dalle cose terrene e, lucida e mera, diviene un puro 
spirito, e perciò irrequieto e impaziente di rivolare fra gli spi¬ 
la ti puri. Ma non perciò questa nuova donna è spoglia di ogni 
realtà. Il velo della bellezza, che è bene una realtà (« Color di 
« perle ha quasi, in forma quale Con vene a donna aver») (1), 
la tiene ancora attaccata a questa terra, donde desidera di ri- 


• • 

partire per unirsi al sommo Amore e alla somma Bellezza, della 
quale essa è una emanazione. Ecco perchè, avendo dell’umano 
e del divino insieme, tutto ciò ch’ella mira, sotto la luce degli 
occhi suoi, dai quali escono spiriti d’amore infiammati, acquista 
salute e gentilezza, e ciascuno vedendola sente in sè quello che 
vale a santificarlo, e un sentimento di pietà che gli fa dimenti¬ 
care ogni offesa. 

È questo il canto della perfetta gioia d’amore, poi che il poeta 
ha ritrovato il modo di poter compiutamente amare la sua donna 
per mezzo della ideale esaltazione. È ben questo il processo 
donde sgorgò probabilmente cosi la lucente visione del Guinicelli 
come la potente trasumanazione del Cavalcanti. 

Questo è il punto essenziale del pensiero e dell’arte di Dante. 
Egli ora ha concepito davvero il valore della concezione sog¬ 
gettivistica del Guinicelli, e perciò ora appunto sente il bisogno 
di riaffermare il concetto del suo «maestro»: 


Amore e ’1 cor gentil sono una cosa, 
sì come il saggio in suo dittare pone (2); 


(1) Preferisco la lezione del Barbi, V. X.. cit., a quella clic pur lo Schk- 
ki i.i.o, V. X., p. 154, ora torna a metter fuori. 

(2) V. X ., XX. Importante è questo sonetto, perchè ci assicura che solo 
in questo tempo D. intuì la vera essenza della teoria guinicelliana ; ma egli 
trapassò tosto il maestro perchè inserì dentro di essa il processo di astrazione 
del Cavalcanti, riferendolo però anche alla donna, per cui ne riuscì la tinaie 
creazione dantesca della figura dell'amata corrispondente al desiderio e al 
bisogno spirituale di lui. Non è che D. adunque si sia posto in una « situazione 


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96 


G. ZONTA 


ed è in questo momento ch’egli intuisce davvero come l’amore 
non sia che il risvegliarsi in atto, sotto lo stimolo della bellezza, 
di quello spirito, ch’ò in potenza dentro di ogni cuore gentile; 
poi che egli ha ora ben capito che questa creazione ideale non 
è operata nè dalla donna nè dalla grazia, ma che è un prodotto 
del suo spirito che per se stesso foggia le sue immagini e i suoi 
sentimenti. Si riattacca egli cosi al concetto del Guinicelli ; ma 
tosto sorpassa il pensiero del suo antecessore e intuisce un’altra 

figurazione più perfetta: è l’anima di lei, della donna amata, che 

• • 


« falsa » nè che sia stata la sua una « deliberata esecuzione del programma 
€ della scuola e di ciò che al fedele di essa tornava gradito e gradiva ad 
« altri e suscitava approvazioni ed entusiasmi » (Croce, Og. cit., p. 66). Perchè 
infatti non avrebbe allora usato prima di questi accorgimenti artistici? Invece 
questo fiore sbocciò fuori dalla sua anima, come da quella del Guinicelli, del 
Cavalcanti e recentemente del Leopardi, per uno spontaneo processo dello 
spirito. G ciò venne prodotto da una parte dalla sovrabbondanza della fan¬ 
tasia, che, come dissi già, porta sempre i grandi poeti a crearsi ‘ l’amore che 
non si trova’; dall’altra dall’abito alla meditazione religiosa. Non so che sia 
mai stata data importanza essenziale a questo fattore; eppure l’esercizio delle 
pratiche ascetiche e la meditazione, sia sulle verità della fede che sopra il 
proprio lavorio interno dello spirito per ricavarne i peccati da confessare e le 
virtù da seguire, i difetti da emendare e i valori da svolgere e praticare, deve 
aver avuto una influenza grandissima su queste anime dell’evo medio, le quali 
dovettero essere naturalmente portate ad applicare anche al sentimento amoroso 
quell’abito meditativo, che in loro era spontaneo e usuale. Qual meraviglia per¬ 
tanto che da tali spiriti uscisse un amore ideale e mistico; non solo, ma che 
questi spiriti intuissero una possibile creazione pura della loro anima? Che 
del resto D. avesse la perfetta coscienza di questa creazione lo dimostra, oltre 
che il suo prodotto stesso, il sogno della 4 donna b^lba ’, che è una delle più 
alte figurazioni dantesche, e inoltre l’esposizione del processo di svolgimento 
dell’amore nel XVIII del Purg. Perciò, coerentemente, al verso, « Vostra 
« apprensiva da esser verace tragge occasione, ecc. » della Volgata, il Tonaca 
volle sostituirvi quell’altro « Vostra apprensiva, da essa, verace, ecc. », notando 
che, se no, « giungeremmo a questo bel risultato, che l’animo s’innamorerebbe 
* della nozione invece che della cosa che piace ». E invece è proprio « della 
■ < nozione», cioè della idea astratta che si forma dentro della sua immagi¬ 
nativa, che l’uomo, secondo I)., s’innamora (C'fr. Busnelli, L'ordinamento ■ 
morale del Purg. in Civiltà cattolica, 1907). Questo fatto notò già anche 
il Rossi, Op. cit., p. 87, contro il Vossler, Die Grand., p. 79. Questo con¬ 
cetto è anche nella canz. E' m'incresce, come notò poi lo stesso Torraca in 
questo Giornale, 76, 274. 


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LA LIRICA DI DANTE 


97 


coine luculenta fiamma viene a posarsi accanto a quella del¬ 
l’uomo; poi che in Dante il desio della cosa piacente 

tanto dura talora in costui 
che fa svegliar lo spirito d’Amore. 

E.siiuil face in donna omo valente. 


Sono in tal modo due gli esseri,*ne’ quali l’Amore produce il 
suo effetto meraviglioso : lo stimolato e lo stimolo stesso. È la 
proiezione di Guido Cavalcanti, che, uscendo fuori dalla chiostra 
dell’amante, rientra nell’intelletto donde è partita, non soltanto 
riassorbendo la immagine della bellezza donnesca, ma riportando 
seco anche le vibrazioni di un’altra anima che ama e che è 
anch'essa assetata di ideale corrispondenza. Diviene così la donna 
come uno specchio, nel quale il poeta rimira se stesso. E non 
importa che la donna amata, in realtà non riami. Anche il pro¬ 
cesso della mutua corrispondenza è un lavorio intimo dello spi¬ 
rito del poeta. Questi dentro la fervida fantasia ha riassorbito 
la donna colla sua bellezza e col suo amore, l’ha composta e 
configurata secondo- i desideri del suo spirito, e tiratala a se 
vicino, fattala sedere alla sua destra, come parte della sua anima, 
anzi come l’anima sua stessa, che sè in sè rimira, la esalta 


sopra ogni cosa creata : « Sede a dextris meis, donec ponam ini- 
« micos scabellum pedum tuorum ». 

Dante opera così due creazioni, prima il suo amore e poi quello 
della donna; e come Paolo e Francesca nel turbine vertiginoso 
in cui la sete dei bei corpi li ha travolti, sono cosi uniti che 
l’uno piange per l’altra, che l’una parla per l’altro; così, invece, 
nel regno luminoso dello spirito, Dante non è più egli solo 
l’amante, ma è sempre seguito dall’anima della bellezza, da cui 
è stato spiritualmente preso, la quale lo conduce poi su, a tra¬ 
verso i cieli, fino alla Divinità. 

Che importa ormai più se Beatrice non ama il giovane poeta, 
se lo « gabba » anche? Egli ormai possiede ciò che nessuno potrà 


più ritogliergli, cioè la sua creazione amorosa, la sua immauim 


ideale che egli tratta e dispone come cosa propria, e che della 


Giornale star. — Miscellanea dantesca (Sappi. n‘ 10-2 Ih 


i 




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98 


G. ZONTA 


realtà non ha più che lo stimolo iniziale e le parventi «postille» 
della bellezza. La « divina Beatrice » è già formata, e già infonde 
nell’alta fantasia il primo raggio per intuire il regno degli 

m 

spiriti, dei quali solo essa fa parte, dove Iddio, gli angeli e i 
santi, come per contrapposto i dannati, abitano e permangono 
eterni nella gloria o nel dolore. 

K la nuova figurazione ideale come si ammanta di nuove ed 
eteree formo ! Il cruccio, l’angoscia, la delusione spariscono e 
lasciano il posto a una tranquilla, gaudiosa espressione lirica, 
che vagheggia e completa il suo nuovo prodotto : 

Ne li occhi porta la mia donna Amore, 
per che si fa gentil ciò ch’ella mira; 
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira, 
e cui saluta fa tremar lo core, 
si che, bassando il viso, tutto smore, 
e d’ogni suo difetto allor sospira (1). 

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile nasce nel cuore di chi la 
sente parlare : 

Quel ch’ella par quando un poco sorride, 
non si pò dicer nè tenere a mente, 
si è novo miracolo e gentile. 

Il poeta s'incomincia a foggiare una Beatrice, piena di virtù e 
di pietà, dolce negli occhi, soave nell’aspetto, e tutta amorosa : 
il labbro, che prima ha riso di lui, ora si dischiude al sorriso 
per la gioia dell’amore : « Quel ch’ella par quando un poco sor- 
« ride ». Verso meraviglioso che sorprende e fissa l’attimo fug¬ 
gente della nuova casta letizia ! La possente fantasia incomincia 
a creare il mondo che le piace. 

Cosi quando muore il padre della donna amata, a Dante non 
importa più di rivedere le reali sembianze di lei piangente e 


(1) V. X.y XXI. Circa la coesistenza degli elementi della realtà in questa 
figurazione ideale, vedi le acute osservazioni «lei D’Ancona, V. X., p. 50: 
« Bellissimo sonetto, eec. ». 


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LA LIBICA DI DANTE 


99 


addolorata, poi che egli la ricompone colla immaginativa quale 
gli pareva che dovesse essere. E un dialogo triste egli rappresenta, 
che si svolge tra le donne gentili e il poeta : « Onde venite voi 
« che dimostrate un aspetto così triste, e gli occhi tenete bassi 
« per il dolore ? Vedeste voi nostra donna gentile ‘ bagnar nel 
« viso suo di pianto Amore ’ ? Io vi vedo sì lacrimanti e ritor- 

« tiare sì sfigurate ‘ che ’l cor mi triema di vederne tanto! ’ » (1). 

% 

Rispondono le donne : « Sei tu colui ch’hai trattato sovente di 
« nostra donna sol parlando a nui ? Altro sembiante ora è il tuo : 
« ina perchè piangi si coralmente ? Deh, lascia lagrimar sol noi 
« che ‘ nel suo pianto l’udimmo parlare ! ’ » (2). E queste stesse 
immagini ricompaiono anche in due altri sonetti, i quali però 
terminano così : il primo (3) : 

Sì m’ha in tutto Amor da sè scacciato, 

Ch’ogni suo atto mi trae a ferire. 

Guardate bene s’i’ son consumato! 

i 

K il «secondo (4) : 

Non pianger più; tu se’ già tutto sfatto. 


Espressioni queste che ci dicono che il suo amore ideale, seb¬ 
bene fisso puramente nel suo spirito, pure lasciava ancor cadere 
le sue radici pendule verso la realtà. Questo amore infatti ap¬ 
pare ancora in doppia sostanza; per quanto ideale, esso ha come 
base, eterea fin che si vuole, ma esistente, il corpo. La corri¬ 
spondenza d’amore, che il poeta ha Creato a se stesso, è sempre 

» 

una forma illusiva, ma che possiede però un fondamento di pos- 

» 

sibilità. In Beatrice palpita ancora la vita, e lo potrebbe anche 


riamare veramente. Ciò che gli finge la fantasia è ben una illu¬ 


sione! ma di cosa che può essere vera o che può avverarsi ; non 


ò secca la fonte viva della vita ! 



I ] ) I'. JV., XXII: Voi che portate in sembianza umile. 
, •> i V. X., XXII: Se' tu c’hai trattato sovente, 
i | Babbi, Rime, II, lxxi. 

(4i Babbi, Rime, II, lxxii. Dello stesso. Studi, p. 89. 


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100 


G. ZONTA 


Ma quando la donna appare come morta al poeta, ma quando 
il sole tremulo della speranza si spegne precipite, e le rosee fila 
della illusione svaniscono come nebbia, allora il poeta sente 
scardinarsi la sua anima, crollare la sua potenza spirituale e 
vacilla nei sensi e nel pensiero. L’angoscia lo stringe, un incubo 
pauroso lo atterrisce; gli spiriti vanno correndo senza saper dove, 
visi di femmine truci gli gridano: «Tutto è finito, tutto è finito! ». 
E altre donne vanno correndo scarmigliate; il sole si oscura, 
l’astro di Venere appare come piangente, precipitano gli uccelli 
che volano per l’aere: appare un uomo scolorito e fioco, che an¬ 
nunzia tragicamente: « Morta è la donna tua, ch’era si bella!» ( 1 ): 


visi di donne m’apparver crucciati, 

che mi dicean pur: « Morra’ti, morra’ti ». 

Poi vidi cose dubitose molte 
nel vano immaginare ov’io entrai; 
ed esser mi parea non so in qual loco, 
e veder donne andar per via disciolte, 
qual lagrimando e qual traendo guai, 
che di tristizia saettavan foco. 

Poi mi parve vedere a poco a poco 

turbar lo sole e apparir la stella, 

e pianger elli ed ella; 

cader li augelli volando per Pare, 

e la terra tremare ; 

ed omo apparve scolorito e fioco, 

dicendomi: « Che fai? Non sai novella? 

Morta è la donna tua, ch’era si bella ». 


Il velo di bellezza è sparito; che cosa più ora rimane? Ma 
una nuvoletta bianca s’innalza verso il cielo fra gli angeli osan¬ 
nanti. L’anima è rivolta a quel cielo che la richiedeva e che ora 


(1) V. N., XXIII. Questa canz. venne sempre considerata come la più bella 
della V. N. Vedi Carducci, Tre donne, in Opere, XVI, p. 45. Oltre i già 
citati commenti, per l’interpretazione, cfr. Barbi. Bull., X, 92, e Sciierii.i.o, 
Ale. cap., p. 351. 



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LA LIK1CA DI DANTE 


101 


conclama la sua venuta ; il corpo — il bel corpo — è rimasto 
inerte qui nel mondo, in esso resta soltanto il sigillo della grazia, 
la serenità di chi contempla già Iddio : 

Lo imaginar fallace 

mi condusse a veder madonna morta; 

e quand’io l’avea scorta, 

vedea che donne la covrian d’un velo ; 

ed avea seco umilità verace, 

che parea che dicesse: « Io sono in pace *. 


% 

E questa la prima lirica della giovinezza in cui tutto il carat¬ 
tere del poeta si manifesti : la sovrabbondanza di fantasia che 
tende sempre a creare dei mondi sconfinati, la tendenza alla 
raffigurazione plastica per cui prendono rilievo e vita i caratteri 
tutti nel loro particolare valore, la potenza incisiva della descri¬ 
zione, per cui talvolta appare come effetto di durezza di parola 
o di forma ciò che invece è il risultato di una forza prepotente 
che prova il bisogno di plasmare a sua immagine i ritmi; tutto 
ciò in questa lirica mostra il suo primo esemplare. Il gruppetto 
poi delle donne, la vivida descrizione dell’incubo, le figure apo¬ 
calittiche vaneggianti in un buio caos di morte, l’assunzione di 
Beatrice in cielo e la soave visione della donna morta, sono i 
successivi quadri che il poeta espone e rappresenta in modo 
stupendo, e che esprimono con una evidenza somma il marto- 
riante spasimo del poeta per la supposta morte di Beatrice. 

Beatrice non è morta invece, ma però questa visione agisce 
sullo spirito del poeta come un fatto reale. Dopo di essa, l’amore 
trascendente ha il sopravvento ; il reale resta una sembianza 
dolcissima, ma è morto: l’anima è ormai salita al cielo. E la 


donna ideale, già sbozzata nella prima creazione del suo spirito, 
viene ora a completarsi e a prendere tutta la sua nuova fisio- 
nomia. Essa è ancora Beatrice nella esterna forma di bellezza, 
ina nell’interno ormai yiene acquistando la vita particolare — 
reale solo nella fantasia del poeta — che questi via via le vuole 
attribuire. Ed ecco la nova creatura uscire, nel folgorante sole 


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102 


G. /OSTA 


della illusione, bella della sua bellezza reale, ma adorna di ogni 
ideale virtù, e tutta presa di struggente amore per.il suo poeta, 
uscire circonfusa di gioia e di gloria nel maggio fiorentino. 
Accanto ad essa incede soavemente la Primavera di Guido Ca¬ 
valcanti : entrambe trasvolano — visione ideale — per il prato 
dei sogni, cinte di un'aureola d’amore : 

Io vidi monna Vanna, e monna Bice 
venir inver lo loco là ’v’io era, 
l’una appresso de l’altra maraviglia (1). 

Non è più la « monna Bice », circondata da donne petulanti, 
che gabba il poeta. Quella donna era ormai morta; qui è la 
donna creata dallo spirito di Dante che passa dispensando grazia 
e salute. 

Tanto gentile e tanto onesta pare 
la donna mia, quand’ella altrui saluta, 
ch’ogne lingua deven tremando muta, 
e li occhi no l’ardiscon di guardare (2). 

Passa la donna divina sfiorando la terra, come un’immagine di 
sogno : 

» 

Ella si va, sentendosi laudare, 
benignamente d’umiltà vestuta; 

I 

e par che sia una cosa venuta 
da cielo in terra a miraeoi mostrare. 

È ben dessa il supremo concepimento dell’amore, incarnato 
dentro di una tenue parvenza reale, ma vuoto di ogni contenuto 
materiale ; che esala, come un profumo soave, il desiderio insa¬ 
ziato dell’amore : 

e par che de la sua labbia si mova 

un spirito soave pien d’amore, 

che va dicendo a l’anima: « Sospira ». 


(1) V. N., XXIV: Io mi sentì svegliar dentro a lo core. 

(2) V. N., XXVI. Oltre i consueti commenti, cfr. la bella disamina di 
D’Ancona, V. N., cit. 



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LA LIRICA DI DANTE 


103 


Il sogno luminoso dell’amore e della bellezza passa fra mistiche 
rose, circonfuso di una luce divina. Come la potenza fantastica 
del poeta aveva dato sua prova nella canzone Donna pietosa, 
cosi in questo sonetto perfetto la squisitezza del sentimento e 
il delicato tinnire di ogni più tenue corda dell’anima, satura di 
un amore che non è terreno, viene espresso magnificamente at¬ 
traverso il rinnovato concepimento amoroso. È naturale quindi 
che si grande luce illumini co’ suoi raggi anche coloro che ac¬ 
compagnano la sua angelica figura: essa opera come il sole 

• • 

die ogni cosa ravvolge nel suo caldo chiarore. Perciò delle 
donne che sono con lei « ciascuna per lei riceve onore », e 

tutto riceve umiltate e salute. Ed è naturale che ciò avvenga. 

• • 

poi che essa 

è ne li atti suoi tanto gentile, 

che nessun la si può recare a niente, 

che non sospiri in dolcezza d’amore (1). 


Il poeta ormai ama questa deliziosa creatura della sua mente, 
la quale è divenuta così amorosa e cosi idealmente perfetta. 
Perciò gli effetti terribili dello smarrimento, che avevano già 
stupite le donne gentili e provocato il << gabbo » di Beatrice, 

quegli effetti ch’egli aveva deprecato, e per i quali tanto aveva 

■ 

scritto e pianto, vengono ora ripresentati da lui, non più come 
il doloroso prodotto di una sconfitta spirituale, ma come il soave 
inebriamento di un amante che gode che gli occhi e la mente 
sospendano il loro uso, per lasciarsi naufragare nell’infinito 
oceano dell'amore: 


si convelli m’era forte in pria, 
così mi sta soave ora nel core (2). 


(1) V. N., XXVI: Vede perfettamente onne salute. 

(2) V. X.j- XXVII: Sì lungamente m'ha tenuto Amore. Vedi \a Vilissima 
conclusione del Salvàdori, Op. cit., p. 89. 


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104 


G. /ONTA 


E la mistica estasi rapisce davvero l'anima che soglia e che crea 

quando mi tolto si ‘1 valore, 
che li spiriti par che fujriran via, 
allor sente la frale anima mia 
tanta dolcezza, che ‘1 viso ne smore. 


Lo smarrimento dello spirito, che è quasi sulla soglia della 
morte, e che in questa sospensione prova la delizia di sentir 
l'anima, come libera dal corpo, riunirsi colla sua idea pura di 
Bellezza, è reso cosi come nessun altro ha mai saputo. Ci vo¬ 
leva un poeta come Dante, che* vivesse tra S. Francesco e Giotto, 
per intuire una cosi eterea creazione spirituale. I sospiri adunque, 
che prima uscivano per convertirsi in pianto, ora si tramutano 
in dolci parole, che invocano il nome dolcissimo dell’amata. Ed 
essa risponde al suo poeta e lo mira amorosamente. Poi che non 
è più il poeta solo che guarda alla donna, anch’essa lo vede e 
lo vagheggia: 

Questo m'avvene ovunque ella mi vede, 
e si è cosa umil, che noi si crede... 

La canzone rimane interrotta, interdetta... 

Beatrice è morta ! La triste visione è divenuta un fatto reale ; 
la notizia tragica dell’uomo fioco s’è avverata: « Morta è la donna 
« tua, ch’era si bella! ». L’incanto è dunque spezzato? Il dolce 
connubio, che il poeta aveva rappresentato tra una larvata realtà 
e una soave forma ideale, da lui stesso creata, verrà inghiottito 
dalla morte? « Quomodo sedet sola civitas, piena populo! Facta 

9 

« est quasi vidua domina gentium ! ». La dolce bocca e gli occhi 
soavi sono spenti, il velo di bellezza ch'egli poteva ad ora ad 
ora rimirare per accrescere la gioia della sua creazione amorosa, 
è svanito. Più non vedrà la creatura bella passare per le vie 
di Firenze, spandendo sua gioia e salute. Più, mai più la vedrà 
ci va! E il poeta piange dolorosamente nella deserta città sì che 
gli occhi « tanto affaticati erano che non poteano disfogare la 
« sua tristezza »: il dolore struggeva la sua anima. Ma il suo 


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LA LIRICA DI DANTE 


105 


non è lo schianto di chi perde una donna, della quale ha amato 
soltanto la carne e ha bevuto'il piacere, sì che, venendo meno 
gli stimoli sensuali, più niente gli rimane se non il senso acuto 
di una voluttà sempre viva che mai più potrà venire saziata. 
Beatrice, dopo' il « gabbo », dopo la visione della morte, si era 
trasformata cosi che, pur immergendo sempre le radici nel reali*, 
era più tosto una creazione del suo spirito, che una creatura 
vivente. La « donna divina » non era più quella Beatrice che 
l'aveva sdegnato e deriso, ma era un frutto delle sue viscere 
di poeta, un parto della sua accesa fantasia. Era divenuta tale 
insomma che, se egli avesse voluto trattare di essa, avrebbe 
dovuto essere laudatore di se medesimo , cioè avrebbe dovuto 
lodar cosa che ormai era soltanto un prodotto della sua anima (1). 

Perciò i canti del dolore sono più tosto rivolti ad una nuova 
esaltazione della sua ideale concezione, che ad uno sfogo di spa¬ 
simante dolore. Non può esservi furore nè impeto di passione 
per la morte di un corpo, dal quale il poeta aveva già astratto 
soltanto la forma esterna di bellezza e l’intimo sentimento di 
* amore (2). Ma, ad onta di ciò, la serenità, direi quasi, di una 
tale lirica espressione dolorosa, è qua e là talora turbata da 
un ricordo reale, e il canto allora s’arresta e sussulta. 

E alle donne gentili, confidenti della sua gioia, del suo tre¬ 
more, della sua risurrezione, egli si rivolge ancora (3): 

• 9 

E perchè me ricorda eli’ io parlai 
de la mia donna, mentre che vivia, 
donne gentili, volontier con vui, 
non voi parlare altrui, 
se non a cor gentil che in donna sia. 


(1) V. X., XXVIII. Cosi, e non altrimenti, a mio credere, si deve spiegare 
questo passo così tormentato. Questa interpretazione vide, in parte, I. Della 
Giovanna, Frammenti di studi danteschi, Piacenza, 1886, p. 19, e N. Simo- 
nettj. L'amore e la virtù d'immaginazione in ])., Spoleto, 1902. « L’india* 
« mento di B. è in fondo un fatto subbiettivo del poeta, ecc. ». 

(2) Cfr. anche Barbi, Bull., Vili, p. 265. 

(:{| V. y., XXXI. Vedi i buoni rilievi estetici del Flamini, V. X., p. 82 sg. 


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106 


G. /.ONTA 


Ma ad esse egli non parla del suo strazio e della sua pena, so¬ 
lamente loro dice ch’ella, come la nuvoletta salita fra gli spiriti 
osannanti, era morta, perchè richiesta dal cielo, che l’aveva vo¬ 
luta togliere da questa terra « noiosa » per adornare il cielo: 


Partissi de la sua bella persona 
piena di grazia l’anima gentile, 
ed èssi gloriosa in loco degno. 


Sennonché il ricordo del bel corpo ancora lo sorprende, e gli fa 
battere il cuore: 


Dannomi angoscia li sospiri forte, 
quando ’l penserò ne la mente grave 
mi reca quella che m’ha ’l cor diviso. 


E il cuore batte forte per il senso della perdita, si che quando 
la immaginazione gli ricompone dinanzi la figura reale di Bea¬ 
trice, gli giunge tanta pena e tanto desiderio, ch’egli. si ritrae 
dalle genti, e piangendo, solo fra le sue lacrime, rivede inten¬ 
samente ancora la donna sua, la vagheggia e la chiama; si che 
nel contrasto tra il reale e il sognato, egli prorompe : « or se’ 
« tu morta? ». Espressione meravigliosa di uno stato d’animo 
cosi complesso e così diffìcile a cogliere; eppure reso con una 
pienezza e una lucidità singolari. 

Il cuore così gli si va struggendo, e l’acerba sua vita dopo 
la morte di lei è tale da non potersi esprimere: 

4 

e però, donne mie, pur ch’io volesse, 
non vi saprei io dir ben quel ch’io sono, 
sì mi fa travagliar l’acerba vita; 
la quale è sì ’nvilita, 

che ogn’om par che mi dica: « Io t’abbandono », 
veggendo la mia labbia tramortita. 

La foga dell’afFanno è contenuta dal poeta, ma pur talora pro¬ 
rompe in rime tempestose, dove senti il sussulto dei sensi, ec¬ 
citati daH’immagine reale, che non potranno mai più rivedere: 


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LA LIRICA DI DANTE 


/ 


107 


Quantunque volte, lasso!, mi rimembra 
ch’io non debbo già mai 
veder la donna ond’io vo sì dolente, 

' tanto dolore intorno ’l cor m’assembra 
la dolorosa mente, 

ch’io dico: « Anima mia, che non ten vai?... » 

% 

Ma, dopo questo sfogo possente e l’invocazione disperata alla 
morte, la dolce visione ideale dal fondo dell’anima ritorna ad 
irradiare sua luce, sì che il processo di rievocazione si conchiude 
con una suprema trasumanazione spirituale: 

A lei si volser tutti i miei disiri, 
perchè ’l piacere de la sua bieltate, 
partendo sè da la nostra veduta 
divenne spiritai bellezza grande, 
che per lo cielo spande 
luce d’amor, che li angeli saluta, 
e lo intelletto loro alto, sottile 
face maravigliar, sì v’è gentile. 

La Beatrice della Commedia sta per essere creata perfet¬ 
tamente; manca soltanto dell’ultima elevazione simbolica per 
esser fatta degna di divenire l’anima dell’anima di Dante. Ma 
tale elevazione è alquanto ritardata dall’inceppamento di un altro 
amore, che viene a intralciare il processo ideale del poeta 
e a scuoterne il cuore. Trema lo spirito sotto queste percosse 
del senso, e l’anima impaurita si rannicchia, come le membra 
sotto la bufera. Il contrasto tra un’idea di bellezza, il cui corpo 
era morto, e il fremito di passione per una donna viva e bella, 
è possente e terribile; ma alla fine l’amore spirituale, che era 
poi lo stesso spirito del poeta, la vince sulla materia e sul 
senso. Torna a rilucere Beatrice nella sua forma luminosa, e il 
poeta cogli occhi lucenti di lacrime, dopo le lunghe vigilie tor¬ 
mentose, si volge a immedesimarsi col sógno di bellezza, ohe 
egli stesso si era creato; e dalla riunione spirituale tra i due 
spiriti amanti, come da un amplesso supremo, nasce il parto 


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108 


ZoNTA 


é 


meraviglioso. frutto «li un amore invincibili*, e sorpassante la 
materia e il respiro limitato itegli uomini. La visione della 
Coninu'tliu si presenta dinanzi agli occhi del poeta; l’attimo 
furente della creazione poetica brilla e si fìssa; gli occhi dolci 
e fatali di una donna illuminano il mondo sterminato, che l’alta 
fantasia doveva colla sua possa produrre. 

Ora Beatrice è conchiusa per entro di quest’opera colla sua 
forma di reale parvenza e di mistica sostanza: spirito amante 
e trascendente, essa sarà la reggitrice e la guida, essa l'anima 
spirante sua vita e suo amore nel regno dei morti e dei vivi. 
Kd egli la rivedrà al sommo del Purgatorio, annunziata da Lia 
e da Matelda, preceduta da una processione quale nessun poeta 
pensò mai per la sua donna; e la rivedrà perfetta di grazia e 
di scienza, ma bella ancora; bella come l’aveva vista passare 
per le vie di Firenze spargendo salute: 


Cosi dentro una nuvola di fiori, 
che da le mani angeliche saliva 
e ricadeva in giù dentro e di fuori, 
sovra candido vel cinta d’oliva 
donna m’apparve sotto verde manto, 
vestita di color di fiamma viva. 


L’armonia tra il reale e l'ideale, nella sua creazione perfetta, 
trionfa su nel Paradiso terrestre, ove la decenne sete viene sa¬ 
ziata dalla vista delle sembianze ch’egli aveva realmente amate. 
K con questa esaltazione, che è tutta lirica, si conchiude davvero 
il ciclo della Vita Suora nel suo finale parto glorioso (t). 

E la poetica espressione di questo periodo, segue, svolge ed 
illustra, come in una multiforme sinfonia musicale, i vari stati 
dell'animo del poeta; aggrazia il primo dolce affetto per la 


(1) Ofr. Barbi, Bui!., XII, 223: « La scena del Purg. è un dramma che 
« si svolge tutto nell’animo di D., ma che ha la sua radice nella vita reale, 
« e da ciò riceve come il sigillo della verità e il pregio di una perenne 
« freschezza », e p. 222. Cfr. anche Gentile, La profezia di I)., in Nuova 
Antoì.. 15)18, 1° maggio. 


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LA LIRICA DI DANTE 


109 


donna; ansiosa e sconvolta, esprime lo spasimo per l’amore per¬ 
duto sotto la sferza dell’irrisione; ristorata e confortata, si tra¬ 
muta insieme coll’anima del poeta che rinasce sotto la forma 
di un nuovo ideale di bellezza e d’amore; come ape industriosa, 
si insinua nello spirito a suggervi i più fini sentimenti, le più 
recondite ansie, le immagini più vive; come cetra multicorde, 
rappresenta la paurosa visione della morte e intona, dopo la 
cessazione della vita terrena, l’inno alla perenne vita dello spi¬ 
rito, pur fra i turbamenti della materia e i fremiti dei sensi; 
richiama a sè, con voce che passa gli abissi deH’infinito, l’anima 
del poeta che ri vola sitibonda a ricongiungersi in eterno colla 
donna, che era lo specchio dell’anima sua, anzi la sua stessa 
anima; e dalla suprema ipostasi trae finalmente la favilla ani¬ 
matrice della nuova e non mai veduta materia divina. 

Cosi si conchiude il primo periodo della vita di Dante, che 
può ben terminare la sua poetica creazione giovanile volgendosi, 

con desiderio di maggior materia da esprimere, verso il cielo: 

♦ 

Oltre la spera che più larga gira 
passa ’l sospiro ch’esce dal mio core: 
intelligenza nova, che l’Amore 
piangendo mette in lui, pur su lo tira (1). 

Lirica austera e difficile è questa della Vita Nuova e non 
accessibile a tutti i palati, specialmente se siano corrotti da 
gusti « sentimentali » (2). Dante, come Michelangelo, sdegna le 
cose facili e superficiali, egli concepisce potentemente le sue 
immagini, che sono come il parto angoscioso e faticoso di un 
cuore e di una mente profonda e superba, pur vigile dei minimi 
moti dello spirito. È lirica forte e possente questa, pur in sua 


(I) V. N., XLI. L’interpretazione averroistica del Vossi.er, Die Grumi., 
p. SO, non ini sembra corrispondente al pensiero di I). Meglio giudicò l'Az- 
zolina, Op. cit., p. 184, ponendo questo sonetto a riscontro col Convivio , IV, *22. 

(*2) Giustamente il Yossler, D. C., II, p. 819, esclama a proposito di 
un’altra canz. : « Troppo forte veramente per gli stomachi deboli di certi 
« teologi e filologi! ». 


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no 


G. ZONTA 


delicata e sottile figurazione. Non è perfetta però ancora: ta¬ 
lune composizioni sono più tosto il frutto di acute osservazioni 
intellettive che di sentimenti e d’immagini. C’è dell’artificioso 
talvolta e anche del concettistico; perciò le varie poesie ap¬ 
paiono più tosto belle nei loro particolari, che nel complesso. 
Manca infatti un fuoco struggente che fonda e fucini le virtù 
tutte dello spirito e le plasmi in una nuova armonica e indivi¬ 
duale potenza (1). 


Ma per giungere alla completa fusione del suo spirito, Dante 
doveva prima passare per un periodo di transizione e di crisi. 
Dalla morte di Beatrice alla composizione della Cornai odia , infatti, 


(1) Si può ben vedere quanto la nostra minuta disamina ci abbia portato 

lontani dalle conclusioni estetiche del Croce, La poesia, p. 42, circa la V. N. 

% 

E vero che il Croce ivi parla del complesso dell’opera, e quindi anche della 
parte prosastica; ma, ad ogni modo, a me non sembra che delle liriche della 
V. N. si possa dire: « quel che vi si avverte nello stile di esagerato, di 
« montato, di pia unzione, non discordante, del resto, dalla esagerazione, 
« montatura e pia unzione della lirica stilnovistica ». Che ci sia dell’* arti- 
« ficioso e perfino del pedantesco » abbiamo già notato via via nell’esame 
delle liriche; ma il loro carattere è ben diverso da quello di un « libro di 
« devozione ». Nè si possono, come vedemmo, prendere tutte in mazzo le 
poesie di questo periodo. Anche lasciando stare le prime di tipo * toscano ’, 
tutte le liriche fino al « gabbo » di ideale e mistico non hanno pur verbo, 
e la esaltazione incomincia dopo, non per ubbidire alla « scuola » del « dolce 
« stile », ma perchè l’auimo del poeta, nel momento dell’abbandono, sentì il 
bisogno di usar di quella forma appunto per isfogare e determinare il suo 
amore, proprio come avvenne al Leopardi dopo il « gabbo » di Aspasia. Quello 
invece che manca in queste liriche, ad onta della loro leggiadria, penetrazione 
psicologica e potenza drammatica, è la continuità e la fusione totale dello 
spirito, come notò già acutamente il Vosslek, 1). C., II, p. 816: « la B. non 
« potrà trovare il suo sicuro posto in Paradiso, finché il suo mistico amante 

t 

« non avrà chiarito il proprio carattere etico, filosofico ed estetico di fronte 
« alla realtà delle cose ». E questa discontinuità e debolezza organica sentì 
lo stesso D., dopo l’inizio degli studi, tanto è vero che s’industriò di legare 
dentro di una cornice mistico-allegorica le sue rime e volle far credere ch’esse 
fossero state scritte per alti scopi ideali. Bisognava che lo studio e la pro¬ 
fonda riflessione maturasse prima la sua niente. 


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LA LIRICA DI DANTE 


111 


ramina del poeta si volge verso «immagini false di bene», credendo 
di trovare in esse una novella e più acuta soddisfazione. Gli ele¬ 
menti nuovi che entrano in campo sono i più disparati e disformi. 
I >a una parte agiscono in lui nuovi stimoli sensuali, il desiderio 
di godere la vita materiale, una rinnovata intuizione realistica ; 
dall’altra esercitano la loro influenza gli studi filosofici e le cure 
della vita politica. Come si siano succedute e spostate queste 
nuove idee non sappiamo di certo ; ci restano soltanto come do¬ 
cumenti di questo periodo quattro nuclei principali di poesia: 
le rime per la « donna gentile », quelle cosi dette « allegoriche » 
e le dottrinali; la tenzone con Forese Donati, e le rime per la 
donna « Pietra ». A questi oso aggiungere un quinto gruppetto 
di liriche, che suppongo scritte per la « pargoletta ». Tutta 
questa produzione del periodo di mondanità (come io pro¬ 
porrei di chiamarlo, poi che a me sembra che tutti gli elementi 
tanto disparati di quest’epoca si possano ridurre a quest’unico 
valore, cosi come era inteso dagli uomini dell’evo medio, cioè 
come la cura per cose non attinenti alla divinità) (1) mi sembra 
che si potrebbe dividere in due tempi successivi: dalla 
morte di Beatrice all’esilio, e dall’esilio alla composizione della 
Commedia. Nel primo, a sua volta, distinguerei due fasi, una 
comprendente l’amore per la « donna gentile » e gli studi fìlo- 


(1) A ine sembra che si sia esagerato alquanto intorno r quest 'epoca (Ivi 
franamento (Cfr. Zixuarelli, Dante, p. 145 sg., e Vosslf.r, La D. 
p. 816). Io invece credo che D. — dopo di essersi convertito tutto alle idee 
religiose — tanto nella introduzione dell'/n/l come nei rimproveri di B. nel 
Pnrg. abbia espresso la sua riprovazione per quella vita che aveva condotto 
lungi dalle pratiche della Chiesa e dall'esercizio delle virtù ; a quel modo 
che della vita sua trascorsa lungi dalla fede si querelò, ad esempio, il Manzoni 
(Cfr. N. Scakano, La miscredenza del M., in questo Giova ., 76, 240 sg.). 

Ma le riprovazioni del Manzoni non vogliono mica dire ch'egli a Parigi o a 

• * 

Milano abbia condotto una vita dissoluta o dissipata! E vero che D. accenna 
chiaramente a una passione amorosa, che non era del resto la prima, nè doveva, 
forse, essere l’ultima, ma insieme con questa colpa B. lo accusa anche di aver 
seguito immagini false di bene, cioè cose mondane contrarie al vero bene, che 
è Dio. Cfr. anch'e Barbi. Bull., XI, 7, e IX. :>M. 


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112 


0. ZONTA 


solici e scientifici; un’altra abbracciale l’amicizia con Forese 
Donati e l'aniore per la « pargoletta ». Nel secondo porrei la 
passione per la donna « Pietra ». e le ultime produzioni allego¬ 
riche e dottrinali. Non è chi non veda quanto fragile sia questa 
costruzione, come quella che. per forza, non ha che un semplice 
fondamento congetturale; però, a mio avviso, questa distribu¬ 
zione a me sembra tale da rispondere pili di ogni altra al con¬ 
cetto di un progressivo sviluppo dell’opera artistica di Dante. 

Il primo nucleo poetico, quello cioè per la « donna gentile », 
è il meno oscuro e difficile, perchè in qualche parte è confor¬ 
tato dalle dichiarazioni stesse di Dante (1). Beatrice è morta; il 
poeta piange angosciosamente nella sua stanza solitaria, quan- 
d’erco alza gli occhi e vede... « Vidi una gentile donna, giovane 
« e bella molto, la quale da una finestra mi riguardava si pie- 
« tesamente, quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei 
« accolta ». Perciò « più da sua gentilezza che da mia elezione 
« venne ch'io ad essere suo consentissi, chè passionata di tanta 
« misericordia si dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli 
« spiriti degli occhi miei a lei si fòro massimamente amici. R, cosi 
« fatti, dentro me poi fòro tale, che ’l mio beneplacito fu con- 
« tento a disposarsi a quella immagine » (2). 


(lì Dico « in qualche parte », perchè le varie dichiarazioni di D. intorno 
a questo amore vanno poco d’accordo tra di loro. Cfr. Barbi, La questione 
di Lisetta, in Studi danteschi , I, p. 34: « Io sono sempre più convinto che 
« per voler risolvere, con probabilità dVsser nel vero, le questioni attinenti 
« al periodo della Vita Nuova e affli amori reali, cioè per donne vere, in 
« essa rappresentati, bisogna attenersi esclusivamente ai dati di quell'opera 
« e alle rime di quel periodo; non mescolarvi i dati del Convivio, posti, 
« per altre esigenze dello spirito di Dante, in contraddizione con quelle che 
« ispirarono il racconto dell'opera giovanile ». Massima eccellente e che lascia 
un respiro maggiore al critico rispetto a quei dati che non concordano nelle 
due opere. 

(2) V. X., XXXV, e Conv., II, 2. Intorno alla « donna gentile », al ca¬ 
rattere del suo amore, alla identificazione di essa con « Lisetta », ecc., cfr. 

4 

oltre lo Zinuarklm, Dante, p. 126, gli Studi cit. dello Zapima, p. 85, Ti 
Canzoniere del Santi, p. 13 sg., le (Questioni cit. del Damma, p. 120 (e questo 




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LA LIRICA DI DANTB 


113 


Gli occhi, umidi di lacrime, si volgono tristamente verso una 
nuova luce che parte dalle pupille lucenti di una donna, pu- 
pille vive in donna bella e viva. Potente era stato l’amore per 
Beatrice, e grande ancora il suo fascino, ma il « velo » era 
scomparso, giaceva cereo ed inerte dentro di un qualche se¬ 
polcro terragno; bello, ma insensibile; chiusi gli occhi piani e 
soavi. Ma questa donna ha gli occhi ben vivi e lucenti, e come 
dolcemente li gira! L’anima del poeta è attratta dalla bellezza 
nuova sì, ma anche dalla naturale e indistruttibile inclinazione 
umana di volgersi verso ciò che è visibile e reale, e da questo 
lasciarsi tentare, e sedurre. E l’animo infatti si protende verso 
la nuova luce d'amore. Fugge il poeta dinanzi alla vista peri¬ 
colosa, teme di mostrare sua viltade e si toglie, 

sentendo 

che si inove&n le lagrime dal core, 
ch’era commosso da la vostra vista. 

« 

Ma il cuore, avido di desiderio, ripensa ed afferma: «Però in 
« questa donna bella e viva, risiede quello stesso Amore, per cui 
« io piango cosi disperatamente la donna morta! » 

Io dicea poscia ne l’anima trista: 

« Ben è con quella donna quello Amore 
lo qual mi face andar così piangendo » (1). 

I 

È la prima forma di adattamento che la tentazione propone. 
« Non è istessa la fonte donde sgorga l’amore per Beatrice e quello 

« per questa donna? Non è lo stesso sentimento, poi che è tutto 

■ • 

« Amore? Dunque perchè fuggirlo?». E il poeta timidamente, 
ina desiosamente, ritorna a quella nota finestra e si gode di ri- 


# 

Crtornale, 42, 195), II poema sacro, saggio, ecc., Bologna, 1915, I, § II 
del Pietrobono, e del Barbi, Bull., X, 408; XII, 214, Due noterelle, cit., 
e sopra tutto La questione di Lisetta, in Studi, I, p. 17 sg. 

(1) V. N., XXXV: Videro gli occhi miei quanta pittate. Acute le osser¬ 
vazioni del D’Ancosa, V. N., cit. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n 1 19-ai). S 


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114 


G. ZONTA 


vedere quella che gli ispirava un,amore, simile in tutto a quei¬ 
raltro, non solo, ma che aveva anche il soave colore e le dolci 
sembianze dell’altra. Come sottile veleno, l’amore si insinua dentro 
delle vene del poeta, e ne eccita un fuoco ardente di desiderio, 

Color d'amore e di pietà sembianti 
non preser mai cosi mirabilmente 
viso di donna, 

« come il vostro, o donna, allorquando voi guardate il mio aspetto 
« doloroso », 

sì che per voi mi ven cosa a la mente... 

Il color pallido gli ricorda un altro pallore tanto amato; le 
due sembianze simili, ma diverse, che questa è viva, mentre 
l’altra è disparita, inducono nello spirito del poeta uno stato di 
incertezza tra una realtà presente e un ricordo lontano, ma che 
sembra presente, che produce un senso di intollerabile angoscia, 

é 

eli’ io temo forte non lo cor si schianti. 


K gli occhi distrutti dalle lacrime non possono ristare dal vol¬ 
gersi verso la nuova donna, poi che essi hanno sete di bere 
lacrime ancora; lacrime di amorè, di ricordo per il passato o 
di speranza per*l’avvenire, ma lacrime insomma, cioè uno sfogo 
a questa passione di contrasto che gli schianta il cuore. Ma, 
ahimè, «lagrimar dinanzi a voi non sanno»! Dagli occhi della 
donna viva emanano la gioia e la vita, non la morte e le la¬ 
crime! Bellissimo è questo sonetto, e uno dei più profondi <» 
sentiti, poi che la tinozza dei più tenui sentimenti si accorda 
con una agilità e una potenza di forma davvero singolari (1). 

La lotta fra il reale e l’ideale è ingaggiata appena, e già 
quello incomincia ad avere il sopravvento; troppo gli occhi ora 
desiderano di vedere la nuova bellezza, troppo essi sospinge la 


(1) V. N., XXXVI. Ottimo è il commento anche a questo luogo della 
V. N. del D’Ancoxa. 


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LA LIRICA DI DANTE 


115 


vista della gentile pietosa. Ma troppo vile è l’atto di oblio: 

« Così da poco morta e così presto posta in abbandono, dinanzi 
« ai primi occhi soavi che sono apparsi ! ». E il poeta si cruccia . 
seco stesso, rimprovera i suoi occhi, impreca contro di essi, li 
maledice. È il pudore verso il ricordo antico che si riaffaccia 

timidamente a notare la sconvenienza della nuova situazione. 

\ 

Ma si badi che qui s’insinua il raziocinio per entro ad una questione 
di sentimento (« voi non dovreste mai obliare »), mentre i begli 
occhi sorridono vivi e luminosi. Può il poeta rimproverare gli 
occhi e accusarli di viltà e fellonia, ma la sua deprecazione è 
il frutto di un processo logico o, se si voglia, del riconoscimento 
di una convenienza pratica ; ma l’amore è ormai entrato vitto¬ 
rioso: l’anima trema alla visione nuova e ricorda solo triste¬ 
mente, pei- dovere, la donna morta. Ma che può il dovere contro 
l’amore ? 

« Voi non dovreste inai, se non per morte, 
la vostra donna, eh’è morta, obliare ». 

Cosi dice ’1 meo core, e poi sospira (1). 


Verso stupendo quest’ultimo: il cuore sapeva che non doveva 
amare, ma l’anima tremava d’amore! 

4 

La nuova passione possiede ormai il poeta e lo inebria, non 
solo, ma cerca altresì di rendere schiava anche la ragione, 

perchè ancor questa allontani dalla sua rocca il vecchio ricordo. 

$ 

Infatti la mente s’industria di giustificare il nuovo affetto : 
« Questa è un* donna gentile, bella e saggia ed è apparita forse 
« per volontà d’Amore, acciò che la mia vita abbia pace ». Con¬ 
trasta la ragione che è cosa vile venir meno alla benedetta 
memoria della morta. Ma il cuore ribatte che, dopo cosi grande 
dolore, esso aveva bene il diritto di ritrarsi da tanta amarezza 


(1) V. N.. XXXVII: L'amaro lagrimar che voi faceste. Cfr. Zi.mjakklli, 
Dante, p. 127 : « Nessuno aveva mai espresso un contrasto così vivo e tra- 
« gico, ecc. ». Vedi anche Lrsio, L'arte del periodo nelle opere volg. di I)., 
Bologna, 1902, p. 105. 


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O. ZONTA 


e di riporre la sua gioia in colei che era stata la causa della 
sua consolazione. 

Gentil penserò che parla di vui 
* sen vene a dimorar meco sovente, 

e ragiona d’amor si dolcemente, 
che face consentir lo core in Ini (1). 

Il « gentil penserò » ormai ha espugnato la rocca della 
niente e ne ha scacciato ogni altro sentimento. « Ed è anche 
« giusto — osserva il cuore — che sia cosi, poi che si la sua vita 
« che tutto il suo valore 

* 

< mosse de li occhi di quella pietosa 

< che si turbava de’ nostri martiri ». 

a 

Però il ricordo di Beatrice, per contrasto, ritorna spesso a 
riprendere il suo posto; di chi adunque sarà la vittoria? La 
battaglia dura dentro nel core e pende ora per l’una ora per 
l’altra parte. Dapprima è Beatrice che vince, e allora il poeta 
si volge verso di lei, piangendo e rammaricandosi che altri 
pensieri abbuino la dolce visione ; allora si rallegra persino che 
i suoi occhi, vinti dal pianto, non siano in grado di mirar altre 

9 • 

donne : 

Lasso ! per forza di molti sospiri, 
che nascon de’ penser che son nel core, 
li occhi son vinti, e non hanno valore 
di riguardar persona che li miri. 

E fatti son che paion due disiri 
di lagriraare e di mostrar dolore (2). 


(1.) V. N., XXXVIII. Cfr. le osservazioni a questo luogo nella V. N., del 
Casini. Non mi sembra invece del tutto esatta la nota del Flamini, V. N., 
p. 94, n. 22: nel sonetto è evidente il trionfo dell’amore dopo la lotta. Vedi 
anche Santi, Il Cam., p. 318. 

(2) V. N., XXXIX. Vedi Flamini, V. N., p. 98. Si ricordi che nella pros a 
che precede questo sonetto D. parla di un male agli occhi < sì che d’allora 
« innanzi non potèro mirare persona » ; precisamente come dice nel Conv., 
Ili, 9, che « io fui esperto 'di questo (male) l’anno medesimo che nacque 
« questa canzone [Amor che ne la mente ] ». 



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LA LIBICA DI DANTE 


117 


Ma poi l’immagine della « donna gentile » finisce col prevalere. 
E ciò avviene perchè l’amore per lei- ormai è cosi possente, e 
il. desiderio e la corrispondenza sì profondi e sentiti, che « pa- 
« rendo a me — come dice — questa donna fatta contro a me 
«fiera e superba alquanto» (i), sente il bisogno di rivolgerle 
parole di accorato rammarico e di confidente speranza. 

Voi che savete ragionar d’Amore, 
udite la ballata mia pietosa, 
che parla d’una donna disdegnosa (2), 
la qual m’ha tolto il cor per suo valore. 

E, come per vezzo, egli esagera la cattiveria della donna. 
Quando guarda con quella sembianza sì fiera, gli uomini chinano 
lo sguardo per paura ; dovunque ella giri gli occhi, questi man¬ 
dano raggi di cruda severità. Ma quanto amore v’è dentro di 
questa dolce figura ! Essa par che dica : « Io sarò disdegnosa' con 
« chiunque mi guardi, perchè Amore signoreggia la mia mente ». 
Certo essa custodisce con tanta gelosia i suoi occhi « per vederli 
« per sè quando le piace; 

< A quella guisa retta donna face 
« quando si mira per volere onore. 

«Io non ho speranza veruna di spietrare quel suo sguardo 
« crudele, 

< cosi è fera donna in sua bieltate 

« questa che sente Amor negli occhi sui. 


(1) Cfr. Convivio, HI, 9-10. 

(2) Barbi, Rime, IV, lxxx. Lo Zikgarelli, Dante, p. 378, la crede alle¬ 
gorica, e ispirata « da difficoltà e travagli sostenuti in un qualche studio ». 
A me, in verità, ciò non appare in nessun modo probabile. È questa una 
ballata d'amore, e nient’altro. Ad ogni modo, anche se fosse veramente alle¬ 
gorica (ciò che io non credo), noi spiegheremo questa, come le altre così dette 
* allegoriche ’, secondo il «senso litterale », che è poi quello che dà valore 
alla lirica, come avviene in questa ballata e nelle seguenti canzoni. Cfr. anche 
Croce, La poesia di D., p. 20. - 


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118 


G. ZONTA 


« Ma nasconda pure essa i suoi occhi o li custodisca o non li 
« conceda al mio sguardo! tanto io riuscirò ad aver ragione 
« sopra di lei, o i miei dosiri so che avranno virtù contro il 
« suo disdegno: 


« però che i miei disiri avran vertute 
« contra ’l disdegno clic mi dà tremore ». 


Curiosa è questa ballata, tutta composta com’ò su una trama, 
oserei dire, di civetteria. Nella fine soltanto, come dopo un gioco 
infantile, il poeta si scopre e manifesta non solo il desiderio 
suo, ma anche la cortezza ch’egli ha di essere corrisposto: — 
Sotto quella cosi crudele vista quanto dolce amore si nasconde 
per me! —. 

La battaglia dei dolci sospiri in tal guisa si accanisce e per¬ 
petua, poi che il ricordo antico non. può estinguersi, perchè è 
una creazione del suo spirito stesso, ma d’altra parte la « donna 
gentile » lo attrae col fascino della sua bellezza e della virente 
sua figura. Questo stato di incertezza angosciosa (1) è profonda¬ 
meli te espresso nella canzone: Voi ette intendendo (2), che è delle 
cose più fini di Dante. 


(1) Bakbi, Rime, V, lxxxvi. Nessun luogo mi sembra poi più opportuno di 
questo per il sonetto Due donne ; che rispecchia la stessa condizione di spi¬ 
rito, che Dante esprimerà nella canzone Voi che intendetuio e che espone anche 
nel Convivio, II, 2. A me sembra quindi che, a parte Gemma Donati, abbia 
ragione il Santi, lì Cam., pp. 82 e 326, contro il Ciakakdiki, Op. cit., p. 30. 

(2) Convivio, II. Questa canzone è ricordata anche nel Paradiso, Vili, 37 
per bocca di Carlo Martello; ma questa citazione non mi sembra che com¬ 
provi che D. componesse tale canz. nel tempo in cui Carlo andò a Firenze 
(marzo 1294; Zingarelli, Dante, 141); ma semplicemente che in tale tempo 
essa era già stata composta. Del resto il tentativo di fissare i limiti crono¬ 
logici dell’amore per la ‘ donna gentile ’ mi sembra disperato, per le contrad¬ 
dizioni appunto in cui cade D. stesso, dal quale unicamente ci potrebbe ve¬ 
nire la luce. Per la nostra particolare disamina basta affermare che questo 
amore segui non molto tempo dopo la morte di B., che fu di natura tenera 
e mondana e che ispirò a D. un vero affetto. Anche come finisse non appare 
ben chiaro dalle rime che ci rimangono. Intorno a questa canzone cfr. Santi, 
lì Cam., pp. 319 sg. Cfr. per il commiato Barbi, Buìì., X, 318. 


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LA LIRICA DI DANTE 


119 


Agli angeli si rivolge il poeta, poi che è questione tra una 
creatura del cielo e una della terra; e a quelli di Venere perchè 
si tratta di Amore. E li prega, essi che sono intermediari fra la 
terree il cielo, di sciogliere il nodo della sua esistenza do¬ 
lorosa. 

« Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, 

« udite ’l ragionar eh’è nel mio core, 

« ch’io no ’l so dire altrui, si mi par novo. 

« L'amore per una donna, che è presso il vostro Sire, soleva già 
« essere il mio soave pensiero, si che per suo mezzo-io trascorrea 
« dalla terra al cielo con tanta dolcezza, che unico mio pensiero 
« era quello di ricongiungermi in eterno colla mia Beatrice nel 
« cielo; ma 

« Or apparisce chi lo fa fuggire, 

« e signoreggia me di tal vertute, 

« che ’l cor ne triema sì che fuori appare. 

% 

« E questo il pensiero per una donna viva e reale, che è po- 
« derosa ‘ in prendere me e in vincere l’anima tutta ’ e ‘ dicemi 
« parole di lusinghe ’, impromettendomi che dagli occhi suoi 
« esce salute e che essa è degna solo di chi ‘ non teme angoscia 
« di sospiri ’. (Verso efficace questo, che — come afferma il poeta 
« stesso — ‘ vuol abbellire la cosa, quando di fuori pare disab- 
« bellirla ’) (I). E questo nuovo pensiero è così forte che distrugge 
« quello che mi parlava ‘d’un’angiola che in cielo è coronata’. 
« K, per questa distruzione, l’anima piangendo si lagna: — Ahimè, 
« perchè sen fugge un pensiero così dolce, che, pur dopo la 
« morte, usava* si consolarmi ? —. E, volgendosi agli occhi, cosi 
«< li rimprovera: — Maledetto il momento in cui vedeste 
« quest’altra donna! Perchè non avete prestato fede alle mie 
« parole, quando io vi dicevo : Guardate che negli occhi di costei 
« s’annida tale una luce che abbuierà ogni altro pensiero? Ah, 
« non mi valse che io vi avvertissi del pericolo! Voi avete vo- 


( 1 ) Convivio, II, 8. 


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120 


O. ZONTA 


« luto rimirare la bella donna, ed ora, come io presagii, da questo 
« nuovo pensiero io vengo uccisa —. Ma uno spiritei d’Amor 
« gentile dice all’anima: — O anima che si ti lamenti, tu non 
« sei morta, ma soltanto smarrita, perciò che questa nuova donna 
« ha colla sua bellezza cosi trasmutata la tua vita, che a te 
« sembra di essere stata uccisa o scacciata, e non è. Guarda in- 
« fatti come pietosa e umile, saggia e cortese è questa donna 
« pur nella sua grande bellezza ; vedi ch’essa è ben degna che 
« tu la prenda per tua signora, sì è adorna d’amore e di virtù, 
« sì novi miracoli escono da lei : è ben degna che tu ti inchini 
« dinanzi a lei, dicendo: 

< ‘ Amor, signor verace, 

« ecco l’ancella tua; fa che ti piace’ — ». 

Piena di movimento e di colore, questa canzone è di una 
finezza psicologica singolare, ed è chiusa dentro di una forma 
così cristallina e pura che i più riposti movimenti dello spirito 
vengono frugati ed esposti, traendoli dall’astratto al concreto, 
con una vivacità di scena e una tenerezza di sentimento dav- 
vero stupende. Con quanta delicatezza l’anima vien tratta a 
convincersi dell’opportunità del nuovo amore: quanto fine la 
esaltazione della nuova donna in conspetto dell’altra, che se ne 
va piangendo, ma pur non senza che non resti di lei un’imma¬ 
gine angelicata! Beatrice è la Benedetta, la Divina; essa ha 
trasformata e sublimata l’anima del poeta e va mantenuta per¬ 
petua la sua gloria, ma quest’altra donna non è forse della stessa 
sostanza di quella? Non è amore anche questo? Non solo, ma 
in questa non vi sono le stesse virtù che nell’altra? Perchè 
adunque la soave idealità della morta non può trasvolare per 
entro alla figura di questa viva, e continuare a tener vivo il 
fuoco luminoso dell’anima? E l’anima infatti si accinge al nuovo 
lavoro: si industria di sublimare la nuova donna, come aveva 
sublimato la prima. La sovrabbondanza di fantasia del poeta non 
gli permette di tenere le immagini delle donne che ama, dentro 
della loro cerchia reale e di acconciarsi ad esse, poi che essa 


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LA LIBICA DI DANTE 


121 


sente il bisogno di attirarle dentro dell’orbita del suo spirito e 
di vivificarle mediante la infusione del suo fiato spirituale, si da 
modificarle e ridurle ad una creazione dell’anima sua. Vedremo 
che anche alla donna, che tante fiamme voluttuose insinuerà 
dentro delle sue vene, egli sentirà il bisogno di attribuire un 
carattere, quale la sua mente concepiva ; tanto più quivi, dove 
la sublimità del primo amore non permetteva che il secondo 
precipitasse così subito nella volgarità, era naturale che il poeta 
tendesse a idealizzare il suo amore, il quale del resto era ben 
possente e profondo. « Lo quale amore... di picciola in grande 
« fiamma s’accese, si che non solamente vegliando, ma dormendo, 
« lume di costei ne la mia testa era guidato... Oh, quante notti 
« furono che gli occhi de l’altre persone chiusi dormendo si po- 
« savano, ch’e miei ne lo abitaculo del mio amore fisamente 
« guardavano !... E si come lo multiplicato incendio vuol pur di 
« fuor mostrarsi, che stare nascoso è impossibile, volontade mi 
« giunse di parlare d’amore, la quale del tutto tenere non po- 
« teva » (t). E 

Amor che nq la mente mi ragiona 
cominciò egli allor sì dolcemente 
che la dolcezza ancor dentro mi suona (2). 


(1) Convivio, III, 1*2. È notevole questo passo: « E non solamente di lei era 
« così desideroso; ma di tutte quelle persone ch’alcuna prossimitade avessero 
« a lei, o per familiaritade o per parentela alcuna ». Che sarà questa < pa¬ 
rentela * della filosofia ? E la sua * fenestrella ’ e il suo * abitaculo ’ ? Io non 
so davvero come si possano ritenere per allegoriche queste canzoni, quando 
D. stesso chiaramente ci dice nei proemi del Convivio che furono scritte per 

una donna vera e reale ! Ma di ciò faremo cenno più innanzi. 

% 

(2) Convivio, III, 2. E ricordata nel Purg., II, 112 e nel De vulg. eloq., 
II, 6. Cfr. Santi, Il Cam., p. 330 ; del quale però non mi sembra sia accetta¬ 
bile l’ipotesi che questa canzone sia stata composta dopo il 1298. Si ricordi 
la curiosa coincidenza del mal d’occhi indicata sì per il sonetto Lasso ! per 
forza di molti sospiri che per questa canzone. Poiché i due testi concordano, - 
questa testimonianza mi sembra da ritenere per valida. Io, del resto, credo 
che tutte queste composizioni per la ‘ donna gentile ’ siano state scritte tutte 
solo alquanto tempo dopo l’annovale di B. Anche il Barbi, La questione di.L., 
p. 26, è portato verso questa opinione. 


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122 


«. ZOSTA 


Dolcissimo davvero è questo canto, che risente ancora della 
finezza 'della lirica anteriore, ma che freme di un nuovo spirito, 
elio si esplica per mezzo di una continua drammatizzazione: 


Lo so’ parlar si dolcemente suona, 
che l’anima ch’ascolta, e che lo sente 
dice: < oh, me lassa! ch’io non son possente 
di dir quel ch’odo della donna mia ». 


Ma la creatura cosi lodata non 


è essa adatto simile a Bea¬ 


trice ? 

Non vede il sol che tutto ’l mondo gira 
cosa tanto gentil. 


K ancora: 


In lei dipende la virtù divina, 
si come face in angelo che ’l vede. 

Iv ancora: 

Cose appariscon ne lo suo aspetto, 
che mostran de’ piacer del Paradiso, 
dico ne gli occhi e nel suo dolce riso 
che le vi reca Amor confa suo loco. 


Ma non è Beatrice questa? Non son queste le virtù che già 
Dante enumerava nelle rime della laude? Non è Beatrice dunque 
che trasforma in sospiro rumoroso desio del poeta, così: 

« e gli occhi di color, dov’ella luce, 
ne mandai) messi al cor pien di disiri 

P 

che prendon aere e diventan sospiri * ? 

Quest’ultimo verso delicatissimo non è forse per la stessa donna, 
per la quale aveva scritto: 

< Ed è ne li atti suoi tanto gentile, 
che nessun la si può recare a mente, 
che non sospiri in dolcezza d’amore»? (1) 


(1) V. N., XXVI : Vede perfettamente. Intorno alla corrispondenza amo¬ 
rosa fra I). e la * donna gentile ’ il Barbi, La quest, di L., p. 26, dice : 


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LA LIRICA DI DANTE 


123 


Il processo spirituale, cui giunge Dante per la ‘ donna gen¬ 
tile’, era troppo simile a quell’altro primo e più verace, già 
compiuto per Beatrice, la quale ormai aveva già un posto ben 
fisso nella fantasia del poeta, perchè questo secondo potesse pre¬ 
valere. Quest’altro amore doveva o accontentarsi del reale e in 
esso satisfarsi, oppure, qualora avesse voluto assurgere alla in- 
diazione, fatalmente doveva scontrarsi e quindi identificarsi con 
quello per Beatrice, e perire. 

E infatti nella Vita Nuova Dante ci assicura Ch’esso perì. Ma 
se, come non par dubbio, i due sonetti Parole mie e 0 dolci 
rime appartengono a questo periodo, la ‘ donna gentile ’ non 
lasciò la mente del poeta senza tristezza e dolore. 

Parole mie, che per lo mondo siete, 
voi che nasceste poi ch’io cominciai 
a dir per quella donna in cui errai 
« Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete », 

i 

andatevene a lei, che la sapete, 
chiamando sì ch’ell’oda i vostri guai; . 


« Per chi, come me, crede che la faccenda della donna pietosa sia stata ori- 
« ginariainente cosa diversa dall’amore per la filosofia celebrato nel Convivio , 
« vede nell’episodio dei §§ 35-39 non la prima fase dell’innamoramento, ma 
« il principio, lo svolgimento e la fine dell’amore; una storia compiuta in- 
« somma ». Il Barbi, a mio avviso, ha tutte le ragioni; ed è per ciò che io 
ho messo insieme le rime della Vita Nuova colle due prime canzoni del 
Convivio, che per la testimonianza stessa di D. furono scritte per la donna 
pietosa. Queste sono nè più nè meno che due canti d’amore; dov’è infatti 
in esse la materia dottrinale ? Io, per me, non riesco a vederla ; e credo 
che D. abbia dato a queste canzoni un significato filosofico posteriormente. 
E, in questo caso, sono dello stesso parere del Croce, La poesia di D., p. 20: 
queste sono « vera e compiuta poesia » e se D. ha decretato « per un atto 
« di volontà che tali personaggi, tali azioni, tali parole della poesia debbano 
« stare anche a significare un certo fatto che è accaduto o accadrà, o una 
« verità religiosa o un giudizio morale o altro che sia », ad ogni modo < la 
« poesia rimane intatta ed essa sola può riguardare la storia della poesia ». 
Le esagerazioni e i falsi giudizi che la smania dell’* allegoria » può dettare, 
li puoi vedere nella disamina delle liriche dantesche del Fraticelli, Il Cam. 
di I)., Firenze, 1873, passim. 


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124 


0. ZONTA 


ditele: < Noi siam vostre, ed unquem&i 
più che noi siamo non ci vederete » (1). 

Un accorato rimpianto gli stringe il cuore, poi che egli sta 
per lasciare la sua donna : tutto è finito ormai, più il poeta non 
canterà la donna che fu cosi pietosa con lui, nessun’altra alata 
canzone si aggiungerà a quelle che per lei furono scritte, perchè... 
La frase esce acerba e pregna di rimprovero e di pianto: 

con lei non state, che non v'è Amore. 

È questa la cagione di cosi precipitosa caduta ? Essa più non 
ama! Quindi, spentasi la dolce corrispondenza, le rime girino 
attorno in abito dolente « a guisa de le vostre antiche sore » ; 
e, se trovino « donna di valore », allora si fermino, si gettino 
ai suoi piedi 

dicendo: « A voi dovem noi fare onore >. 

% 

Ma ecco che il poeta tosto si pente dell’accusa ch’egli ha lan¬ 
ciato contro la ‘ donna gentile ’, dell’abbandono in cui l’ha la¬ 
sciata, del rammarico acerbo che le ha dimostrato. La visione 
della donna amata gli risorge dinanzi con ricordi pieni di fa¬ 
scino e di tenerezza. Non era stata essa il conforto per il suo 
animo distrutto? Non l’aveva egli vagheggiata e non le aveva 
conceduto il suo cuore ? E le « dolci rime » che, vestite di bel¬ 
lezza, egli aveva sparso per il mondo non erano forse state scritte 
in un empito di amore, non erano la testimonianza perenne del 
suo affetto profondo ? E il poeta, pieno di affanno, si rivolge alle 
« dolci rime » (2), che avevano esaltato la « donna gentil che 


(1) Barbi, Rime, IV, lxxxiv. Cfr. Santi, Il Cam., p. 338. Si noti che 
in questo sonetto il poeta parla di amore vero e proprio «per quella donna 
«•*n cui errai » ; e accomuna la canz. Voi che intendendo a tutte le altre 
rime amorose per la donna gentile. 

(2) Veramente io dapprima avevo pensato che 0 dolci rime fosse la pali¬ 
nodia di Per quella via, e che Parole mie fosse l’ultimo componimento con¬ 
clusivo della serie; ma ora, dopo lo studio del-Barbi, ritorno anch’io all’acco¬ 
stamento dei due sonetti Parole mie e 0 dolci rime. Barbi, Rime, IV, lxxxv. 


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LA LIBICA DI DANTE 


125 


« l’altre onora » e le prega di scacciare « un, che direte : * Questi. 
« è nostro frate perchè in esso non è cosa alcuna che sia vera » : 

Io vi scongiuro che non l’ascoltiate 
per quel Signor che le donne innamora, 
chè ne la sua sentenzia non dimora 
cosa che amica sia di ventate. 

Esso dice : « chè non v’è amore » e mente e s’inlinge: scaccia¬ 
telo dunque! Non mi ama ancora, essa, la donna pietosa? Tor¬ 
nino adunque tutte quante insieme le rime della ‘ donna gen¬ 
tile esse che sono il frutto del mio cuore, a lei si presentino 
umili e facciano ammenda delle sconsigliate parole: 

E se voi foste per le sue parole 
mosse a venire inver la donna vostra, 
non v’arrestate, ma venite a lei. 

Dite: c Madonna, la venuta nostra 
è per raccomandarvi un che si dole 
dicendo: — ov’è ’l desio de li occhi miei? — ». 

« Ov’è ’ì desio de li occhi miei ? » con questo verso d'amore, di 
dolore e di desiderio si conchiude il soave intermezzo della 
‘donna gentile’: con un sospiro cioè di passione e di rimpianto. 
L'ultimo raggio crepuscolare va scomparendo dietro i monti bru¬ 
mosi, e il poeta guarda con occhio triste il tramonto della luce 
dell’amore, che lentamente si spegne (1). 


(1) Alla donna gentile si era attribuito, e molti l’attribuiscono ancora 

(cfr. la recensione di S. Debenedetti in questo Giorni 77, p. 113: « Gli 

■ _ . 

€ altri-testi pubblicati dal Barbi non hanno, credo, alcun rapporto nè colla 
« poesia di Dante nè colla nostra Lisetta » il sonetto bello e drammatico 
Per quella via : Barbi, Rime, VII, cxvii. Perciò si era identificata la donna 
pietosa colla ‘ Lisetta ’, che questo componimento nomina, dal Barbi stesso, 
Due not. e Bull., X, 408 e XII, 214 ; da I. Del Lunuo, Lisetta, in Rass. 
cont., 1912, 9 ; da G. Salvadori, La vita f/iov., p. 200; da A. D'Ancona, 
Nuova Antol., 1912, 11, e ultimamente dal Pietrobono, Il poema sacro, 
p. 123 ; nè erano sembrate molto consistenti le obbiezioni dello Zaphia, Stilili. 
p. 83, dello Zenatti, Intorno a D., p. 43 e del Lamma, Quest, dant., p. 12*». 
Ma lo studio del Barbi, La questione di Lisetta, negli Studi cit., p. 17. mi 


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126 


O. ZONTA 


Cosi finisce il ciclo delle rime per la donna pietosa e gentile. 
Come notammo che una progressiva potenza va dalle rime gio¬ 
vanili affermandosi fino alla intensa rappresentazione delle liriche 
per la morte di Beatrice; cosi da queste a quelle per la 1 donna 
gentile ’ si nota una maggiore maturazione poetica. I caratteri 
lirici vengono a stabilirsi con maggiore precisione ed efficacia; 
<» la forma drammatica è qui soprattutto usata, anzi forma la 
peculiarità di questo gruppo, nel quale il poeta ripete bensì vari 
elementi e accorgimenti poetici già prima usati da lui, ma però 
riesce anche ad esprimere in modo efficace sopratutto quella 
inquietudine del suo spirito, quel rodio segreto che la lotta spi¬ 
rituale fra i due amori doveva di necessità ispirargli. 

Afa la ‘ donna gentile ’ non morì nella mente di Dante ; anzi 
il reale contrasto fra l’amore vecchio e il nuovo venne age¬ 
volmente a trasformarsi e a risolversi, per analogia, nel con¬ 
trasto allegorico tra la vecchia sua vita e la nuova, che la fi¬ 
losofìa e gli studi gli andavano dischiudendo. Cosi la pietosa 
confortatrice, nella mente del poeta, venne a prendere poi la 
figura di un’altra donna, cioè quella della « figliuola di Dio, regina 
« di tutto, nobilissima e bellissima filosofia », la quale pilre aveva 
arrecato alle sue pene grande lenimento, e alla sua intelligenza 
nuova materia di meditazione e di canto; « e immaginava lei fatta 


fa rimanere perplesso. Sinceramente, che gli accostamenti del Barbi mi con¬ 
vincano del tutto, proprio non potrei dire. Ma ciò forse dipende dal fatto che 
a me sembrava cosi naturale e precisa la posizione del sonetto Per quella 
eia in questo luogo, e così corrispondente allo stato d’animo del poeta, du- 
bitoso tra B. e la donna gentile, che non mi riesce di figurarmelo in una 
situazione più adatta di questa. Certo il sonetto può anche essere della piena 
maturità, tanto è gagliardo e vigoroso. La tendenza drammatica del poeta si 
rivela in modo potente: in una specie di giostra d’amore, D. delinca in pochi 
tratti una scena evidente e colorita, dove la baldanza, la sorpresa, il dolore 
e la vergogna di Lisetta, scacciata dalla rocca dove credeva di poter riporre 
sua signoria, si susseguono e si svolgono con efficace gradazione. L’episodio 
della donna gentile, con questo sonetto, acquistava una ben maggiore potenza; 
ma, dopo i dubbi del Barbi, non mi sento — almeno per ora — di affermare 
l’identità di Lisetta colla donna pietosa, come avevo fatto dapprima. . 


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LA LIBICA DI DANTE 


127 


« come una donna gentile, e non la poteva immaginare in atto 
« alcuno se non misericordioso; per che si volentieri lo senso di 
« vero la mirava, che appena lo poteva volgere da quella » (1). 
1 >ante cosi trasportò nel mondo della scienza e degli « invidiosi 
veri » quelle ansie, quelle inquietudini e quei contrasti ch’egli 
aveva realmente provati nel mondo dell’amore. K questi studi, 
ai quali egli si applicò dopo la morte di Beatrice, ebbero una 
grande importanza anche per quello che riguarda lo svolgimento 
della sua lirica espressione (2). Fino ad ora infatti lo vedemmo 
poetare per un suo naturale bisogno di creare dolci fantasmi. 
I poeti del ‘ dolce stile ’, le poesie dei provenzali, i carmi latini, 
le arti della retorica e l’armonia della musica guidarono la sua 
fervida mente per il lucido mondo dell’arte; perciò nè le rime 
per le donne ‘ schermo ’ nè quelle per Beatrice e per la 1 2 donna 
gentile ’ risentono di concetti filosofici, quivi egli canta come 
un uccello, ‘ che sul cigliegio salta e non pensa che ad amare e 
cantare ’. Le eccelse esaltazioni dei mistici egli le aveva trovate 
già travestite in lirici voli nei carmi dei due Guidi. 

Anche la creazione della Beatrice è di sapore eminentemente 
lirico: in quanto che essa era il frutto della straboccante sua 
fantasia : e il momento della ispirazione della Commedia do¬ 
vette ben essere nel principio soltanto una visione lirica del 
mondo divino, dove vide la sua donna venire glorificata fra gli 
angeli e i santi in cospetto di Dio. Egli intuì insomma in atto 

« 

quelle esaltazioni, che la lirica aveva già tentate e disposte in 
potenza. 

* 

Neppure le rime per la ‘ donna gentile ’ hanno carattere dot¬ 
trinale. Vedemmo già che la canzone Amor che nella mente 
mi ragiona si può scambiare per una diretta a Beatrici»; e il 
fatto che queste rime vengono da tutti ritenute cariche di un 


(1) Convivio, II, XIII 

(2) Circa gli stadi di D., l’influenza ch’essi ebbero sulle sue opere, occ., 
cfr. E. G. Parodi, La data della composizione, eco., Perugia, 1905, p. 40: ora 
in Poesia e storia della 1). C., Napoli, Perrella.^921. 


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128 


O. ZONTA 


grave fardello filosofico è dovuto alla posteriore applicazione 
allegorica che Dante operò nel Convivio , la quale si frappone 
ordinariamente tra gli occhi dei critici e la poesia nuda e lu¬ 
minosa, e ne intercetta i raggi. 

Certamente, quando il poeta scrive delle canzoni, sembra che 
si rivesta di una cappa più austera e dignitosa — e ciò per il 
concetto degli ‘ stili ’ ch’egli aveva appreso nelle varie Reto¬ 
riche scolastiche, — quindi le due prime canzoni, riportate nel 
Convivio , appaiono più altamente scritte che i sonetti, nei quali 
il poeta nostro preferisce di rinchiudere più tosto quadretti e 
figurazioni graziose, brevi e fugaci frammenti di sentimento; o 
che le ballate, che di solito egli usò per dare una rappresenta¬ 
zione delicata e leggera, talora persino ricercata, di sentimenti 
raffinati. La influenza delle « scuole de’ religiosi e deputazioni 
« dei filosofanti » appare dapprima nella prosa della Vita Nuova, 
nella quale senti un inusitato sapore di erudizione e di dottrina, 
che imprime, tanto alle varie forme di prosa che alla concezione 
generale del libro, quel carattere mistico-allegorico e quella 
specie di sopraelevazione sacra, che stona cosi spesso colla 
luminosità e umanità delle liriche, sebbene Dante ne espurgasse 
le più reali e profane. Ma è nella terza canzone del Convivio 
che gli studi esercitano il loro influsso maggiore, distruggendo 
perfino ogni lirico sentimento. 

Come un neofito, Dante, abbagliato dalla nuova luce emanante 
dalle discussioni dottrinali, volle scrivere delle rime nuove, 
perciò pose giù il suo soave stile e mise in rima aspra e sot- 
ti le gli insegnamenti dei religiosi e dei filosofi. Ma invece di 
poesia, ne usci un trattato in rima ! L’unica favilla che luce è là 
nel principio, in cui sembra che l’immagine della donna amata 
gli balzi dinanzi, cosi dolce pur nel suo disdegno (1): 

Le dolci rime d’ainor ch’io solia 

cercar ne’ miei pensieri, 


(1) Convivio , IV. 'Cfr. S^nti, Il Cam., p. 341 e I). Guf.rri, La disputa 
di I)., ecc., in questo Giorn., 66, 128. 


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LA LIRICA DI DANTO 


129 


convien ch’io lasci; non perch’io non speri 
ad esse ritornare, 

ma perchè gli atti disdegnosi e feri 

che ne la donna mia 

sono appariti, m’han chiuso la via 

de l’usato parlare. 

# 

Sarà proprio la Filosofia questa donna che è « disdegnosa e fera » 
proprio come nella ballata Voi che sapeteì Ad ogni modo il 
resto di questa canzone non ha nulla a che fare colla lirica: è 
soltanto una questione di morale versificata. 

Certamente la natura del contenuto o dell’argomento trattato 
non infirma il valore sostanziale di una lirica espressione. Quel 
che conta è che il fatto filosofico o scientifico il poeta l’abbia 
visto con altri occhi da quelli onde lo vede il filosofo o lo scien¬ 
ziato, cioè che sia stato intuito cogli occhi del sentimento e 
della fantasia. Ma allora, compiutosi questo processo di crea¬ 
zione, il fatto speculativo si viene a tramutare in una immagine 
lirica, che del concetto logico non ha più non solo la sostanza, 
ma neppure la parvenza. Perciò non può esistere un’arte scien¬ 
tifica o filosofica, ma soltanto un 'arie, cioè una espressione di 
immagini, la quale può riprodurre le norme agresti di Virgilio, 
l’esaltazione dell’animo per opera di Eros di Platone o il volo 
di Astolfo fino alla luna, a patto però che tutta questa materia 
da universale diventi particolare, anzi individuale espressione 
dell’artista, che abbia fatto passare il fatto , dopo di averlo sen¬ 
tito, attraverso il prisma della fantasia (1). Perciò la canzone 
Le dolci rime d'amor ch'io solia , non è poesia. In essa manca 
ogni afflato lirico, perchè la scienza in essa appare come uha 

4 

fredda ed inerte speculazione, alla quale il cuore è rimasto morto 
ed estraneo. Non è compito nostro adunque l’esaminarla, come 

11 ) Sulle canzoni dottrinali cfr. Zingarelli, i7 Cam., 150. Giustamente il 
Parodi, in Bull., XIII, 253, osservò allo Z. che queste composizioni non sono 
liriche. Intorno al rapporto fra arte e scienza, vedi Croce, Estetica, Bari, 
1909, p. 30. 

Giornale $tor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 10-21). 9 


% 


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130 


G. ZONTA 


quella elio svolge e dimostra solamente dei concetti, non già delle 
immagini. Lo stesso dicasi per le altre due canzoni dottrinali 
Poscia eh'Amor del tutto m’ha lasciato e Doglia mi reca 
ne lo core at'dire, che qui vengono tutte insieme riunite sol¬ 
tanto per la simiglianza della materia trattata, mentre la se¬ 
conda è certamente posteriore aH’esiglio (1). Però in queste due 
ultime composizioni l’arido schematismo della prima viene a rim¬ 
polparsi con qualche immagine qua e là tralucente, con qualche 
mossa che è dettata dalla concitazione dell’anima e del senti¬ 
mento. La metamorfosi dal concetto in immagine non è ancora 
avvenuta del tutto ; ma il poeta, specialmente in Doglia mi reca , 
t> già sulla strada che conduce al capolavoro di questo genere. 
Tre donne intorno al cor. 

Nella Canzone della leggiadria infatti talora trapela qualche 
immagine lirica. La descrizione degli uomini smorfiosi, ad esempio, 
è efficace: 


Vanno spiacenti, 

contenti che da lunga sian mirati ; 

non sono innamorati 

mai di donna amorosa ; 

ne’ parlamenti lor tengono scede; 

non moveriano il piede 

per donneare a guisa di leggiadro. 


K l'immagine del sole « al cui esser s’adduce Lo calore e la 
luce » ritorna gioiosa per le strofe, come un motivo ricorrente, 
paragonato colla leggiadria: 

Al gran pianeto è tutta simigliante 
che, dal levante 

avante intino a tanto che s'asconde, 

co’ li bei raggi infonde 

vita e vertù qua giuso 

ne la matera sì com’è disposta. 


(1) Barbi, Rime, IV, lxxxiii, e VII, evi. Vedi De vulg. eloq., II, 12, e 
e Santi, Il Cam., 362, dove è giusto e moderato il giudizio estetico sul va¬ 
lore della canzone Poscia eh’Amor. Cfr. anche Zingarelli, Dante, p. 379. 


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LA LIRICA DI DANTE 


131 


K ancora : 

Nò ’l sole per donar luce a le stelle 

nè per prender da elle 

nel suo effetto aiuto, 

ma l’uno e l’altro in ciò diletto tragge. 

% 

Ma indarno il poeta introduce queste immagini a illuminare la 
trattazione, indarno tenta una nuova forma metrica, più sonora 
e legata, indarno introduce tutti i lenocini della retorica, che 
la canzone rimane pur sempre soffocata dal peso della specu¬ 
lazione morale e concettuale. 

Più vivacità e movimento è nella terza Doglia mi reca ne 
lo core ardire ; e ciò-dipende cosi dal tempo in cui fu scritta, 
come dalla materia che vi è trattata, che Amore ed Avarizia 
vengono posti a contrasto fra di loro, e in questo dibattito lo 

spirito e la fantasia del poeta si agitano e riscaldano. I versi 

4 • 

Omo da sè vertù fatto ha lontana ; 
omo no, mala bestia ch’om simiglia 

hanno un suono e una forza, che fa presentiri 1 le parole irose 
della Commedia. La virtù, che partendo dal « suo Fattoi* » in¬ 
forma di sè gli uomini, è viva ed efficace: 

% 

Lietamente esce da le belle porte, 
a la sua donna torna; 

♦ 

lieta va e soggiorna, 

lietamente ovra suo gran vassallaggio. 

La inclinazione verso la forma drammatica prende talora anche 
qui il poeta, sia che si scagli contro l’Avarizia: 

Dimmi, che hai tu fatto, 

Cieco avaro disfatto? 

Kispondimi se puoi altro che nulla. 

Maladetta tua culla 

che lusingò cotanti sonni invano! 


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182 


0. ZONTA 


sia elio imprechi contro la Morte e la Fortuna: 

Morte, che fai? che fai, fera Fortuna, 

Che non solvete quel che non si spende? 

Se ’l fate, a cui si rende? 

Ed è, senza dubbio, una immagine forte quella degli avari che 
vedono gli uomini costretti a mendicare, mentre essi rimangono 
chiusi nella loro ricchezza, che è vile materia: 

Falsi animali, a voi ed altrui crudi, 

• che vedete gir nudi 

per colli e per paludi 

omini, innanzi cui vizio è fuggito, 

e voi tenete vii fango vestito. 

Certe frasi poi, come, questa, ad esempio: 

Tamorosa fronde 

di radice di bene altro ben tira, 

hanno un sapore nuovo e forte; diresti quasi che la dottrina 
abbia distrutta la primiera ispirazione, ma che poi questa vada 
risorgendo plasmata e forgiata da una forza nuova e più possente. 

Per giungere però alla perfetta espressione pur di questa forma, 
doveva il poeta innalzare il suo spirito cosi che anche la dot¬ 
trina e la scienza venissero a presentarsi alla sua fantasia come 
esseri bene visti ed amati, come prodotti della sua anima com¬ 
mossa. Prima egli doveva smarrirsi nella « selva selvaggia ed 
« aspra e forte », doveva naufragare nelle acque tempestose della 
politica, e sentire poi quanto sa di sale lo pane altrui, prima 
doveva colare a goccia a goccia l’anima sua e gettarla poscia, 
sotto la tempesta delle percosse, in una nuova forma spirituale 
temprata e tetragona. 


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LA LIRICA DI DANTE 


138 


♦ 

* * 


Il tuffo nella vite mondana era già stato preludiato• dall’epi¬ 
sodio della ‘ donna gentile Questa era ben entrata dentro della 
rocca del cuore di Dante, e, se poi ne era uscita, un doloroso 
rammarico l’aveva accompagnata. Ma poteva l’immagine di Bea¬ 
trice, di una morte, trattenere per sempre il giovane poeta dal 
volgersi verso quella via, alla quale il suo esuberante carattere 
immaginoso e gli stimoli acuti del senso lo trascinavano? 

Se ti ridaci a mente 
qual fosti meco e quale io teco fui, 
ancor fìa grave il memorar presente (1). 

Forese, dal profondo della testa volge gli occhi verso il suo amico: 
quante ore spensierate e gioiose avevano trascorse insieme! Egli 
parla, e Dante lo guarda con affetto grande: mutata è la sua 
faccia in oscura e cava, mutato è il suo pensiero, poi che ora 
egli s’awenta contro le sfacciate donne fiorentine ed esalta la 
vedovella sua; e piange e disdegna quel vizio, che era stato il 
gusto della sua vita ; ma immutato è rimasto in lui l’affetto per 
l’ainico. E Dante, poi che quello fugge a spogliarsi lo scoglio, 
ristà cogli occhi pensosi, umidi di pianto, e segue la traccia del¬ 
l’amico corrente, fin che si perde sua vista lontano. Era la vita 
sua giovanile che correva via veloce e irrevocabile, la vita spen- 
sierata e mondana, viziate anche, forse; ma una vita, in cui la 
gioia e il dolore si assommano e riuniscono nel fascino strano 
del peccato, fascino che dissolve le potenze dello spirito, ma che 
travolge nel suo turbine e sconvolge le anime e i corpi dei 
mortali. 

Perciò in questo periodo di mondanità non più le vaghe fan¬ 
tasticherie della prima giovinezza nè le sublimi esaltazioni della 


(1) Purg., XXIII, 115. Cfr. Cr<k:e, La. poesia <ìi D., p. 123. 


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134 


G. BONTÀ 


donna angelicata fanno vibrare gentilmente l’anima del poeta; 
ma ora la risata incomposta e il cachinno. 

Nella, la moglie di Forese Donati, è la protagonista; lui non 
è presente, ma si intravvede, per contrasto, la sua figura lontana 
fra gli stravizi; nel fondo si profila la faccia minacciosa della 
suocera. La scena (1) si apre con un motteggio ironico: « Chi 
« udisse tossire la mal fatata moglie di Bicci, vocato Forese (2), 
« potrebbe dir cli’essa abbia trascorso l’inverno fra i ghiacci. 
« Ma ossa tossisce sempre, la poverina, ed è infreddata anche 
« a mezzo agosto: figurarsi poi negli altri mesi! ». La figura della 
donna è ancora incerta, ma ora prende consistenza in un gustoso 
quadretto: «Essa è a letto, ma non può dormire: che freddo! 
« E si ch’ella è * calzata ’, perchè il copertoio è così corto, che 
« non basta a ricoprirla »; <* si caccia sotto, ma invano, il freddo 
permane (3): 

Chi udisse tossir la mal fatata 
moglie di Bicci vocato Forese, 


(1) Barbi, Rime, III, lxxiii-lxxviii. Intorno a questo difficile componi¬ 
mento, oltre allo Zinuarelli, Dante, p. 149, e Carducci, Opere, Vili, 35, 
cfr. I. Del Lungo, Dante ne ’ tempi di Dante , Bologna, 1888, p. 437 ; 
D’Ovidio, Studi suda D. C., Palermo, 1901, p. 211 e 17; Torràca, La ten¬ 
zone di D. con Forese, negli Atti Acc. pontan., XXXIII, Napoli, 1904 ; 
Venturi, D. e Forese, in Rivista d'It., 1904 ; V. Bossi, Recens., in Bull., 
XI, 289. Recentemente venne pubblicato da T. Casini, Letter. ital., Roma, 
1910, p. 49 e dal Massèra, Sonetti burleschi e satirici del dugento, Bari, 1920. 

(2) Bisticcio, per dire che, meglio del nome, gli stava il soprannome, il 
quale doveva avere un senso dispregiativo; forse anche perchè usato per desi¬ 
gnare altra persona indegna o ridicola del tempo, oppure un Bicci più vecchio 
della stessa famiglia, perchè poi D. lo chiama per ischerno: « Bicci novello », 
cioè: « nuovo Bicci ». 

(3) Così intendo questo passo : calzata vuol dire, secondo me, ‘ fasciata le 
gambe e i piedi ’, oppure anche ‘ vestita del tutto ’ ; * colle vesti addosso ’. 
Cortonese credo sia uno dei consueti travisamenti popolari del nome di un 
paese simile nella radice a un aggettivo o a un nome comune: corto = corto¬ 
nese. Anche Fr. Sacchetti, Novelle, XXXI, ha: « ritrovandosi spesso co’ loro 
« pensieri nella Torre a Vinacciano ». Del resto le espressioni « essere di 
« Civitavecchia », « andare in Sassonia », « essere di Longatico », « essere 
« della tribù di Manasse », ecc., sono popolari e comunissime. 


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LA LIBICA DI DANTE 


135 


potrebbe dir ch’eli’ha forse vernata 
ove si fa il cristallo in quel paese. 

Di mezzo agosto la trovi infreddata; 
or sappi che de’ far d’ogni altro mese ! 

E non le vai perchè dorma calzata, 

merzè del copertoio c’ha cortonese. 

% 

Ora la risata si va volgendo in un sorriso : « Ma tale tosse e 
« il freddo e la malinconia non derivano a lei da malanni o umori 
« ch’ella abbia ». I)a che dunque? Il sorriso si tramuta e s’in¬ 
tenerisce, quasi che il poeta sia tocco anche lui dalla tristezza 
di lei: 

• • 

ma per difetto ch’ella sente al nido. 

Ella si strugge perchè le manca il suo uomo, quello che essa 

ha amato e che ama e che la trascura e neglige. Egli è assente, 

$ 

ma, per contrasto, mentre la misera Nella (1) si rannicchia nel 
vedovo letto piangendo, il poeta ci fa intuire e vedere lui lon¬ 
tano, colle liete brigate, a scialare e gozzovigliare. Ma la nota 
melanconica sfuma e si perde, ritorna la risata che sonora sbocca 
alla fine. Entra in scena la suocera: 

« Lassa, che per fichi secchi 
messa l’avre’n casa del conte Guido! » 

« E dire che avrei potuto sposare mia figlia col primo signore e 
« per poca dote: invece essa ha voluto prendere quel bel mobile, 
« che ci ha pelato di denari, e poi anche l’abbandona ! ». Gustosa 
e piena di briosa arguzia è questa scena, l’unica veramente bella 
di questa sboccata tenzone. 

Al sonetto burlesco, ma non offensivo, di Dante, Forese ri¬ 
sponde con un altro che è pure burlesco (2), specialmente per 


(1) E questa specie di accoramento di Nella, al quale partecipa pur il poeta, 
corrisponde bene alla figura di donna amorosa e tutta dedita alla famiglia 
che D. traccia nel Purg., XXIII, 87. 

(2) Si badi infatti che i primi due sonetti non hanno gran che di offen¬ 
sivo, sono gli altri quattro che vanno progressivamente accrescendo la dose 


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136 


♦ 


0. ZONTA 


la visione notturna ch’egli suppone di aver avuto, ma che nella 
coda contiene però del veleno. Esso rinfaccia a Dante in modo 
involuto ed incerto, ina che doveva essere ben trasparente per 
i contemporanei, la mancata vendetta del padre Alagherio uc¬ 
ciso, a quanto sembra, proditoriamente. La « tosse » della sposa 
e il « copertoio cortonese » danno lo spunto al principio del 
sonetto : 

L’altra notte mi venne una gran tosse, 
perch’ i’ non -avea che tener a dosso ; 
ma incontanente che fu dì, fui mosso 
per gir a guadagnar ove che fosse. 

La punta d’ironia di quel « cortonese » spinge Forese a raf¬ 
figurare esageratamente se stesso, come misero tapino; quindi 
prosegue raccontando in maniera volutamente confusa ed incerta 
la sua avventura: 

Udite la fortuna ove m’addosse: 

* 

ch’i’ credetti trovar perle in un fosso 
e be’ fiorin coniati d’oro rosso; 
ed i’ trovai Alaghier tra le fosse. 

« Io credevo di trovare perle e fiorini tra quelle fosse (1), dove 
« andai a imbattermi, e invece mi vidi saltar fuori Alagherio, 


degli insulti. E inutile ch’io dica che mi attengo all’ordine dei sonetti tra¬ 
dizionale, seguito dal Barbi, non già a quello proposto dal Rossi, Bull., XI, 
292, e ultimamente prescelto dal Massèra, Op. cit., il quale però finora. — 
almeno ch’io mi sappia — non ha ancora esposto le ragioni dell’ordine se¬ 
guito. È evidente infatti che Forese prende le mosse dalle parole tosse e co¬ 
pertoio per lanciare poi la sua frecciata. 


(1) « Forse saranno semplicemente da intendere per il luogo dove venivano 
« seppelliti i morti » : Barbi, Bull., XI, 14. Il Chini, Bull., Vili, 25, mette 
innanzi l’ipotesi che il padre di D. venisse imprigionato per debiti; 

« le fosse » sarebbero « S. Jacopo tra’ fossi », nelle cui vicinanze erano le car¬ 
ceri. Il Torraca, La tenz., cit., crede che Alagherio sia stato paterino e 
quindi stretto ancora nel nodo dell’empietà e della scomunica. A me sembra 

che il Rossi, Bufi., XI, colga nel segno asserendo che Forese qui accenni alla 

\ 

mancata vendetta del padre. E vero che nell’ultimo sonetto ritorna ancora 



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LA LIltlCA DI DANTE 


137 


« il quale si trovava come intricato e legato » (perchè non an¬ 
cora sciolto dal nodo della vendetta) : 

Legato a nodo ch’i’ non saccio ’l nome, 
se fu di Salamone o d'altro saggio. 

La frecciata è diretta e precisa ,. e la incertezza di chi rac¬ 
conta cosa che vuol rappresentare come straordinaria e ^deci¬ 
frabile, mentre era notoria e famosa, aumenta il forte agrume 
della insinuazione. Il povero Alagherio legato chiama lui, Forese; 
e lo prega di scioglierlo; ma come poteva egli fare? Non lui 
poteva e doveva operare quella vendetta ; quel nodo non poteva 
essere sciolto che da uno della 'famiglia. Perciò egli finge di 
partirsene rammaricandosi in cuor suo di non aver potuto por¬ 
gere un aiuto, che avrebbe offerto si volentieri: 

Allora ini segna’ verso ’l levante, 
e que’ mi disse: « Per amor di Dante, 
scio’mi ». Ed i’ non potti veder come: 
tornai a dietro, e compie’ mi’ viaggio. 

Dal « nodo di Salamone » Dante trapassa con balzo improvviso 
ad avventarsi contro il denigratore con violenza furiosa: 

Ben ti faranno il nodo Salamone, 

Bicci novello, e petti de le starne. 

« Salamone e i petti delle starne faranno il nodo alla tua gola ». 
Ecco il vizio del nuovo Bicci messo a nudo senza ambagi, 

ma peggio fìa la lonza del castrone, 
che ’l cuoio farà vendetta de la carne. 

Proseguo nei doppi sensi tra parole che indicano roba buona 


tale accusa, sì che questa potrebbe sembrare superflua, ma si badi che qui 
Forese fa un accenno velato e piuttosto burlesco, mentre lì discopre del tutto 
il suo pensiero e accusa apertamente D. di viltà. Il veleno è proprio nella 
coda. Cfr. anche Barri, Bull., XI, 14. 



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138 


G. ZONTA 


da mangiare e insieme altre cose poco gradite, come sarebbero 
i debiti e le obbligazioni (1), che assediano e premono Forese ; 

tal che starai più presso a San Simone, 
se tu non ti procacci de l’andarne : 
e ’ntendi che ’1 fuggire el mal boccone 
sarebbe oramai tardi a ricomprarne. 

.* 

« Il carcere ti aspetta, accenna con cipiglio il poeta, il carcere, 
« se non te la batti, perchè capirai bene che ormai, anche se tu 
« divenissi astinente, con ciò non potresti pagare i debiti che la 
« gola ti ha fatto incontrare fino ad ora. Anzi, no : mi dimenti- 
« cavo che tu sai una splendida arte per pagare i debiti (quella 
« cioè di far dei falsi), la quale fa in modo che tu non abbia 
« piti paura delle obbligazioni che scadono, per le quali tu debba 
« fuggirtene. Bada però che quest’arte fu pericolosa per gli Sta- 
« gnesi ! » 

Ma ben m’è detto che tu sai un'arte, 
che, s’egli è vero, tu ti puoi rifare, 
però ch’eli’è di molto gran guadagno; 

• e fa sì a temjw, che tema di carte 
non hai, che ti bisogni scioperare: 
ma ben ne colse male a’ ti’ di Stagno. 

L'insulto grossolano, ravvolto dentro di ambagi, che rendono 
ancor più irritante l’oftesa, provoca, naturalmente, da parte di 
Forese una risposta altrettanto volgare: 

Va rivesti San Gal prima che dichi 
parole o motti d’altrui povertate, 
che troppo n’è venuta gran pietate 
in questo verno a tutti suoi amichi. 


(1) L’interpretazione del Torraca, Ioc. cit., mi pare corrispondente al vero. 
Tutto il veleno di questo sonetto è nell’ultimo verso • ma ben ne colse male 
« a’ fi’ di Stagno », perché questo rivela il genere dell’« arte » che Forese 
praticava, ch’era quella stessa della famiglia degli Stagnesi, di falsificare cioè, 
come sembra, le obbligazioni. 


t 


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LA LIRICA DI DANTE 


139 


« Va, riporta al pio luogo di San Gallo quello che gli hai tolto 
« a forza di ricorrere ad esso per elemosina, prima di parlare 
« di povertà altrui; perchè nell’inverno passato sei ricorso ad 
« esso tanto di frequente e con tanto appetito, che troppo gran 
« dolore han dovuto sentire tutti i patroni e i benefattori di 

4 

« quell’opera pia nel vedere come tu la spogliavi (1). E poi, 
« continua Forese, se tu ci tieni per cosi mendichi, perchè 
« tu vieni a chiedere proprio a noi l’elemosina ? Lo so che fino 
« ad ora tu te la sei spassata ricorrendo per elemosina ai tuoi 
«fratellastri, Francesco e la Tana (2); ma, quando questi ti 
« verranno a mancare, dovrai faticare a tutta lena, per non ri- 
« durti a fare società col Belluzzo, un altro disperato di casa 
« Alighieri » (3). 

Ma ben t’alenerà il lavorare, 
se Dio ti salvi la Tana e ’l Francesco, 

♦ 

che col Belluzzo tu non stia in brigata. 


E qui Forese dopo quest’ultimo comico raccostaraento, ha una 
trovata, degna davvero del finale del primo sonetto di Dante: 

A lo spedale à Pinti ha’ riparare; 

m 

e già mi par vedere stare a desco, 
ed in terzo, Alighier co’ la farsata. 


« Privo di mezzi, dovrai quindi finire all’ospizio fondato dai Do- 
« nati; e già mi par di vederti, a Pinti, mangiar la broda al 


(1) Questa interpretazione mi venne gentilmente dichiarata dal Barbi, e mi 
sembra giusta. Cfr. Bull., XI, 13. 

(2) Seguo ancora l’opinione del Barbi, Bull., XI, 13: « A me le grembiule 
• mi paiono alludere piuttosto a elemosine che a illeciti guadagni ». Dal 
complesso infatti del sonetto questa interpretazione appare giustissima; Fo¬ 
rese mette a confronto la sua ‘ povertate ’ con quella di Dante, finché alla 
fine scocca l’ultima frecciata rappresentando il massimo della miseria l’andac 
a mangiare la broda a Pinti, nell’ospizio fondato proprio dai Donati! 

(3) Intorno al Belluzzo accolgo questa congettura che il Barbi privata - 
mente mi comunica, perchè mi sembra quanto mai propria e. verisimile. 


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140 


G. /.ONTA 


« desco, fra due poverelli, mentre la fodera ti scapperà fuori 
« dalle maniche sdruscite » (t). 

La risposta di Forese, per quanto pepata, rimane ancor dentro 
dei limiti della caricatura e della risata, plateale si, ma non ca¬ 
lunniosa. Jn fondo egli dice soltanto che Dante, che parlava cosi 
volentieri della miseria altrui, era in tali condizioni di povertà 
che aveva bisogno egli stesso di venir soccorso con elemosine 
da’ suoi fratellastri, dagli amici e persino dalle opere pie, che 
sovvenivano sia privatamente che pubblicamente i poveri. 

Ma Dante, neH’ultima risposta, passa i limiti; li passa fin troppo, 
perchè, a mio avviso, si possa pensare che ci fosse in lui la in¬ 
tenzione precisa dell’insulto e della rivelazione di vergogne fa- 
migliari. Io penso piuttosto che, come Forese ha esagerato la 
miseria famigliare di Dante, questi abbia voluto esagerare la 
poca nobiltà famigliare di Forese, per dileggiarlo e far ridere 
la brigata. 

Bicci novel, figliuol di non so cui, 
s’i’ non ne domandasse mònna Tessa (2). 

È il massimo dell’oltraggio: « O tu che sei figlio di... adultera, 
« hai tanto pappato e trincato, che per forza devi andare rubando ; 
« perciò la gente, quando le passi a lato, si tocca la borsa e dice : 
« ‘ Quello li con quella faccia rotta non par egli, agli atti, un 
« pubblico borsaiolo? ’ » 

E già la gente si guarda da lui, 
chi ha la borsa a lato, là dòv’e’ s’appressa, 
dicendo: c Questi c’ha la faccia fessa 
è piu vico ladron ne gli atti sui >. 


(1) Veramente questa farsetto, mi sembra che debba avere un significato par¬ 
ticolare ancor più ridicolo, ma non m’è riuscito di trovare nient’altro di meglio. 

(2) Cfr. Carducci, Opere, Vili, 126. Ma per quanto poco « Cornelia » fosse 
è possibile che D. spifferasse una vergogna simile con una così grande disin¬ 
voltura, se non fosse stato per un esagerato dileggio tra amici presso una 
brigata? Quando leggo questa tenzone mi viene sempre in mente la famosa 
lettera del Machiavelli a Frane. Vettori, e mi suonano nell’orecchio le sue 
parole : « Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì ». 


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LÀ LIRICA DI DANTE 


141 


Chi non ricorda il volgare epigramma del Monti contro il 

» 

Foscolo : 

« Guarda la borsa, se ti vien dappresso »? (1) 


Ma il sacco delle insolenze non è ancora vuotato : « Ha una 
« grande passione che un giorno o l’altro non lo portino in pri- 
« gione, perchè sorpreso a rubare, il padre suo... ma che dico 
« 1 padre ’ ? Padre putativo, come Giuseppe a Gesù. Razza di ba- 
« stardi è questa, ma buona però ad accasare bene le sorelle ! » 

Di Bicci e de’ fratei posso contare 
che, per lo sangue lor, del male acquisto 
sanno a lor donne buon cognati stare. 

A questa sequela di insulti, Forese termina accusando ora aper¬ 
tamente Dante di vigliaccheria, — accusa allora assai più grave 
che ai giorni nostri — per non aver avuto il coraggio di vendi¬ 
care il padre Alagherio ucciso. « Vile tu sei e pauroso, conclude 
Forese, si che 

« qual ti carica ben di bastone, 

« colui ha’ per fratello e per amico ». 


Ma davvero vien voglia di interrompere, come Virgilio dinanzi 
alla baruffa di Mastro Adamo con Simone, 


chè voler ciò udire è bassa voglia. 


A parte la morale, questa tenzone è scritta con una forma cer¬ 
tamente vivace e realisticamente potente. Vi si sente dentro la 
influenza degli scrittori burleschi e umoristici del tempo. L’ac¬ 
cento dell’invettiva ha un suono simile a quello di Cecco An- 


(1) Questo confronto mi conforta nella mia opinione circa il carattere di 
questa tenzone. Nei versi del Monti infatti a me par di sentire l’amaro del 
fiele, in questi di D. piuttosto la sboccata e grassa risata. 


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142 


G. ZOSTA 


giolieri (1). Ma quale bassezza però! E quale differenza dalle 
rime fini e delicate per Fioretta, per Violetta, per Beatrice, per 
la « donna gentile » ! Certamente « nei contrasti burleschi e sa- 
« tirici gli uomini del medio evo mancavano sempre di misura 
« o scambiavano per motti di buona lega le facezie più triviali e 
« plebee » (2); certamente c’è tale esagerazione di affermazioni e 
di insulti — come già osservammo — che c’è davvero da pen¬ 
sare che, appunto per la loro esagerazione, non siano stati scritti 
che per eccitare la sghignazzata dei compagni di baldoria, quasi 
come un ‘ contrasto 1 plebeo a chi le diceva più grosse; ma anche 
facendo larga parte alle costumanze del tempo e al carattere 
particolare della composizione, non lascia davvero molto edifi¬ 
cati la lettura di questa triviale diatriba. 

« Tanto giù cadde! » vien da esclamare con Beatrice. E un 
segno di questo abbassamento del suo livello spirituale ci vien 
pòrto, a mio avviso (3), anche dal sonetto di Guido Cavalcanti, 
che giova riferire: 

T vegno il giorno a te infinite volte 
e trovote pensar troppo vilmente : 
molto mi dol de la gentil tua mente 
e d'assai tue vertù che ti son tolte. 

Solevanti spiacer persone molte, 
tuttor fuggivi l’annoiosa gente; 


(1) Ricordo qui la corrispondenza tra D. e Cecco, che culmina, nell’esilio, 
con quei versi magnifici dell’Angiolieri : 


rimproverare 

può l’uno All’altro poco di noi due: 
sventura e poco senno oe ’l fa fare. 


Cfr. D’Ancona, Sludi di critica, Bologna, 1880, 137 ; e Barbi, Rime, VII, 
rvii-oviii, e I, xxxviii ; e la risposta di Guelfo Taviani, CIX. Il Vossler, D. C., 
II, 800, colse felicemente l’influenza di questa poesia burlesca fiorentina e il 
superamento di D. 

* 

(2) Novati, Le origini, Vallardi, p. 52. E istruttiva, a questo proposito, la 
tenzone tra Frodeberto e Importuno. 

(3) Il Barbi, Rime, I, xxix, pone questo sonetto subito dopo la morte di Bea¬ 
trice : aveva già dichiarato che, secondo lui, « il rimprovero del primo amico è 


% 


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LA LIBICA DI DANTE 


143 


di me parlavi sì coralemente 
che tutte le tue rime avie ricolte. 

Or non ardisco per la vii tua vita 
far raostramento che tuo dir mi piaccia, 
nè in guisa vegno a te che tu mi veggi. 

Se ’l presente sonetto spesso leggi, 
lo spirito noioso che t’incaccia 
si partirà da l’anima invilita. 

Queste parole del « primo amico » vogliono dire, secondo il 

■ 

mio parere, questo soltanto: che egli disapprovava il ribassainento 
(invilimento) spirituale di Dante, che non gli piacevano i nuovi 
detti suoi, che si stupiva ch’egli, che un tempo era cosi schivo 
delle compagnie, ora si lasciasse andare fino al punto di ricer- 
care la compagnia di molte persone annoiose (della risma di 


« per un abbattimento, non per una abbiezione morale » e quindi « è da porsi 
« non con la tenzone avuta con Forese Donati, ma con la consolatoria di Cino 
« per la morte di Beatrice »: Bull'., XI,' 12 6eg. Io ho letto e riletto questo 
componimento, ma sinceramente non mi riesce di convincermi che esso sia una 
specie di * esortatoria ’ a star di buon animo. È vero bensì che « vile », « invi- 
« lire » hanno nella lirica del dugento anche il valore di < abbattuto » e « abbat- 
« tere » ; ma però nel senso di un rilassamento, dovuto a debolezza o pusilla* 
nunità di spirito (cfr. infatti V”. A r ., § 35, ‘ la mia vile vita ’ e nella canz. Gli 
occhi dolenti : l’anima ‘ invilita ’ pel soverchio dolore, ecc. Inoltre « l’anima tua 
» è da viltate offesa », Pnf., II, 45 e « ogni viltà convien che qui sia morta », 
Inf., Ili, 15 e « quel color che viltà di fuor ini pinse »), oppure anche a di¬ 
sonore: « 0 Ilion, come te basso e vile », Purg., XII, 62 e « e lascia il corpo 
« vilmente disfatto », Purg., XXIV, 87, ecc. Non mi pare però che questo 
vocabolo abbia un significato sicuro e costante di « abbattimento > o di < av¬ 
vilimento » come si dice oggi. Inoltre il verso 5 e 6 perchè l’avrebbe scritto 
il Cavalcanti se non per ricordar all’amico il contrario? « Una volta eri schivo 

« delle volgari compagnie » non vuol dire: « ed ora invece le vai a cercare » ? 

« 

K vero che questi versi si possono interpretare: « Anche una volta tu fug- 
« givi l’annoiosa gente », ma allora dovrebbe seguire questa conclusione lo¬ 
gica: « Ma ora però tu vivi troppo appartato dagli uomini ». Invece Guido 
prosegue: « Ora non oso dire che i tuoi scritti mi piacciano e cerco di 
« sfuggirti ». A me in verità sembra che, come si esagerava prima la seve¬ 
rità del rimprovero, ora si attribuisca ad esso un significato sottile, ma che 
sente un po’ di stiracchiatura. Quanto più naturale a me sembra l’interpre¬ 
tazione per cui Guido fa a Dante un rimprovero sì, ma delicato e nobile! 


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144 


G. ZONTA 


Forese Donati e compagni); che sperava, anche in grazia della 

sua riprensione, che l’anima invilita , cioè abbattuta, abbassata, 

ritornasse alle antiche idealità alte ed elevate. Non già quindi 

0 

un grave e severo monito, ma una amichevole riprensione a 
me appare questo nobile sonetto di Guido. 

# 

Che del resto Dante in quest’epoca fosse ‘ invilito ’ e avesse 
dato il suo animo a consuetudini, pensieri e affetti mondani, 
trascurando la cura delle cose spirituali e divine, dice chiara¬ 
mente Beatrice nei rimproveri che gli muove nel Paradiso ter- 

s 

restre, nei quali parla altresi di un’altra fiamma del poeta: 

1 

Non ti dovea gravai* le penne in giuso, 
ad aspettar più colpi, o pargoletta, 
o altra vanità con sì breve uso (1). 

Una pargoletta ! Il peccato predominante del poeta risorge e 
ritorna ; come augelletto inesperto, egli era caduto nelle reti di 
un nuovo amore, e di un amore ben profondo e passionale, se 
Beatrice con tanta precisione lo specifica e lo rinfaccia a colui 
che indarno avea « la barba » (2). A quale donna allude Beatrice t 
K per questa ‘ pargoletta ' scrisse Dante qualche sua lirica (3) l 


11) Furg., XXXI, 58. Dissi già che questo rimprovero di Beatrice bi¬ 
sogna intenderlo indirizzato a Dante per essersi egli rivolto alle cose inon¬ 
dane tutte. 

1*2) E si badi che B. qui è rappresentata come una donna reale: non c’è 
della sciocca gelosia, ma dello sdegno. Perciò tanto più la verità dell’amore 
per la « pargoletta » è evidente. Cfr. anche Bakui, Buìl., XII, 222. 

(3) Intorno al raccostamento della ‘ pargoletta ’ colla donna Pietra dirò 
poi: per ora basti ch’io inetta innanzi la mia modesta opinione, che cioè 
siano due donne distinte: una prima, e una dopo l’esilio. Perciò per questa 
prima donna, ‘ la pargoletta ’, io riterrei scritte alcune composizioni che ap¬ 
punto o esplicitamente parlano di una ‘ pargoletta ’ o invocano una ‘ giovi¬ 
netta ’. Che del resto queste composizioni abbiano un carattere lirico lor 
proprio e comune vide colla consueta acutezza anche il Barbi, Rime, V, 
i.xxxvji-ix, sì che le mise tutte insieme. Certo queste rime nello svolgimento 
della lirica dantesca rappresentano, se non un regresso, certo una sosta : hanno 
cioè un carattere piuttosto simile alle rime giovanili; ma si rammenti che 
per D. ciascun componimento metrico aveva una sua particolare forma e ma- 



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LA LIRICA DI DANTE 

% 


145 


C’è un ciclo.di poesie leggere che accennano insistentemente 
appunto a una « pargoletta », a una « giovinetta » e che hanno dei 
caratteri lirici e sentimentali comuni fra di loro. Sono Chi guar¬ 
derà già mai senza paura', V mi son pargoletta bella e nova ; 
Perchè li vedi giovinetta e bella ; e forse In abito di saggia 
messaggiera. I caratteri specifici di queste rime sono in primo 
luogo una fine e delicata espressione amorosa, sì che si potreb¬ 
bero riaccostare alle liriche della giovinezza, se una certa ma¬ 
turità artistica, a mio avviso, non le facesse apparire più solide 
e più maestrevolmente composte. In secondo luogo, sebbene fini 
e gentili, mi pare che in esse si scorga in modo più evidente 
la maniera del ‘ dolce stile ’. Sono belle, ma belle come rose 
troppo sbocciate, i cui petali stanno per staccarsi. Ci sentirei 


dentro come un esercizio galante, piu tosto che una espressione 
di immagini illusive, come nelle liriche per Fioretta e per Vio¬ 
letta. In terzo luogo in tutte queste composizioni ricorre un mo¬ 
tivo insistente e particolare, quello della Morte, che è qui come 
un sospiro alla tomba, come di chi è stanco della vita e dei pia¬ 
ceri. E le particolari caratteristiche di questo gruppetto di rime 
appaiono anche più evidenti quando si esaminino particolarmente. 


Chi guarderà già mai sanza paura 
ne li occhi d’esta bella pargoletta, 
che m’hanno concio sì, che non s’aspetta 
per me se non la morte, che m’è dura? (1) 


teria, e che la ballata doveva essere usata per espressioni leggere e graziose, 
che talvolta rasentano perfino il lezioso; come sono appunto queste, che, anche 
per ciò, credo che si possano ritenere composte in questo periodo, pur dopo le 
rime per la * donna gentile ’ e la tenzone con Forese. 

(1) Barbi, Rime, V, lxxxix. Cfr. /ingabelli, Dante, pp. 145 e 378 ; il 
quale ha ben visto anche lui che queste rime parlano di una * pargoletta ’, 
ma < poiché — egli dice — queste rime hanno chiaramente un significato 
« allegorico, a codesto moralissimo amore non possono alludere i rimproveri 
« di falli mondani >. Io, in verità, non so proprio scoprire nessun significato 
allegorico in queste rime, nè quindi mi sembra che se ne possa trarre una 
prova di amor morale o immorale. A. Zenatti, Rime per la pargoletta, in 

Giornale »tor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n* 19-ai). IO 


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146 


G. ZONTA 


« La vita mia » prosegue il poeta « fu scelta tra le altre per 
« dare al mondo un esempio di ciò cui riduce il mirare questa 
« donna. Le posi amore adunque per opera del destino, 

< da ch’an uom con venia esser disfatto 
« perch’altri fosse di perieoi tratto. 


« 


« K per ciò ch’io fui cosi presto a trarre in me la morte ; come 
« * vertù di stella margherita ’ ». Il motivo della morte è l'ar¬ 
gomento del sonetto, che è costruito e tornito con grande raffi¬ 
natezza; la ragione sentimentale di esso potrà per avventura 
apparire uh po’ artificiosa e concettistica, ma l’espressione è 
viva ed efficace. Meno robuste, sebbene più graziose, sono le 
ballate: 


— 1’ mi son pargoletta bella e nova, 
che son venuta per mostrare altrui 
de le bellezze del loco ond’io fui (1). 


Gioioso è questo inizio di canto, e festante come raggio di sole 
primaverile ; e, come la Primavera botticelliana, così si presenta 
la pargoletta, tutta contenta, a dir sua gioia e letizia, ad esaltar 
sua virtù: 

I 1 fui del cielo e tornerovvi ancora, 

w % 

per dar de la mia luce altrui diletto; 


Intorno a D., cit., pur ritenendo che la * pargoletta ’ e la donna ‘ Pietra ’ 
fossero la stessa cosa, giustamente, a mio vedere, volle ad essa attribuire anche 

queste ballatette, che dai più vengono reiette solamente per la forte diversità 

* 

stilistica e sentimentale che esse hanno colle rime ‘ pietrose ’. E però strano 
che, mentre tutti i critici si affannano di riferire le rime per la donna * Pietra ’ 
alla pargoletta, mentre in esse questa parola viene una sola volta citata, 
invece non vogliano saperne di attribuirle queste poesie, che tutte espressa- 
mente la nominano. 

(1) Barbi, Rime, lxxxvii. Lo Zingarelli, Il Canz., pp. 147 e 159, la 
crede una poesia allegorica, che col primo verso indichi di voler « contrap- 
« porsi alla pargoletta di altre rime >. Sarebbe quindi posteriore alle rime 
per la donna Pietra, ecc. Il Parodi fece buon viso a questa interpretazione, 
Bull., XIII, 251 ; ma a me sembra davvero che essi « vogliano addossare un 
« carico soverchio su quel povero capoverso ». Nova qui vuol dire « straor¬ 
dinaria ». 



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LA LIRICA DI DANTE 


147 


e chi mi vede e non se ne innamora, 
d’ainor non averà mai intelletto.* 

Non sembra l’eco delle parole di Lia: 

< Sappia qualunque il mio nome domanda 
ch’io mi son Lia, e vo’ movendo intorno 
le belle mani a farmi una ghirlanda > ? 

E anche la pargoletta continua a magnificare il suo dolce amore: 
« Ciascuna stella mi piove negli occhi alcun che della sua luce 
« e della sua virtù. Le mie bellezze son nuove nel mondo, perchè 
« vengono dal cielo, e non possono venire a pieno conosciute se 
« non da uomo che sia desioso d’amore ». 

Queste parole si leggon nel viso 
d’un’angioletta che ci è apparita. 

La soave figura, spirante grazia e profumo, è ben tale da destar 
amore; e il poeta la mira fiso, e un sottile fascino lo prende, 
ma dietro, truce ancella, la segue la Morte: 

E io che per veder lei mirai fiso, 

ne sono a rischio di perder la vita; 

però ch’io ricevetti tal ferita 

da un ch’io vidi dentro a li occhi sui, 

ch’i’ vo’ piangendo e non m’acchetai pui (1). 

Bellissimo verso quest’ultimo e pieno di amore e di dolore in¬ 
sieme. E la Morte ancora ritorna nell’altra ballata: 

Perchè ti vedi giovinetta e bella, 
tanto che svegli ne la mente Amore, 
pres’hai orgoglio e durezza nel core (2). 


(1) Dove sia l’allegoria in questa ballata io non so vedere davvero: a me 
appare una pura espressione d’amore.-Ma qual filosofìa potrà mai far dire al 
poeta : • Ch’i’ vo’ piangendo e non m’acchetai pui » ? 

(2) Barbi, Rime, lxxxviii. Cfr. Zinoarelli, Dante, 148. 


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148 


O. «ONTA 


« Ti sei fatta dura ed orgogliosa, perchè tu vuoi vedere davvero 
« se Amore può condurre alla morte ». Fin qui è svolto un con- 
. retto e un artifizio galante, ma poi ne segue una stupenda esplo¬ 
sione di sentimento vero e reale: 


Ma perchè preso più ch’altro mi trove, 
non hai respetto alcun del mi’ dolore. 


« Ti sei accorta ch’io ti amo, e 
« me ! ». 


perciò non hai pietà alcuna per 


Possi tu sperìnentar lo suo valore ! 


« Oh, provassi anche tu le percosse d’Amore ! ». 

E gli stessi caratteri di queste composizioni ha anche un’altra 
ballata (i), che, se è autentica, volentieri accosterei ad esse. 
Il poeta invita la sua ballata a recarsi a perorare la sua causa 
presso la donna: 

In abito di saggia messaggiera 
muovi, ballata, senza gir tardando 
a quella bella donna a cui ti mando, 
e digli quanto mia vita è leggiera. 


« Tu le dirai che prima i miei occhi, guardandola, sentivano una 
« sete insaziabile di desideri : ‘ solean portar corona di desiri ’ : 
« e ora che non la posson piti vedere 


li strugge Morte con tanta paura 
c’hanno fatto ghirlanda di martiri. 


« Lasso! Non so piu dove volgerli per provare alcun diletto, si 
« che quasi morto mi troverai, se da lei non saprai arrecarmi 
« qualche conforto. Di ciò, ballata, ti prego, e ne ho dolce spe- 
« ranza: 

« ond’eo ti fo dolce preghiera » (2). 


(1) Il Barbi, Rime di dubbia autenticità, II, è ancora incerto, come lo fu 
nei suoi Studi sid Cam., pp. 1-95 e 526; ma a me sembra, sia per la tona¬ 
lità che per lo svolgersi delle immagini, propria di D. 

(2) E a questo periodo e a questa stessa pargoletta io sarei inclinato ad 
assegnare anche la canzone Amor che movi tua verta dal cielo, come fa, del 


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LA LIRIOA DI DANTE 


141 ) 


4 


Siamo giunti così all’ultimo periodo della produzione lirica 
dantesca, nel quale così l’attitudine a cogliere i più remoti sen¬ 
timenti dell’anima come il senso del reale e la visione dramma¬ 
tica delle immagini, vengono a fondersi insieme, rischiarate da 
una viva intuizione della natura (che finora mancava affatto 
nella poesia dantesca), e ciò sotto l’aculeo di una passione vio¬ 
lenta e sensuale. 

Si getta l’anima contro l’ostacolo che si frappone, e non riesce 
a spezzarlo ; l’amore non riesce a riscaldai^ e a commuovere la 
donna iqsensibile e fredda. E un contorcimento, talora rabbioso 
e selvaggio, è l’effetto di questo spasimo, che il poeta esprime 

in alcune composizioni caratteristiche, che dalla donna ‘ Pietra ’ 

« 

prendono il nome. 

Quando furono scritte queste rime e per chi ? Sono esse da 
collegarsi colla canzone cosi detta * del Casentino ’, oppure for¬ 
mano un ciclo a parte ? Problemi son questi insoluti e forse, 


resto, anche il Barbi, Rime, V, xc. Il carattere infatti di questo amore 
mi sembra corrispondere a quello delle ballate, e la donna appare la stessa : 

Per questo mio guardar m’è ne la mente 
una giovane entrata, ohe m’ ha preso. 

E ancora : 

Amor 

non soffrir ohe costei 

per giovanezza mi conduca a morte ; 

ohè non s’aooorge ancor com’ella piace, 

nè quant’io l’amo forte, 

nè che ne li occhi porta la mia pace. 

Versi bellissimi e pieni di tanta passione erotica quanta raramente traluce 
dalle canzoni di D. Perciò anche io sarei portato ad attribuire alla pargoletta 
questo componimento, perchè mi sembra che corrisponda alle parole di B. nel 
Purgatorio. Perciò allo Zingarklli, Dante, p. 878, riuscì difficile il ridurla 
a un significato allegorico. Vedi Barbi, Bull., XI, 38 e la curiosa nota dello 
Zinoarelli, Il Cam., p. 160. 


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150 


G. ZONTA 


qualora non vengano alla luce nuovi documenti, insolubili. A me 
sembra — dopo lunga riflessione — che, fra le varie ipotesi e 
possibilità, la più vicina al verosimile sia quella di collegare 
queste canzoni con quella casentinese, e di supporre che tutte 
insieme siano state composte per un amore reale che Dante ebbe 
a provare nei primi anni dell’esilio (porrei come data approssi¬ 
mativa il 1304); e di ammettere che siano infine una serie di 
composizioni che servano da ponte di congiunzione tra le rime 
giovanili e la Co tìi ni eri Ut (I). Queste* poesie, secondo il mio 


(1) die questa mia opinione non ha incontrato e non incontra il favore 
dei critici. Recentemente attribuirono all'esilio queste rime soltanto il Tor- 
raca, Bull., X, 156, che le crede scritte nel 1311, e il Santi, Il Cane., 
p. 255; ma il primo non fu seguito quasi da alcuno, il secondo.si smarrì 
dentro il ginepraio delle sue svariate ipotesi. Invece A. Zknatti, Int. 2).,p. 64 ; 
lo Zingarelli, Dante, p. 145 e II Cane , p. 140; il Parodi, Bull., XII, 327 ; 
V-. Rossi, Bull., XXIII, p. 70 ; il Piktrobono, Saggio, § II e Fl. Pelle¬ 
grini, Bull., XXII, 25, le credono tutti concordemente scritte prima dell’esilio 
sia per metterle d’accordo colla pargoletta del Purgatorio, sia perchè sembra 
loro inverosimile un amore così sensuale in un esule recente, sia per la de¬ 
scrizione astronomica della prima stanza della canz. V son venuto, che cor¬ 
risponderebbe ad una posizione celeste del 1296, come sostenne F. Neri: 
Io son venuto al punto della rota, in Bulletta italien, XIV (1914), p. 93 
(dietro le indicazioni dell’ÀNGELiTTi, Sulle princ. apparenze di Venere, ecc., 

Palermo, 1901 e Sulla data del viaggio I)unt., in Atti A ve. pontan.. XXVII, 

♦ 

p. 89), in una stringata e sostanziosa memoria. Ma quella clic mi fa piò 
paura è la contraria opinione del Barbi : il quale già aveva espresso il suo 
parere, nel Bull.. XI. p. 7, che ora mantiene immutato nella edizione delle 
Bitne. Il Barbi scrive : « Io intendo bene come egli potesse scrivere e pub- 
« blicare circa il 1296, quando era ammogliato o sul punto d’ammogliarsi, e 
« già s’era dato alla vita pubblica, rime del genere delle pietrose, se la sua 
« vita privata era tale da farle credere finzioni, o almeno esagerazioni poe- 
« tiche, ma non se era veramente preso da una passione cosi sensuale e quasi 
« bestiale per una giovine donna ». Secondo il Barbi quindi le pietrose non 
sarebbero altro che « una finzione poetica », lontana dalla realtà: e questo suo 
asserto egli conforta con un esempio del Leopardi e corrobora con questo 
principio: « il poeta è libero di rappresentare i suoi affetti non solo in quella 
« veste che gli suggerisce la fantasia, ma anche trasfigurando la realtà per 
< ragioni di convenienza o poetica o sociale; può anche rinnovare per una 
« data occasione quei sentimenti che ha provati in un’altra e immaginare in 
« atto quello che ha semplicemente desiderato ». Mi limito a poche osserva- 


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LA LIRICA DI DANTE 


151 


parere, rappresenterebbero come un prolungamento delle idee, 
delle inquietudini, dello sviamento mondano che agitarono il poeta 


zioni, perchè, se no, dovrei stendere un altro articolo. « Non vedo che si-gua- 
« dagni a intendere Beatrice in senso puramente allegorico, quando l’inten- 
« dimento manifesto del poeta è che essa sia una creatura vivente »,obbiettò 
lo stesso Barbi, XII, 222, agli allegoristi ad oltranza. Io oso ripetere la stessa 
sua giustissima osservazione : non vedo che si guadagni a intendere la ‘ donna 
pietra ’ come un semplice atto di desiderio. Nessuno più di me crede che il 
poeta sia assolutamente padrone in casa sua, ma come si può ammettere 
che D. abbia scritto una serie di poesie, cosi intense e vibranti, senza aver 
avuto un sentimento, scaturito dalla realtà, che le, ispirasse ? Ma dunque 
avrà scritto per fare delle esercitazioni metriche e poetiche ? Sì, l’esercita¬ 
zione metrica e poetica c’è, ed è la sestina-canzone Amor, tu vedi ben (De 
vulff. eloq., II, 13), ma proprio in essa è evidente lo sforzo e l’alambiccamento, 
che nelle altre non si nota. E poi per che ragione queste sole poesie rappre¬ 
senterebbero una finzione, mentre le altre, come spesso sostenne giustamente lo 
stesso Barbi, sarebbero delle realtà ? E, si badi, che D. fosse proclive a una realtà 
co») sensuale, più che la testimonianza del Boccaccio, lo dimostra il numero 
delle donne che egli amò, l’episodio della donna pietosa, la compassione per 
Francesca, la ricostruzione appassionata del suo amore e la predilezione che 
egli mostra per i lussuriosi in tutte tre le cantiche. Che ci sia dell’esagera¬ 
zione, persino dell’artifìcio, in queste liriche, si può anche ammettere ; ma a 
me sembra che non ci sia alcuna buona ragione per negare la realtà di questo 
sentimento amoroso, dico realtà nella vita, oltre che poetica. Più diffìcile certo 
è il trovar delle ragioni sufficienti per insinuare la mia convinzione che 
queste rime siano state scritte nei primi anni dell’esilio, anche perchè alla que¬ 
stione estetica si mescolano elementi d’ordine storico e cronologico. Non ri¬ 
ferisco, per non esser troppo lungo, le prove della possibilità di una dimora, 
più o meno prolungata, di D. nel Casentino nei primi anni dell’esilio, dirò 
piuttosto che per seguire la mia assegnazione bisogna ammettere un’amicizia 
di I>. con Moroello Malaspina di Giovagallo, anteriore al 1304 (se si consideri 
autentica l’epistola a lui diretta). Prove, come ognun sa, non ce ne sono, ma la 
difficoltà che si potrebbe opporre, quella cioè delle azioni militari del marchese 
contro i Bianchi, è la stessa che si affaccia più tardi quando I). entra nella 
corte dei Malaspina, amico di Moroello, proprio nello stesso anno della rotta 
di Campo Piceno. D’altra parte il pensare a una corrispondenza amichevole 
tra D. e Moroello prima del 1304 non ci direbbe la ragione — che davvero 
finora non è mai apparsa — del perchè fu prescelto proprio D. come paciere 
tra il vescovo di Luni e i Malaspina ? E che D. abbia potuto conoscere il 
Malaspina, durante quei giri e rigiri che fece presso i vari capi militari e le 
varie fazioni della Toscana durante i primi anni dell’esilio, non mi sembra 
impossibile ipotesi. Ciò pur ammesso, resta da spiegare l’allusione a una 
« pargoletta * nel rimprovero di Beatrice, allusione che ritorna nell’ultimo 


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152 


O. /ONTA 


prima del 1300 e che si mantennero, a mio credere (1), sia 
durante la sua vita politica, che durante i primi anni dell’esilio 
e i vari tentativi per il ritorno in patria; in quell’epoca, cioè, in 
cui il suo spirito doveva risentire ancora sia della vita raffinata 


verso di Io non cernito. Se Beatrice parla di fatti anteriori al 1300, è logico 

a 

— si dice — che la ‘ pargoletta ’ e la 4 Pietra ’ siano una cosa sola e che ri¬ 
specchino un amore che si svolse prima del 1300. L’argomento, che dapprima 
sembra molto grave, divien molto debole quando si consideri: a) che molte 
altre rime, come vedemmo, alludono ad una ‘ pargoletta ’, e allora bisogne¬ 
rebbe accedere all’opinione di quelli che credono che Violetta, Lisetta, Pietra, ecc. 
siano una sola persona; b) che questo attributo ricorre soltanto una volta in 
rime che ripetono fino alla sazietà il nome vero, o il senhal, della donna 
amata, e che quindi non può esser preso che per un epiteto, significante 
« donna di poca età > ; c) che D. usa questa parola nella canz. citata, come 
in altre sue rime, per una specie di simpatia che egli aveva per questo nome. 

< Pargola >, « pargoletta », « pargoleggiare >, < pubelletta > infatti ricorrono 
spesso nelle rime e nella Commedia, appunto perchè D. aveva un debole per 
questa parola, come il Leopardi, a cagion d’esempio, per < donzelletta >. Non 
mi sembra quindi che neanche questo impedimento sia insormontabile. Ma 
la ragione essenziale per cui io colloco le pietrose nei primi anni dell’esilio, 
subito prima della stesura della Commedia, è sopratutto di ordine estetico. 
Dice il Neri; Op. cit., p. 108 : « Dante ebbe coscienza di un continuo svi- 

< luppo dell’arte sua, in cui nuove energie si aggiungevano a rendere più 
« chiaro il periodo precedente ». Ottimo è questo rilievo e, a mio avviso, del 
tutto preciso e sicuro. Ma come è possibile riscontrare questo « continuo svi¬ 
luppo > se le pietrose si pongano prima delle canzoni Amor, che movi ; Io 
sento sì d'Amor la gran possanza ; Amor, da che convien, mentre queste 
sono infinitamente inferiori, nel rispetto artistico, a quelle ? Bisognerebbe am¬ 
mettere che dalle pietrose alla Commedia sia corso un periodo di regresso, 
anzi che di sviluppo! Ed è per ciò che il Neri, Op. cit., p. 101 e il Parodi, 
Bull., XIII, 256, dichiarano che la canzone del Casentino « è un problema 

< che rinunziano a spiegarsi ». Perchè ? Ma ponendo le pietrose dopo la 
canz. del Casentino, tutto si risolve, non solo rispetto alla particolare que¬ 
stione di questa canzone « che ha dell’amor cortese, qualche mossa ciniana, 

< qualche altra ‘ pietrosa ’ » ; ma anche rispetto a tutta la produzione lirica 
di D., che si compone così in una progressiva scala di svolgimento, che, senza 
soste o regressi, va sempre rincalzando la sua arte fino a giungere alla per¬ 
fetta espressione di Tre donne intorno al cor, che sono una ben degna in¬ 
troduzione della Commedia. Se questa nota non fosse già lunga più degli anni 
di Matusalemme, avrei tante altre osservazioni da aggiungere, ma, se mai, 
sarà per un’altra volta. 

(1) Lo notò già acutamente anche I. Del Li ncio, Lisetta, p. 164. 


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LA LIBICA DI DANTE 


153 


c galante della città sua, sia dei sentimenti proclivi verso il 
desiderio di fruire e di partecipare alla vita mondana e sociale, 
che, iniziatisi colla consuetudine con Forese Donati, dovevano 
conchiudersi col rigetto della « compagnia malvagia e scempia ». 
Colla perdita della speranza del ritorno in patria io infatti ho 
sempre pensato che deva coincidere l’inizio della stesura della 
Commedia (t). 

L’uscita dalla selva selvaggia deve ben significare un suo rin¬ 
novamento spirituale. Ora quale momento più opportuno di quello 
in cui l’esule capisce che ormai dovrà rimanere esule per sempre, 
e che per sempre la miseria, l’umiliazione, il peregrinamento 
dovranno essere il suo gramo retaggio? Orbene io ritengo che 
le poesie per la donna ‘ Pietra ’ siano state composte appunto 
sullo stremo limite della sua vita mondana, prima della ‘ con- 
‘ versione ’, per cosi dire, del poeta ; e che rappresentino l’ultima 
e la più veemente passione del poeta, prima del suo rinnova-* 
mento spirituale. Le rime di questo ciclo, il più intenso e pos¬ 
sente, si aprono adunque, a mio avviso, colla canzone ‘ del 
‘ Casentino ’ (2), la quale ha delle forme che risentono ancora 
della prima maniera, mescolata però con un fremito e un fer¬ 
vore nuovo; e vanno lungo la via perdendo sempre più i ca- 
ratteri vecchi, per giungere al massimo della espressione col- 


(1) Cfr. Parodi, La data , ecc., p. 405 e passim. 

(2) Lo Zinoarelli, Il Cane., pp. 139 e 158 e Dante , pp. 232 sg., la crede 
« un canto di amore cortigiano », ma altri la credette scritta per la potestà 
imperiale, altri per la filosofia, altri ancora per Firenze, ecc., appunto perchè 
« essa urta realmente con tutto un ordine di fatti che emergono dalla sua 
« vita e dalle sue parole ». Eppure l’amore ivi canta con voce ben chiara e 
squillante ! E chi non vede nella donna cosi cantata la Pietra delle altre 
canzoni ? « Questa rea », < bella e ria », « la nemica figura » e 

questa sbandeggiata di tua corte, 

Signor, non oura colpo di tuo strale, 

non sono espressioni che ricorrono in tutte le pietrose ? Quanto al commiato 
sarà detto nella esposizione ; ma si badi che corrisponde a quello ch’egli ripete 
in Tre donne. 


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154 


« 


G. ZONTA 


l’ii Iti ma canzone, Io smi renuto, che è dello stesso timbro e 
della stessa forza artistica della Commedia. 

Lo sfondo di questo amore è posto nella « valle del fiume » 

% 

sonante e fluente, cinta dai colli del Casentino (i). Bella è la 
natura ivi e benigna di gioia : i prati son ricoperti di fioretti e 
d'erba, al dolce tempo che riscalda i colli ; ma ora sta calando 
rultima bruma autunnale, e le erbe ingialliscono e gli alberi si de¬ 
nudano del verde; poi precipita l’inverno rigido, sconsolato. Soffia, 
rabbiosa, la sizza tra gli alberi stecchiti e i colli si ricoprono di 
bianco. Scorre ancora l’acqua ondeggiando, ma cristallo è sulle 
rive, e triste è il suono dell’onda, che lambe le falde del monte : 
una scialba luce fascia il gramo villaggio. Solamente il ricordo 
dei prati, già coperti di fioretti e d’erba o rossi.di biade, punge 
il cuore (» lo stringe, come se il mondo sconsolato fosse tutto 


(1) Tutte le pietrose si svolgono in piena campagna e ripetutamente ac¬ 
cennano a colli, come la ‘ montanina ’ ; ora, ammettendo che le pietrose siano 

% 

state scritte a Firenze, come si può conciliare tutto questo ? E vero che auche 
attorno a Firenze vi sono i colli, ma qui è evidente che lo sfondo è del tutto 
montanino e, quasi direi, pastorale. Ma forse appunto per ciò si dirà che D. 
ha fìnto di essere in montagna. Ma sarebbe allora da spiegare perchè D. ha 
proprio preso dei monti per isfondo, e perchè ha proprio descritto una strada 
che d’inverno si tramuta in rivo, e perchè ha distinto i colli di cui parlava 
ora in * altissimi ’ ora in ‘ piccioli a seconda della varia scena rappresentata 
(efr. buone osservazioni a questo proposito anche in Santi, Il Canz., pp. 211 
e seg.). Concludendo, a me sembra dunque che la donna delle pietrose sia la 
stessa che D. cantò nella canzone ‘ montanina ’ e che lo sfondo naturale de¬ 
scritto sia lo stesso, cioè il Casentino, e che quindi non solo si possano, ma 
si debbano riunire queste composizioni tutte insieme e che si deva conside¬ 
rare la ‘ montanina ’ come il componimento di transizione tra le rime gio¬ 
vanili e le pietrose. Ad ogni modo, si accettino o no queste mie conclusioni, 

è indubitabile che la rappresentazione poetica di questo amore, Dante la 

# 

pone in un paesaggio montano, lungo un fiume, fra colli digradanti: questo 
almeno basta per l’esegesi estetica, chè mi suonano nelle orecchie alla fine le 
parole dello stesso Barbi, Bull., 7 : « Le difficoltà che incontriamo a voler 

< accertare quello che di reale sia in queste finzioni o rappresentazioni poe- 

< tiche, scompaiono, o s’attenuano d’assai, quando sia nostro proposito dedurre 
« da esse quel tanto che occorre a intendere e giudicar l’opera d’arte, cioè 
« in quale stato d’animo l’autore la componesse, e quali impressioni con essa 
« volesse destare ». 



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LA LIRICA DI DANTE 


155 


deserto di amore. Così appunto come il disperato amore del poeta. 
Era calato come una folgore sopra la sua anima, sulla quale si 
addensava la prima foschia dell’autunno della vita, ma v’erano 
ancora dei fiori in cima ai pruni, era ancor verde il prato e le 

stelle tutte brillavano per lo grand’arco. Il cuore dell’esule, che 

# 

le meditazioni e gli amori, così come i ricordi della vita gaudiosa 
e la paura di eventi inconosciuti, travagliavano e maceravano, 
palpita precipitoso. È ancora dunque, e sempre, l’amore, la ra¬ 
gione della sua vita ? Gli studi celesti e terrestri, gli affari politici 
non sono dunque bastanti a soddisfare'il suo spirito? E se questo 
amore nuovo e possente fosse, come gli altri, stimolo a comporre 
e a creare ?. Come ad una rupe emergente, il poeta si aggrappa a 

questa « pietra » e in essa spera di generare una nuova sua vita. 

« 

Lo spirito e il corpo, la fantasia e i sensi del poeta vibrano e 
fremono, si slanciano tutti insieme alla conquista ansiosi e ane- 
lanti; ma la donna è di marmo. Come la natura all’Islandese, 
nell’operetta morale leopardiana, questa donna presenta al poeta 
una faccia di sfinge che guarda e non parla, che impietra altrui 
e non si strugge, che inghiotte i cuori, ma che ha il cuore di 
ghiaccio. Non è più la « fera e sdegnosa » donna delle rime gio¬ 
vanili ; ma una ‘ Pietra ’ che non ama, che non sente, che non 
si scuote. Eppure una selvaggia bellezza, uno strano fascino 
emana dai suoi occhi e dalle bionde sue treccie, e vampate di 
desiderio e fiamme di lussuria invadono e bruciano il cuore del 


poeta, che si storce sotto la bufera della passione e che getta il 
suo grido di amore e d’odio insieme, di pace e di violenza. 

Il diniego di Beatrice aveva provocato in Dante una mistica 
idealizzazione, ma ora, poi che il desiderio dei sensi lo preme, 
egli nè può soddisfare al suo desiderio col possesso, e neppure 


può trasportar questo amore in alto verso il cielo, creando un 
nuovo parto della potente fantasia ; non può più nè possedere, 


nè idealizzare: il contrasto tragico è qui. 


$ 


Questo amore ha un’origine violenta e improvvisa : « Cum 


« primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incantus defi- 


« aererò, subito, heu ! mulier ceu fulgur descendens, apparuit, 

% 


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156 


G. ZONTA 


« nescio quoraodo, meis auspitiis undique moribus et forma con- 
« formis. O quam in eius apparitione obstupui ! Sed stupor, 
« subsequentis tonitrui terrore cessavit. Nam sicut diurnis co- 
« ruscationibus illico succedunt tonitrua, sic inspecta fiamma pul- 

« chritudinis huius, amor terribilis et imperiosus me tenuit. 

« Kegnat itaque amor in me, nulla refragante virtute » (1). 

Amor, da che convien pur ch’io mi doglia 

♦ 

perchè la gente m’oda, 

e mostri me d’ogni vertute spento, 

dammi savere a pianger come voglia, 

sì che ’1 duol che si snoda, 

portin le mie parole com’ io ’l sento (2). 

Sembra la proposizione di un poema, e ben potrebbe questa 
dirsi la protasi delle canzoni per la donna ‘ Pietra 

Tu vo’ ch’io muoia e io ne son contento, 

è il ritorno di un pensiero a sazietà già usato da Dante, come 
vedemmo; qui però acquista un rilievo maggiore per le interro¬ 
gazioni che lo seguono e che ci fanno pensare ad un argomento 
straordinario, come è quello di un tale amore. Questa strofe, che 
termina con un concetto e un bisticcio, ad onta di alcune frasi 
o parole di timbro forte, non è certo molto felice, ma la segue 
un’altra, nella quale si rivela il sottile analizzatore di sentimenti. 
« Io non posso » dice il poeta « evitare eh’ ella non s’insinui 
« dentro della mia immaginativa, poi che essa è sempre in me, 
« come il mio pensiero ». L’anima follemente va dipingendosi 
sempre dinanzi la figura di lei, bella e insensibile; poi la rimira, 
la vagheggia e, quando si sente colmare dal desiderio e sente 
un fuoco sottile pervaderla, allora si adira contro se stessa: 

così dipinge e forma la sua pena. 


(1) Epistolae, VI. Citò secondo 0. Zenatti, Dante e Firenze, Firenze, 
p. 431, dov’è anche la bibliografìa di tale questione. Circa l’autenticità cfr. lo 
studio del Vandelli, Bull., VII, p. 59. 

(2) Barbi, Rime, VII, cxvi. 


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LA LIRICA DI DANTE 


157 


Bella è questa figurazione ed efficacemente espressa. « E qual 
« argomento dunque può porre un freno alla mia passione, se la 
« mente stessa crea incessantemente il suo male? Perciò l’an- 
« goscia erompe fuor dalla bocca in sospiri e fuor dagli occhi in 
« pianto » : 

L’angoscia, che non cape dentro (1), spira 
fuor de la bocca sì, ch’ella s’intende,' 
e anche a li occhi lor merito rende. 

Espresso il lavorio che il suo spirito fa per rappresentarsi sempre 
l’immagine della donna, il poeta prosegue esponendo il secondo 
effetto che viene ad operarsi in lui. La figura che egli si crea 
nella mente, lo spinge alla ricerca della donna reale, sebbene 
questa vista sia fonte a lui di dolore. La prima parte è espressa 
con grande verità: 

La nimica figura, che rimane 
vittoriosa e fera 

i 

e signoreggia la vertu che vole, 
vaga di sè medesma, andar mi fané 
colà dov’ella è vera 
come simile a simil correr sole. 

Si noti la evidenza della figura vittoriosa e fera e la finezza e 
vivacità della immagine che la segue: 

Ben conosco che va la neve al sole, 
ma più non posso ; fo come colui 
che, nel podere altrui, 
va co’ suoi piedi al loco ov’egli è morto. 

« Ben so che avviene di me come della neve al sole ; e eh’ io 
« faccio come colui che va a darsi in potere di chi lo deve uc- 
« cidere ». Perciò, 

quando son presso, panni udir parole, 
dicer: « Vie via vedrai morir costui! » 


% 

(1) Cfr. Purg XXX, 95. E la stessa immagine. 


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158 


G. ZONTA. 


Allor ini volgo por veder a cui 
mi raccomandi; e ’ntanto sono scorto 
da li occhi che m’ancidono a gran torto. 


La scena è mossa e precisa: il poeta indulge sempre alla sua 
inclinazione drammatica. Tutto il processo psicologico finora è 
stato da lui espresso con vivace efficacia, specialmente nella 
figurazione della fantasia che « da esser verace tragge inten- 


« zione » (1); ma, se ben si badi, le rimanenti idee sono tutte già 
state espresse dal poeta, specialmente nei sonetti del ‘ gabbo ’. 
Qui però hanno assunto una maggiore precisione di suono 

4 

e le figure una più nitida fisionomia. C’ è ancora insomma del 
vecchio, sebbene si senta qualche fiotto di aria nuova. Cosi il 
principio della quarta strofe incomincia fiaccamente, col solito 
Amore che guarda impassibile aH’anima che si smarrisce, ma 
risale con ala poderosa ad esprimere il risveglio dopo lo smar¬ 
rimento : 


Com’ io risurgo, e miro la ferita, 
che mi disfece quand’io fui percosso, 
confortar non mi posso 
sì ch’io non triemi tutto di paura. 


Chi non ricorda il verso « a lui che ancor mirava sua ferita » 
dell’ Inferno i (2). Questa figurazione è in tutto degna della 
Commedia , della quale ha pure il timbro particolare ; ma la fine 
della strofe è contorta e artificiosa ; bello è solo quel lampo fug¬ 
gevole di riso : « che, se con dolce riso è stato mosso », che il¬ 
lumina di un guizzo di luce il buio dello smarrimento e della 
morte. 


(1) Nessun commento migliore di questa strofa e di questo concetto alla 
pura creazione dell’immagine e al vagheggiamento di essa, che è nel Purg., 
XVIII, 22. 

(2) Si confronti con Inf., XXII, 77 : « A lui, che ancor mirava sua fe- 
« rita, ecc. ». 



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LA LIRICA DI DANTE 


159 


Dopo, il poeta ha come un arresto, e, volgendosi ad Amore, 
gli parla come trasognato e triste : 

Così m’hai' concio, Amore, in mezzo l’alpi, 

ne la valle del fiume, 

lungo il qual sempre sopra me se’ forte. 

» 

Le alpi, il fiume, la riviera sono idee nuove in Dante, il quale 
finora nelle sue rime non ha mai, di proposito, associato la natura 

all’espressione del suo amore. È un primo squarcio, che si intrav- 

* ♦ 

vede appena però, un primo umile lembo che si rinchiude colla 
parola « montanina » ch’egli aggiunge poi alla canzone. E l’accenno 
al fiume « bello e corrente e chiarissimo », quanti ricordi, quanti 
pensieri risnscita nella mente dell’esule ! Egli rivede tutta la sua 

* i 

vita : Amore non si specchiava in quel fiume allor che lo con¬ 
sigliava di volgersi da Fioretta a Violetta; e non era stato lungo 
quel « rivo chiaro molto » ch’egli aveva intuita la prima ideale 
esaltazione d’amore ( Quanto amore e quanta tristezza! Ed ora 
ancor questo fiume doveva essere il testimonio di un’altra pas¬ 
sione, ma più selvaggia e più disperata, ed Amore ancora lun¬ 
ghesso dovea ritornare : 

Qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi, 

merzè del fiero lume 

che sfolgorando fa via a la morte. 

Forti e magnifiche immagini son queste : l’arditezza del traslato 
« mi palpi » e il generoso vigore dell’ultimo verso continuano 
gagliardamente questa stanza, che è tutta, ora, un volo lirico fino 
alla fine: 

Lasso! non donne qui, non genti accorte 
veggio, a cui mi lamenti del mio male! 


Accorata esclamazione di un esule, che era stato il piu grande 
dei trovatori nella sua patria e che alle donne gentili cosi spesso 
avea rivolto il suo verso. Ora qui è solo; non più la grazia di 
nobildonne squisite e amorose, non più l’affetto di amici accorti 


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160 


O. ZONTA 


e cortesi ; qui è solo col suo amore, amor senza speranza, perchè 
la donna è insensibile e dura, si che da essa è vano sperare 
aiuto e pietà. Essa, infatti, ha rivestito il petto di orgoglio, e 
contro tale schermo ogni saetta si spunta: 

Fatto ha d’orgoglio al petto schermo tale, 
ch’ogni saetta lì spunta suo corso (1); 
per che l’armato cor da nulla è morso. 

Con questa nuova figurazione della donna fiera e corazzata 
contro Amore, si conchiude la turbata e agitata espressione. 

Ritorna nel congedo, bellissimo, il motivo del dolce paese fra 
i monti, che lo serrano intorno ; e dai chiusi colli il poeta spicca 
il volo, con ardente desiderio, fino alla sua terra; è'un accora¬ 
mento fatto di lacrime e di dolore: 

0 montanina mia canzon, tu vai : 
forse vedrai Fiorenza; 

un groppo di pianto, un sospiro : 

la mia .terra, 

un misto di sentimenti fatti di amore e d’odio, di rimpianto e 
d'ira si agita nel suo spirito sconvolgendolo: « terra tanto amata, 
« che ini ha scacciato 

che fuor di sè mi serra. 


Il pensiero deH’esule si arresta, e il sentimento della patria il¬ 
lumina il suo cuore, che freme e si snoda pur fuori dai lacci 
di un amore prepotente. La sua terra lo ha ripudiato, perchè 


essa e 


vota d’amore e nuda di pietate. 


Perciò, che vale 0 rimpianto? Che importa se essa, ingiusta, ha 
scacciato lui, giusto? Oh, no: egli non tenterà più di ritornare 


(1) Immagini e suoni propri delle rime pietrose. 


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LA LIRICA DI DANTE 


161 


nella « maledetta e sventurata fossa... ». Stia tranquilla Firenze, 
chè non lo vedrà più far guerra contro di lei per rientrare (1), 
vai più di lei l’amore e la catena della donna bella che lo lega. 

Se dentro v’entri, va dicendo: « Ornai 
non vi può far lo mio fattor più guerra: 
là ond’io vegno una catena il serra 
tal, che se piega vostra crudeltate, 
non ha di ritornar qui liberiate ». 

È il sorriso amaro dell’esule che sdegna ciò che tanto sa che 
non potrà avere; per contrapporvi, per disprezzo, cosa ch’egli 
stesso sa bene che non ha lo stesso valore. 

Nel complesso adunque questa canzone ha un fondo di idee 
e di immagini — specialmente nella parte amorosa — che non 
sono di molto dissimili da quelle che vedemmo già usate dal 
poeta; ma il modo di espressione qui viene ad arricchirsi, a 
snodarsi con maggiore efficacia e con un sentimento più vivo, 
sopra tutto nell’ultima parte. Non tutta la canzone adunque è 
eguale : alcune parti sono concettistiche e trite; altre balde e 
forti, che risentono delle « rime pietrose » (2). Mi sembra perciò 
che dalla disamina che ne abbiamo fatta, si possa concludere 
che questo componimento può benissimo servire come di ponte 
di congiunzione tra le rime ‘ giovanili ’ e la nuova forma, onde 
sono scritte le rime per la donna ‘ Pietra ’. 

K questa nuova forma venne certamente ad avere un forte 
impulso dallo studio che il poeta fece delle canzoni di Arnaldo 
lianiello (3) : « Huius modi stantiae usus est fere in omnibus can¬ 


ti) Questa espressione fìssa, a mio avviso, la data della canzone; poi che, 
accennando a tentativi da poco fatti per rientrare in città, ci porta a pen¬ 
sare ch’essa sia stata composta intorno alla fine del 1304, quando le speranze 
dell'esule tramontavano in seguito agli insuccessi delle armi. 

(2) Lo nota anche il Neri, Io son, p. 101. 

(2) Intorno alle relazioni tra D. e Arnaldo, cfr. Zingakelli, Dante, 145 
e 11 Cam., pp. 140 e 158 ; Vossler, La D. C., II, p. 635 e Neri, lo non, 

p. 100. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 19-81). 11 


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162 


G. ZONTA 


« tionibus suis Arnaldus Danielis, et nos eum secati sumus cara 
« diximus: ‘Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra ’ » (1). 


Eu sui Arnautz qu’amas Paura 
e catz la lebre ab lo bou • 
e nadi contra suberna (2), 


aveva detto di sè il trovatore del Perigord; e infatti metri inu¬ 
sitati, rime difficili, costruzioni contorte, allitterazioni e giochi 
di parole abbondano nella sua lirica, ch’egli volle comporre a 
differenza degli altri « fabbri del parlar materno », quasi stucco 
e stanco dell’usato congegno della stanza e della troppa ormai 
carezzevole e liquida vena delle anteriori poesie. Egli cercò degli 
accorgimenti artistici nuovi e aristocratici, magari oscuri e dif¬ 
fìcili, ma lontani dai gusti e dalla comprensione del volgo. Non 
solo, ma nella canzone che Dante ebbe certamente sott’occhio: 
Lo feria voler qu’el cor m'intra (3), egli adopera questa strana 
forma, per esprimere una inqueta ed intensa voluttà, in modo 

tale che le rime contorte si accordano artisticamente colla brama 

\ 

acuta del desiderio carnale: 


Del cors li fos, non de Parma, 
e cossentis m’a celat dinz sa cambra! 
que plus mi nafra ’l cor que colps de verga. 

K ancora : 

c’aitant vezis cuin es lo detz de Pongla, 
s’a lei plagues, volgr’esser de sa cambra. 

E finalmente : 

C’aissi s’enpren e s’enongla 

mos cors en lei cum Pescorssa en la verga (4). 


(1) De vulg. eìoq., II, X. 

(2) Mi servo dell’ottimo Crksoini, Mannaletto pror.. Padova, 1905, pp. 388 

e 241. * 

(3) Anche lo Zingarelli, Il Canz., p. 158, ha questa convinzione. 

(4) Crescjni, Man., pp. 241-2. Sul carattere della lirica di Arnaldo, vedi 
l T . A, Carello, La vita e le opere di A. ])., Halle, 1883, pp. 16 e 118 e 
Vossler, La J). p. 632. 




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LA LIRICA DI DANTE 


163 


Questi versi e immagini intense e possenti espresse in coble, 
nelle quali ritornano le parole-rime, come continua ricorre nella 
mente del poeta la sua passione e il suo desiderio, dovettero pro¬ 
durre una impressione profonda nell’animo di Dante che si trovava 
ad essere nella stessa condizione spirituale di Arnaldo. Dante, 
infatti, da una parte vedeva che la materia^ poetica, ch’egli aveva 
cantata, era divenuta ormai una maniera , una espressione, cioè, 
graziosa e raffinata sì, ma che era uniforme, perchè aveva di già 
esaurita la sua particolare materia poetica; — dall’altra, ora 
egli sentiva dentro di sè un amore che nulla aveva dell’angelico, 
che anzi era tutto pervaso da fiamme sensuali e da una acuta 
brama di possesso; mentre la donna così amata e desiderata, 
questa volta, era con lui fredda e insensibile. ' 

L’amore violento e il rifiuto producono perciò in lui un con¬ 
trasto iroso e angoscioso che gli turba e sconvolge il corpo e 

10 spirito. Era naturale che questo nuovo stato d’animo non 
potesse trovare la sua adeguata espressione nelle forme già usate 
e viete, ma che ne cercasse un’altra corrispondente al nuovo 

veemente sentimento. E il ravvolgersi per entro ad uno schema 

* 

arduo e spinoso, irto di intoppi e di rovi ; e il martellar le sue 
veementi figure per entro a parole strane e contorte,, come il 
suo cuore, che spasimava irosamente nella sua impotenza ad 
infrangere un ostacolo che nessuno poteva superare, questa trovò 

11 poeta una forma concordante col suo stato d’animo in pena (t). 
E la sestina di Arnaldo gli si presentò come la più adatta e 
vicina a tale espressione; anzi egli poi la rese ancor più intri- 


(1) A me non sembra probabile che I). leggesse le rime di Arnaldo so¬ 
lamente ora, come ammette il Neri, Io son, p. 99, nò credo che il ‘ dolce 
stile ’ perciò non possa essere stato una reazione contro l’influenza provenzale, 
perchè le'rime di lingua d’oc esso conobbe soltanto « assimilate nelle scuole 
« poetiche italiane ». I poeti italiani indubbiamente conoscevano i trovatori 
per la lettura diretta delle loro opere, e così dovette essere anche di Dante. 
Ma a me sembra clic sia probabile invece che D. conoscesse sì la poesia d’Ar¬ 
naldo, ma che ne seguisse le orme soltanto allora che si trovò in uno stato 
d’animo simile» a quello del trovatore provenzale. 


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164 


O. ZONTA 


cata e intralciata, giungendo fino all’artificio e al gioco. Ma da 
questo virtuosismo si liberò alla fine, estraendo fuori dall’espe¬ 
rimento arnaldesco una maggiore potenza e arditezza d’immagini, 
una maggiore robustezza metrica (forse la terzina derivò da 
questa prova) (1), e il succo della nuova sua intuizione tras¬ 
portando nella canzone. In questo ciclo adunque il poeta, dalla 
; montanina ’, che aveva elementi vecchi e qualche spirito nuovo, 
passò alle sestine, nuove nel metro e nelle figurazioni, e in fine 
trovò il suo perfetto aggiustamento e armonia dentro delle or- 
dinarie forme della canzone. 

Con un preludio lungo e affannato si apre la scena della prima 
sestina. Un verso faticoso, allungato per un emistichio ancora, 
alla fine cade, come stanco, sull’aggettivo che lo cònchiude e 
definisce : 

Al poco giorno e ft l gran cerchio d’ombra 
son giunto, lasso (2); 

Il giorno è breve e l’ombra lunga; stagione triste e sconsolata; 
i colli si fanno bianchi di neve, l’erba inaridisce scolorandosi : 

e al bianchir de’ colli, 
quando si perde lo color ne l’erba. 

% 

Il senso della natura, che nell’altra canzone vedemmo appena 
intuito, qui informa di sè tutta la espressione deH'amore. La 
prima scena della collina bianca e desolata dà la. prima nota 
di tristezza, di tedio, di brivido per la brina e la neve, che 
coprono o ingialliscono il verde diffuso dei prati. Il verde! 


(1) Intorno alla sestina e ai metri simili, cfr. La sestina d'Arnaldo del 

Mari, in Rendic. Istit. Lomb., II, XXXII, 953 e Jf.anrov, La * sestina 

% 

« doppia » de Dante et les origines de la sextine, in Romania, XLII, 481. 

(2) Barbi, Rime, VI, ti. Veramente il Barbi dispone diversamente queste 

canzoni, poi che pone per prima Io son venuto : certamente perchè in questa 
v’è un accenno più specificato del tempo autunnale, mentre Al poco giorno 
si riferisce a un tempo invernale; poi anche perchè forse sentì il bisogno di 
collegare le sestine colle canzoni anteriori mediante un componimento che ha 
la forma metrica tradizionale e concetti pietrosi. . 


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LA LIBICA DI DANTE 


165 


Questo ricordo risuscita, per contrasto, quello dell’ erba, dei 
colli fioriti e festanti, del calore, del sole, nell’anima del poeta ; 
che intesse una canzone, che delinea, intorno alla figurazione 
dell’amore, una scena di sconsolata natura invernale, e che 
nello sfondo dipinge, come in un sogno, la lontana visione del 
verde e dei fiori. Anche nel cuore del poeta c’è un amore fermo 
e inseparabile, ma il verno si distende gelido sul cuore della 
donna; mentre quello del poeta è ardente di fiamma, come il 
sole, sempre pieno .di speranza come il verde : 

G ’l mio disio però non cangia il verde, 

sì è barbato ne la dura petra 

che parla e sente come fosse donna. 

Contrasto magnifico tra una cosa viva e possente ed una gelida 
e impassibile ! L’amor suo è « barbato » nella dura pietra, come 
le radici delle quercie si addentrano a sviscerare e ad abbarbi¬ 
carsi alla roccia. 

« 

E la doppia ricorrenza di immagini s’incalza con novèlla onda 
di suoni. Come l’inverno è il cuore di questa donna, come la 
neve, che, essendo all’ombra, non sente il dolce tepore prima¬ 
verile : 

Similemente questa nova donna 
si sta gelata, come neve a l’ombra; 
che non la move, se non come petra, 
il dolce tempo... 

0 

Il ricordo della soave stagione riprende la fantasia del poeta, 

0 

che, gaudiosa, si esalta al dolce ricordo : 

il dolce tempo che riscalda i colli 
e che li fa tornar di bianco in verde 
perchè li copre di fioretti e d’erba. 

Illusione luminosa, proiettata fuori dal triste paesaggio inver¬ 
nale ! I colli freddi e bianchi divengono tutti palpitanti di sole 
e coperti di verde : tutto è fiori ed erba. E l’accesa fantasia del 


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166 


G. ZONTA 


poeta pone nel centro di questa esultante natura primaverile, 
creata nel Crudo dell’inverno, la donna amata, lieta essa stessa 
e coronata jdi verde : 

Qu&nd’ella ha in testa una ghirlanda d’erba, 
trae de la mente nostra ogn’altra donna; 
perchè si mischia il crespo giallo e ’l verde. 

Palpita fra il verde il biondo rilucente delle chiome ; e la fan¬ 
tasia vagheggia la dolce immagine, e la fiamma e il desiderio 
riarde impetuoso : 

che m’ha serrato intra piccioli colli 
più forte assai che la calcina petra. 

Squisito ancora quel tocco di paesaggio : « tra piccioli colli » e 
arnaldesca l’ardita comparazione dell’inseparabile stretta. 

E il risorgere della passione esprime un’altra cobla, poi che 

a 

il poeta non sa rinunziar a gridare ancora il suo amore : cobla 
che è un po’ slegata e irrequieta, come la sete insaziata del suo 
amore : 

ch’io soli fuggito per piani e per colli 
per potere scampar da cotal donna; 

e che termina con un paragone artificioso e concettistico : 

e dal suo lume non mi può far ombra 
poggio nè muro mai nè fronda verde. 

Ma il motivo del verde torna a riaccendere la immaginazione, 
ed egli ricorda. Rivede la donna amata, coronata di verde le 
bionde chiome, e tutto il bel corpo rivestito di verde: 

Io l’ho veduta già vestita a verde. 

E la ricordanza l’assale di quel giorno ! Luceva la primavera : 
i colli eran tutti fiori e verdura ; ella, circonfusa di verde, sedeva 
sul prato ; e il poeta la richiese d’amore ; — egli la desiderò 


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LA LIRICA DI DANTI? 


167 


allora amante quanto fu mai donna, là su quel soave prato soli¬ 
tario, cinto d’intorno d’altissimi colli : 

* 

Ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba 
innamorata, com’anco fu donna, 
e chiuso intorno d’altissimi colli. 


Il momento ansioso dell’amore, la vicinanza, il fremito, la spe¬ 
ranza... E, per contrasto iroso, rabbioso, il rifiuto; anzi, non il 
rifiuto, ma l’impassibilità, il gelo di quel cuore, che, come legno 
verde e molle, non darà mai fiamma, che è insensibile e freddo! 
Mentre lui dormirebbe sulla pietra per lei, si pascerebbe d’erba 
per lei; e, non per possederne il bel corpo bramato, ma soltanto 
per veder l’ombra delle sue vesti ! 

Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli 
prima che questo legno molle e verde 
s’infiammi, come suol far bella donna, 
di me; che mi torrei dormire in petra 
tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba, 
sol per veder do’ suoi panni fanno ombra. 


Magnifica è questa sestina, e tutta collegata, e armonizzata so¬ 
lidamente con ritmico svolgimento ed intreccio, come fiotto di 
passione viva e perenne ! È ben una melodia e una pittura squi¬ 
sita: la illusiva visione della primavera circonfonde col suo verde 
e i suoi fiori la bella figura della donna; e l’amore, la gioia, la 
speranza si susseguono e prorompono, per dileguarsi poi dinanzi 
al gelido cuore dell’amata. Poi vanisce la gioiosa visione prima¬ 
verile con un guizzo ancora di luce e di verde fra la foschia dplle 
ombre invernali: 


Quandunque i colli fanno più nera ombra, 
sotto un bel verde la giovane donna 
la fa sparer, com’uoin petra sott’erba. 


dome bella e piena di generosa ispirazione questa, cosi artifi- 
ziata, sconvolta, concettistica à l’altra sestina-canzone (1), che a 


(1) Cosi designo questo componimento, perchè ha le parole-rima della se- 


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168 


G. ZONTA 


questa si accompagna. Al poeta è sembrata ancor poca la diftì- 
coltà del metro arnaldesco, egli ha voluto triplicare gli ostacoli 
e le complicazioni ; ha voluto tentare l’estremo della sua possa 
fantastica, e ne risultò una espressione che risente dello sforzato 
e dell’eccessivo. Domina anche qui il contrasto, come nell’altra, 
che viene martellato, dalle due parole freddo-luce da una parte 
e donna-pietra dall’altra ; domina tutto questo sviluppo, impas- 
# sibile, il tempo. Ma il ritorno di queste parole-rime non è più 
qui il frutto di uno spontaneo stato d’animo, che ritorna per 
invincibile fissamento alle idee che occupano tutta la sua vita: 
ma è una ripetizione di parole, voluta, più tosto che sentita. 
Certo però, ad onta della cerebralità — mi si passi la parola — 
di questo componimento, appare in esso il sigillo di Dante : la 
costruzione è solida, le parole potenti e aspre e l’armonia par¬ 
ticolare al nostro poeta governa tutte le lasse : ma l’ispirazione 
viva e spontanea vien troppo spesso a mancare, soffocata com’ò 
dalla elaborazione metrica. 

La canzone incomincia baldanzosamente: 

Amor, tu vedi ben che questa donna 
la tua vertù non cura in alcun tempo; 

0 

ma poi il franco scorrere dell’immagine viene ad intoppare in 
altre due rime in donna : 

che suol de l’altre belle farsi donna; 
e poi s’accorse ch'ell’era mia donna, 

che danno un suono ispido e molesto, che però potrebbe anche 
esser tollerato, e rendere anzi un senso di impaccio, di intral¬ 
ciamento, se poi non ritornasse ancora per altre tre volte in 
rima questa parola ; cosi che la poesia viene a rivelarsi non 
come una espressione sentimentale, ma più tosto come un arti- 


stina e la divisione della stanza corrispondente a quella della canzone. Cfr. 
Jeanroy, Le sestine, p. 500. Sul valore estetico di questo componimento 
cfr. anche Zingarelli, Il Canz., p. 142. 


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LA LIBICA DI DANTE 


169 


tìzio, un gioco. Ciò avviene anche nelle altre strofe; però tutto 
il componimento si manifesta come l’opera di un uomo che ha 
ormai acquistato la sua maturità artistica, della quale anzi abusa, 
e sopra tutto quella speciale armonia, che è composta di suoni 
e cadenze che sono particolari a ciascun poeta e che costitui¬ 
scono la sua maniera particolare di esprimere, che è poi lo 
siile (i). Lo stile infatti ond’è composta questa sestina-canzone 
è ben di Dante, come non è di Dante quello onde sono foggiate 
le due altre sestine che a lui si attribuivano (2). Invece questi 
due componimenti, e gli altri che avremo ancora da esaminare, 
hanno già assunto un timbro particolare, un tono armonico, che 
ha delle cadenze, delle appoggiature,, delle inflessioni e degli 
ombreggiamenti musicali suoi propri, che saranno gli stessi che 
si spiegheranno nella Commedia e che avvolgeranno col loro 
particolare portamento tutti gli episodi narrativi del poema, non 
solo, ma pur le dispute e le dichiarazioni concettuali, facendo 
sentire cosi come una sola immensa onda armonica, che pervade 
tutta quanta la visione. Ed è per ciò sopra tutto che io sono 
persuaso che queste rime per la donna ‘ Pietra ’ siano state 
scritte immediatamente prima della Commedia ; così simile ad 
essa io trovo l’armonia e lo stile. 

Si senta questa strofe che pur con tanti artifizi e giochi, riesce 
a divenire poesia: 

Segnor, tu sai che per algente freddo 
l’acqua diventa cristallina petra 
là sotto tramontana ov’è il gran freddo, 
e l’aere sempre in elemento freddo 
vi si converte, sì che l’acqua è donna 

m 

in quella parte per cagion del freddo. 

L’ « algente freddo », la « cristallina petra » sono tocchi che 
ridestano in mente immagini e suoni della Commedia. Solo 


(1) Il Croce, La poesia di D., p. 52, la chiama « tonalità ». 

(2) Cfr. S. Debenedetti, Nuovi studi sulla giuntino di rime antiche , in 
questo Giorn., 60, 320, 


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170 


G. ZONTA 


rultimo verso della strofe « là ond’entrò la dispietata luce » ri¬ 
corda le canzoni anteriori. Cosi nella cobla seguente, dopo versi 
ed emistichi sforzati che richiamano idee e parole delle rime 
giovanili (« ne li occhi si bella mi luce », « de gli occhi suoi 
« mi ven la dolce luce », ecc.) escono frasi e movenze nuove e 
possenti. E ciò avviene anche nell’ultima cobla, che termina con 
una figurazione appassionata e angosciosa: 

questa gentil petra 
mi vedrà coricare in poca petra 
per non levarmi se non dopo il tempo, 
quando vedrò se mai fu bella donna 
nel mondo come questa acerba donna. 

0 

È un ; concetto ’, ma l’immagine dell’uomo coricato sotto poca 
pietra e quella della donna acerba e bella, che sembra guardare 
crudelmente il poeta, hanno suono poetico. 

Ma la canzone seguente Cosi nel mio parlar (1) è gettata tutta 
d’un pezzo. L’amore passionale, che si confonde coll’odio, gli sti¬ 
moli del senso che giungono fino all’esaltazione, la voluttà della 
illusione che la fantasia tramuta in saporosa essenza reale, si 
mescolano con istrani viluppi d’ira e di desiderio; si snodano 
in scene drammatiche possenti, scoppiano in singulti o in un 
finale sospiro di sollievo: sollievo senza conforto! Balda e forte 

é 

fin dal principio, la canzone si presenta con una proposta di 
selvaggia espressione. 

Così nel mio parlar voglio esser aspro. 

Ouell’ « aspro » per il suo stesso suono è come lo squillo prean- 
nunziatore di note pugnaci, che è come il carattere essenziale 
della canzone. 


(1) Barbi, Mime, VI, cui. Cfr. la bella esegesi estetica di A. Momigliano, 
La prima delle canzoni pietrose, in Bull., XV, p. 119. Nel complesso vado 
d’accordo con lui sia nel giudizio generale che nei particolari ; qualche pic¬ 
cola differenza di valutazione, dovuta anche alla diversa lezione del testo 
usato, non toglie questa concordanza. Cfr. anche Zinoarelli, Il Canz., p. 145. 


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LA LIRICA DI DANTE 


171 


Aspro 

Com’è ne li atti questa bella petra, 

la quale ognora impetra 

maggior durezza e più natura cruda. 

% 

Rime dure e arrotate e allitterazioni danno il primo suono del 
ruggere della passione nell’animo che freme e si contorce, perchè 
non può trovare conforto d’amore- nella donna ch’egli desidera, 
che è dura ed acerba: ed è così bella'. 

Quest’aggettivo irrompe come un raggio di sole fra nubi fosche, 
ad illuminare la ragione dell’ira e del fremito. Essa è bella, ma 

veste sua persona d’un diaspro 

tal, che per lui, o perch’ella s’arretra, 

non esce di faretra 

saetta che già mai la colga ignuda. 

La figura della donna viene nella mente del poeta a rivestirsi 
di una veste guerresca e feroce: come un catafratto, ella è co¬ 
perta di diaspro forte e intaccabile; sì che non v’è saetta che 
la possa colpire, poi che o il diaspro la difende o ella si ritira 
quando vede giungere il colpo. La insensibilità della donna qui 
è mitigata da un secondo pensiero che quasi contraddice al primo 
e che vien dettato dalla secreta speranza del poeta ; essa, non 
è che sia indifferente, ma è che non vuole sentirlo l’amore. K la 
fantasia quasi inconsciamente accoppia il corpo, coperto di diaspro, 
della bella donna con una immagine che passa veloce e fa fre- 
mere acutamente la carne dell’amante: «che già mai la colga 
« ignuda ». La visione fugace irrita il poeta, che irrompe in 
un parallelismo — un po’ troppo artificioso in verità, alla fine 
— ma che rende bene il suo stato di angoscia, introdotto da 
questa forte avversativa : 

Ed ella ancide. 

La figura imperturbabile della virago (coperta di diaspro o 
vista come di sfuggita ignuda nel bel corpo) non riceve saetto, 
ma essa stessa ne lancia e colpisce e uccide: 


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172 


O. ZONTA 


e non vai ch’oin si chiuda 
nò si dilunghi da colpi mortali ; 
che, com’avesser ali, 
giungono altrui e spezzali ciascun’arme. 

Bolla l’immagine dei dardi fuggenti per il cielo come alati, 
e calanti improvvisamente, come pennuti, sopra il capo dei mor¬ 
tali! Questo improvviso precipitare dei dardi desta una serie di 
concetti, che sono più tosto governati da raziocini, che da fervido 
lavoro fantastico; è vero però che tali versi cosi sconnessi, anzi, 
per il loro concettismo, cosi aspri e inceppati, come sono, ren¬ 
dono in un certo modo lo stato di un animo travagliato: sono 
ben « aspre rime ». 

Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi 
nè loco che dal suo viso m’asconda; ■ 
chè, come fior di fronda, 
cosi de la mia niente tien la cima 
cotanto del mio mal par che si prezzi, 
quanto legno di mar che non lieva onda; 
e ’l peso che m’afionda 
è tal che non potrebbe adequar rima. 

Ma da questo ultimo verso, vuoto di contenuto, si risolleva la 
fantasia con un’invettiva veemente: 

Ahi, angosciosa e dispietata lima 
• che sordamente la mia vita scemi ; 

e a questa « lima che scema sordamente » la vita sua — ma¬ 
gnifica immagine — il poeta direttamente si volge con scatto 
efficacissimo: 

Perchè non ti ritemi 

sì di rodermi il core a scorza, a scorza, 

com’io di dire altrui chi ti dà forza? 

Immagine ardita, ma tutta di tipo dantesco che ci ricorda in¬ 
finiti luoghi della Commedia , alla quale ci richiama anche un 


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LÀ LIBICA DI DANTE 


173 


verso della, strofa seguente, che s’inizia fiaoca, ma che pro¬ 
rompe con uno scatto audace, ma possente: 

la morto, che ogni senso 
co li denti d’Amor già mi manduca. 


E della stessa natura è quel « bruca la lor vertù » che è proprio 
dell’ardimento nell’uso dei traslati del poeta nostro. 

Questa strofa termina con l’impostazione di una scena dram¬ 
matica, che si svolge in tutta la stanza seguente: 

E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra 
con quella spada ond’elli ancise Dido, (1) 

Amore, a cui io grido 

merzè chiamando, e umilmente il priego; 

ed el d’ogni merzè par messo al niego. 


La scena che rappresenta il poeta a terra, sopraffatto da Amore 
che sta per colpirlo con la spada, è una immagine ben vista o 
precisa; ma ben più evidente e potente è la scena che segue: 

Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida 
la debole mia vita, esto perverso, 
che disteso a riverso 
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:- 

la minaccia imminente della spada, la balda sfida, la crudeltà 
d’Amore, e il vinto che giace « d’ogni guizzo stanco » è perfetta 
dipintura; ma che sentimenti prova il caduto dentro del cuore? 

Allor mi surgon ne la mente strida, 
e ’l sangue, eh’è per le vene disperso, 
fuggendo corre verso 

lo cor, che ’l chiama: ond’io rimango bianco. 


Il poeta ha chiamato a raccolta la sua antica maestria a rap¬ 
presentare i più fini stati d’animo in amore, e dà la rappresen¬ 


ti) È strano che nella Commedia ci sia un riempitivo del tutto simile a 
questo: lnf., V, 85: « cotali uscir da la schiera ov’è Dido ». 


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174 


Q. ZONTA 


fazione fine e vigorosa dei sentimenti che l'anima sua prova; 
le strida non escono dalla strozza, ma rimangono come realtà 
fantastiche, quasi ch’egli senta le sue grida, sebbene inesistenti, 
come avviene nell’incubo. Il sangue, il cuore divengono degli 
esseri che corrono, che fremono, che pensano. E Amore intanto : 

Elli mi tiede sotto il braccio manco 
sì forte, che ’1 dolor nel cor rimbalza. 


Come è preciso quel « rimbalza », per indicare il ripercuotersi 
del colpo!,E il pensiero che, atterrito e impotente, sta, vivo, 
aspettando la morte che gli verrà nel cuore prima ancora che 
il ferro lo percuota, come è reso con maestria e potenza: 

Allor dico: < S’elli alza 

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso 

prima che J 1 colpo sia disceso giuso ». 


La fantasia, che ha creata la scena, la rivive tutta, e sente 
battere il cuore e accorrere ad esso il sangue; il viso diviene 
smorto e prova l’angoscia di chi sente che deve presto morire e 
che ne affretta anzi il momento, si che « la tema si volge in desio». 
E la paura e lo spasimo della orrenda sua condizione arrovel¬ 
lano il poeta si che il suo cuore sente uno schianto: «Come 
« orrenda la vita e miserabile è cosi ! E tutto per una donna 
« che è insensibile e feroce, che non vede e non sente, che è 
« ‘ pietra ’ ». Perciò la invettiva, per contrasto, scatta furi¬ 
bonda: 


Così vedess’io lui fender per mezzo 
lo core a la crudele, che ’l mio squatra! (1) 
poi non mi sarebb’atra 
la morte, ov’io per sua bellezza corro. 


— Ad essa, anche ad essa Amore facesse sentire la paura e la 
morte imminente, anzi le « fendesse per mezzo lo core »: che 


(1) Anche qui ricorre un’immagine e due rime che trovano riscontro nel- 
!’/«/:, VI, 14 e 16. 


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LA LIRICA DI DANTE 


175 


quel cuore pietroso e insensibile le venisse finalmente spezzato 
e reso vivo al dolore e allo spasimo! Poi venisse pure la 
morte ! — 

Chè tanto dà nel sol quanto nel rezzo 
questa scheranà micidiale ed atra. 

I)i e notte, estate e inverno essa rimane immutabile statua 

questa « scherana micidiale ed atra » : verso, questo, che nello 

• • 

sforzo degli iati e delle allitterazioni, indica il parossismo del 
poeta, che giunge nello sfogo fino ai confini dell’odio, si che 
gode nel raffigurarsi la vendetta atroce e crudele: 

Ohmè, perchè non latra ■ 

per me, com’io per lei, nel caldo borro? 


Il piacere di sentir la vendetta lo fa pensare a una esagerazione 
stessa del dolore (latra) in essa, che è insensibile. « Ma sentirà 
« finalmente e, per contrasto, anche più intensamente degli altri, 
« e latrerà perciò, giù infitta nel fondo di un caldo borro ». Ed 
ecco, per il dolore, essa si spetra, si scioglie in lacrime, ha 
paura ed invoca aiuto e soccorso. E il poeta, fremente di amore 
e di vendetta, vede sè presso il burrato e lei giù, la scherana r 
che è divenuta alla fine pietosa, che lo vede, che lo implora e 
lo chiama, e gli par di gridare: « Io, vi soccorro ». Ed egli si 
approssima: ella è giù perduta e spaurita, bella pur fra le la¬ 
crime e il dolore, all’aura sparsi i capelli biondi e crespi, sti¬ 
molo di amore e di desiderio: e la mano tremante si distende, 
afferra i capelli, li annoda fra le sue mani, e nella conquista, 
pur violenta e feroce, l’anima del poeta si confonde con quella 
della donna amata, 

e fare ’l volentier, bì come quelli 

che ne biondi capelli 

ch’Araor per consumarmi increspa e dora, 

metterei mano, e piacerete allora. 


« E piacerete allora ». Il desiderio è divenuto realtà fantastica : 
la illusione gli fa vedere la donna fera e micidiale trasformata 



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170 


0. ZONTA 


in amante, e quindi gli colora una scena magnifica di pieno e 
voluttuoso possesso: 

S’io avessi le belle trecce prese, 

un brivido di sensualità pervade questo verso, che, per contrasto, 
è seguito dal ricordo della donna, che lo sferzava e percuoteva 
prima ch’ella sentisse piacere : 

che fatte son per me scudiscio e ferza, 

La fantasia del poeta, agitata dalla illusione del possesso tanto 
agognato, si agita e sussulta e segue, delirante, le fasi del suo 
inebriamento: 

pigliandole anzi terza, 

con esse passerei vespero e squille. 

Gioiosa figurazione! L’alba e il giorno tutto passerebbe e poi 
la sera e il suono della squilla (l'ora che volge il desio!); vole¬ 
rebbe il tempo nell’amore e nel gaudio. E senza pietà e ritegno 
egli l’afferra per le trecce bionde e avvicina i suoi occhi fissi 
e desiosi in quelli di lei, già crudeli e felli, esaurendo in un 
atto di possesso il suo amore, il suo dolore, anche la sua ven¬ 
detta, la vendetta della lunga sete insaziata: 

e non sarei pietoso nè cortese, 
anzi farei com’orso quando scherza; 
e se Amor me ne sferza, 
io mi vendicherei di più di mille. 

Ancor ne li occhi, ond’escon le faville 
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso, 
guarderei presso e fiso 
per vendicar lo fuggir che mi face. 

L’amante anelo e tremante, per la soddisfazione, rallenta la 
stretta, lascia le trecce; i dolci occhi di lei ora son vivi e amo¬ 
rosi, e fuor de la vendetta e dell’odio sbalza tutto l’amore, e 
coll’amore la pace: 

e poi le renderei con amor pace. 


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LA LIBICA DI DANTE 


177 


Senti in questo verso come il rilasciarsi di chi per tanto tempo 
è stato teso in uno sforzo convulso. 

La illusione è perfetta. La scena era cosi viva nella fantasia 
del poeta, che gli par davvero di vivere e provare questa in¬ 
fensa commozione amorosa. Un’altra figurazione immaginaria 
abbiamo visto da Dante rappresentata nel principio della sua 
vita lirica, ma quale differenza tra la nave incantata, che cor¬ 
reva per il mare azzurro del sogno, portando degli amanti can¬ 
didi e sereni, e questa scena quasi selvaggia e bestiale, dove 
il turbamento dei sensi, la convulsione, la voluttà, persino il 
grottesco, si mescolano e confondono in una finzione dramma¬ 
tica, che, nella sua irruente evidenza, ci dà la misura dell’al¬ 
tezza cui è giunta questa possente fantasia sia nella ideazione 
che nell’espressione dei suoi parti immaginativi. 

4 

Il congedo è come il tocco finale, che riassume i tre motivi 
fondamentali della canzone: prima l’amore: 

Canzon, vattene dritto a quella donna 
che m’ha ferito il egre, 

poi il desiderio: 

e che m’invola 

quello ond’io ho più gola; 

e finalmente la vendetta: 

e dàlie per lo cor d’una saetta; 

chè bell’onor s’acquista in far vendetta. 

La canzone iniziale, che tocca le prime corde dell’amore, la 
sestina delle lucenti rimembranze, la sestina doppia del rodi¬ 
mento e del groviglio, la canzone convulsa dell’amore mescolato 
coll’odio, vengono alla fine a conchiudersi in una finale compo¬ 
sizione che i sentimenti tutti racchiude e corapenetra per entro 
di una perfetta e stupenda armonia. 

(ili astri immoti e lucenti, la terra tutta, dall’Etiopia all’Europa, 
il morire e il sorgere delle stagioni, le pioggie e le tempeste, 

Giornale $tor. — Miscellanea dantesca (Seppi, n 1 19 - 81 ). 12 


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178 


G. ZOXTA 


la terra e le acque, tutto concorre a esprimere, come in una 
ricorrente fuga sinfonica, ogni accordo di suoni che vibra della 

sua passione e della sua angoscia amorosa. 

♦ 

« Freddo e ghiaccio è sulla terra : gli astri piovono una gelida 
« luce: tutta la natura è priva di calore e di amore; ma a me* 
« il cuore arde e si consuma per una donna che è pietra. 

« Fuor dall’Etiopia un vento furioso si abbatte sull’Europa, 
« nebbia fastidiosa avvolge nella sua caligine uomini e cose, la 
« tristezza fascia le anime, come la neve o la gelida piova at- 
« tristano l’aria; si che tutto piange nella natura e negli esseri, 
« che non sentono amore; ma a me nell’animo ribolle sempre 
« l’amore per una donna crudele e insensibile. 

« Borea soffia nel Settentrione, vigilato dalla fredda Orsa ; 
« tutti gli animali, anche i più lieti, si tacciono aggricciati e 
« disciolti d’amore per il freddo che li stringe; ma a me, per 
« mutazione di tempo, il cuore non s’ammorza, per una giovi- 
« netta che mi bruca il cuore. 

« Le fronde, le piante si spogliano e inaridiscono, l’erba muore, 
« i fioretti, sotto il rigore della brina, avvizziscono e si ammor- 
« tano; ma l’amorosa spina a me punge sempre il cuore, poi 
« che io non posso vivere senza di essa, cosi mi ha preso questo 
« amore. 

« Precipitano le acque, si gonfiano i fiumi, il ghiaccio smalta 
« la terra tutta e le acque morte si trasformano in vetro, poi 
« che il freddo distrugge e irrigidisce uomini e cose, ma io 
« della mia guerra non son però tornato un passo a retro. 
« anzi mi piace questo mio patire, e m’è dolce anche per essa 
« morire. 

« Se sotto il rigore del gelo, quando la natura, gli uomini, le 
« piante e gli animali irrigidiscono o si tacciono disamorati, io 
« pur ardo e mi struggo, che sarà quando il dolce tempo no- 
« vello ritornerà coi fiori, le fronde, la verzura, e pioverà amore 
« da tutti i cieli, e uomini e piante e animali si ridesteranno 
« all’amore? Ahimè, meglio la morte; la morte gelida, come il 
« marmo ond’è composto il cuore di questa giovane donna ». 


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LA LIRICA DI DANTE 


179 


Meravigliosa lirica è questa (1), che abbraccia in un’unica im¬ 
maginazione una serie multiforme di fantasmi, di ricordi, di 
colori e di luci. I cieli freddi e lucenti, la terra gelata e il ri¬ 
cordo della dolce primavera, i fioretti, le fronde verdi e il ghiaccio, 
il rovaio e la caligine invernale, i venti impetuosi d’Etiopia e 
le immote costellazioni del firmamento, tutto viene fuso e pla¬ 
smato con arte insuperabile. 

Questa forma di contrasto l’usa anche il Petrarca nella can¬ 
zone Ne la stagioni che 7 del rapido inchina (2), ed è tutta 
dolce di soavi melodie e di molli suoni, che l’amante di Laura 
sapeva sciogliere,. come perle nell’aspro liquore, le sue angoscio 
nella fluida morbidezza di un canto delicato. Il Petrarca è Raf- 
faello, ma Dante è Michelangelo, che i cieli e gli uomini storce 

e contorce per fissare in una plastica forma possente pur l’at- 

# • 

timo dello spasimo e della forza. 

Io son venuto al punto de la rota 
che l’orizzonte, quando il sol si corca, 
ci partorisce il geminato cielo, 
e la stella d’amor ci sta remota 
per lo raggio lucente che la ’nforca 
si di traverso, che le si fa velo; 

e quel pianeta che conforta il gelo, 

% • 

si mostra tutto a noi per lo grand’arco 
nel qual ciascun di sette fa poca ombra (3). 


(1) Zingarelli, Il Cane., p. 143: « 0 io m’inganno, o qui si manifesta un 
« grande progresso; non è semplice antitesi, ma fiera contrapposizione del 
< sentimento individuale a tutta la natura anch’essa animata ecc. ». Circa 
la derivazione di alcune immagini dalle rime di Arnaldo Daniello, cfr. Dante, 
p. 371. 

(2) Canzoniere, In vita, L. Che il Petrarca abbia avuto in mente questa 
canzone di Dante, mi sembra si possa arguire dall’ultimo verso della sua 
canzone : < Di questa viva petra ov’io m’appoggio ». 

(3) Barbi, Rime, VI, c. Intorno a questa canzone scrisse una poderosa 
memoria F. Neri, < Io son venuto », ecc. già citata. Cfr. inoltre Zingarelli, 
Il Cane., 143 e Dante, p. 370; e Fbderzoni, Giorn. dant., XIX, p. 147. 


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180 


O. ZONTA 


Nella gelida notte gli astri luccicanti, come più mai, vigilano 
la terra ghiacciata. I Gemini splendono freddi sull’orizzonte, il 
palpito di Venere è assente, invisibile; la luna, nel plenilunio, 
versa luce scialba e « gelo di vive perle» (1), mostrandosi tutta 
por lo grand’arco meridiano: è notte gelida e serena, la terra 
si rannicchia abbrividendo, nudo e brullo è il mondo degli esseri 
e delle cose, senza vita e senza amore, 

e però non disgombra 

un sol penser d’amore, ond’io son carco, 

la mente mia, 

— Ma l’amore implacabile non ha smarrito un sol pensiero, 
nemmeno una delle angoscie ha sgombrato la mia mente; la 
passione è tenace, e incurante della morte dell’universo tutto, 
perchè essa 

è più dura che petra 
in tener forte immagine di petra. 

Essa stessa fatalmente trattiene, colle sue mani, in se il tormento 
che la rode e la consuma. 

Levasi da la rena d’Etiopia 
lo vento peregrin che l’aere turba, 
per la spera del sol ch’ora la scalda; 

Il vento ha una sua anima agente: si leva, soffia, passa, turba. 
Caldo, sconvolge la temperatura gelata, attraversa il mare, s’im¬ 
beve di nebbia, si abbatte sull’Europa e noiosamente la fascia 
di caligine 

e passa il mare, onde conduce copia 
di nebbia tal, che, s’altro non la sturba, 
questo emisperio chiude tutto e salda; 

(1) F. Neri, Op. cit., crede si tratti di Saturno, come già prima I’Ange- 
litti, Sulla data, p. 89, aveva proposto. Ma lo stesso Angelitti, Sulle princ. 
apparenze, ecc., 24, non esclude che possa trattarsi della luna ; anzi fìssa al¬ 
lora le date dell’11 dicembre 1296 oppure del 12 die. 1304. Che del resto la 
luna si ritenesse apportatrice di freddo, oltre i luoghi noti di Dante stesso, 
lo dimostra il verso del Tasso, Ger. lib., VI, 103. 



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LA LIRICA DI DANTE 


181 


Poi la neve fredda, bianca, si sfalda, si posa incessante 

e poi si solve, e cade in bianca falda 
di fredda neve ed in noiosa pioggia, 
onde l’aere s’attrista tutto e piagne; 


Neve e pioggia stilla con brividi e umida freddura si che l’aria 
tutta è triste e piangente, 


ed Amor, che sue ragne 

ritira in alto pe ’l vento che poggia, 

non m’abbandona: sì è bella donna 

questa crudel che m’è data per donna. 

% 

Amore stesso, per la tetra caligine e il vento, ritira sue reti ; 
ma il mio amore è pur fermo ed eguale, si bella è la donna 
che mi sta nel cuore. « Si bella », è un raggio di sole fra tanto 
fastidio di umidità e di rigore. 


Fuggito è ogne augel che ’l caldo segue 
del paese d’Europa, che non perde 
le sette stelle gelide unquemai; 
e gli altri han posto a le lor voci triegue 
per -non sonarle infìno al tempo verde, 
se ciò non fosse per cagion di guai; 


E tutti gli animali, che sono lieti naturalmente, ora son tristi 
e privi di amore; invece i dolci miei pensieri non mi son tolti 
mai, chè li alimenta una donna bella, e che ha « picciol tempo ». 
La gioia dell’amore, la dolce visione della donna giovinetta su- 
scitano, come per contrasto, un calore nuovo nel poeta, rimbal¬ 
zando fuor dal mondo tetro e gelato. 

Le fronde, già verdi e fresche per la forza del sole, e l’erba 
morbida son morte; i rami, già rigogliosi, sono spogli e coperti 
di neve : solo i pini e i lauri danno una lugubre nota di verde 
(il ricordo del sole, delle frondi verdi, dell’erba come rende 
più acuto il brivido invernale! Come attrista il ricordo della 
primavera fiorita e odorosa, mentre cade la neve!), e i dolci 


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182 


0. ZONTA 


fioretti, che costellavano le piagge, son morti sotto il rigore 
del gelo, 

e tanto è la stagion forte ed acerba, 
c’ha morti li fioretti per le piagge, 
li quai non poten tollerar la brina: 
e la crudele spina (1) 
però Amor di cor non la ini tregge; 
per ch’io son fermo di portarla sempre 
ch’io sarò in vita, s’io vivessi sempre. 

Per'contrasto coi fioretti, coi morbidi prati, colle fronde gem¬ 
mate, la spina dell’amore — unico resto dei fiori e della ver- 
zura durante l’aspro tempo invernale — mi resta incastrata nel 
cuore. Ma che importa il dolore e la morte ? È questo un amore 
invincibile, che è tormento a se stesso sì, ma gioia anche, poi 
che, pur dal suo spasimo, sboccia la gioia di aver dentro di sè 
rimmagine di una tal donna, e cosi bella, che per lei è dolce 
patire, è dolce morire. 

Versan le vene le fummifere acque 
per li vapor che la terra ha nel ventre, 
che d’abisso li tira suso in alto ; 
onde cammino al bel giorno mi piacque 
che ora è fatto rivo, e sarà, mentre 
che durerà del verno il grande assalto. 

Le acque spumeggianti, sospinte dai vapori che fremono nelle 
cave profondità terrestri, dal ventre della terra sono assorbite 
dall’alto e premute alle superficie; quindi si precipitano dal 
varco delle vene e rigurgitano giù per i monti e le valli. Im¬ 
magine imponente e poderosa! Tutto il meccanismo del moto 


(1) Se Ai fatue -ria (cfr. Barbi, Rime, p. 127) è di Dante, lo stesso accenno 
del commiato Ut gravis mea spina mi sembra che abbia lo stesso valore che 
questa crudele spina (cfr. anche Neri, loc. cit., p. 101), senza bisogno di 
ricorrere alla corte dei Malaspina, come*fa lo Zingarelli, Dante, 384 e Cam., 
140 e 158. 


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LA LIRICA DI DANTE 


183 


delle acque è veduto come cosa reale ed evidente; è una scena 
robusta e .concitata, che tosto viene addolcita da un ricordo 
gaudioso, tutto pieno di un accorato rimpianto: la strada che 
conduceva l’amante verso la sua donna... (la lucente visione 
brilla e si spegne) ora è fatto rivo. L’acqua crosciante e sporca 
corre melmosa sopra il cammino già fiancheggiato di fioretti e 

4 

di verde, poi che la terra è tutta uno smalto di ghiaccio, e vetro 
è ogni acqua che sia morta. Tutto è irrigidito e tramutato dalla 
gelida freddura, 

* 

e io de la mia guerra 

% 

non son però tornato un passo a retro ; 

è 

m 

« o non voglio nemmeno tornare, poi che per lei è dolce anche 

♦ 

<< il soffrire; anzi deve esser dolce anche per lei il morire, il 
« trapassare fuor dal mondo colla spina dolorosa e gioiosa pur 
« infitta nel cuore sanguinante, lieto di morire per lei, che è 
« l’amore e la vita, il sentimento tutto della vita: 

« nè vo’ tornar; chè se ’1 martiro è dolce, 

« la morte de’ passare ogni altro dolce >. 

Poi, dopo lo scoppio finale dello spasimo, del dolore, della morte, 
subentra un dolce suono di flauti e di archi. 

Canzone, or che sarà di me ne l’altro 
dolce tempo novello, quando piove 
Amore in terra da tutti li cieli, 


La neve, la nebbia, il gelo scompaiono, il cielo si rasserena, 
riluce il sole, ridono i prati di fiori e di verde; giù dai cieli 
palpitanti e luminosi piovono caldi influssi d’amore. « Amore » 
grida e chiama con tutte le sue infinite voci il creato: ed io* 
Il poeta china la testa e si accora e si strugge pensando a 


ciò che sarà allora in confronto di quello che ora è, durante la 
caligine e l’inverno: 


quando per questi geli 

Amore è solo in me, e non altrove? 


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184 


G. ZONTA 


Sosta il pensiero: presente l’intensità ismisurata del martirio 
futuro. Lo stimolo voluttuoso, come lo spasimo dell’amore, pre¬ 
mono il cuore fremente: che gli rimane? La Morte! 


Saranne quello eli’è d’un uotn di marmo; 

« Di marino », come quello ond’ò costrutto il cuore della donna 
tanto amata, e cosi bella, e giovinetta: 


Se in pargoletta fia per core un marmo. 


Associa al marmo freddo come la morte e come il cuore della 
donna, il ricordo della sua giovane bellezza: «in pargoletta»: 

ti ripassa dinanzi la visione della fanciulla bionda e crespa, in- 

% 

coronata di verde. 

La meravigliosa sinfonia si va spegnendo con un guizzo (li 
speranza ? 

In tal guisa si conchiude il ciclo delle rime « pietrose ». Come 
il metallo strutto, passato per raffinatolo, cola giù ad abbeve¬ 
rare la forma assumendo le più svariate, e diverse figurazioni, 
cosi il canto del poeta, che aveva innalzato dapprima la voce 
delicata con un tenue suono, come di acqua scorrente su muschio 
da limpida polla montana, venne alla fine ad esprimere con 
timbri e toni aspri e possenti un sentimento nuovo di forza e 
vigoria. E dal connubio dell’espressione dei più sottili moti dello 
spirito e del senso del drammatico e del plastico colla nuova 
intuizione di stati d’animo rubesti e violenti, usci uno stile 
nuovo, più abbondantemente fantastico ed esuberante, con guizzi 
e colori intensi e metallici. Colle « pietrose » il genio lirico di 
* Dante è pieno ed intero. 

È perciò, a mio avviso, che nessuna canzone si può credere 
scritta da Dante dopo Io son renato, all’infuori di Tre donne 
intorno al cor mi son venute (1), che degnamente seguitano 


(1) Questa tormentata e tormentosa canzone, la più difficile del Canzoniere, 
ebbe mi nugolo di commentatori, che la sign. Cornelia Casari enumera nel 


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LA LIRICA DI DANTE 


185 


e conchiudono la espressione lirica del poeta, prima della Com¬ 
media. 

Lungi è Dante dalla sua casa, dai dolci amici, dalla gran villa 
specchiantesi lungo il chiaro fiume. Esiliato! E sempre ormai, 
lungi dal dolcissimo seno della patria, dovrà andare, ramingo e 
quasi mendico, a «mostrare la piaga della fortuna, e a provare 
quanto sa di sale lo pane altrui, egli, il cavaliere fiorentino, 
il poeta, il priore; l’uomo sdegnoso e superbo! 

Perchè? Ha forse peccato? Cogli occhi fissi Dante interroga 
se stesso, scruta nella coscienza degli altri e guarda giù alla 
vita degli amici e dei nemici : si dispiega dinanzi alla sua vista 
tutto ciò che è nel mondo. La folla fluttuante sfila minacciosa 
e micidiale, ed egli vede finalmente, vede che gli uomini in¬ 
giusti son tutti collegati contro pochi giusti (1) e che quelli si 
accaniscono contro di questi, li fustigano, li lacerano senza tregua 
e li discacciano alla fine gettandoli fuori della patria, gri¬ 
dando loro cogli occhi rossi dall’odio: «Non più ritornerete 
« alla vostra casa! Se mai l’amore vi porterà, ancor vivi, fra di 
« noi, noi faremo di voi cenere ». Come a Marco Lombardo, 
cosi ora il poèta rivolge a se stesso la domanda angosciosa: 
— Perchè? —. 

La triste visione vaneggia tumultuosa e feroce, quando sul 
campo della fantasia prendono forma e si delineano tre figure 
di donna. Son belle, e l’aspetto è regale, ma come sbigottite e 
dolenti, come stanche e discinte ! Ignude e discacciate son desse, 
ma dalle nobili sembianze traspare la loro origine gentile. Il 


suo buon articolo Appunti per l'esegesi di una canzone di D., nel Giorn. 
dantesco, Vili (1900), p. 264 e che il Carducci esamina nel suo scritto La 
canz. di D. « Tre donne », ecc., Opere, XVI, 7. Cfr. anche Zingarelli, 
Dante, p. 234 e II Canz., pp. 152 e 161, e Croce, La poesia di D., p. 23. 
Che questa canzone abbia indubbie relazioni colle * pietrose ’ vide già il Ca- 
nello. La vita, ecc., di A. D., p. 46. 

(1) Che questo noto concetto di D. si colleglli colla canzone, cfr. Casari, 
Appunti, p. 268 e Carducci, Op. cit., p. 25. 


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186 


O. ZONTA 


poeta, maravigliato, le osserva, e Amore (i), che tiene pur la 
rocca del suo cuore, « a pena di parlar di lor s'aita »: « Esse 
« furono già dilette, ora sono in ira e in odio a ciascuno, sì che 
« son dovute fuggire dal mondo inimico e rifugiarsi nella casa 
« di un uomo giusto. 

« Venute son come a casa d’amico; 

« che sanno ben che dentro è quel ch'io dico >. 

La prima parla, e si posa sulla mano, reclinata come rosa suc¬ 
cisa, bagnando il nudo braccio di lacrime; l’altra è scalza e 
discinta, la faccia stretta fra le mani, e piange : 

Dòlesi l’una con parole molto, 
e ’n su la man si posa 
come succisa rosa: 
il nudo braccio, di dolor colonna, 
sente l’oraggio che cade dal volto; 
l’altra man tiene ascosa 
la faccia lacrimosa: 

discinta e scalza, e sol di se par donna. 

Dinanzi a si miserevole vista, Amore « di lei e del dolor fece 
« dimanda ». « O tu che sei retaggio di pochi, — essa risponde 
« — sappi ch’io sono Drittura, son sorella di tua madre e po- 
« vera e misera, come tu vedi. K questa, che m’è da lato e che 
« s’asciuga con la treccia bionda, è mia figlia: da me nacque là, 
« nella terra inseminata dove sorge il Nilo, * sovra la vergin 
« onda ’. E questo mio bel portato generò, a sua volta, ‘ mirando 
« sè ne la chiara fontana’ quell’altra, che è là più lungi 
« da me » (2). 


(1) Le varie interpretazioni di questo Amore vedile in Casari, loci cit., 
p. 274. A me in verità sembra che qui voglia significare Amore nel senso 
tutto della parola, tanto più che poi vien fatto figlio di una sorella della 
Giustizia, cioè di Dione, sorella di Diche. Cfr. giustamente, a mio avviso, Car¬ 
ducci, 1. c., p. 23. 

(2) L’interpretazione di Pietro di Dante a me sembra cosi corrispondente 
alla verità che altra mai. Se Drittura è la Giustizia, non vedo esegesi più 


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LA LIRICA DI DANTE 


187 


Dalla Giustizia adunque nacque il Diritto naturale là dove 
l’uraan genere ebbe principio e culla, uscendo fuor dalla ver¬ 
gine onda, perchè allora la mente umana, appena creata, era 

« 

sgombra di corruttela. Cosi col primo uomo nacque anche, figlio 
della Giustizia, il senso del Diritto, il quale ciascuno ha infuso 
naturalmente dentro del cuore. E questo Diritto naturale generò 
da sè il Diritto umano positivo, anzi non lo generò, poi che 
esso è lo specchio del diritto naturale divino, cioè la pratica 
applicazione, minuta e determinata, di esso (i). 

Di regale natura erano davvero quelle donne, e Amóre, per 
la loro triste disavventura sente che gli s’inumidiscono gli occhi, 
quegli occhi che follemente (2) prima non avevano riconosciuto, 
pur sotto i miseri panni, gli augusti parenti; e, dritto ed eretto, 
ad onta della loro immeritata miseria, prende due dardi (3) e 
fieramente dice alle donne: « Guardate: ecco, queste erano le 
« aVmi necessarie, perchè Giustizia e Diritto avessero la loro 
« sanzione; ma ora sono arrugginite, perchè gli uomini non vol- 
« lero porle in uso. È perciò che, come voi, anche le altre virtù. 


calzante di questa. Cfr. Casari, loc. cit., p. 269 e Carducci, loc. cit., p. 27 ; 
nè vedo bene le difficoltà che lo Zinoarelli, Il^Canz., raffigura in questo 
passo. Nè davvero a me sembra corrispondente al vero l’interpretazione che 
egli dà del Nilo? le conclusioni della Casari, p. 272, che qui D. intendesse 
di parlare del luogo jdov’era il Paradiso terrestre, cioè del luogo di nascita 
dell’umanità, a me appaiono così limpide e còsi convenienti al senso, che non 
mi sembra che valga la pena di intorbidarle. 

(1) Cfr. anche Gasparv, Storia d. ìett. it., Torino, 1877, I, 458, dove in 
luogo di < modificazione » leggerei « applicazione ». 

(2) Questo « folli » è parente del < felli > del sonetto della Garisenda, e 
si deve certamente intendere col Giuliani, Commento al Cane., Firenze, 1868: 

* errarono fuor di verità e conoscenza, non avendo ravvisato le germane scon- 

• solate ». Cfr. Carducci, loc. cit., p. 33. 

(3) L’uso dei dardi, a mio avviso, significa l’esercizio, cioè la sanzione della 
legge, e mi pare probabile perciò l’opinione, che la Casari trae dal Rossetti, 
che stiano ad indicare il potere esecutivo spirituale e temporale: Casari, 
lor. cit., p. 277, tanto più che nei vv. 71-72 a me sembra di scorgere una 
profezia simile a quella del veltro. 


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188 


G. ZONTA 


« come Larghezza e Temperanza (1), che nacquero dal nostro 
« sangue, sono tutte bandite e scacciate, si che anch’esse vanno 
« in giro mendicando. Ma di ciò non noi dobbiamo aver angoscia 
« e scoramento, ma gli uomini, che son rimasti privi della loro 
« forza spirituale e sociale. Essi hanno bisogno di tali virtù, non 
« noi, che essi sono mortali e caduchi, noi immortali e divini. 
« Gli uomini, piccoli esseri del mondo, spariranno inghiottiti dal 
« vortice del tempo insieme col loro odio e colla loro ingiu- 
« stizia (2), ma uoi, anche se ora siamo cosi grami e discacciati, 
« non morremo: noi fummo e saremo sempre nel passato e nel 
« futuro, sopravvivendo a questi piccoli uomini e al breve fra- 
« gore della loro guerra. Verrà finalmente un giorno in cui 
« qualche magnanimo prenderà con mano forte questi due dardi 
« e, coll’uso, li farà ritornare ancora lucenti ». 

E io, che ascolto nel parlar divino 
consolarsi e dolersi 
così alti dispersi, 

l’essilio che m’è dato, onor mi tegno: 
chè, se giudizio o forza di destino 
vuol pur che il mondo versi 
i bianchi fiori in persi, 
cader co' buoni è pur di lode degno. 


Versi meravigliosi, nei quali la immediata e limpida espressione 
lirica si associa colla fiera affermazione di uno spirito alto e 
sdegnoso. « Si, poi che i giusti son banditi e i tristi trionfano, 
« meglio è l’essere esiliati e scacciati ; meglio è avere la misera, 
« ma onesta, compagnia dei buoni, che la malvagia e scempia 
« compagnia degli infami » (3). 


(1) E evidente che queste virtù non hanno niente a che fare colle due 
donne presenti, figlie della Giustizia, come molti credettero. Cfr. Casari, 
ìoc. cit., p. 269. 

(2) Tengo, col Barbi, Rime, VII, civ, la lezione vulgata : « noi pur saremo >. 

(3) Interpreto il verso « Cader co’ buoni è pur di lode degno », diversa- 
niente dagli altri commentatori, per < stare insieme con... », « vivere in 



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LA LIBICA DI DANTE 


189 


« Del resto che è l’esilio per gli uomini giusti? È meno dolo- 
« roso che il distacco dalla donna amata! Infatti, se non fosse 
« ch’io son lontano dalla donna che amo disperatamente, la pena 
« del bando mi sarebbe lieve e io avrei il cuore leggero. Invece 
« purtroppo son tutto consunto e vicino alla morte in causa di 
« questo amore, che è il tormento della mia vita, che mi con- 
« suma e mi spolpa, che mi sospinge fieramente alla morte (1). 
« E morrò adunque ; ma morrò sereno e intemerato, perchè tutta 
« la mia vita civile venne guidata dalla Giustizia, e perchè le 
« colpe che posso aver commesse verso la donna, che mi fa mo- 


« mezzo a... », dando al verbo « cadere » il significato che ha nel Farad., 

XVII, 63: « con la qual tu cadrai in questa valle » e nel Purg., XXIII, 62: 

« Dell’eterno consiglio Cade virtù nell’acqua e nella pianta », ecc. I buoni 

% 

sarebbero così tutti i giusti rappresentati dalle tre donne, le quali son chia¬ 
mate prima al maschile: «così alti dispersi », col quale può concordare il 
« buoni » che è più sotto. 

(f) Questo è davvero « il punto capitale nella interpretazione della can- 
< zone », come nota lo Zingarelli, Il Canz., p. 161, col quale mi accordo 
intendendo che qui « non possa intendersi se non di donna », e ciò tanto più 
volentieri in quanto lo Z. propende a trovare astrazioni e allegorie molte 
nella lirica di D. Secondo me, la simiglianza col congedo della canzone ca- 
sentinese è evidente e precisa. E questa interpretazione è suffragata da un 
sonetto curioso, attribuito a Dante: 

Se ’l bello aspetto non mi fosse tolto 
di quella donna eh’ io veder disiro, 
per oni dolente qai piango e sospiro 
cosi lontan dal suo leggiadro volto ; 
ciò ohe mi grava e che mi pesa molto 
e che mi fa sentir crudel martiro 
in guisa tal ohe a pena in vita spiro, 
com'uomo quasi di speranza sciolto, 
mi saria leve e senz’alcun affanno. 

Non il concetto, ma persino le parole sono le stesse della strofe quinta ; nè 
credo che commento e prova migliore di questa si possa addurre : perchè, 
anche se questo sonetto risultasse apocrifo (il Barbi, Bime, p. 143, lo attri¬ 
buisce a Giovanni Quirini), esso starebbe sempre a dimostrare che l’imitatore 
aveva inteso quella stanza così come noi, cioè in senso amoroso. — E si badi 
che non c’è bisogno di intendere che questa donna fosse stata da Dante la¬ 
sciata dentro di Firenze, chè qui l’allusione è del tutto generica e può rife¬ 
rirsi a qualunque luogo, come avviene appunto nel sonetto surriferito. 


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190 


G. ZONTA 


« l ire d’amore, col pentimento, che già da tempo ne ho fatto, si 
« sono spente e dileguate» (1). Questo pensiero è lo stesso che 
informa il congedo della canzone casentinese. Si riferirà anche 
alla stessa donna questo amore, che gli ha consumato Tossa e 
la polpa? Certo il concetto è eguale in tutti e due i componimenti, 
e anche qui il confronto tra il sentimento d’amore per una donna 
e quello per la patria diletta, appare più tosto ispirato da un 
atto dispettoso e torto, che da una verace persuasione del suo 
spirito. Dante ancora una volta dimostra di disdegnare ciò che 
invece è il sospiro della sua vita. Infatti, come ai vituperi contro 
. la « triste valle » e alle invettive contro Firenze si contrappon¬ 
gono le piangenti parole del Convivio (2) e il doloroso sospiro 
della Commedia : «Se mai continga»; cosi in questa canzone 
il poeta, dopo tanta ira e disdegno, sente più tardi il bisogno 
di aggiungere — come a me sembra (II) — al primo congedo 


(1) Riconosco che questa mia interpretazione è molto libera ed ardita, ma 
mi pare che sia la sola che riesca a dare un senso chiaro, compiuto e coe¬ 
rente a questi versi. Perchè bisogna concordare quel benedetto onde, che non 
può riferirsi che alla « morte » di cui parla prima, con una colpa, che non 
può essere che amorosa, e con un pentimento, che deve avere una qualche 
ragione anch’esso. Dopo averci tanto pensato su, mi parve questa la sola so¬ 
luzione possibile di questo passo, che davvero « lo dolce pome a tutta gente 
« niega ». 

(2) Convivio, I, 3 : « Poiché fu piacere de’ cittadini... di gettarmi fuori del 
« suo dolcissimo seno », ecc. 

(3) Questo secondo commiato (cfr. Cian, Bull., V, 134 ; Casari, loc. cit., 
p. 281; Barbi, Bull., VII, 298 e Carducci, loc. cit., p. 40; nè mi pare ab¬ 
biano un gran peso le obbiezioni dello Zinqarelli, Il Cam., p. 162) perchè 
infatti dovrebbe essere solo in quattro codici, e negli altri no ? Non può darsi 
che sia stato aggiunto da D. in una posteriore redazione, sì che ne siano usciti 
due differenti testi, uno col secondo commiato e l’altro no? Questa ipotesi 

ci darebbe anche la ragione di qualche innegabile discordanza tra la fierezza 

% 

della quarta stanza e questo secondo congedo. E vero, come ho osservato 
anch’io, che in D. si nota sempre questo contrasto (che in qualche modo mi 
ricorda quello del Foscolo, per cui il Cattaneo ebbe giustamente a scrivere 
* che consumò infelicemente la vita a disperare di ciò ch’era il sospiro del- 
« l’anima sua >), ma però che nello stesso componimento, a poche righe di 
distanza, si trovino questi due versi : « L’essilio che m’è dato, onor mi tegno » 
e quest’altro : « Ma far mi poterian di pace dono » è una cosa un po’ stri- 



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LA LIRICA DI DANTE 


191 


freddo e involuto, accennante a reconditi sensi, un altro com¬ 
miato, nel quale invece il vero pensiero e l’assillante passione 
dell’esule trabocca e si sfoga: 

Canzone, uccella con le bianche penne; 
canzone, caccia con li neri veltri, 
che fuggir mi convenne, 
ma far mi poterian di pace dono ; 
però noi fan chè non san quel che sono: 
camera di perdon savio uom non serra, 
che il perdonare è bel vincer di guerra. 

Pace! Pace! È il grido ultimo e vero dell’esule stanco ed 
anelo. E la visione della patria sua, stretta in un concorde nodo 
di amore e di reciproco perdono, riscalda il cuore di colui che 
il « bello ovile » aveva pur sempre presente dinanzi allo spirito. 

« La canzone delle Tre donne è certo la più fortemente e 

« imaginosamente sentita, la più largamente e altamente into- 

♦ 

« nata, la più solidamente e leggiadramente costrutta... E il tutto 
« rompe al suo proprio punto, maturo nel vigore grande dell’età, 
« fra il tempestare degli affetti civili, dal petto esercitato e pre- 
« parato, prima della Divina Commedia » (1). E il « fascino» (2), 


% 


dente davvero. Invece, ammettendo che il secondo congedo sia stato scritto e 
pubblicato dopo (magari anche, se si voglia, per attutire le aspre parole del¬ 
l’ultima stanza), si viene ad avere una ragione di esso, e inoltre una spiega¬ 
zione del fatto che esso manca in molti codici. ' 

(1) Carducci, loc. cit., p. 45. 

(2) Croce, La poesia di D., p. 23: « Il Coleridge diceva di aver letta 
« questa canzone non so quante volte e di rileggerla sempre e di non essere 
« mai riuscito a intenderne il significato, ma che, nondimeno, essa esercitava 
• su lui un gran ‘ fascino ’ ( fascination ) per ‘ quell’anima di universale poesia 
« che vi è, come in ogni vera poesia, in aggiunta al senso specifico ’ *. Il Croce 
poi continua osservando che appunto il senso specifico è ciò che è estraneo, 

e che invece il fascino è il vero senso specifico. A me, in verità, sembra in- 

« 

vece che uno che capisca interamente una poesia, sia in grado di gustarla 
anche meglio. Vedine infatti una prova nel giudizio, che di questa canzone 
diede il De Sanctis , Saggio sul Petrarca, .Napoli, p. 59. 


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192 


G. ZONTA 


elio da essa emana è ben quello che si svolge dalle espressioni 
poetiche che il sentimento, la fantasia e la meditazione hanno 
tutti insieme dettato, fondendo nel rapimento lirico tutta intera 
l’intima potenza dello spirito (1). 


Giunti, come che sia, alla meta, la lunga e tortuosa strada, 
che con fatica abbiamo guadagnato, riguardiamo ora giù per la 
vallea: ci verrà forse fatto di cogliere l’andamento generale, 
l’aspetto e le curve, onde si snoda la lirica espressione di Dante. 

Come una strada montana appunto, le rime dantesche hanno 

* 

di certo una ben evidente linea di continuo sviluppo, che è non 
solo nel fatto, ma anche nella coscienza del poeta. Ancor gio¬ 
vanetto infatti egli incomincia a scrivere i primi suoi versi 
volgendosi all’imitazione degli esemplari guittoniani e toscani, 
ma questi egli segue e rivolge cercando però di liberarsi via 
via dal loro involucro aspro e rozzo, si che talora dalla fantasia 
ancor greggia balzano fuori versi e frammenti geniali, che ba¬ 
lenano come i primi bagliori dell’alba. E queste espressioni 

9 

prendono un colore e un tono che preannunzia il modo ritmico 
e armonico posteriore. 

Ma ecco clic le delicate rime e le soavi figurazioni del Ca¬ 
valcanti e dei suoi amici allettano la fantasia di Dante, il quale 
non assorbe però che per gradi i nuovi spiriti del dolce siile. 
Dw questo dapprima lo seduce la grazia e la fine freschezza, e 
una frotta di leggere e gioiose ballate svola fuor de la sua im¬ 
maginativa; di poi assimila la intensa rappresentazione dei più 
sottili stati dell’animo, e canzoni e sonetti pensosi, pregni di 


tl) Acute osservazioni intorno a questo modo di allegoria, diverso da quello 
della Commedia, sono nel Torraca, I precursori di />. A., in Opere minori, 
cit., p, 318. 


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LA LIBICA DI DANTE) 


193 


sentimenti reali, tremano per un nuovo palpito d’amore che gli 
sconvolge lo spirito. Ma più qua più là l’influenza del vecchio 
mondo poetico si fa ancora sentire e stride in parole aspre e 
in rime ispide e artificiose. 

Ma una possente scossa dell’anima trasmuta e rinforza la sua 
vita fantastica. Un amore negato viene nella sua mente a tra¬ 
vestirsi, con spontaneo processo, in una forma ideale e trascen¬ 
dente che prima egli non aveva mai intuito, poi che i suoi 
amori erano stati leggeri e spensierati come le sue rime. Il 

dolore discarna e riplasma il suo cuore, che, sotto la novella 

• • 

stretta, esprime un canto di esaltazione corrispondente al rin¬ 
novamento del suo spirito. È Videa della bellezza ch’egli ora 
sente il bisogno di andare denudando di ogni contenuto sensuale 
e di inseguire via via, componendola dentro di una sua ideale 
figura e rivestendola come di un velo di sogno. E questa crea¬ 
zione luminosa, frutto di una possente esuberanza di fantasia, 
diviene il centro di attrazione che assorbe tanto ogni attività 

fantastica quanto ogni bene morale e intellettivo del poeta. Così 

# » 

che il compiere, il vagheggiare e il lodare questa donna dalle 
dolci parvenze reali, ma circonfusa di eterei nimbi e di ange¬ 
liche forme, rimane lo scopo essenziale della sua anima, che 
era impaziente di concepire e di creare immagini sempre più 
possenti e meravigliose. L’arte in tal modo trasfigura la realtà 
e la natura, e assiduamente compone un mondo di figure flut¬ 
tuanti tra la terra e il cielo. Poi di questa immagine radiosa 
vanno divenendo sempre più diafani, ma più fissi, i contorni, 
sempre più debili, ma più celesti, le postille ; permane alla fine 
la creazione dello spirito, che, insieme col velo di bellezza e 

col sentimento d’amore che esso ha ispirato, concentra in sè 

# 

tutto il sommo e l’ottimo .dell’anima del poeta; diviene insomma 
la « Beatrice » della Commedia. 

In questo periodo l’espressione lirica si va sempre più raffi¬ 
nando e intensificando, insieme col pensiero, in modo tale da 
divenire atta a riprodurre e a rappresentare i più leggeri sospiri 
delPanima e le più delicate visioni per mezzo di tenui e sfumate 

Giornale ttor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 19-81). 18 


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194 


a. ZONTA 


gradazioni di colori e di suoni; si come i più angosciati spa¬ 
simi e le più paurose visioni per mezzo di una commossa rapi¬ 
dità, di una incisiva delineatura e di possenti contrasti di luci 
e di ritmi. Talora però, in questo periodo, l’immagine cede il 
posto alla combinazione intellettiva, lo sfogo sentito del cuore 
alla lode artificiosa e congegnata, per cui qualche volta ti sor¬ 
prende un senso come di sazietà e di abbandono. È vero che 
la immaginativa, divenuta vigorosa, profonde i suoi mirabili tesori, 
e grandi scene ed azioni fantastiche, e figure e caratteri plastici 
essa tenta e disegna; ma non sempre l’ala resiste alla vastità 
delle immaginate visioni, e allora la maniera e lo sforzo sosti¬ 
tuiscono la libera e generosa vibrazione dello spirito. Ma quanta 
bellezza e quanta potenza fantastica pur in un mondo cosi limi¬ 
tato che esclude la vita contingente, la natura esterna, le umane 
vicende tutte, per rinchiudersi sojamente dentro la « camera > 
del suo spirito, che ha la Bellezza come sua gioia suprema e 
l’Arte come l’espressione più interessante della sua vita! 

Dopo questa altissima creazione fantastica, che segna un punto- 
culminante nello sviluppo della lirica e del pensiero dantesco, 
l’animo del poeta non si ferma alla già ottenuta conquista, ma, 
avido di nuova materia poetica, novello Ulisse, si volge ad altri 
porti e tenta nuove vie. Dapprima il contrasto fra l’amore per 
la morta Beatrice e quello per un’altra donna viva e gentile, 

4 

gli porge l’opportunità di rappresentare uno stato d’animo nuovo : 
e le fasi di questa lotta spirituale egli svolge in rime che hanno 
una forma consimile a quella delle precedenti, ma nelle quali 
però l’ansia, il contrasto, il disgusto si avvicendano coi lampeg¬ 
giamenti di un desiderio d’amore vivo ed acuto, e di un tur¬ 
bamento smanioso, che ben mette in evidenza le oscillazioni 
dell’animo del poeta. Ma la finale immagine che la fantasia 
sempre avida e vigile nella sua opera di trasfigurazione della» 
realtà, foggia anche della donna gentile viene a risultare del 
tutto simile a quella di Beatrice. È una ripetizione, per quanto 
elevata e squisita, di motivi e di maniere già usate ed esaurite. 
Perciò in questo ciclo di rime sono sopra tutto degne di rilievo 


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LA LIBICA DI DANTE 


195 


le forme nuove che Dante introduce e che consistono nel ser¬ 
rare ch’egli fa i ritmi e l’armonia generale del componimento, 
e nel dare un risalto maggiore alle movenze drammatiche, 
che già nelle rime della Vita Nuova aveva incominciato ad 
esprimere (1). 

Ma la scienza afferra poi la sua mente e le offre un nuovo argo¬ 
mento di canto. Il poeta, desioso di nuove prove, si getta anche 
sopra questa materia e crede di trovare in essa un modo no¬ 
vello di espressione. ‘ Cantare il vero, il giusto, l’onesto ’ ecco 
un ben nobile scopo! E il grande artefice si accinge al lavoro: 
rime e strofe inusitate egli introduce, insieme con tutti gli ac¬ 
corgimenti della tecnica ; ma la materia gli rimane ancora inerte 
tra le mani : le sue canzoni sono un ‘ parlare ornato ’ intorno 
a nobili soggetti, ma non sono poesia. In questo tentativo però 
di cambiare la materia e di rompere le forme tradizionali, si 
rivela già la insaziabile sua avidità di ritrovare « novum aliquid 
« atque intentatum artia » (2) ; e l’uso di parole, di espressioni 
precise e di robusti costrutti dimostra che questo esercizio non 
gli nuoce, ma anzi da una parte deposita in lui i primi semi di 
una forma armonica e ritmica nuova, forse meno dolce, ma certo 
più maschia e vigorosa ; e dall’altra gli fa intuire per la prima 
volta il fecondo connubio tra l’espressione poetica e le verità 
speculative, che dovevano raggiungere più tardi la loro perfetta 
fusione. Come le radici delle piante trasmutano la pietra dura 
ed inerte in molle e labile linfa, così la fantasia di Dante giunge 
nella Commedia a trasformare i dettami teologici, filosofici, 
scientifici pur anco, in poesia, ponendoli come la naturale e 
spontanea espressione degli alti intelletti, che dentro della sua 
opera egli introduce a parlare. 


( 1 ) Le quali avrebbero anche un risalto maggiore se il sonetto Per quella 
via fosse da attribuirsi alla donna gentile , attribuzione che, più ci penso, e 
più mi sembra ancora probabile. 

(2) De vtilg. eloq., Il, 13. Intorno a questi sforzi del poeta cfr. anche Neri, 
loc. cit., p. 108. 


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a. ZONTA 


Finalmente un’altra forma attira l’anima irrequieta e incon¬ 
tentabile del poeta, cioè la vivace e talora scapigliata espres¬ 
sione realistica dei poeti burleschi. E Dante si cimenta col 
massimo di questi, con Cecco Angiolieri, e s’ingaglioffa in una 
zuffa poetica sboccata e triviale. Ma quali sprazzi e faville escono 
da quel maglio possente ! La satira, la caricatura, l’insinuazione 
e l’invettiva si struggono, e colano giù per i liquidi versi del 
sonetto, il quale, come ha perduto l’etereità delle dolci rime 
amorose, così ha anche acquistato un timbro ritmico nuovo e 
una compattezza, una franchezza inusata. 

E la finezza psicologica, la potenza plastica e figurativa, la 
rappresentazione drammatica e il crudo realismo, attraverso la 
esuberante fantasia, vengono finalmente a fondersi, e a creare un 
nuovo tipo di poesia prepotente ed ardita. Attraverso lo studio 
di Arnaldo Daniello, Dante intuisce un finale rinnovamento della 
musicalità e del linguaggio poetico. Ora egli ha trovato la sua 
strada : agli accorgimenti metrici della strofa sostituisce lo spez¬ 
zamento del verso con cesure marcate, con arsi e tesi vigorose, 
in modo da sostituire al suono melodico e ariosq delle stanze 
congegnate per piedi e per diesi, una nuova armonia polifonica 
derivante da un complesso di colori e di timbri, che risuona 
per emistichi, i quali si concatenano per mezzo di toni alti e 
vibranti e di corpi pieni ed intensi. Inoltre alle parole dolci e 
leggiadre, scelte fra le più squisite e ricercate, egli sostituisce 
verbi ed espressioni fortemente metaforiche e4 audaci, rime (i) 
vigorose ed ardite, tali da adattarsi al muscoloso suo pensiero, 
turgido di forza, anelante di fissare le immagini possenti che 
gli turbinano per la fantasia impaziente di concepire e di creare, 
desideroso pur anche che un ostacolo gli sbarri la strada, per 

avventarsi contro di esso e superarlo. Certo la smania del 

♦ 

difficile, del violento, dell’aspro lo porta talora a forme artifi¬ 


ci Cfr. le magnifiche osservazioni di E. 6 . Parodi, La rima netta « Di- 
« vina Commedia *, or» in Poesia e storia nétta IJ. C., Napoli, 1921, 
pp. 85 sg. 


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LA LIBICA DI DANTE 


197 


ciose, contorte, sforzate; ma quale stile immaginoso e robusto 
ne risulta, e con quale immediatezza vengono, sotto il suo tocco, 
ad incarnarsi, non i sentimenti soli, ma le astrazioni e i feno¬ 
meni tutti, che con una nettezza e una plasticità originale si 
vengono a svolgere e a trascorrere dinanzi agli occhi, rampol¬ 
lando un’immagine da un’altra, sempre più vivace e precisa! 
E la rappresentazione della natura in tutti i suoi aspetti, sia 
che coi fioretti e l’erba allieti i mortali o li abbrividisca sotto 
la neve o la bufera, esce per la prima volta, in Dante, ad ac¬ 
compagnarsi magnificamente colla espressione dei sentimenti 
del poeta e a seguirli e illustrarli con un possente contrasto 
di luci e di vibrazioni, che dall’esterno entrano a partecipare, 
col loro influsso, all’azione. 

E dell’arte e dell’animo sdegnoso del poeta, ultimo fiore, 
sboccia la canzone della Giustizia, che è ben il naturale tra¬ 
passo dalla lirica alla Commedia. 


Dalla nostra disamina risulta adunque che non si può parlare 
di un unico carattere lirico di Dante, poi che le molte rime 
ch’egli scrisse, vennero dettate in vari periodi e in circostanze 
particolari e diverse, e non sono informate ad un solo modo, 
ma anzi danno la generale impressione come di una strada che 
salga a giravolte, in uno sforzo continuo di elevazione e di 
artistico perfezionamento. Però, ad onta di ciò, vi sono dei ca¬ 
ratteri generali artistici, peculiari alla natura del poeta, i quali 
dapprima compaiono timidamente, e poi a poco a poco si vanno 

sempre più rivelando e delineando, e riescono alla fine col 

« 

fissarsi in un totale modo e tono artistico, che poi il poeta 
conserverà anche nella massima sua opera. Questi caratteri, 
simili ai fili di una trama, a mio avviso, si possono ridurre a 
tre : la sovrabbondanza — la intensità — la tonalità. La fan¬ 
tasia è indubbiamente il fondamento, anzi l’attività formatrice 
di ogni arte. In Dante essa ha sopra tutto il carattere di so - 
vrabbondanza , cioè di un generoso e prepotente bisogno, che 


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O. ZONTA 


dapprima spinge il poeta a comporre, a creare, ad elevarsi verso 
materie e forme nuove ; e poi lo stimola a tramutare la realtà 

in una grandiosa figurazione ideale e fantastica. La base di ogni 

» # 

processo poetico dell’Alighieri è certo, a mio credere, sempre 
reale (1); ma egli sente il bisogno irresistibile di strizzare fuori 
dalla sua intuizione ciò che v’è di labile e caduco, per concen¬ 
trarla in una creazione pura dello spirito, per renderla quindi, 
come questo, immortale ed eterna; per darle il suo sigillo e 
per vederla brillare, come Trivia nei pleniluni sereni, soltanto 
come immagine e incarnazione della sua fantasia (2). 

E queste costruzioni fantastiche, edificate sopra una base reale, 
acquistano nell’atto creativo un loro aspetto e carattere parti¬ 
colare di intensità. Dante, per sua naturale inclinazione, è 
portato a tendere la sua mente verso ciaschedun concepimento 
poetico col massimo sforzo, in modo da tentar sempre di assur¬ 
gere anche al massimo, della espressione. Questa tendenza in 
primo luogo porta il poeta a trasformare in figurazioni alte e 
sublimi tutte le intuizioni della sua anima, anche se esse sgor¬ 
ghino, per avventura, da una polla reale umile e bassa, e a dar 
loro un sigillo caratteristico tale da farle apparire come delle 
forme tipiche, appunto in grazia di quella sublimazione ch’egli 
opera. In secondo luogo questa inclinazione lo rende, in arte, 
incontentabile e desideroso di forme e di modi nuovi e sempre 
più arditi. Il poeta, ottenuto un effetto, non si indugia gran 
che in esso, ma parte per altro porto verso lidi più ardui e 
lontani ; nè gli sembra di aver mai a pieno esaurito il suo pen¬ 
siero, di aver mai appagata la sete di creazione che affanna il 
suo spirito; perciò va dal delicato al grandioso, dal grottesco 
al tragico, dal mistico al voluttuoso con alterna vicenda, indu- 


(1) Cfr. E. Gorra, Il soggettivismo di D., Bologna, 1899, p. 66. 

(2) Vedi anche Parodi, Il comico nella D. C., in Poesia e storia , cit., 
p. 196. 



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LA LIBICA DI DANTE 


199 


striandosi in ogni forma di toccare il sommo e la cima (1). In 
terzo luogo finalmente la intensità della fantasia porta anche 
il poeta a trasmutare il linguaggio adattandolo ad una tale 
espansione inventiva, essendo l’uno dall’altra inscindibili. Come 
la prepotente forza lirica gode di rompere gli argini e dila¬ 
gare (2), così la parola seguace la accompagna con sicura fedeltà 
e immediatezza. E fin dagli inizi questa sua inclinazione si 
manifesta. Pur fra le parole tradizionali e le forme consuete 
ogni tanto sbalza fuori una immagine, e quindi una parola o 
una frase, che si dice ordinariamente che è di timbro «dan¬ 
tesco». E queste immagini e parole si vanno sempre più fa¬ 
cendo numerose e precise, fino a che si vengono a fissare in 
un modo particolare di linguaggio, che si svolge del tutto e si 
colorisce compiutamente dentro del ciclo delle rime ‘ pietrose ’. 

E questo « timbro » è costituito da un uso sempre maggiore 
che il poeta fa di verbi fortemente metaforici ed arditi, di 
sostantivi insoliti e inaspettati, di aggettivi che spesso vengono 
riuniti con un nome, non per illustrarlo, ma per aggiungere • 
un’altra immagine di rincalzo, di rime non volgari e comuni, 
ma originali, rare e vigorose. Perciò le sue poesie sono costi¬ 
tuite da un linguaggio che ha un suo particolare sigillo, intenso, 
ardito, talora perfino concettistico e artificioso, mai però pedestre 
o banale. 

E a raggiungere questa ultima espressione concorre in gran 
parte la tonalità ch’egli imprime nelle sue composizioni poetiche, 
cioè il suono particolare delle parole, ch’egli usa, prese per se 
stesse o riunite insieme per lasse musicali. E, come gli altri 
due caratteri, anche quest’ultimo viene maturandosi a poco a 
poco nell’opera di Dante (3). 


(1) Questa è fors’anche la ragione artistica per cui Dante trascende nella 
Tenzoìie con Forese. Per la sua tendenza alla « intensità » egli va sempre 
più trasformando una grossolana caricatura in una invettiva di indole gene¬ 
rale e comprendente tutta una casa, che si era inurbata e che gli era inimica. 

(2) Cfr. Parodi, Poesia e storia, cit., p. 202. 

(3) Originale e interessante sarebbe un lungo studio e una minuta valu- 


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O. ZONTA 


200 

Dapprima egli crede che il corpo armonico e il colore melo¬ 
dico di una lirica derivino dalla varia struttura e legatura della 
strofa, e che il verso sia soltanto una parte di questa unità 
musicale (1). Perciò sì nel primo che nel secondo periodo della 
sua lirica produzione. egli cura poco il ritmo e la cesura del 
verso. L’endecasillabo è troppo spesso uniforme, ed ha quasi 
sempre un forte accento ritmico sulla penultima sillaba, e le 
arsi e le tesi interne sono piuttosto lievi e dissimulate, che forti 
e marcate (2); nè il poeta modifica gran che il suo verso fino 
alle rime * petrose ’ ; invece egli si industria, quanto più può, di 
variare la tessitura della stanza. Osservando infatti la tavola 
contenente gli schemi delle canzoni, ad esempio (3), risulta evi¬ 
dente questo continuo rimutamento. Dapprima egli adopera la 

« 

forma più comune, costituita da due piedi di tre versi ciascuno, 

« 

da una forte diesi, da una coda a rime, di solito, rispondenti 
e colle due ultime baciate. Ma dalla canzone Donne che avete 
fino all’altra Poscia che Amor (4) è tutto un travagliare e 
tormentare or la fronte or la sirma. I piedi sono originaria¬ 
mente formati di tre versi, poi ne acquistano quattro, cinque, 
sei ; la coda ora si allunga, ora si restringo da sei a dodici versi, 
o dividendosi in volle o chiudendosi in corpo compatto. E tutti 
gli accorgimenti egli tenta e riprova alternando endecasillabi 


tazione dei valori metrici nella tonalità dantesca; ma < il fren dell'arte » e 
la già eccessiva lunghezza di questo lavoro mi -impongono di riportare sol¬ 
tanto le conclusioni della mia indagine. 

(1) < Dimora capace o ricettacolo di tutta l’arte > chiama Dante stesso la 
stanza. Cfr. D’Ovidio, Versificazione italiana, ecc., Milano, 1910, p. 563 ; e 
De vulg. eloq., II, IX. 

(2) Come se derivasse da un trimetro giambico catalettico ascendente, oon 

una o due brevi arsi minori. 

% 

(3) La tavola è anche nel D’Ovidio, Versificaz. it., p. 585; ma non ha un 
ordine cronologico. 

(4) Distribuite naturalmente secondo l'ordine cronologico da me seguito 
nella trattazione. Del resto si vedrà che la disposizione da me proposta viene 
giustificata, anzi, oserei dire, provata anche da questa disamina metrica. 
Che D. avesse coscienza di questi tentativi tecnici, lo dimostra il De vulg . 
eloq., II, XI e Xn. 


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LA LIBICA DI DANTE 


201 


con settenari, attenuando o rinforzando la diesi, spezzando i 
periodi strofici in ogni forma con rime variamente distribuite, 
usando persino la rima al mezzo. E questo lavorio va facendosi 
sempre più intenso fino a che diventa davvero eccessivo nelle 
‘ rime dottrinali ’ (1). • 

Dopo succede una sosta. Io sento si d'Amor e Amor da che 
convien ritornano ai piedi di tre versi, per quanto la coda sia 
ancora un po’ affaticata. Poi, dopo l’esperimento della sestina 
arnaldesca e della sestina-canzone, la quale ultima — si badi — 
ha lo schema metrico di una canzone semplice a due piedi e 

m 

due volte (2), il poeta nelle ‘ pietrose ’ e nella canzone Tre donne 
ritorna a schemi semplici e primitivi. Come mai avviene questo 
mutamento? Nella prima delle due canzoni intermedie, che 
iniziano la sosta, Io sento si d’Amor, a chi bene osservi, fra 
stanze organate e costruite colla solita compattezza, per cui gli 
endecasillabi hanno un suono ascendente e si legano nella mu¬ 
sicalità dell’intero periodo strofico, viene a colpire un inusitato 
. slegamento di alcuni versi, specialmente nella prima stanza, 
nel primo congedo, in parte, e in tutto il secondo, con forti tesi 
e cesure negli endecasillabi, che vengono a dare un suono nuovo, 
meno melodico, ma più colorito ed intenso, più « dantesco » 
insomma. Lo stesso avviene nell’altra canzone Amor da che 
conviene si leggano l’ultima stanza e il congedo e si vedrà 
quale differenza ritmica interceda tra questo componimento e 
gli antecedenti, scritti per la 4 donna gentile ’ e per Beatrice (3). 


(1) Si devono eccettuare in questa tavola le dae canzoni dolorose per la 
morte di B. che sono volutamente semplici, vedove e ‘ cattivelle \ Cfr. Vita 
Nuova, XXXI. 

(2) Cfr. Jeanroy, La 1 2 3 sestina doppia ecc., p. 484 e Neri, lo son venuto, 
p. 102, il quale nota col Momigliano, Bull., p. 120, una rispondenza tra la 
divisione delle stanze e l’ordine ideale e stilistico. 

(3) È questa anche una delle ragioni che mi spingono a porre questa 
canzone come intermedia fra le rime amorose giovanili e le dottrinali e le 
' pietrose *. Questa infatti ha anche, nel metro, di quelle e di queste : indica, 
oserei dire, il trapasso logico dalla forma prearnaldesca aU’arnaldesca. 


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202 


0. ZONTA 


Qui senza dubbio, a mio avviso, il poeta che dapprima aveva 
usato ogni accorgimento per rimutare le strofe e per scegliere 
le parole più congrue, pettinate ed urbane (1), incomincia a ser¬ 
virsi di una forma che si distacca dalle precedenti, perchè alla 
cura del complesso della stanza egli aggiunge ora quella del 
suono particolare dei singoli versi, e alle parole « trisillabe senza 
« aspirazione, senza accento acuto e circonflesso, senza gemi- 
« nazione di liquide o con posizione immediatamente dopo la 
« muta, quasi levigate, che fasciano colui che parla con una certa 
« soavità » egli mescola parole « aspre di espirazione e di ac- 
« cento, e di duplici e di liquide e di lunghezza »; e colle rime 
« molli » alterna le « aspre », sì che « la tragedia ne rifulge » (2). 

La musicalità delle parole e dei versi, ch’egli così intensa¬ 
mente sentiva e curava, dalla ‘ stanza’ egli trasporta nel verso; 
e al trimetro ascendente con tenui cesure e scorrevoli tesi egli 
sostituisce il tetrametro con forti cesure interne, con arsi e tesi 
marcate, si che l’endecasillabo anteriore molle e fluente alla 
fine, si trasforma in un verso a due emistichi, divisi da una 
forte cesura e con un ‘ cantabile ’ rotto e disforme. E mentre 
cosi dapprima la strofa aveva un suono eguale, risultante da un 
accordo melodico uniforme e dolce, ora invece la stanza viene 
ad assumere un altro tono, uscente dall’armonia di accordi di¬ 
versi e contrari « temperati dalla mescolanza degli opposti », 
per dirla collo stesso Dante (3). 

E in questo suono che armonizza i discordi nell’unisono di 
un verso spezzato in due emistichi da una forte cesura (sembra 
quasi che il poeta abbia trasportato nel verso la diesi della 
stanza e il suo organamento) l’incontentabile senso ritmico e 
musicale del poeta finalmente si acqueta e riposa. 


(1) De vulg. eloq., II, VI, VII. 

(2) De vulg. eloq., Il, VII e XIII. 

(3) De vulg. eloq., I, XV. Peccato che Dante proprio quando arriva al 
punto in cui dovrebbe parlarci dei « versi e delle sillabe » e della loro posi¬ 
zione musicale, ci lasci in asso! 



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LA LIBICA DI DANTE 


203 


E questa forma, come quella che gli rampollò nella mente in 
seguito allo studio delle rime di Arnaldo Daniello, egli usa nei 
versi e nelle strofe delle ‘ petrose ’, nelle quali, dopo- un ten¬ 
tativo di canzoni senza rima, egli ritorna alla canzone nella 
forma più semplice e ordinaria. Poi che ormai non era più 
nella varietà della stanza, ch’egli aveva tanto tormentata, il 
sospirato « novum aliquid atque intentatum », ma nel verso 
stesso, ch’egli ora considera come il generatore di oj-ni armonia 
e accordo musicale. 

* 

Questo, a mio avviso, lo svolgimento, questi i caratteri della 
lirica di Dante, che, come le opere giovanili di Michelangelo, 
colle quali ha in comune i segni essenziali, può riempire di 
stupore e di gioia, per l’originalità, la potenza e l’audacia del¬ 
l’arte, chi ad essa si accosti con animo ingenuo, disposto a la¬ 
sciarsi sedurre e trasportare vagamente per il mare dei sogni 
sopra il vascello incantato del poeta (1). 

Giuseppe Zonta. 


(1) Intorno al valore complessivo della lirica di D. vennero espressi i più 
disparati giudizi, intorno ai quali, come dissi, non è mio compito soffermarmi. 
Ma di uno credo di dover far parola, poi ohe sembra che abbia guadagnato 
il consenso dei maggiori e più autorevoli critici ; di quello cioè che considera 

le rime di D. come un prodotto anacronistico ed estraneo alla nostra anima 

* 

moderna. Vedi infatti il Jeanroy, La poésie provengale au moyen-àge, in- 
Revue dei deux mondes, LXXIII (1903), p. 630, scrive : « Mais ces tours de 
« force ne nous intéressent que médiocrement : les canzoni de D. purent faire 
« les délices d’un cénacle, elles font encore l’étonnement de quelques lettrés; 
< elles ne sont pas entrées dans le patriraoine de l’humanité ». E lo Zinoa- 
relli, Il Canz., p. 133 : « Le rime di D. più non si accordano intimamente 
€ con la nostra anima, che ha fatto in sei secoli un lungo cammino... Sono 
« aspirazioni e vaneggiamenti di una civiltà che non aveva ancora riacqui* 
« stato il senso schietto della vita ». Anche il Parodi, Bull., XIII, 255, prova 
un senso di disagio nella lettura delle liriche dantesche: « Devo dire tutto 
« il mio pensiero ? D. nella lirica si sente talvolta chiuso in una maglia 
« troppo stretta per lui... l’epico futuro freme e si dibatte nella piccola stanza 
« d’nna canzone e anela al poema ». Il Croce, La poesia di 1)., pp. 33-52, 
dice che la poesia di D. è principalmente, e si potrebbe dire unicamente, la 
poesia della Commedia ; che le rime giovanili sono giocherelli e false situa¬ 
zioni ; che la V. N. è un libro di devozione con stile esagerato, montato, di 




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G. ZONTA 


pia unzione ; che le altre liriche amoroee non hanno molta forza e bellezza ; 
che le * petrose’ sono superficiali virtuosismi ; cosi che — ad onta di qualche 
esclamazione ammirativa — finisce coll’ammettere che D. nella sua lirica 
abbia soltanto introdotto qualche movimento suo proprio, qualche immagine 
diretta e fresca, oppresso com’era dagli schemi, dalle imitazioni, dalle alle¬ 
gorie, dalle massime concettuali ed artistiche del suo tempo. A me sembra 
in verità che in questi giudizi si annidi un errore di veduta. Io credo invece 
che siamo proprio noi che abbiamo gli occhi foderati da massime estetiche, 
critiche, filosofiche e sopra tutto romantiche, per cui ci riesce difficile il vedere 
ingenuamente il mondo spirituale dantesco. I medievali erano più fanciulli : 
credevano nella divinità e nella Provvidenza universale, perchè, per loro, era 
l’espressione di un bisogno dell’anima, dato dal prevalere della fantasia, la 
quale li portava a vedere in tutto l’orma di una forza trascendente e divina, 
dominatrice e informatrice di tutte le cose. Perciò ogni cosa esterna ed in* 
tima si riattaccava in qualche modo, in essi, col valore divino; così appunto 
come avviene in Omero e nei poeti primitivi. Io sono persuaso quindi che 
noi non intendiamo, o non sappiamo intendere, la lirica di D. e, in parte, . 
anche la Commedia , perchè non sappiamo spogliarci di tutte le superfeta¬ 
zioni che ricoprono la nostra fantasia, e non sappiamo ritornare « fanciulli »; 
perchè insomma siamo meno ingenui di Dante. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


I. 

La conoscenza umana. 


Sommo : 1. Come si ponga il problema d 1 conoscere nella filosofia medie¬ 
vale. — 2.11 desiderio innato di sapere. Sviluppo della conoscenza umana. 
Il senso. La cogitativa. La fantasia. — 3. L’intelligenza. Intelletto pos¬ 
sibile ed agente secondo Aristotele e i suoi commentatori. L’intelletto 
agente nella Scolastica. Platonismo agostiniano e aristotelismo tomistico. 
— 4. La luce divina risplende, secondo Dante, nell’ intelletto umano. — 
5. L’intelletto delle prime notizie. Spiegamento del naturale 
desiderio di sapere. Congiungimento dell’intelletto umano colla Sapienza. 
Trascendenza della Verità. Il dabbio. — 6. Ragione e fede. I tre mo¬ 
menti dello svolgimento filosofico di Dante : la Filosofia secondo il Con¬ 
vivio ; l’autonomia della ragione dalla fede proclamata nella Monarchia ; 
la philosophia ancilla theologiae nella Commedia .— 7. Il pro¬ 
blema scolastico dei rapporti tra fede e ragione. Il concetto della fede. 
L’esperienza religiosa. La vera Filosofia del medio evo. 

0 

L — L’universo, nella visione che Dante ne ha, risulta formato 
da un’armonica gerarchia di esseri, in cima alla quale, su in 
alto sta, pura luce intellettuale, Dio, atto infinito, senz’ombra, 
d’imperfezione e di passività, mentre giù in basso giace la ma¬ 
teria tenebrosa e indeterminata, su cui si riflette, come su di uno 
schermo, la luce dell’idea divina. La misura della perfezione di 
ciascuna cosa creata è data dalla maggiore o minore capacità 
che essa possiede, di elevarsi sopra la materia e di avvicinarsi 
all’infinità della Causa Prima che tutto comprende. Vicinissime 
alla materia e improporzionalissime alla prima Virtù, 


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206 


BB. NARDI 


che è solo intellettuale, sono le forme degli elementi (1). Su 
queste s’innalzano le forme delle miniere, le quali posseggono 
un raggio d’azione più esteso che non sia quello delle qualità 
elementari, perchè sono il termine di una trasformazione dei 
quattro elementi combinati fra loro in una certa proporzione. 
Un’ancor più ampia sfera d’azione possiede l’anima delle piante, 
che alla sua volta è minore di quella degli animali. L’anima 
sensitiva, benché tutta compresa nella materia, è tuttavia capace 
di accogliere in sè, intenzionalmente, le immagini delle cose 
sensibili, senza la materia che le coarta, come dice Aristotele (2), 
e di partecipare quindi, in qualche modo, alla perfezione di quelle. 
L’anima umana, immersa pur essa nella materia colle facoltà 
sensitive, n’è libera per via dell’intelletto, che possiede, come 
aveva detto Aristotele (3), la capacità di diventare, idealmente, 
tutte le cose. Fra l’uomo e Dio, vi sono le sostanze separate, 
cioè gli Angeli, « che sono sanza grossezza di materia* quasi 
« diafani per la purità de la loro forma » (4). Anello di con¬ 
giunzione fra il mondo superiore e quello inferiore, posto sul 
confine dell’eternità e del tempo, come si legge nel libretto Delle 
Cagioni (5), l’uomo possiede, nell’intelletto possibile, la capacità 
di accogliere in sè le forme universali e particolari di tutte le 
cose (6) e di rispecchiare l’universo, rompendo in qualche modo 
i limiti della propria individualità e accostandosi alla perfezione 
divina. 

Poiché anche per Dante, come per ogni pensatore dell’anti¬ 
chità, la coscienza umana non è il centro onde scaturisce la 
luce della verità, ma solo un breve specchio che quella luce 


(1) Conv., HI, 7. 

(2) De anima, n, 12: Ka&óAov dè neql ndoijs alg&ijoefog Sei Aapeìv 
Su i) [*èv ato&ijols èau, tò Óemixòv ròJv aloxhytciv el6<x>v dvev tijs SÀrjs, 

(3) De anima, IH, 4-5 e 8. 

(4) Conv., HI, 7. 

(5) De causis, pr. II, cfr. Mon., HI, 16 [15]. 

(6) Mon., I, 3 [4] : « Potentia... intellectiva... non solum est ad formaa 
« universales, si ve species, sed etiam per qnandam extensionem ad particnlares ». 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


207 


raccoglie e riflette. Di fronte all’uomo e fuori di lui, sta il mondo 
sensibile e’quello intelligibile, l’universo nel quale l’uomo è inse¬ 
rito, come monade tra altre monadi. Ora, come potrà la monade 
umana uscir fuori di sè e accogliere l’immagine dell’universo ? Per 
quali finestre penetra in noi la luce del vero ? In questo modo 
appunto si poneva allo spirito greco e medievale il problema 
della conoscenza. Tutta la filosofia antica è, anzi tutto, una 
metafisica dell’essere, costruita mediante il sapere ingenuamente 

dommatico, fondato sulla fede nella percezione esterna, il cui 

» 

valore non era mai stato seriamente intaccato dal vecchio scet¬ 
ticismo sofistico e accademico. Solo dopo aver costruito il mondo 
della realtà oggettiva, senza accorgersi che quel mondo è pur 
costruzione del suo spirito, il filosofo antico sente il bisogno di 
rientrare in sè e di rendersi conto dei mezzi di conoscenza dei 
quali si è servito per l’affermazione del reale. Il suo modo di 
procedere è questo : prima l’oggetto, la. r e s, ossia il contenuto 
della coscienza, considerato astrattamente e avulso dall’atto 
vivo di questa, e poi il soggetto, come passivo spettatore della 
cosa posta fuori di esso; prima la metafisica come scienza del¬ 
l’oggetto in sè, opposto al pensiero, e poi la psicologia come 
parte di quella metafisica. La conoscenza appariva come un' 
fatto particolare da spiegarsi, anzi che come il punto di par¬ 
tenza di ogni ricerca, il fatto fondamentale che doveva spie¬ 
gare tutti gli altri fatti, l’atto in cui si risolve tutta quanta 
l’esperienza umana e qualsiasi affermazione del reale oggettivo. 

Opposti cosi, fra loro, l’essere e il pensiero umano (tale op¬ 
posizione non esisteva fra la realtà e il pensiero divino), vediamo 
come il filosofo medievale riesce, se riesce, a metterli in comu¬ 
nicazione e a risolvere il problema del conoscere; problema, 
come abbiamo notato, in senso assai relativo, perchè egli non 
ha mai dubitato, in fondo, della corrispondenza fra l’essere e il 
pensiero. 

Nell’uomo, dice Dante'fin dalle prime righe del Convivio , è 
innato il desiderio di sapere: 



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208 


BB. NARDI 


La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da provvidenza di 
prima natura (1) impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò 
che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra 
ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio senio subietti (2). 

Siffatto desiderio è, dunque, un caso particolare di quell’istinto 
dato da Dio a tutte le cose, per il quale tutte le nature sono 
accline nell’ordine universale. E poiché questo desiderio è un 
istinto divino, non può non essere appagato. L’ottimismo dom- 
matico, comune su questo punto al pensiero filosofico di Dante 
non meno che a quello di ogni altro pensatore medievale, è 
quello appunto che caratterizza la loro particolare maniera di 

porsi il problema della conoscenza : essi sanno che la verità può 

» 

esser raggiunta dall’uomo, sia che gli bastino le sole sue forze, 
sia che gli abbisogni un aiuto superiore. 

2. — Ma vediamo più da vicino in qual modo l’uomo può 
soddisfare al suo desiderio innato di sapere. 

Conforme ai principi della dottrina di Aristotele, comunemente 
accettata nel medio evo, lo sviluppo della vita conoscitiva prende, 
anche per Dante, le mosse dal senso (3). Manca, è vero, negli 
scritti danteschi una teoria completa della sensazione; ma dai 
brevi accenni che se n’hanno qua e là, si comprende che egli 
non si allontanava dalle dottrine aristoteliche ed arabiche dif¬ 
fuse in tutte le scuole del tempo. Da quello che egli scrive a 


(1) Secondo la lezione di alcuni antichi codici, accolta dalla Società dan¬ 

tesca italiana, nell’ediz. delle Opere di D. (Firenze, Bemporad, 1921), alla 
quale mi riferisco per le citazioni. L’espressione scolastica di prima na¬ 
tura corrisponde alla spatri? tpvotg xal kvqCuìs Àeyofiévij di Aristotele, 
Metaph., V, 4, la quale è Yoiaia % i<àv ì%6vx<ùv mv^oecog év abzoìg 

f avtd, l’i8tinto profondo che porta tutte nature verso il proprio fine 
e la propria perfezione (Par., I, 109-120); se forse non è la natura uni¬ 
versali s, identica colla legge divina del mondo, che ha messo in ciascun 
essere quest’istinto. 

(2) ‘ Conv., I, 1. 

(3) Conv . Il, 5; III, 4; Par., II, 52-54; IV, 40-42. 


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DUB CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


209 


proposito della visione (1), è facile ricavare la sua teoria intorno 
alla sensazione esterna. Le forme sensibili, le quali non son 
altro che l’idea divina sigillata nella materia, il zi d-elov d’Ari¬ 
stotele (2), penetrano nei nostri sensi, « non realmente, ma 
«intenzionalmente», cioè dvev >zTjg fiJLrjg, e li fanno pas¬ 
sare dalla potenza all’atto del sentire. L’esser verace che le 
forme hanno fuori dell’anima, in re, è causa dell’intenzione 
(intentio o species cognoscibilis), la quale determina . 
ed attua il senso, riducendolo a somiglianza della cosa reale (3). 

Delle qualità sensibili alcune impressionano solo un senso 
particolare, come il colore e la luce, che sono appresi solo dal¬ 
l’occhio (sensibili propri) ; altre invece « con più sensi compren- 
« diamo », e si chiamano sensibili comuni, « sì come la figura, 


(1) Conv. in, 9. 

(2) Eth. Nicom., H, 14, 1153 b 32; K, 10, 1179 b 21. 

(3) Purg., XVIII, 22-23: «Vostra apprensiva da esser verace traggo 

intenzione». Nel Conv., in, 9, la visione è detta verace, quando è 

» 

cotale qual’è la cosa visibile in sè! Qualche storico recente, che ama 
modernizzare il pensiero di Aristotele, pretende che i sensibili propri 
(il colore, il suono, ecc.) non esistono, secondo lo Stagirita, se non nell’atto 
del vedere, dell’udire, ecc. Fuori dell’atto di sentire, nella realtà esterna, vi 
sarebbero solo i sensibili in potenza (cfr. De anima, ni, 2; De sensu et 
senstb., 3). Ma questa interpretazione ripugna al principio generale, della 
potenza e dell’atto, che domina tutta la metafisica aristotelica, ed è richia¬ 
mato esplicitamente dallo stesso Aristotele, per render conto sia della cono¬ 
scenza intellettiva, come di quella sensitiva (cfr. De anima, II, 5 ; III, 2 e 5). 
In forza di questo principio, niente è capace di passare dalla potenza all’atto, 
se non per qualche cosa che sia già in atto e che, agendo sul paziente, lo 
renda simile a sè. Ora il senso, prima di essere in atto, è in potenza, nè 
potrebbe passare all’atto del sentire, se un agente esterno non venisse a deter¬ 
minarlo. Nell’atto del sentire, il senso in atto e il sensibile coincidono e for¬ 
mano una cosa sola, perchè il sensibile trae a sua similitudine il senso 
(cfr. De anima, II, 5, e 11). Fuori dell’atto di sentire, è detto talora in 
potenza, perchè manca di-alcune condizioni fisiche indispensabili ad agire 
sul senso. Così i colori sono in potenza, quando si trovino nelle tenebre ; e la 
luce, non l’atto del sentire, è quella che li rende colori visibili in atto (De 
anima, III, 5). Dal non aver capito il pensiero di Aristotele, su questo punto, 
già .alcuni filosofi medievali del tempo di Dante e posteriori a lui, furon con¬ 
dotti a immaginare un senso agente, parallelo al *>ot)j tifi nàvta noieìv. 

Giornale $tor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 10 - 81 ). 14 



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210 


BB. NARDI 


« la grandezza, lo numero, lo movimento e lo stare fermo » (1). 
Mentre i sensi esterni, quando non siano intrinsecamente viziati, 
e si trovino nelle condizioni richieste, non. vanno soggetti ad 
errore nella conoscenza dei sensibili propri, sono invece spesso 
ingannati dai sensibili comuni (2). A correggere, allora, la fal¬ 
lace impressione sensibile, interviene un senso interno, la cogi¬ 
tativa o estimativa, la virtù ch’a ragion discorso 
a m m a n n a (3). Cosi quand’uno si sveglia improvvisamente, 
aborre ciò che vede, perchè la sua immaginazione gli dipinge 
pericoli irreali che lo spaventano; ma l’estimativa, quando 
è ben desto, corregge l’errore e ristabilisce la percezione verace 
delle cose (4). 

Oltre che della cogitativa o estimativa, Dante parla 


(1) Conv. Ili, 9. Alcuni fra gli antichi commentatori di Aristotele, seguiti 
da qualche moderno interprete, ritengono che i sensibili comuni siano l’og¬ 
getto specifico del cosiddetto senso comune. Ora Aristotele dice espressa¬ 
mente che essi sono sentiti per sè da ciascun senso (De anima , II, n. 2; 
De sensi* et sensib., 1, 3, 4 e 6). < Communia sensibilia communi ter sen- 
« tiuntur a diversis sensibus per se >, dice Tommaso, De anima, III, lez. 1. 
Al senso comune spetta una ben più alta funzione: « Oportet ad sensum oom- 
« munem pertinere discretionis iudicium ; ad quem referantur, sicut ad com- 
« munem terminum, omnes apprehensiones sensuum ; a quo etiam percipiantur 
« actiones sensuum, sicut cum aliquis videt se videre » (Thomae Aq., S. th. f 
I, q. 78, a. 4, ad 2). 

(2) Conv., IV, 8; Purg., XXIX, 47. Cfr. Arist., De anima, II, 6; De 
sensu et sensib., 4; Metaph., IV, 5. 

(3) Averr., De anima, III, comm. 6: « Virtus... cogitativa, apud Aristo- 

< telem, est virtus distinctiva individualis, scilicet quod non distinguit nisi 
€ individualiter non universaliter. Declaratum est... quod virtus cogitativa non 
« est nisi virtus, quae -distinguit intentionem rei sensibilis a suo idolo ima- 

< ginato, et ista virtus est illa cuius proportio ad has duas intentiones, sci- 

< licet ad idolum rei et ad intentionem sui idoli, est sicut proportio sensus 
« communis ad intentiones quinque sensuum ; virtus enim cogitativa est de 
« genere virtutum existentium in corpore ». Altrove lo stesso Averroè parla 
della stessa cogitativa come preparazione all’intendere: < sine imaginativa 
« et cogitativa nihil intelligit intellectus qui dicitur materialis (l’intelletto 
« possibile); hae enim virtutes sunt quasi res, quae praeparant materiam arti- 
« fici ad recipiendum actionem artificii » (De anima. III, coram. 20). 

(4) Par., XXVI, 73-75. 


4 

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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


211 


anche d’un altro dei cinque sensi interni, che gli Scolastici 
distinguevano seguendo le tracce d’Avicenna e d’Averroè: la 
fantasia o immaginativa. Ad essa egli accenna brevemente 
nel Convivio , per richiamare la ben nota dottrina aristotelica, 
che il nostro intelletto trae dalla fantasia tutto quello che vede, 
e che quando questa vien meno all’intelletto, non possiamo 
intendere (1). 

Un secondo accenno all’im maginati va si ha nel Purga¬ 
torio (2), là dove si dice, che essa compie un lavorio nel quale 
non è soccorsa dalle impressioni dei sensi esterni, ma da « lume 
« che nel ciel s’informa », cioè dall’influenza naturale delle sfere 
celesti e non, come pensano erroneamente alcuni, da specie 
intelligibili partecipate per grazia (3). L’azione della luce dei 
corpi celesti o quella delle intelligenze motrici che nei corpi 
celesti suggellano l’immagine della mente profonda, suscitano 
talvolta nella fantasia quelle misteriose intuizioni, onde 

... la mente nostra, peregrina 

più da la carne e men da’ pensier presa, 

a le sue Vision quasi è divina (4). 

La qual dottrina non è precisamente aristotelica, ma ha piut¬ 
tosto un’origine platonica; sviluppata poi dai neo-platonici, fu 


(1) Conv^ III, 4. Arjbt., De anima, in, 7: oiòénote vosi dvev <pavtd- 
opatos “h t f ,v X^- ^ : Stav te &eù>Qf} t dvdyxrj dpa (pavido pati &e(opelv. 

(2) Purg., XVH, 13-18. 

(3) In questo senso chiosano i versi citati il Torraca ed altri. 

(4) Purg., IX, 16-18. Avicenna, De anima, IV, 2 : « Aliquando verr fiunt 
«(somma) ex operationibus caelestium corporum, quae aliquando op ^rantur 
« formam et imaginationem secundum comparationem animarum ips irum et 
« secundum aptitudinem... Non sunt vera somnia pleraque nisi quae videntur 

« in mane: omnes enim cogitationes hac hora quiescunt et motus humorum 

% 

« sunt finiti. Cum vero virtus imaginativa fuerit in tali hora qua non impe- 
« ditur propter corpus, non est separata a memoriali neque a formali, sed est . 
« compos illarum ; tum servitium imaginativae quo servit animae, est quale 
« melius esse potest ». 



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212 


BR. NARDI 


tramandata agli scolastici da Avicenna, da Apuleio e dai libri 
ermetici (1). 

3. — Tratta da esser verace e suggellata nell’immagi¬ 
nativa (2), l’intenzione sensibile aiuta a nascere e a svilup¬ 
parsi la funzione intellettiva. Intorno al destarsi nell’uomo della 
conoscenza intellettuale e al rapporto di essa colla sensazione, 
si ebbero nel medio evo dottrine fra loro sensibilmente diverse, 
per quanto tutte affini per molti concetti fondamentali comuni. 
Dante espone il suo pensiero in modo piuttosto frammentario. Per 
intenderlo è quindi necessario procedere con cautela e senza 
prevenzioni. 

Secondo Dante, l’intelletto possibile, «spirito novo, 
« di vertù repleto », che si aggiunge all’anima vegetativo-sensitiva 
e la « tira in sua sustanzia », per fare insiem con essa « un’alma 
« sola che vive e sente e sè in sè rigira » (3), « potenzialmente 

(1) Cfr. Br. Nardi, Dante e Pietro d'Abano (estr. dal N. (riamale Dan¬ 
tesco, 1920, IV, 1-2), p. 11. Nel Convivio, II, 9 si legge: « Ancora, vedemo 
« continua esperienza de la nostra immortalitade ne le divinazioni de’ nostri 
« sogni, le quali essere non potrebbono se in noi alcnna parte immortale non 
« fosse; con ciò sia cosa che immortale convegna essere,lo rivelante, [o corporeo] 

< o incorporeo che sia, se bene si pensa sottilmente ;...' e quello che è mosso o 
« vero informato da informatore immediato debba proporzione avere a lo infor- 
« matore, e da lo mortale a lo immortale nulla sia proporzione ». Per l’intelligenza 
del qual passo è utile ricordare questo luogo di Alberto Magno (De natura 
et origine animae, tr. II, c. 8) : < Confirmatur autem haec ratio per illa quae 
« 8umuntur a dictis Socratis et Hermetis Trismegisti cuius avus fuit Pro- 
« metheus, praecipuus philosophus, a quo primam scientiam philosophandi 

< acceperunt Stoici ; huius enim philosophiae Prometheus dicitur pater fuisse. 
« Et fuit ratio eorum, quod, sicut in Somno et Vigilia probatum est, quaedam 
« sunt in somnis verae intelligentiae, quae non sommi habent rationem, sed 

< potius oracula sunt, ab intellectibus supernis et intellectui animae influxae: 

< constat autem quod horum receptio non est nisi secundum confonnitatem 
« animae humanae ad intellectus supernos caelestes,’ et non secundum aliquam 
« dependentiam ad corpus; et ideo nec perire potest huiusmodi substantia 

< talia recipiens oracula, corpore pereunte ». 

(2) Conv., Il, 10. 

• (3) Purg. XXV, 67-75. Cfr. Br. Nardi, Il tomismo di Dante e la qui- 
stione di Sigieri (estr. dal Giorn. Dant., XXII, 5), pp. 12 ss. ; e la Postilla 
alla quistione di Sigieri, nel N. Giorn. Dant., I, 3. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


213 


« in sè adduce tutte le forme universali, secondo che sono nel 
« suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la 
« prima Intelligenza è » (1). Perchè Dante, insieme all’intelletto • 

possibile, non accenna mai all’intelletto agente e alla fun- 

« 

zione conoscitiva ch’esso ha nell’aristotelismo ? Qualche zelante 
dantista s’è dato, è vero, la pena di colmare questa lacuna e 
s’è affrettato a supplire al silenzio del Poeta, attribuendogli, al 
solito, la dottrina pura e semplice di san Tommaso. Ma forse, 
anche questa volta, si è corso troppo. A me pare che la via 
più sicura per intendere il pensiero di Dante, sia, in casi come 
questo, di chiarire le sue parole coll’aiuto della storia, non di 
una sola corrente, ma di tutto il complesso pensiero scolastico. 
Vediamo di farlo. 


Aristotele, poiché ebbe negata la teoria platonica delle idee 
separate e della reminiscenza, sostituì ad essa la sua dottrina 
dell’immanenza delle forme nella materia, e dell’intelletto con¬ 


cepito come potenza a divenir tutte le cose, ma che, prima del¬ 
l’azione del senso, è come una tabula rasa sulla quale niente 
è ancora scritto. Ora la forma sensibile, legata com’è alla materia, 
è incapace per sè sola di attuare, nella mente, le forme intelli¬ 
gibili che sono immateriali. Applicando quindi alla funzione 
conoscitiva del vov$, il suo ben noto principio metafisico — 
secondo il quale niente passa dalla potenza all’atto, se non per 
l’azione di una causa univoca che sia già in atto (2) — fu co¬ 
stretto ad ammettere un intelletto in atto o agente, che gli 
servisse a smaterializzare le forme immerse nella materia, 
onde queste potessero agire sull’intelletto in potenza. L’in¬ 


telletto agente, secondo lui, è una luce spirituale che rende 

I 


intelligibili in atto ie forme materiali che sono intelligibili 


solo in potenza, e vien comparato alla luce solare che rende 

t 

« 

visibili i- colori, i quali senza di essa resterebbero sepolti nelle 



» 


(1) Conv., IV, 21. 

(2) Arist., Metaph., IX, 8; ih., VII, 8; cfr. JV. Giorn. Dant., N. S., 
1921, p. 20. 


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214 


BR. NARDI 


tenebre (1). La funzione di esso è quella di sostituire le idee 
platoniche. Se esistessero le forme separate, non vi sarebbe 
bisogno dell’in tei letto agente. 

Se non che la trascendenza platonica, cacciata via per la porta, 
rientrava in questo modo per la finestra; e la dottrina aristo¬ 
telica si prestò di buon’ora a interpretazioni nelle quali, da 
Alessandro d’Afrodisia al nostro Rosmini, lo spirito della filo¬ 
sofia di Platone tornava ad affermarsi vigorosamente. 

La più importante di tali interpretazioni del pensiero dello 
Stagirita è senza dubbio quella dell’Afrodisio. Questi fece del¬ 
l’intelletto agente un essere divino (ò deìog vovg), che 
gli Scolastici pensarono fosse senz’altro Dio (2). Il vovg divino 
genera e governa le cose contenute dall’orbe lunare, e segna¬ 
tamente l’intelletto in potenza, detto da lui anche intel¬ 
letto materiale (ó bhxòg voùg). La tesi d’Alessandro 
. sull’intelligenza attiva, eterna, unica e divina, sembra aver 
largamente influito sul pensiero di Plotino e degli altri neo¬ 
platonici (A). Ed inserita in un sistema organico di dottrine 
schiettamente neo-platoniche, la ritroviamo più tardi presso i 
filosofi arabi, Al-Kindi, Al-Farabi e Avicenna. Secondo quest’ul¬ 
timo, l’intelligentia agens è l’ultima nella gerarchia delle 
intelligenze celesti. Prodotta per emanazione dall’intelligenza 
dell’orbe lunare, è destinata al governo del mondo corruttibile, 
sotto la luna, e prende anche il nome di dator formarum, 
in quanto irradia le forme sostanziali nella materia. Suo ufficio, 
inoltre, è quello d’infondere le forme intelligibili nell’intelletto 
materiale (4). 

Quando gli Scolastici, nel secolo XIII, vennero a conoscenza 


(1) Arist., De anima, III, 5. 

(2) Cfr. Alex. Aphkod., De anima (ed. Bkuns, Berlino, 1887), p. 90 bs. ; 
In de anima mantissa, p. 106. Anche l’espressione di vovg nottjvixóg non 
è d’Aristotele, ma dell’Afrodisio, De anima, p. 88-91, Mantissa, p. 110-113. 

(3) Cfr. Duhem, Le système du monde, Parigi, A. Herman, 1916, t. IV, 
p. 376-401. 

(4) Avicenna, Metaphysica, Venezia, 1508, IX, c. 3; De anima, V, 5. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


215 


delle dottrine aristoteliche e delle interpretazioni che di esse 
davano i commentatori greci ed arabi, dopo esserne stati turbati 
in un primo momento, si posero prima ad analizzarle a scopo 
polemico, indi, famigliarizzatisi con esse, tentarono con ogni 
mezzo di cristianeggiarle, assimilandole e mettendole d’accordo 

col pensiero patristico tradizionale. La dottrina dominante fra 

« 

gli scolastici della prima metà del secolo XIII, intorno al co¬ 
noscere, era quella di sant’Agostino, colla teoria della ratio 
superior, della memoria innata, delle rationes ae- 
ternae e della verità incommutabile che illumina la 
mente umana. Con questa gnoseologia agostiniana, che in fondo 

• é 

non era altro se non un approfondimento della teoria platonica 
della reminiscenza, integrata col principio cristiano dell’im- 
manenza nell’anima -della luce divina, fu facile a molti dottori 
scolastici conciliare la teoria dell’intelletto agente, com’era 
stata intesa da Alessandro d’Afrodisia e dai suoi seguaci greci 
ed arabi. 

Si oda, per esempio, Ruggero Bacone : 

Sapientia philosophiae est tota revelata a deo et data philosophis, et ipse 
est qui illuminat animas hominum in omni sapientia;' et quia illud, quod 
illuminat nientes nostras, vocatur nunc a theologis intellectus 
agens, quod est verbum Philosophi in tertio De anima, ...ideo ... ostendo, 
quod hic intellectus agens est deus principaliter et secundario 
angeli, qui illuminant nos (1). 

Et sic intellectus agens, secundum maiores philosophos non est pars animae 
sed est substantia intellectiva alia et separata per essentiam ab intellectu 
possibili... ut ostendatur quod philosophia sit per influentiam divinae illu- 

minationis (2). 

% 

Lo stesso Ruggero Bacone c’informa : 

Universitate convocata, bis vidi et audivi venerabile»! antistitem dominura 
Gulielmum Parisiensem Episcopum felicis memoriae colar» omnibus senten- 


(1) Rooeri Bacon Opera quaedam inedita , Brewer, Londra, 1859, Opus 
tert., p. 74. 

(2) Roo. Bac. Opus maius, ed. Bridgcs, Oxford, 1897, p. 39. 


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216 


BB. NARDI 


tiare, quod intellectus agens non potest esse pars aniraae ; et dominus Robertus 
Episcopus Lincolniensis et frater Adam de Marisco et huiusmodi maiores hoc 
idem firmaverunt (1). 

Un altro francescano inglese, Ruggero Marston, si esprime 
nel modo che segue : 

... firmiter teneo, unara esse lucem increatam, in qua omnia vera cer- 
titndinaliter visa conspicimus. Et hanc lucem credo -quod Philosophus vocavit 
intellectum agentem. Sumendo namque intellectum agentem, prout 
dicitur ab actu illuminandi possibilem, non qualicumque illustratione, ut 
volunt omnes, sed prò eo quod sufficienter et complete illuminat possibilem, 
necesse est dicere, quod sit substantia separata per essentiam ab intellectu 
possibili, prout hoc sentiunt Alfarabius in libro de Intellectu et InteUecto, 
et Avicenna in multis locis, et expositores Pbilosophi quamplurimi (2). 

Il Marston, per altro, ammette anche un altro intelletto agente 
come pars animae; ma pur esso è inteso in un senso ago- 
stiniano e subordinato all’illuminazione divina (3). La stessa 
dottrina è professata da Giovanni della Rochelle (4). Altri invece, 
come Bonaventura e i suoi discepoli, in apparenza fanno del¬ 


ti) lb., p. 47. Nell’Opus tert., pp. 74-75, a questo racconto egli aggiunge questa 
notizia: « linde quando per tentationem et derisionem aliqui Minores prae- 
< suntuosi quaesiverunt a fratre Adam (de Marisco]: quid est intellectus 
« agens? respondit: Corvus Eliae; volens per hoc dicere quod fuit Deus 
« vel angelus >. Quanto alla verità del racconto di Ruggero Bacone, è da notare 
che Guglielmo d’Auvergne, mentre ammette con sant’Agostino l’illuminazione 
divina, rigetta come un figmentum e una vanissima positio l’intelletto 
agente d’Aristotele (cfr. De anima, VII, 3, 4 e 6, in Opera , Aureliae, 1674; 
M. Baumgartner, Die Erkenntnislehre des Wilhelm von Auvergne, in Beitr. 
Gesch. Philos. Mittelàlt., II, 1). Roberto Grossatesta, negli scritti di certa 
attribuzione, editi dal Baur, Die philosoph. Werke d. R. Gr. (in Beitr. Gesch. 
Philos. Mitt. y IX), non parla mai dell’intelletto agente, ma sibbene anch’egli 
della luce divina. 

(2) De humanae cognitionis ratione anecdota quaedam ser. doct. s. Bonà- 
venturae et nonnullorum ipsius discipulorum, Quaracchi, 1883, p. 207. 

(3) lbid., p. 215. 

(4) Domenichelli, La Summa de anima di fr. Giovanni della Rochelle, 
Prato, 1882, II, 37. 


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DUB CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


217 


l’intelletto agente una facoltà, dell’anima, nel senso tomistico; 

% 

ma in realtà poi questo intelletto è, per costoro, così poco 
agente da sè solo, che abbisogna di un altro agente sopra di sè, 
cioè dell’illustrazione divina, perchè si conosca la verità. In fondo, 
l’intelletto agente di Bonaventura non è se non un riflesso di 
quella immanente luce divina, che attua nell’anima umana la 
prima notizia innata dei supremi principi del vero e del bene, 
e si confonde coll’apex mentis e colla memoria innata del- 
l’agostinismo (1). 

In tutte queste opinioni, il motivo platonico che, come abbiamo 
già osservato, era implicito nella stessa dottrina aristotelica, 
torna ad emergere e prende il sopravvento, beffandosi delle 
critiche rivolte da Aristotele alla teoria delle idee separate di 
Platone. Quello poi che può sembrare addirittura uno scherzo 

4L 

della storia, si è che l’intelletto agente a cui Aristotele ricorse 
per escludere la teoria della reminiscenza (2), fosse volto a 

9 

giustificare proprio l’innatismo platonico-agostiniano. Si oda 
l’autore della Summa philosophiae, ascritta talora a Roberto 
Grossatesta (3): 

... liquido constare potest Platonem subtilissime verissimeque aestimasse 
scientiam humanam reminiscentiam magis esse sicut divus Augustinus te- 
statur... Rerara itaque naturalium notitia certa tam simplex quam complexa 
apud animara ab initio creationis suae existit, cuius virtus quam dicimus 
intellectum agentem, hanc intelligendi actualitatem post sedationem turba- 
tionis et corporalium motuum, interveniente apprehensione tam sensitiva quam 
imaginativa, intellectui nostro possibili paulatim repraesentat secundum magia 
et minus, fortiusque et debilius, iuxta conditiones complexionis et alia acci- 
dentia scientiam inducentia vel impedientia, quod et Averroes ex autoritate 
Platonis et Aristotelis eleganter declarat. 


(1) Bonavent., In II sent., d. 24, p. 1, a. 2, q. 4. Cfr. Lutz, Die Psy- 
chologie Bonaventuras (in Beitr. Gesch. Philos. Mitt., VI, 4-5), pp. 106 ss. 

(2) Arist., De anima, III, 5 : oi fivrjpovevopev 6é x . t . À . 

(3) Summa philosophiae Rob. Grosseteste ascripta (ed. L. Baur, 0. c.), 
tr. XI, c. Ì2, p. 473-474. 


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218 


BR. NARDI 


Colui che, nel medio evo, ridonò alla teoria dell’intelletto 
agente un significato più conforme ai principi generali della 
metafisica aristotelica e nello stesso tempo più lontano dal pla¬ 
tonismo, fu Tommaso d’Aquino. Egli, che con audace innova¬ 
zione aveva riunito in uno stesso principio l’intelletto, il senso, 
le proprietà organiche e perfino la stessa corporeità del¬ 
l’uomo, e che contro Averroò aveva difeso l’individualità del¬ 
l’intelletto possibile, fece anche dell’intelletto agente una potenza 
intrinseca all’anima individuale, e gli assegnò la funzione di 
disincarnare le forme immerse nella materia, rendendole cosi, 
per via d’astrazione, intelligibili (1). E se nelle sue prime opere 
sembra talvolta aver fatto qualche concessione alla dottrina 
agostiniana dell’illuminazione divina (2), egli non tardò molto a 
liberarsi di ogni concetto estraneo alla sostanza del suo pensiero 
schiettamente aristotelico; che già nella Stimma cantra gen¬ 
tile# (3) osava risolutamente affermare : 

... parvum lumen intelligibile, quoti est nobis connaturale, sufficit ad nostrum 
intelligere (4). 


Un rimasuglio di platonismo e d’innatismo può sembrar, tut¬ 
tavia, che sia restato nel pensiero di Tommaso colla dottrina 
dell’Ilabitus o intellectus principiorum e della syn- 
teresis (5). Ma se si guarda bene, tanto l’intellectus prin- 


(1) Cfr. Contro gent., II, 76-78. 

(2) De verit., q. X, a. 6 : « Quod quidem lumen intellectus agentis procedit, 

« sicut a prima origine, a substantiis separatis et praecipue a Deo ». 

(3) II, 77. 

(4) Per la grande autorità di cui godeva nel medio evo sant’Agostino, che 
Bonaventura chiama il doctor maxime authenticus, anche Tommaso 
accetta la tesi agostiniana, che noi vediamo le cose immateriali nelle rationes 
aeternae ( S . th., I, q. 84, a. 5); ma a questa tesi egli dà un senso con¬ 
forme alla sua dottrina aristotelica, e che non è più quello di Agostino e 
degli agostinisti. Cfr. Hertlino, Augustinus Citate bei Thomas v. Aq. (in 
Sitzungsber. philos.-philol. Klasse d. k. bayer. Akad. WÙ8. Munchen, 1904, ' 
IV), p. 581-590. Tommaso aristotelizza le rationes aeternae, come gli 
agostinisti platonizzavano l’intelletto agente. 

(5) S. th., I, q. 79, a. 12: « Considerandum est, quod... ratiocinatio hominis. 


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DDK CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


219 


cipiorum quanto la synteresis, non sono propriamente 
principi e conoscenze già formate e latenti, nè alcunché di supe¬ 
riore e di estrinseco alla ragione umana, ma piuttosto attitu¬ 
dini e disposizioni naturali della mente che, come le categorie 
kantiane, attendono il loro contenuto dall’esperienza (1). 

Col dichiarare intrinseci alla mente umana l’intelletto 

» 

agente e l’habitus principiorum, Tommaso inaugurava 
davvero l’attività dell’uomo fatto capace di creare- da sè la s u a 
verità. Se non che la verità che l’uomo conquista coll’aiuto delle 

proprie umane facoltà, anzi che essere auto-coscienza della 

« 

realtà vera, è solo l’ombra di questa; la mente scorge la realtà 
e la verità assoluta fuori e sopra di sè, e alla creazione di essa 
non partecipa in alcun modo. Lo stesso habitus princi¬ 
piorum, che costituisce il punto di partenza dell’attività ragio¬ 
natrice, è piuttosto natura passivamente ricevuta, e istinto 

simile a tutti gli altri istinti delle cose naturali, che attività 

♦ 

consapevole e spirito. L’individualità dell’intelligenza umana, 


« cum sit quidam motus, ab intellectu progreditur aliquorum scilicet natura- 
« liter notorum, absque investigatione rationis, sicut a quodam principio im- 
« mobili; et ad intellectura terminatur, in quantum iudicamus per principia 
« per se naturaliter nota de his quae ratiocinando inveniuntur. Constat autem 
« quod, sicut ratio speculativa ratiocinatur de speculativi, ita ratio practica 
« ratiocinatur de operabilibus. Oportet igitur naturaliter nobis esse indita, 
« sicut-principia speculabilium, ita et principia operabilium. Prima autem 
< principia speculabilium, nobis naturaliter indita, non pertinent ad aliquam 
« specialem potentiam, sed ad quendam specialem habitum qui dicitur intel- 
«lectus principiorum, ut patet in sexto Ethicorum. linde et principia 
« operabilium nobis naturaliter indita non pertinent ad specialem potentiam, 

«sed ad specialem habitum naturalem, quem dicimus syn deresi ni». 

• • 

(1) Sebbene nelle questioni De ventate , I, a. 4 e XI, a. 2, ed anche nel 
passo citato nella nota precedente, Tommaso si serva di qualche espressione 
derivata dall’innatismo agostiniano, la sostanza del suo pensiero è chiara: 
l’habitus principiorum è innato come forma e disposizione, ma non 
quanto al contenuto (cfr. Sertillanges, St. Thomas d'Aquin, Paris, 1912, 
IP, p. 188; 0. Renz, Die Synteresis nach dem hi. Thomas v. Aquin, in 
Beitr. Gesch. Philos. Mitt., X, 1-2, p. 47 ss.). — Per la dottrina del vovg 
àpxùv in Aristotele, Analyt. post., Il, c. 19, dalla quale deriva direttamente 
quella tomistica, cfr. Zeller, Die Philos. der Griechen, II, n\ p. 190-196. 


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I 


« 


220 BB. NARDI 

come la concepisce Tommaso, è quella empirica, di cosa tra le 
cose ; e quindi la sua attività non giunge mai al segno e si perde 
per via ; e la soggettività è coartata e quasi soffocata dalla realtà 
oggettiva che circonda e opprime lo spirito da ogni parte. 

Lo stesso concetto empirico, dell’individualità dello spirito 
umano, è comune anche al platonismo e all’agostinismo. Ma il 
merito della dottrina platonica ed agostiniana è appunto quello 
di avere avvertito, che è impossibile di fondare l’assolutezza della 
verità e della scienza su l’individualità concepita empiricamente, 
e di aver tentato una via per sfuggire al relativismo scettico 
dei sofisti e degli accademici. Quindi il bisogno di confortare la 
debolezza dell’intelletto umano colla luce della verità assoluta. 
È vero che questa verità assoluta, nel platonismo antico, è total¬ 
mente oggettiva, trascendente ed estranea all’anima, la cui sog¬ 
gettività e autonomia restavano cosi distrutte. Ma non è più vero 
nel neo-platonismo e nel platonismo cristiano degli agostinisti: 
per questi la luce divina non è più ricevuta a mo’ d’oggetto 
esterno, ma coopera intimamente all’atto dell’intendere umano, 
di guisa che questo è l’effetto di una duplice causa, naturale e 
divina (1). In siffatta dottrina è facile avvertire come un bisogno 
di trasferire il soggetto empirico nel vero soggetto assoluto, che 
è causa auto-cosciente dell’essere di tutte le cose: in ipso 
enim vivimus, movemur et sumus (2). L’immanenza 
del divino nell’umano non poteva essere asserita più energi¬ 
camente, sebbene Tintellettualismo platonico-aristotelico, infiltra¬ 


ci) Che Dio opera immediatamente in tutte le cose create, è tesi comune 
a tutti i teologi cristiani. Che le cause seconde non agiscono se non in virtù 
della causa prima, è una vecchia dottrina neo-platonica che si ritrova anche 
nel libretto De causts, prop. I (cit. nell’jE^tsCofa a Cangrande, 20). Alcuni, 
anzi, tanto fra i maomettani quanto fra i cristiani, secondo che narra Averroè, 
Metaph., XII, comm. 18, giunsero fino a negare l’attività delle cose create, 
e ad attribuire tutte le azioni di queste alla causa prima, < ita ut negent 
« ignem comburere et aquam humectare, dicentes omnia huiusmodi creatione 
« indigere » (Pietro d’Abano, Conciliator, diff. 101; cfr. Thom. Aq., Contro 
gent., Ili, 69). 

(2) Actus Apost., XVII, 28. 


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A 



DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


221 


tosi di buon’ora nella teologia, dovesse per tanto tempo impedire 

a questa feconda intuizione cristiana di esplicarsi liberamente. 

» • 

4 . — I precedenti chiarimenti storici ci potranno fornire 
qualche lume, io penso, per intendere il pensiero di Dante. Che 
le forme universali che l’intelletto possibile « potenzial- 
« mente in sè adduce.;., secondochè sono nel suo produttore, 
« e tanto meno quanto più dilungato dalla prima Intelligenza è », 
non siano la pura capacità passiva del vovg aristotelico a di¬ 
ventare tutte le cose (1), si rileva da quel che è detto nello 
stesso capitolo del Convivio : 

E s’elli avviene che, per la puritade de l’anima ricevente, la intellettuale ver- 
tude sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontade (2) 
in lei multiplica, sì come in cosa sufficiente a ricevere quella, e quindi si mul- 
tiplica ne l’anima questa intelligenza, secondo che ricevere puote. E questo è 
quel seme di felicitade, del quale al presente si parla (3). E ciò è concordevole 
a la sentenza di Tullio, in quello De Senectute, che, parlando in persona di 
Catone, dice : < Imperciò celestiale anima discese in noi, de l’altissimo abita* 
< culo venuta in loco lo quale a la divina natura e a la eternitade è contrario ». 
E in questa cotale anima è la vertude sua propria, e la intellettuale, e la 
divina, cioè quella influenza che detta è; però è scritto nel libro de le Ca¬ 
gioni (4): < Ogni anima nobile ha tre operazioni, cioè animale, intellettuale 
« e divina » (5). 


(1) Arist., De anima, HI, 4. 

(2) « Divinum lumen, idest divinam bonitatem » Epist. Kant, 21. 

(3) Anche Teodorico di Vriberg, che aveva identificato l’intelletto agente 
d’Aristotele colla memoria innata e coll’abditum mentis di Sant’Ago¬ 
stino (De Trinit., XV, 21, n. 40; XIV, 7, n. 9), in cui risplende la luce 
divina, afferma che questo lume divino è quello stesso < beatificum principium, 
« qno informati — id est, quando fuerit forma nobis — Burnus beati per 
« unionem nostri ad Deum » (Krebs, Meistev Dietrich, in Beitr. Gesch. 
Philos. Mitt., V, 5-6, p. 162*). Cfr. Conv., m, 11, 15. 

(4) Prop. III. 

(5) Conv., IV, 21. Ih., Ili, 2: «L’anima umana. con la nobilitade de 

«la potenza ultima, cioè ragione, participa de la divina natura a guisa di 
« sempiterna intelligenzia; però che l’anima è tanto in quella sovrana potenza 
« nobilitata e dinudata da materia, che la divina luce, come in angelo, raggia 



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222 


BR. NARDI 


Ma sebbene la Prima Bontà mandi « le sue bontadi sopra le 
« cose con uno discorrimento », com’è scritto nel libro delle 
Cagioni (1), « ciascuna cosa riceve da quello discorrimento, 
« secondo lo modo de la sua vertù e de lo suo essere » (2) : 

e però che ne l’ordine intellettuale de l’universo si sale e discende per gradi 
quasi continui da l’infima forma a l’altissima [e da l’altissima] a la infima, sì 
come vedemo ne l’ordine sensibile; e tra l’angelica natura, che è cosa intel¬ 
lettuale, e l’anima umana non sia grado ■ alcuno, ma sia quasi l’uno a l’altro 
continuo per li ordini de li gradi, e tra l’anima umana e l’anima più perfetta 
de li bruti animali ancor mezzo alcuno non sia ; e noi veggiamo molti uomini 
tanto vili e di sì bassa condizione, che quasi non pare essere altro che bestia: 
e così è da porre e da credere fermamente, che sia alcuno tanto nobile e di 
sì alta condizione che quasi non sia altro che angelo. Altrimenti non si con¬ 
tinuerebbe l’umana spezie da ogni parte, che esser non può (8). G questi 
cotali chiama Aristotile, nel settimo de VEtica, divini (4). 

E sono alcuni di tale oppinione che dicono, se tutte le precedenti vertudi 


< in quella : e però è l’uomo divino animale da li filosofi chiamato... Onde si 
€ puote ornai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte 
«de l’anima che è deitade». 

(1) De causis, prop. XX: «Prima enim honitas influit bonitates sopra res 
« influxione una. Verumtamen unaquaeque rerum recipit ex illa influxione 
« secundum modum suae virtutis et sui esse ». 

(2) Conv., Ili, 7. 

(3) Duns Scoto, De rerum principio, Vili, 34 : « Item, sicut non est dare 
« duas species per aequalem distantiam entitatis vel actualitatis primi, sic 
« nec in natura dare duas species naturaro generis aequaliter partici pantes... 

« Hoc patet in corporeo et in incorporeo, rationali et irrationali, albo et nigro. 

« Hoc idem dico de individuis respectu suae speciei, quia unus purius et - 
« actualius particrpat naturam eius quam alius (quamvis aliqui dicant, et 
« falso, quod omnes animae pares in naturalibus sint); ergo impossibile est 
« quod forma duorum generum subalternorum, ut corporalium et spiritualium, 

« vel duarum specierum vel duorum individuorum habeant aequalem graduai 
« actualiter ; sed secundum diversitatem formarum, vel genere, vel specie, vel 
« numero, raateriae diversitatem hahent, quia actus activorum est in passo et 
« disposito, ita quod ex semine quo factum est corpus informato ista anima, 
« non po6set informari corpus quod esset informabile alia anima ». Cfr. sotto, 
quel che di Avicenna e di Algazele riferisce Alberto Magno. 

(4) Conv., Ili, 7. 



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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 223 

[animale, intellettuale e divina] s’accordassero sopra la produzione d’un’anima 

% 

ne la loro ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella de la deitade, 
che quasi sarebbe un altro Iddio incarnato (1). 

Chi sono questi tali la cui opinione Dante reca per confortare 

la sua tesi? Giovi udire Alberto Magno: 

• » 

Avicenna et Algazel, per omnia concordantes, dicunt animam intellectualem 
non esse in corpore, sed potius illustrare in ipsum suura splendorem... Addunt 
etiam gradus esse in huiusmodi anima intellectuali : quia quidam sortiuntur 
animas altiores, et quidam inferiores... Qui superiores animas sortiuntur, ali- 
quando ita separati sunt intellectus eorum, quod per conformitatem superio- 
ribus intelligentiis congruunt ; et ex illa congruentia imprimunt in eis lumen 
suum, per quod illuminantur ad sciendum ea quae disposita sunt fieri in uni¬ 
verso et sine medio corpore fìt ; et intantum exaltant nobilitatem huius intei- 

9 

lectus, quod invenitur anima quae omnia scit per seipsam, ut dicunt, et est, 

quoad intellectum, quasi deus incarnatus, qui perfectionem habet ad omnia 

scienda ex seipso. Aliquando autem est minor nobilitas huiusmodi ; et illi sunt 

bene addiscentes ab aliis et multa inveniunt, sed non sciunt omnia ex seipsis; 

% 

et sic est talis descensus donec invenitur anima quae nihil potest scire, nec 
ex se, nec ab alio (2). 

Che Dante alluda direttamente ad Avicenna e ad Algazele, 
oppure a qualche altra opinione affine alla loro, come par più 

verosimile, poco importa: quel che monta, e che è evidente, si 

* • 

è che il moltiplicarsi della divina bontà nelPanima dell’uomo, 
ha un significato schiettamente neo-platonico (la citazione del 

De causi? non è fortuita), e che in questo senso neo-platonico 

« 

ed agostiniano vogliono essere intese le forme ^universali- 
che l’intelletto possibile in sè adduce, potenzialmente, secondo 
che sono in Dio. Il che, del resto, è conforme al principio ge¬ 
nerale di tutta la metafisica dantesca, secondo il quale tutte le 
forme nel mondo inferiore sono attuate dalla virtù delle cause 


(1) Conv., IV, 21. 

(2) Alberto Magno, De sonino et vigilia, III, tr. 1, c. 6. 



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224 - 


BR. NARDI 


superiori (i); principio che non potrebbe supporsi dimenticato 
e violato nel momento di spiegare il passaggio dell’intelletto 
umano dalla potenza all’atto dei conoscere. 

Dante afferma, è vero, con Aristotele e Tommaso, che la mente 
umana prende le mosse dal senso, e che l’uomo « solo da sen- 
« sato apprende ciò che fa poscia d’intelletto degno » ; ma questo 
non può intendersi se non quanto allo svolgimento e all’attua¬ 
zione delle forme universali irraggiate nell’intelletto possibile 
dalla luce della Prima Intelligenza. E questo dicevano, più o 
meno concordemente, tutti gli agostinisti. Cosi, per esempio, 
san Bonaventura: 

Quia non ex se tota est anima imago, ideo cum bis (cioè insieme colle 
regulae o rationes aeterna e) attingit rorum similitudines abstractas 
a phantasmate tamquam proprias et distinctas cognoscendi rationes, sine 
qnibus non sufficit sibi ad cognoscendum lumen rationis aeternae, quandiu 
est in statu viae (2). 

Lo stesso Marston che, come abbiamo visto, è uno dei più ener¬ 
gici assertori dell’identità dell’intelletto agente colla luce divina, 
dichiara che la mente umana « intelligit incommutabilia a d m i- 
«niculantibus speciebus a phantasmatibus abstra¬ 
ct ctis » (3). E il Marston, io credo, ci offre, meglio di tutti gli 
altri autori finora ricordati, il modo d’intendere che cosa siano 
le forme universali di Dante: 

Necesse est, ultra phantasmata vel species abstractas, ponere in mente 


(1) Cfr. Br. Nardi, Un frammento di cosmologia dantesca, nella Cultura 
Filosofica, 1917, fase. I; Dante e Pietro d’Abano nel N. Giornale Dan¬ 
tesco, IV, 1-2. 

(2) S. Bonav., De scientia Christi (in Opera, Quaracchi, 1882-L902, t. V) 
q. 4. Anche per la conoscenza attuale dei primi principii occorre l’esperienza: 
« Species... et similitudines rerura acquiruntur in nobis mediante sensu, sicut 
«expresse dicit Philosophus in multis locis; et hoc etiam experientia docet. 
« Nemo enim unquam cognosceret totum, aut partem, autpatrem, aut 
«matrem, nisi sensu aliquo exteriori speciem eius acci per et » (In li Sent., 
d. 39, a. 1, q. 2). 

(3) De humanae cognitionis rottone (cit.), p. 216. 



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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 225 

nostra, quo attingamus aliqualiter incommutabiles veritates... Nam lux aeterna, 
irradiane mentem humanam, quandarn impressionem activam facit in ea, ex qua 
derelinquitur in ipsa passiva quaedam irapressio, quae formale principium est 
cognoscendi veritates incommutabiles ; sicut sigillum quando imprimitur in 
cera, derelinquit quoddam vestigium in cera (1). 

0 

Questa impressione stampata e sigillata nella mente umana 
dalla luce eterna sono appunto le forme universali che l’in¬ 
telletto possibile, al dire di Dante, potenzialmente in sè adduce 
secondo che sono nel suo produttore, Dio. 

Se questo, come pare, è il pensiero di Dante, si capisce su¬ 
bito perchè egli non senta mai il bisogno di tirare in ballo la 
dottrina aristotelica deirintelletto agente e dell’astrazione: la 
funzione essenziale dell’intelletto agente è già attribuita da lui r 
in conformità della sua metafisica peo-platonica, alla virtù di¬ 
vina che raggia nella mente dell’uomo. Al pari di Dante, non 
ebbero bisogno dell’intelletto agente molti vecchi agostinisti; e 
Guglielmo D’Auvergne, che ugualmente parla di una « im- 
« pressio similitudinis aut sigillalo animarum nostrarum » da 
parte della luce eterna, alla maniera del Marston, lo dichiara un 
figmentum e una vanissima positio (2). 

5 . — Ed ora vediamo di seguire lo spiegarsi della potenza 
dell’intelletto umano. Due sono i termini di questo spiegamento : 
il punto di partenza, o termine a quo, è dato dal naturale de¬ 
siderio di sapere; il punto d’arrivo, o termine ad quem, sta 
nel possesso del sapere in atto, ossia nel congiungimento del¬ 
l’anima colla sapienza; nel qual possesso e congiungimento con¬ 
siste la suprema perfezione dell’uomo e la sua felicità. 


(1) Ibid., p. 211. 

(2) Nella Monarchia, I, 16 [18] si accenna alla distinzione agostiniana della 
ratio soperior e inferior, la prima delle quali è fissa nelle rat io nes 
aeternae e nelle incommutabili o irrefragabili verità, la seconda 
è rivolta alle cose temporali (cfr. S. àgost., De Trin., XII, 2 e 15). Invece 
di ratio, Dante usa il termine aristotelico intellectus. 

Giornale star. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 15 


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226 


BR. NARDI 


La nostra apprensiva trae, per mezzo dei sensi, le forme o 
specie conoscibili (intenzioni) dalle forme che sono nella 
realtà fuori dell’anima. Ma queste forme ricevute passivamente 
hanno bisogno di essere spiegate (1) entro di noi, elaborate 
cioè attivamente e giudicate. Per sè esse sono piuttosto mate¬ 
riale grezzo di conoscenza, che vera e propria conoscenza in¬ 
tellettuale. Questa comincia solo quando la specifica virtù di 
cui lo spirito è repleto (2), cioè l’attività della mente, co¬ 
mincia a dimostrarsi, elaborando col giudizio le species som- 
ministrate dall’esperienza. Dante ha chiaro il sentimento del¬ 
l’autonomia dello spirito, quando a Virgilio fa osservare che, se 
1’anima [riceve passivamente le forme intenzionali da esser 
verace, e l’appetito segue questa apprensione, riman distrutta 
in lei ogni responsabilità, poiché tanto l’atto dell’apprendere 
come quello del desiderare non è più veramente suo. E per sal¬ 
vare appunto l’autonomia dello spirito umano di fronte, come 
si direbbe oggi, ai dati dell’esperienza, egli vuole innati e con¬ 
naturali all’anima l’intelletto delle prime notizie e l’af¬ 
fetto dei primi appetibili (3). Da questa interiore attività, 
che è il presupposto di ogni possibile esperienza, nasce appunto 
la libertà (4), ossia l’autonomia dello spirito. 

Si potrebbe osservare, ed è stato osservato, che la mente per 
altro non è autonoma e libera di fronte alle prime notizie 
ed ai primi appetibili. Ma l’obiezione, se ha valore sopra¬ 
tutto per quegli scolastici che, come Tommaso, ritengono, con 
Aristotele, l’intellectus principiorum e la naturale in¬ 
clinazione al bene due disposizioni passivamente ricevute', si¬ 
mili all’istinto negli animali ; ha il torto di non comprendere 
che in modo ben altrimenti profondo intendevano quella dot¬ 
trina, come abbiamo visto, i pensatori che più da vicino segui- 


(1) Purg., XVIII, 23. 

(2) Id., XXV, 72. 

(3) Id., XVm, 40-60. 

(4) Id., XVm, 61-75. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


227 


vano l’indirizzo neo-platonico ed agostiniano. Onde venga 
l’intelletto delle prime notizie uomo non sape, per 
la filosofia d’Aristotele (1), in nome del quale parla Virgilio, e 
che ne ha fatto un istinto, siccome studio in ape di far 
lo mele; ma lo sa la teologia cristiana di sant’Agostino. Da 
questa Dante ha imparato che la luce divina raggia nella mente 
umana, e che l’anima, « però che ’l suo essere dipende da Dio e 
« per quello si conserva, naturalmente disia e vuole essere a Dio 
« unita per lo suo essere fortificare » (2). La luce divina, come 
la grazia nel concetto cristiano, palpita nei segreti penetrali 
della coscienza umana; e questa, anzi che avvertirla estranea 
a sè, si sente sublimata in essa. 

Abbiamo detto di sopra, che il desiderio umano di sapere è 
un caso particolare di quell’istinto, per cui ogni cosa da prov¬ 
videnza di prima natura impinta tende alla propria imperfezione. 
Ma poiché ogni cosa ha un suo « speziale amore » (3) verso 
quella perfezione di cui è capace, resta a vedere come nasca 
lo speziale amore che ragiona nella mente umana e la sospinge 

su per l’erta faticosa, in cima alla quale sta la Sapienza, ter- 

* 

mine di ogni suo desiderio. Ora ecco come Dante si esprime: 

Con ciò sia cosa che ciascuno effetto ritegna de la natura de la sua cagione 
— sì come dice Alpetragio quando afferma che quello che è causato da corpo 
circulare ne ha in alcuno modo circulare essere (4), — ciascuna forma ha essere 


* (1) Avkrroè, De anima, HI, comm. 86: * Intellecta autem duobus raodis 
« fiunt in nohis: aut naturaliter, et sunt'primae propórtiones, quasnescimus 
«quando extiteruut et unde et quomodo; aut voi untane, et sunt in- 
« tellecta acquisita ex primis propositionibus. Et fuit declaratum quod necesse 
« est ut intellecta habita a nohis naturaliter sint ah aliquo, quod est in se 
«intellectus liberatus a materia, et est intellectus agens». 

(2) Conv., Ili, 2; cfr. IV, 12, e Purg., XVn, 109-111. 

(3) Conv., ni, 3. 

(4) àlpetragii, Arabi, Planetarum theorica physicis rationibus próbata, 
nuperrime latinis litteris mandata a Calo Calonymos, Hebraeo Neapolitano, 
Venezia, 1511, f. 5 : « Motus provenit ex corpore superiore ex eo quod videtur 
« in hoc mundo inferiori, scilicet generabili et corruptibili, existente sub caelo j 
« nam in virtute motiva mundi quae est corpori moventi universum | apparet 



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228 


BB. NARDI 


de la divina natura in alcun modo ... E quanto la forma è più nobile, tanto 
più di questa natura tiene ; onde l’anima umana? che è forma nobilissima di 
queste che sotto lo cielo sono generate, più riceve de la natura divina che 
alcun’altra. E però che naturalissimo è in Dio volere essere — però che si 
come ne lo allegato libro [dette Cagioni) (1) si legge, < prima cosa è l’essere, 
« e anzi a quello nulla è » —, l’anima umana essere vuole naturalmente con 
tutto desiderio ; e però che ’l suo essere dipende da Dio e per quello si con¬ 
serva, naturalmente disia e vuole essere a Dio unita per lo suo essere fortifi¬ 
care. E però che ne le bontadi de la natura e de la ragione si mostra la 
divina, viene che naturalmente l’anima umana con quelle per via spirituale 
si unisce, tanto più tosto e più forte quanto quelle appaiono più perfette (2). 

Dalla luce divina che raggia nella mente dell’uomo, e che 
imprime nell’intelletto possibile le forme universali, nasce ap- 
punto l’appetito dell'anima verso il vero e il bene, come ram¬ 
pollo che germoglia dalla divina semente: 

De la divina bontade in noi seminata e infusa dal principio de la nostra 
generazione, nasce uno rampollo, che li Greci chiamano h o r m e n, cioè appe¬ 
tito d’animo naturale (3). 


« quidem quod dicimus nam propinquior ei motus illius est fortior et velocior 
« quam eius qui remotior est. emanatio enim motus circularis in eis, 

« qui est praeter motum naturalem eorum, est ab eo. in materia enim 
«ignea videmus motum circularem similem motus caelesti in 
« eo quod videtur ad instar stellarum apparentium quibusdam temporibus 
« ardentium in locis superioribus ». Cito la traduzione del Calonymos, perchè # 
non son riuscito a procurarmi quella di Michele Scotto, che Dante ebbe 
sott’occhio. Intorno ad Alpetragio o al Bitrogi, cfr. Duhkm, Le système du. 
Ihonde, t. II, Paris, 1914, pp. 146-156. 

(1) De causis, prop. IV. 

(2) Conv., Ili, 3. 

(3) Conv., IV, 22. Cicerone, De fin., m, 7 : « Cum autem omnia officia 
« a principiis naturae sequantur, ab isdem necesse est proficisci ipsam sapientiam 
« ... Atque ut membra nobis ita data sunt, ut ad quandam rationera vivendi 
« data esse appareant, sic appetitio animi, quae óq^ graece vocatur, non ad 
« quodvis genus vitae, sed ad quamdam formam vivendi videtur data, itemque 
« est ratio et perfecta ratio ». Ib., IV, 14: « Naturalem... appetitionem vocant 
« òqh^v » ; V, 6: « appetitum animi, quem ófftrjv Graeci vocant». 


a 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 229 

V. 

Incalzata da questo desiderio, la mente anela a congiungersi 
colla Sapienza e a riposare in seno alla Verità. Ma la Verità 
che sola può saziare il nostro intelletto, quel Vero assoluto 
« fuor del qual nessun vero si spazia », è fuori e sopra la mente 
umana, in Dio che è « fonte ond’ogni ver deriva » (1). E cosa 
divina, identica col Logos della Mente creatrice, è anch’essa la 
Sapienza che sola può appagare il desiderio della mente umana : 

... ne l’aspetto di costei de le cose di Paradiso appaiono. E però si legge nel 
libro allegato di Sapienza, di lei parlando : Essa è candore de l’etterna 
Lnce e specchio sanza macula de la maestà di Dio...,(2). 

Ultimamente, in massima laude di Sapienza, dico lei essere di tutto madre 
[e prima di] qualunque principio, dicendo che con lei Iddio cominciò lo mondo 
e spezialmente lo movimento del cielo, lo quale tutte le cose genera e dal 
quale ogni movimento è principiato e mosso (3). 

Ora, se cosi in alto e lontana dalla mente dell’uomo è la ve- 
rità, come può compiersi quel congiungimento colla Sapienza, 
che acqueta il naturai desiderio di conoscere e nel quale con¬ 
siste la Filosofia? Che cosa varrà a colmare l’abisso che separa 
la mente dalla Sapienza? Dante ritiene, come abbiamo visto, che 
il desiderio innato della mente umana dev’essere soddisfatto, 
chè altrimenti la natura l’avrebbe fatto indarno (4). La divina 
illuminazione non si limita a suscitare nell’anima il desiderio 
di sapere e ad imprimere nell’intelletto le forme univer- 
sali e le prime notizie, ma coopera allo svolgimento dei 


(1) Par., IV, 116. 

(2) Sap., VII, 26. 

(3) Conv., Ili, 15. Cfr. Prov., Vili, 27-30. 

(4) Conv., Ili, 15; Par., IV, 128-129. Arist., De anima, m, 9: « Natura 
« ncque facit frustra quicquam neque deficit in necessariis niei in orbatis et 
« imperfectia » (trad. di Guglielmo di Moerbeke); ib., 12: «si nihil frustra 
« facit natura *. Averroè, Metaph., II, comm. 1 : « Si comprehensio veriesset 
« impossibilÌ8, sequeretur quod desiderium naturale omnino ociosum esset in 
« tota natura dictorum. Sed concessum est ab omni natione, nihil esse in fun- 
• daroento naturae ac creaturae ociosum; sequitur ergo quod comprehensio 
« veritatis non est nisi valde possibilis ». 


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230 


BR. NARDI 


germi deposti nella mente, a quella guisa che la virtù dei corpi 
celesti imprime nella materia i germi attivi di tutte le cose che 
nascono, e li aiuta ad esplicarsi, passando dalla potenza all’atto (1). 
La virtù divina, discendendo neH’aniina, attrae la capacità 
della nostra natura (2) e a sua similitudine riduce 

i 

l’amore e il desiderio, che è in noi, della verità (3). Divino è 
il punto di partenza e divino è il punto d’arrivo nello svolgi- 
mento della nostra conoscenza. Deus est enim qui operatur 
in vobis velie et perficere, si potrebbe dire, torcendo al 
caso nostro il motto di san Paolo (4), esprimente del resto un 
pensiero non molto dissimile. Ond’è che 

... dove la filosofìa è in atto, si dichina un celestial pensiero, nel quale si 
ragiona questa essere più che umana operazione (5). 

Ma all’unione colla Sapienza e colla verità assoluta l’anima 
giunge a poco a poco, collo sforzo diuturno della ricerca e solo 


(1) Cfr. Br. Nardi, II tomismo di D. e la quistione di Sigieri (estr. dal 
Giorn. Dant., XX, 5), pp. 11-12. 

(2) Conv., HI, 13. 

(3) Conv., Ili, 14. Averroè, Metaph., I, comm. 11: € Cum igitur palam 
« sit, quod haec Sapientia non est possessio humana, oportet ergo ut sit divina 

< et maxime honorabilis, eo quia est de 6ubiecto honorabiliori tota natura, 
« ut manifestum est apud omnes nationes, quod Deus prae caeteris maxime 
« honorabilis est; quare et Sapientia eius. linde si aliquis Sapientiae huius 
« participat, inter coeteros homines maxime honorandus est, quod non esset 
« si privatus fuisset tali habitu ; et ratio est, quia excellentius sanctiusque est 
« parum scire de rebus divinis, quam multum de liis quae sunt materiae 
« sensibili immersa... Et ordo huius Sapientiae est ad alias humanas scientias, 

< sicut ordo in generationibus quae fiunt secundum naturam: 
« quia ad perfectionem hominis per hanc Sapientiam, quinque requiruntur, 

< scilicet duo termini a quo et ad quem, tempus, perficiens et 
« perfectibile. Terminus a quo est nostra ignorantia; terminus 
«ad quem est Sapientia ipsa;et tempus est quod requiritur in atqui- 
«rendo ipsam; perfectibile est natura humana; perficiens vero 
«est amor atque dilectio Summi Boni, et est primum movens ho- 
«mines ab ignorantia ad Sapientiam». 

(4) Philipp., II, 13. 

(5) Conv., IH, 14. 


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DUB CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


231 


nella misura in cui ogni uomo n’è capace. In questo modo il filo¬ 
sofo medievale tenta di nuovo di vincere la trascendenza e di 
colmare l’abisso tra l’anima e il vero, tra la nostra ignoranza, 
come dice Averroè, e la perfetta sapienza. 

Se la luce divina coopera colla mente creata all’atto dell’in- 
tendere, questa non rimane puramente passiva o inerte. Dal 
naturale desiderio, che è in lei, nasce il conato a ricercare il 
vero e a far germogliare la semenza divina deposta nelle sue 
viscere. I sensi le forniscono le impressioni sulle quali comincia 
ad esercitarsi la sua attività giudicatrice. Ma non appena i primi 
sprazzi di verità hanno rischiarato l’intelletto, il desiderio, acque¬ 
tato per un momento, risorge più gagliardo e si dilata (1); a 
pie’ del vero rampolla il dubbio, che sprona la mente umana a 

nuove ricerche, verso sempre più ardue conquiste: 

« 

Io veggio ben che giamai non si sazia 
nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra 
di fuor dal qual nessun vero si spazia. 

Posasi in esso come fera in lustra, 
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: 
se non, ciascun disio sarebbe frustra. 

Nasce per quello, a guisa di rampollo, 
a piè del vero il dubbio; ed è natura, 
ch’ai sommo pinge noi di collo in collo (2). 

A 

Nell’atto del dubitare e del ricercare, l’attività della ragione, 
ripiegandosi su se stessa, si aiferma e si sviluppa, e la verità 
conquistata con faticoso sforzo si fa veramente nostra. Pusilla¬ 
nimi sono quei 

... molti tanto vilmente ostinati, che non possono credere che nè per loro nè 
per altrui si possano le cose sapere ; e questi cotali mai per loro non cercano 
nè ragionano, mai quello che altri dice, non curano. E contra costoro Ari* 
stotile parla nel primo de l'Etica (3), dicendo quelli essere insufficienti 


(1) Conv., IV, 13. 

(2) Par., IV, 124-132. 

(3) Cap. 3 (cit. a senso). 


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232 


BB. MABDI 


uditori de la morale filosofia. Costoro sempre come bestie io gros¬ 
sezza vivono, d’ogni dottrina disperati (1). 

Del dilatarsi del desiderio umano di sapere v’è, per altro, un 
termine che può esser raggiunto dall’uomo e che queta le sue 
brame; poiché tutti i desideri naturali « sono a certo termine 
« discendenti, e quello della scienza è naturale, si che certo 
« termine quello compie » (2). Ma al raggiungimento di questa 
perfezione, i più, dopo il peccato d’Adamo, non pervengono, 
perchè il loro intelletto n’è impedito da malizia d’animo o 

di corpo (3), e solo a pochi è dato di compiere la loro gior- 

• • 

nata (4). 


(1) Conv., IV, 15. Ioannis de Ianduno, Super libros Arist. de anima sub- 
tilissimae quaestiones (Venezia, 1587), III, q. 36, col. 432: « Hoc tamen 

< veram est, quod iste status anima© intellectivae mnltnm difficili est ad 

< acquirendum perfecte scientias, et impedimenta contingnnt, quibus multi 

< homines deficiunt a complemento huius felicitatis. Et unum illorura est, 

< quia aliqui et multi reputant illam operationem esse sibi impossibilem et 
« ideo non laborant ad eius acquisitionem, sed inclinant ad prosecutionem 
« aliorum bonorum inferiorum et quidam ad delectationes bestiales. Et forte 
« hoc est causa, quare multi homines, qui dediti sunt philosophiae, inveniuntur 
« corrupti, ut innuit Commentator >. 

(2) Conv., IV, 13. 

(3) Conv., IV, 15. 

(4) Conv., IV, 13. E l’autore soggiunge : * E chi intende lo Commentatore, 
« nel teizo de VAnima, questo intende da lui ». Il luogo di Averroè al quale 
Dante intende riferirsi, è quello stesso a cui si appella nel De Mon., I, 3, e 
cioè il comm. 5 del terzo libro De anima. Ivi il Commentatore sostiene t 
« quod impossibile est ut tota habitatio fugiat a philosophia >, e che « forte... 
« philosophia invenitur perfecta in maiori parte subiecti in omni tempore ». 
Ma non dice affatto che soltanto pochi fra gli uomini compiono la giornata. 
Se non che dal modo come la citazione vien fatta, pare che Dante si riferisca 
piuttosto ad un’interpretazione corrente del pensiero averroistico, che ad espli¬ 
cita testimonianza d’Averroè. Ora un averroista contemporaneo, Giovanni 
Jandun, che dichiara di avere avuto fra mano gli scrìtti di quell’altro aver¬ 
roista che fu il Reverendus Doctor Philosophiae, Magister Se- 
gerus de Brabantia (cfr. Super libros Arist. De ànima, IH, q. 5. Le 
stampe leggono Remigius, ma il manoscritto laurenziano, Fesul. 160, ha 
chiaro Segerus), esponendo il pensiero di Averroè, osserva: «Commentator 
«dicit in isto tertio, quod philosophia semper est perfecta in 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 233 

• » 

6. — Il termine che compie il desiderio umano è, dunque, la 

Sapienza. Ma questa, mentre si rivela alla mente creata, ne 
trascende infinitamente la capacità. Già abbiamo udito da Dante, 
che molti per malizia d’anima o di corpo e per mal cam¬ 
minare non raggiungono il compimento del desiderio innato di 
sapere. Ma anche i pochi che, fuggiti dalla pastura del volgo, 
seggono a quella mensa ove il pane degli angeli si mangia (1), 
e son nell’atto della speculazione (2), non ricevono della luce 
della Sapienza infinita se non quel tanto che si commisura alla 
loro limitata capacità: 

... però l’umano desiderio è misurato, in questa vita, a quella scienza che 
qui avere si può. ... E così è misurato ne la natura angelica, e terminato i n 
quanto, in quella sapienza che la natura di ciascuno può apprendere (3). 


«maiori parte sui subiecti: quod non sic credo intelligendum, quod 
.« maior pars hominum habeat philosophiam perfectam, ita quod quilibet homo 
« illius maioris partis habeat perfectam philosophiam... 'Hoc enim videtur 
« multum incredibile et inopinabile: quia quamvis habitatio hominis sit possi- 
« bilie in parte meridionali sicut in septemtrionali, et quamvis concederetur 

< ibi exerceri philosophiam, tamen indubitanter hic et ibi homines qui non 
« sunt perfecti in philosophia quasi incomparabiliter sunt in maiori numero 

< quam illi quorum unusquisque habet totam philosophiam ; immo prò uno 
« qui haberet perfectam philosophiam, invenirentur mille quorum nullus ha- 
« beret eam perfectam ; et adhuc, quod plus est, raro invenitur unus solus qui 
« habeat totam philosophiam. Non ergo sic intelligo philosophiam semper esse 
« perfectam in maiori parte sui subiecti, sic quod homines quorum quilibet 
« habet totam philosophiam, sint in maiori numero quam illi quorum neuter 
« habet illam perfectam ; sed sic intelligo, quod in maiori parte hominum phi- 
« losophia est perfecta, ita quod quilibet illorum habet aliquam partem philo- 
« sophiae, unus unam, alius aliam, et alius aliam, unara aut plures; et sic in 
« omnibus illis simul sumptis philosophia est perfecta, et illi sunt maior pars 
« hominum ; pauci enim sunt homines, qui penitus nullam habent partem phi- 
« losophiae, nec habitum principiorum, nec conclusionum ; sed plus sunt qui 
« habent aliquas partes philosophiae > ( Super libros Arist . de anima, ni, 
q. 10. Cfr. Br. Nardi, Il concetto dell’Impero nello svolgimento del pensiero 
dantesco, in questo Giorn., 78, 10-20). 

(1) Conv., I, 1. 

(2) Conv., in, 13. 

(3) Conv., Ili, 15. 


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234 


BR. NARDI 


Di là del limite che chiude il breve orizzonte della conoscenza 
umana, vi sono cose che soverchian lo nostro intelletto 
e lo abbarbagliano, ma che, pur non viste, con tutta fede 
si credono essere (i). Il desiderio umano, insomma, è ina¬ 
deguato a comprendere per intero la Verità; e però quell’amo¬ 
roso uso di sapienza, in cui consiste la filosofia, 

... massimamente è in Dio, però che in lui è somma sapienza e sommo 
amore e sommo atto; che non può essere altrove, se non in quanto da esso 
procede... Ne le altre intelligenze è per modo minore, quasi come druda, de la 
quale nullo amadore prende compiuta gioia, ma nel suo aspetto contentan la 
sua vaghezza (2). 

Ma benché la mente dell’uomo sia inadeguata a comprendere 

la verità assoluta, pure in qualche modo l’intravede; e da questo 

% 

confuso intravedere, che è consapevolezza dei propri limiti na¬ 
turali, nasce la persuasione che 

■ 

... ogni miracolo in più alto intelletto puote avere ragione, e per conse¬ 
guente puote essere. Onde la nostra buona fede ha sua origine; da la quale 
viene la speranza [che è] lo prò veduto desiderare; e per quella nasce l’ope¬ 
razione de la caritade. Per le quali tre virtudi si sale a filosofare- a quelle 
Atene celestiali, dove li Stoici e Peripatetici e Epicurii, per la l[uc]e de la 
veritade etterna in uno volere concordevolraente concorrono (3). 

Dai passi del Convivio , qui riferiti, si raccoglie, se non erro, 

» 

che la Filosofia di cui è simbolo poetico la Donna Gentile, non 

p 

è propriamente la philosophia, in quanto si distingue sco¬ 
lasticamente dalla theologia, la scienza umana, cioè, in con¬ 
trapposizione colla dottrina rivelata. La Sapienza, come Dante 
la concepisce in questo primo periodo del suo svolgimento filo¬ 
sofico, rappresentato dal Convivio, è, da una parte, la &ela xùv 
èjuoxrjfiùiv d’Aristotele (4), la conoscenza delle cose umane e 


(1) Conv., 'Ili, 15. 

(2) Conv., Ili, 12. 

(3) Conv., DI, 14; cfr. ib., 7. 

(4) Methaph., I, 2; cfr. Averroè, ib., comm. 11 (citato). 


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DDE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


285 


e divine di Cicerone (1), la filosofia come la intende e la rap¬ 
presenta Boezio (2); dall’altra, invece, è la Sapienza dei libri 
salomonici, il Logo del Vangelo giovanneo, per mezzo del quale 
Iddio fece tutte le cose, e che avendo acconciato e ordinato in 
principio il processo dell’uomo, poiché questo ebbe smarrita la 
retta via, venne a lui in similitudine umana, per raddrizzare il 
suo cammino (3).. Anzi che distinte, la ragione e la fede, la filo¬ 
sofia e la teologia, sono, nel Convivio, continuamente confuse 
tra loro e formano in fondo una cosa sola. Per questo la Filo¬ 
sofia appare cosa visibilmente miracolosa (4), perchè 
« dsso Dio, che dà l’essere a costei, per caritade de la sua per- 
« fezione infonde in essa de la sua bontade oltre li termini 
«del debito de la nostra natura» (5); per questo si 
dice ancora che il naturale appetito d’animo che i greci 
chiamano òqfi'fj, da la divina grazia surge (6); e la na¬ 
turai semenza, che Dio depone nell’anima nell’atto della crea¬ 
zione di questa, è identificata coi teologici sette doni dello Spirito 
Santo (7); per questo, infine, nella stessa ragione è il germe 
della fede, della speranza e della carità (8). 

Un audace passo innanzi, nello svolgimento del pensiero filo¬ 
sofico di Dante, è segnato dalla Monarchia. Mentre l’uomo po¬ 
litico cercava un concetto che giustificasse la tesi a lui cara, 
dell’indipendenza dell’autorità imperiale da quella della Chiesa, 
gli balenava alla mente la distinzione fra il destino naturale del¬ 
l’uomo e quello soprannaturale, tra la ragione e la fede. Il de¬ 
stino naturale dell’uomo si compie col raggiungimento della 
felicità in questo mondo, « que in operatione proprie vir- 


(1) Tute., IV, 57. 

(2) Cfr. R. Murari, Dante e Boezio, Bologna, Zanichelli, 1905, p. 339. 

(3) Conv., Ili, 15. 

(4) Conv., Ili, 7. 

(5) Conv., ni, 6. 

(6) Conv., IV, 22. 

(7) Conv., IV., 21. 

(8) Conv., IU, 14. 


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236 


BB. NAKDI 


« t u t i s consistit » ; mentre il destino soprannaturale assegna 
ai mortali una felicità nell’altro mondo, « que consistit in frui¬ 
zione divini aspectus, ad quam propria virtus ascen¬ 
dere non potest, nisi lumine divino adiuta» (1). Al 
conseguimento della beatitudine naturale « per phyloso- 
«phica documenta venimus», basta,cioè, la potenza della 
ragione umana, «que per phylosophos tota nobis innotuit»; 
mentre per raggiungere la beatitudine eterna occorrono i docu¬ 
menta spiritualia o revelata «-que humanam naturam 
« transcendunt » (2). 

Ma poiché, nel Convivio, Dante aveva riconosciuto che solo 
pochi in questa vita, per mal camminare, compiono la giornata, 
e indotto, d’altra parte, dal pensiero che la natura non può aver 
messo indarno nell’uomo il desiderio della perfezione, egli ri¬ 
tenne che, se alla piena attuazione dell’intelletto umano in ogni 
momento non è sufficiente l’individuo isolato, basta invece' l’uma¬ 
nità intera nel suo complesso, l’humana civilitas, da cui 
l’individuo non può essere violentemente avulso (3). Coll’asse- 
gnare all’humana civilitas un proprio destino naturale, di¬ 
verso da quello soprannaturale, col distinguere i documenta 
phylosophica dai documenta revelata, e col fondare 
su questa distinzione l’indipendenza del potere civile da quello 
ecclesiastico, Dante veniva implicitamente a proclamare l’auto¬ 
nomia e i diritti della ragione di fronte alla fede e ad accostarsi 
alla teoria della duplice verità professata dagli averroisti del 

suo tempo. E all’averroismo, infatti, egli aveva chiesto il con- 

* 

cetto filosofico per dimostrare l’unità organica dell’humana 
civilitas, come tutto inscindibile (4). 


(1) Mon., m, 16 [15]. La duplice beatitudine di cui si parla nel Con¬ 
vivio, II, 5, non è se non la distinzione aristotelica della vita contemplativa 

e attiva (cfr. Eth. Nicom., X, 7-8 e I, 7), la quale si fonda sull’altra distin¬ 
zione dell’intelletto speculativo e pratico. 

(2) Mon., HI, 16 [15]. 

(3) Mon., I, 3 [4]. 

(4) Cfr. Br. Nardi, Il concetto dell'Impero, etc., p. 14-24. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


237 


Colla Monarchia il canto virgiliano, del quale Dante si era 
dilettato fin dalla sua giovinezza e che aveva bevuto coH’anima 
sitibonda di poesia, acquistava un significato nuovo, più profondo 
e più umano, un significato politico e filosofico; e Virgilio, can¬ 
tore di quell’impero che è fondato sui documenta phyloso- 
pb ica, si delineava già alla sua mente come simbolo e perso- 

A 

nificazione della ragione umana tutta spiegata nei libri dei 
filosofi. Così il Convivio restava, anche idealmente, interrotto; 
e il simbolo della Donna Gentile doveva svanire, per dar luogo 
ai due simboli gemelli di Virgilio e di Beatrice (1). 

Ma aveva già scritta la conclusione al terzo libro del trattato 
politico, quando, nel rileggere l’ultimo capitolo e riflettendo in¬ 
torno all’asserita distinzione del destino naturale da quello so¬ 
prannaturale, e all’indipendenza, che ne risultava, dell’Impero 
dal Papato, Dante stesso cominciò ad accorgersi quanto fosse 
ardita, teologicamente, la sua tesi; e cercò di moderarne e at¬ 
tenuarne il significato troppo risoluto: 

Que quidem reritas ultime questiouis non sic strìcte recipienda est... cum 

mortalis ista felicitas quodam modo ad immortalem felicitatene ordinetur (2). 

« 

Con questa restrizione e con quel quodammodo ha prin¬ 
cipio un terzo periodo nello svolgimento filosofico del Poeta: 
quello della Commedia . Nel poema sacro, i rapporti tra scienza 
e fede sono ristabiliti in conformità del concetto scolastico: la 
filosofia ritorna anciIla tbeologiae, e Virgilio diventa messo 
ed araldo di Beatrice. È il momento quando Dante, concepito 
il disegno generale della Commedia , rivolse verosimilmente la 
sua attenzione, per attuarlo, ai problemi teologici. E nella me¬ 
ditazione sui trattati di filosofia e di teologia, egli dovette sentir 
rinascere nella sua coscienza l’antico conflitto fra la ragione 
umana e la fede, e tentar di risolverlo. 


(1) lbid., p. 43 ss. 


(2) Mon, 


16 [15]. 


i 


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238 


BB. NARDI 


7. — Il problema dei rapporti fra la ragione e la fede, tra 
la filosofia e la teologia, ha la sua ragion d’essere e il suo si¬ 
gnificato nelle contingenze storiche dalle quali fu determinato. 
La primitiva predicazione cristiana era cominciata con un pro¬ 
fondo disprezzo verso la vana scienza e la filosofia dei pagani. 
E quando i Padri dovettero pur giovarsi delle vecchie dottrine 
filosofiche della Grecia per formulare le nuove credenze, le con¬ 
siderarono piuttosto come frantumi dispersi di un’antica rive¬ 
lazione divina, la quale si era andata oscurando col rimbarbarire 
dell’umanità, che come conquiste della ragione umana. Se vi fu, 
cosi, un conflitto fra la verità cristiana e le dottrine etniche 
che non rispondevano più ai bisogni e alle aspirazioni dell’uma¬ 
nità, i Padri non avvertirono e non potevano avvertire un pro¬ 
blema di rapporti fra cose che si escludevano. Il problema 

sorse invece quando la dispregiata sapienza dell’antichità greca 

» 

risollevò la testa e, per mezzo degli Arabi, penetrò nell’occidente 
latino, ove determinò quella profonda crisi del pensiero teolo¬ 
gico, che tutti i dottori dei secoli XIII e XIV si affannarono 
in qualche modo a risolvere. Le traduzioni che si fecero, prima 
dall’arabo e poi dal greco, in questo fecondo periodo della cul¬ 
tura umana, misero di fronte il pensiero greco-arabico e quello 
cristiano. Fu merito degli Scolastici di non disconoscere i le¬ 
gittimi diritti della scienza profana che, sconfitta un tempo dalla 
predicazione evangelica, si offriva ad una nuova tenzone, e co¬ 
razzata di una ricca enciclopedia ostentava, ai popoli cristiani 
dell’occidente, digiuni di scienza, le sue conquiste nel dominio 
della natura, faceva pompa delle sue conoscenze fisiche, mate¬ 
matiche ed astronomiche, e si gloriava di avere a sua portata 
i mezzi per domare le forze cieche degli elementi. Ma col ri¬ 
conoscere i diritti della scienza greco-arabica, il pensiero cri¬ 
stiano entrava in una fase nuova della sua storia: fu in questo 
momento che cominciò a distinguersi la ragione dalla fede, la 
filosofia dalla teologia. • 

Si chiamò thè dogi a l’intuizione cristiana della vita e del 

• » 

mondo, basata sulla predicazione evangelica e dai Padri elabo- 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


239 


rata in sistema dogmatico. All’opposto, alle dottrine derivate da 
Aristotele, il philosophus per antonomasia, e dai suoi con¬ 
tinuatori ed esegeti, si riserbò il nome di philosophia. Ma 
la filosofia veniva, cosi, intesa in un senso restrittivo; essa non 
abbracciava tutto qiianto il pensiero della nuova civiltà cristiana 
medievale, ma solo una parte di esso; quella parte rappresen¬ 
tata appunto dalla scienza greco-arabica, quella scienza che 
aveva esplorato tanti domini rimasti sconosciuti fino allora ai 
popoli dell’occidente latino. Fuori della filosofia così restrittiva¬ 
mente intesa, rimanevano i dommi e le credenze cristiane, tutta 

# 

insomma l’esperienza religiosa di d.odici secoli (1). E anche questa 
era pur filosofia, sebbene non le si desse questo nome; anzi la 
vera filosofia, cioè il pensiero creatore di quella civiltà che si 
era sviluppata dal Cristianesimo. 

Ma la distinzione stessa, tra fede e ragione, teologia e filo¬ 
sofia, esigeva che un termine di ciascuno di questi binomi si su¬ 
bordinasse l’altro. Nè la ragione e la filosofia potevano rimanere 
assolutamente indipendenti dalla fede e dalla teologia, nè queste 
da quelle. Un dualismo siffatto è assurdo, perchè distruggerebbe 
l’unità dello spirito. Anche la cosiddetta teoria della du¬ 
plice v erità, professata dagli averroisti, non giunse mai a 
realizzare nella storia del pensiero questo assurdo. Essa, anzi, 
fu ora tendenza fideistica e scettica a deprimere la ragione, che 
si diceva impotente, a giustificare le verità di fede; ora nega¬ 
zione. larvata dei dommi religiosi; ora dichiarazione d’incompe¬ 
tenza in materie teologiche, da parte di chi, occupato dai pro¬ 
blemi speciali delle singole scienze, e intento a risolverli coi 
metodi propri di queste, si sentiva davvero incompetente in 
fatto di teologia, ed era costretto continuamente a far riserve 
sulla portata delle teorie filosofiche che potevano offendere le 
verità religiose. Ma sincera e coerente professione di fede in 
una doppia verità non vi fu mai, perchè è assurdo che vi fosse. 


(1) Cfr. Br. Nardi, Intorno alle dottrine filosofiche di Pietro d'Abano, 
Milano - Roma - Napoli, Albrighi, Segati e C., 1921, pp. 33-35 e 48-50. 


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240 


BR. NARDI 


Dei due termini del binomio ragione e fede, quello su¬ 
bordinato fu naturalmente il primo, la ragione. La filosofia fu 
accolta dai teologi come ancella della teologia : philosophia 
ancilla theologiae. Tuttavia il concetto della subordinazione 
non infirmò quello della distinzione. La philosophia humana 
ebbe per oggetto le cose create, studiate nella loro intrinseca 
natura e nelle loro naturali proprietà ; e per mezzo di esse ri- 
saliva alla Causa Prima dell’ordine cosmico. La theologia in¬ 
vece, ossia la doctrina fidei christianae, considerava gli 
esseri creati in quanto sospesi alla libera volontà creatrice, e 
in quanto risulta in essi una somiglianza o vestigio della natura 
divina e sono ordinati a Dio come a fine ultimo di tutte le cose. 
Spartitosi il dominio delle proprie ricerche, il filosofo e il teologo 
seguivano ciascuno un proprio e diverso metodo d’indagine, un 
diversus cognoscendi modus: Tubo traeva le sue dimo¬ 
strazioni ex propriis rerum causis, e si basava sull’espe¬ 
rienza sensata, secondo che le verità filosofiche sunt cogno- 

% 

scibilia lumine naturalis rationis; l’altro, invece, 
muoveva dall’esperienza religiosa di dodici secoli di Cristiane¬ 
simo e dalla parola rivelata (1). Fermato il concetto della di¬ 
stinzione e della subordinazione, filosofia e.teologia si erano 
ormai indissolubilmente saldate nello spirito del medioevo, di 
guisa che la vera Filosofia di questo periodo storioo, non era più 
la vecchia philosophia aristotelica e neppure la theologia 
dei Padri della Chiesa, ma l’una cosa e l’altra insieme, anzi 
l’una nell’altra insieme, cioè l’esperienza cristiana compenetrata 
dello spirito filosofico dell’aristotelismo. Ancilla theologiae, 
la philosophia era diventata un’ancella indispensabile alla 
sua signora per tre versi: 

Primo, ad demonstrandum ea quae sant praeambala fidei, 
at ea qaae naturalibus rationibus de Deo probantur, ut Deum esse, Deam 
esse unum, et huiusmodi, vel de Deo, Tel de creaturis in philosophia probata, 


(1) Tuona* Aq., Contra geni., II, 4; S. th., I, q. 1, a. 1, ad 2. - 



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241 


quae fides supponit. Secando, ad notificandum per aliquas 
similitudines ea quae sunt fi dei. ...Tertio, ad resistendum his 
qaae contra fidem dicuntur, sive ostendendo ea esse falsa, sive esten¬ 
dendo non esse necessaria (1). 

•• 

Il teologo medievale, prima di prestar fede alla parola rive¬ 
lata, chiede le credenziali al messo divino, e la ragione deve 
dirgli se queste. credenziali sono, o no, autentiche. La ragione, 
insomma, deve controllare la veracità del rivelante e stabilire 
la razionalità della fede ; ed anche quando ha accolto la parola 
divina, il teologo non si rassegna a credere ciecamente, vuole 
intendere, in qualche modo, ciò che gli si propone a credere, 
e chiede soccorso alla ragione, ad notificandum per aliquas 
similitudines ea quae sunt fidei. Le somme teologiche 
e i commenti dei dottori scolastici alle Sentenze del Lombardo, 
sono impregnati tutti di metafisica aristotelica e neo-platonica. 
Mai si è ragionato tanto sul domma cristiano come nella Scola¬ 
stica: Lancetta s’avvezzò ben presto a farla da padrona! 

Ma che cosa è la fede nel pensiero del medio evo cristiano ? 

Fede è sostanza di cose sperate 
ed argomento de le non parventi, 

risponde Dante, parafrasando,, come facevano tutti i teologi del 

« 

suo tempo, la nota definizione paolina (2). Sustanza, perchè 
sulla fede si fonda la speranza nella vita futura; argomento, 
perchè i ragionamenti umani intorno ai misteri della fede si 
basano sull’assenso prestato alla rivelazione divina: 

, le profonde cose 

che mi largiscon qui la lor parvenza, 
a li occhi di là giù son sì ascose, 
che Tesser loro v’è in sola credenza, 


(1) Thomab Aq., In Boèt. de Trin., I, q. 2, a. 3 (In Opuscoli e testi filo¬ 
sofici, Bari, Laterza, II, 2, p. 551). 

(2) Hebr., XI, 1 : « Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum 
« non apparentiura ». 

Giornale itor. — Miscellanea dantesca (Sappi, n 1 19 * 81 ). 16 


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242 


BR. NARDI 


sopra la qual si fonda l’alta spene; 
e però di sostanza prende intenza. 

E da questa credenza ci convene 
sillogizzar, sanza avere altra vista; 
però intenza d’argomento tene (1). 

Ma che cosa può determinare, nel credente, l’assenso di fede? 
La risposta che Dante e tutta la Scolastica dànno a questa do¬ 
manda, è un’energica affermazione di misticismo e di sottomis¬ 
sione all’assoluta trascendenza della verità rivelata: 

La larga ploia 

de lo Spirito Santo, eh’è diffusa 
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, 
è sillogismo che la m’ha conchiusa 
acutamente si, che ’nverso d’ella, 
ogni dimostrazion mi pare ottusa (2). 

Nessun ragionamento umano basterebbe a generare nel cre¬ 
dente l’atto di fede, senza la larga ploia dello Spirito 
Santo. Solo la Sacra Scrittura divinamente ispirata e un abito 
soprannaturale infuso da Dio, per grazia, nella mente del cre¬ 
dente, possono piegare la ragione umana ad assentire alle ve¬ 
rità rivelate. 

In siffatta dottrina parrebbe che la ragione umana fosse 
senz’altro annullata, e che una forma di scetticismo radicale si 
annidasse , in fondo all’anima del teologo. Ma ecco che la ragione 
umiliata risolleva subito il capo. Se la parola e l’autorità di Dio 
rivelante sono il motivo formale che cattivano l’intelletto del 
credente, come potrà questi sapere che le vecchie e le nuove 
cuoia contengono la divina favella? Il teologo risponde: 

La prova che ’l ver mi dischiude 
son l’opere seguite, a che natura 
non scaldò ferro mai nè battè incude (3). 

• _ • ww 

« 

(1) Par., XXIV, 61-78. 

(2) Ih., 91-96. 

(3) Ih., 97-102. 


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243 


I miracoli e le profezie avveratesi, che hanno accompagnato e 

seguito la Rivelazione divina, sono le prove indubbie dell’auten- 

% 

ticità di questa. Ma un nuovo e più grave dubbio sorge nel¬ 
l’animo del teologo: E chi ci assicura che quelle opere, colle 
quali si pretende di dimostrare l’autorità dei libri sacri, siano 
davvero accadute, se di esse non abbiamo altra testimonianza 
che quella dei due Testamenti? Il circolo vizioso è evidente;e 
il teologo medievale ha studiato troppo bene la sua logica per 
non vederlo. Ma egli rompe il circolo appellandosi al miracolo 
permanente dal quale tutti gli altri miracoli son confermati e 
nel quale tutti si assommano e si perpetuano: 

Se ’1 mondo si converse al cristianesmo 
... sanza miracoli, quest’ano 
è tal che li altri non son il centesino (1). 

Così aveva già argomentato anche Agostino: 

Si per Apostolos Christi, ut eis crederetur resurrectionem atque ascen- 
sionenr praedicantibus Christi, etiam ista miracula facta esse non credunt, 
hoc unum grande miraculum sufficit, quod eis terrarum orbis sine ullis mi-. 
raculis credidit (2). 

La realtà viva del Cristianesimo, che aveva trasformato il 
mondo pagano, e creata sulle rovine di questo una civiltà nuova, 
la loro stessa esperienza cristiana, insomma, costituisce per 
Agostino come per Dante il miracolo dei miracoli e l’argomento 
decisivo per dimostrare la veracità della parola rivelata. La 
fede non è altro che il riconoscimento della forza operosa della 
dottrina cristiana nella realtà viva della storia; un’esperienza 
sulla quale lo spirito del teologo si ripiega, per illuminarla e 
comprenderla. 

Il pensiero che vuol prender chiaro possesso di sè, non co¬ 
mincia mai col far tabula rasa della sua esperienza precedente, 


(1) Ih., 106-108. 

(2) De Cidi. Dei, XXII, 5. Cfr. Thom. Ay., (lontra f/ent., I, 6. 


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BR. NARDI 


244 

chè altrimenti dovrebbe cominciare dal nulla e costruire sul 
vuoto. La fede è l’aurora della scienza. Prima che il giorno 
chiaro del concetto filosofico risplenda, spunta tra le nebbie dei 
fantasmi mattutini una luce crepuscolare, incerta e confusa. La 
prima verità che la mente umana, inconscia della sua attività 
creatrice, intravede, non si distingue ancora da quei fantasmi, 
e prende aspetto di rivelazione. È la fase mistica che lo spirito 
attraversa prima di giungere alla coscienza riflessa di sè: l’anima 
crede ingenuamente e adora. Poscia, la mente umana, che non 
può appagarsi del mito, cerca di -approfondire l’oggetto della 
sua fede, distingue, a poco a poco, il pensiero dall’immagine 
fantastica, e s’avvia verso la piena consapevolezza di sè e verso 
l’assoluta razionalità. 

A questa meta nè Dante, nè alcuno dei filosofi medievali giun¬ 
sero, nè potevano giungere. Pure son essi che il misticismo 
della fede cristiana hanno cominciato a risolvere in concetti 
razionali. E non solo Virgilio serve di guida a Dante fra le te¬ 
nebre e i sinistri bagliori dell’inferno cristiano, ma una serena 

# 

luce filosofica illumina anche le sfere del paradiso. E giunto nel 
cospetto di Dio, il Poeta non s’inabissa nella Luce Eterna fino 
a perdersi in essa e a dimenticarsi ; egli avverte la sua fatica 
per discernere, ma pur discerne e distingue: 

Nel suo profondo vidi che s’interna, 
legato con amore in un volume, 
ciò che per l’universo si squaderna; 
sustanze e accidenti e lor costume... (1) 

Ne la profonda e chiara sussistenza 
de l’alto lume, parvermi tre giri 
. di tre colori e d’una contenenza; 
e l’un da l’altro, come iri da iri 
parea reflesso, e ’l terzo, parea foco 
che quinci e quindi igualmente si spiri (2). 


(1) Par., XXXIII, 85-88. 

(2) lb., 115-120. 



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245 


Anzi che colla immediata intuizione dei mistici, Dante contempla 
Dio attraverso la lente di quei concetti filosofici, che eran ser- 
viti alla teologia cristiana per intendere e definire i misteri del¬ 
l’unità e della vita divina. 


II. 

Il linguaggio. 


Sommario: 1. 11 pensiero di Dante e la filosofìa del linguaggio. — 2. No¬ 
mina sunt consequentia rerura. — 3. Il latino e il Volgare 
secondo il Convivio. — 4. Superamento del pregiudizio intorno alla 
superiorità-del latino, sul Volgare. Il concetto della naturale variabilità 
delle lingue, secondo il De vulgari eloqnentia. — 5. Natura del linguaggio. 
Rapporto fra il segno sensibile e il concetto,della mente. — 6. La nuova 
lingua d’Italia. — 7. Sviluppo definitivo del pensiero dantesco e supe¬ 
ramento del pregiudizio sull’incorruttibilità della lingua primitiva. 

1. — Un problema del linguaggio in sè e per sè Dante non 
se lo pose mai. Ma la sua esperienza linguistica e l’attenzione 
rivolta al sorgere del Volgare italiano dovevano necessariamente 
condurlo, e lo condussero, ad elaborare alcuni concetti che son 
parsi, a buon diritto, quel che di meglio seppe darci su questo 
argomento la filosofia medievale. È sembrato però ad altri, che 
lo svolgimento del pensiero dantesco, anzi che rivelarsi perfet¬ 
tamente lineare, mostri non poche discontinuità e proceda non 
senza titubanze e pentimenti. Come vedremo, quelle discontinuità 
non sono che apparenti : una linea logica nettamente definita e 
una profonda coerenza legano tra loro il primo trattato del 
Convivio, i capitoli introduttivi del De vulgari eloquentia e 
i noti versi del canto XXVI del Paradiso. Se alcune opinioni 
prima accettate dal Poeta, sono state poi rifiutate da lui, più 
che di successivi mutamenti di pensiero, si tratta del lento ma¬ 
turare di un’idea feconda la quale doveva fatalmente operare lo 
sgretolamento di pregiudizi tradizionali. 




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246 


BR. NARDI 


2 . — Il primo fugace accenno ad una teoria del linguaggio 

sì è voluto scorgere nel detto citato nella Vita Nuova: 

% 

... lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua 
propria operazione sia ne le più cose altro che dolce, con ciò sia cosa che li 
nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto : Nomina sunt con- 
sequentia rerum (1). 

% 

Ma questo accenno, fatto occasionalmente, ha una assai scarsa 
importanza, giacché tutto quello che si è preteso di scorgervi, 
e segnatamente una traccia di dottrina platonica, è un’evidente 
supervalutazione e uno stiracchiamento del suo significato. Non 
è nota la fonte dalla quale Dante derivò il motto da lui citato: 
ma qualunque ne fosse il senso nell’autore dal quale Dante lo 
trasse, è chiaro che esso, così come suona, può avere un signi¬ 
ficato perfettamente aristotelico. Chè, anche per Aristotele, i 
nomi, sia che risultino direttamente dalla natura delle cose, o 
che invece siano imposti ad placitum, son pur sempre segni 
e similitudini delle cose. È vero che, per lo Stagirita, le parole 
esprimono immediatamente le passiones dell’animo e gli 
intellectus; ma gl’intellectus sono similitudines 
rerum, poiché la forma, che è nell’anima, l’esse intentio- 
nale, secondo la dottrina gnoseologica dell’aristotelismo, è 
prodotto e conseguenza della forma effettiva delle cose, del- 
l’esse reale. Le parole, quindi, mediatamente o immediata¬ 
mente, per natura o ad placitum, son conseguenza delle 
naturali proprietà delle cose reali, a significare le quali sono 
ordinate. E tal dottrina è comune a tutti gli Scolastici. Tommaso 
la riassume brevemente così : 

Secundum Philosophum, voces sant signa intellectuura, et intellectus sunt 
rerum similitudines; et sic patet quod voces referuntur ad res significandas 
mediante conceptione intellectus (2). 


(1) Vita Nuova, XIII. 

(2) S. ih., I, q. 13, a. 1. 


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247 


Sant omnia nomina imposita ad significandura speciem rei creatae; ... quae- 

cumque nomina proprietates rerum designant (1). 

« 

Nomina respondent rebus (2). Nomina imponuntur rebus, ex proprietatibus 
-earum sumpta (3). 

E Alberto Magno : 

Per hoc quod (voces) notae sunt passionum quae ex intentionibus rerum 
causantur in anima, habetur quod non sunt primo notae rerum, sed potius 
primo sunt notae similitudinum quae sunt in anima et per similitudines 
istas ad res referuntur. Et in hoc differunt notae hic consideratae, a consi* 
deratione grammatici, qui considerat voces istas secundum quod sunt signa 
rerum immediate, et ideo dicit quod nomen signi fi cat substantiam 
cum qualitate (4). Logicus autem, quod vox est significativa ad 
placitum (5). 

Ispirandosi a questa dottrina comunemente ammessa, Cecco 
d’Ascoli diceva, 

0 

quod nomina planetarum sunt consequentia rebus, nam Saturnus 
dicitar a saturitate, etc. (6). 

Ciò premesso, possiamo riconoscere anche a questa citazione 
occasionale della Vita Nuova , senza esagerarne il significato, 
una qualche importanza, come indizio che Dante dovette fermare 
di buon’ora la sua attenzione sulle discussioni che, intorno alla 
natura del linguaggio, si facevano nelle scuole di grammatica 
e di logica, a proposito dei primi capitoli del Perihermeneias . 

3 . — Ma anche questa volta mal s’intenderebbe la dottrina 
dantesca, se ci limitassimo a metterla in relazione colle opinioni 
che correvano per le scuole filosofiche. A differenza degli uomini 


(1) Contro, gent., I, 30. 

(2) In II Sent., d. 9, q. 1, a. 4. 

(3) Ib., d. 21, q. 2, a. 2. 

(4) È la definizione di Prisciano e di Pietro Elia. 

(5) Periherm., I, tr. 2, c. 1. 

(6) Boffito, Il « de principiò astrologìae * di Cecco d'Ascoli, in questo 
Giorn., Sappi. n° 6, 1903, p. 16. 


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248 


BR. NARDI 


di scuola, per quanto accolga con riverenza nel suo animo le 
dottrine tradizionali, Dante ha spesso gli occhi aperti sulla realtà 

viva che s’agita e ferve intorno a lui, e la coglie nella sua 

« 

palpitante immediatezza. Al cimento della sua immediata espe¬ 
rienza, egli pone allora i concetti tradizionali, che dal contatto 
col reale escono profondamente modificati, trasformati e talvolta 
superati. 

E di quel che fosse la vivace natura dinamica di una lingua, 
egli aveva davvero un’esperienza che mancava ai commentatori 
scolastici di Aristotele. Racchiusi entro una cerchia aristocratica 
di studi aridi, questi discutono con sottigliezza intorno a formule 
la cui logica astratta assai di rado ha presa sulla vita, e ri¬ 
mangono estranei allo svilupparsi della nuova coscienza popolare 
che lotta e s’afferma nell’àmbito del comune. E mentre si espri¬ 
mono nel loro barbarico latino, irto di espressioni e vocaboli 
convenzionali, sembrano ignorare e disprezzano la lingua viva 
delle folle, il Volgare. Creato dell’anima popolana delle borghesie 
comunali, il Volgare ne rispecchiava, assai meglio del latino, i 
sentimenti, e poco a poco era divenuto, nel Dugento, l’unico 
strumento espressivo di cui il popolo sapesse servirsi nelle 
contese politiche e religiose e quando voleva dare sfogo all’anima 
bisognosa di cantare. E dal popolo eran sorti trovatori e no¬ 
vellieri, che alla nuova lingua avevano impresso forme di gen¬ 
tilezza e dì bellézza artistica. Prima ch’ei frequentasse le scuole 
de’ religiosi e de’ filosofanti e ne imparasse l’arido e astruso, 
linguaggio, Dante s’era dilettato dei canti dei trovatori volgari, 
e con alcuni di questi aveva stretto di buon’ora rapporti di ami¬ 
cizia, ed aveva egli stesso cantato d’amore in soavi rime, nelle 
quali l’accento della lingua materna acquistava, pur attraverso 
imitazioni e modi convenzionali, quella così dolce armonia che 
attirò l’attenzione sul giovanissimo poeta e gli procacciò ben 
presto un posto distinto fra i rimatori del dolce stil nuovo. 

Nella gara fra le diverse scuole, in ognuna delle quali pre¬ 
valevano accenti e maniere dialettali, proprie delle diverse re¬ 
gioni italiane, spinto dal sentimento che accompagnava il tra- 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


249 


vagliato formarsi della coscienza nazionale delle genti d’Italia, 

♦ 

fu condotto a porsi il problema del Volgare illustre, che, nato 

« 

dall’anima del popolo e perfezionato dai poeti, potesse sostituire 
il latino accademico, come espressione viva dell’arte e della 
scienza, a quel modo che già l’aveva ormai sostituito nella trat¬ 
tazione dei pubblici negozi nelle assemblee popolari dei comuni. 

Il primo trattato del Convivio versa tutto quanto intorno a 
questo problema. Accingendosi a fornire un’interpretazione alle¬ 
gorica di alcune canzoni d’amore e a stenderne un commento 
dottrinale per la gente colta del popolo, che non intendeva il 
latino delle scuole filosofiche (i), l’autore si trovò di fronte al- 
l’inveterata consuetudine, la quale non tollerava altra lingua, per 
le trattazioni dotte, fuori del latino e del francese, e senti il 
bisogno di purgare la sua opera da questa macchia, dell’essere 
il suo commento volgare e non latino. Nel fare la sua difesa, 

egli argomenta scolasticamente, servendosi dei ben noti proce- 

% 

dimenti logici, irti di sottili distinzioni e suddistinzioni, che 
usavano allora. Ma chi non si adonta di questo formalismo della 
superficie e cerca anzi di penetrar nell’intimo del ragionamento, 
scopre, sotto l’arida scorza dei sillogismi, un sentimento mal 
represso e concitato, che spinge il poeta fiorentino a sciogliere 
un inno alla vivace bellezza del nascente Volgare, di cui egli 
insieme alla sua gente si sente creatore ed artefice. 

Pure il dissidio tra le caute forme raziocinative e il prorom¬ 
pente sentimento della bellezza del nascente Volgare, come libera 
ed immediata espressione dell’anima di una gente nuova, rivela 
un più profondo dissidio fra un concetto che comincia appena 
ad affermarsi nell’animo dell’autore, e un pregiudizio scolastico 
dal quale la sua mente tenta invano di liberarsi. Il loico non ha 
ancora trovato, in lui, la formula razionale per giustificare filo¬ 
soficamente quello che già intuiva il poeta. Il poeta possedeva 
già chiaro il senso dell’immediata e perfetta corrispondenza tra 
l’espressione volgare e i sentimenti dell’anima del popolo, e 


(1) Conv., I, 8. 


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250 


BR. NARDI 


l 


avvertiva come fosse impossibile di sostituire all’espressione 
volgare, creata insieme all’immagine fantastica e palpitante di 
passione, la fredda espressione latina. Il latino è, per Dante 
poeta, una lingua morta e incapace, per ciò stesso, di esprimere 
adeguatamente i sentimenti sempre nuovi ed originali che fre¬ 
mevano nell’anima di un popolo nuovo. 

Questo egli vuol dire, senza dubbio, quando si accinge a 
provare che il latino non potrebbe essere nè conoscente, nè 
. obodiente al Volgare nel commento delle canzoni concepite 
e scritte nella nuova lingua (1). Non conoscente e non obbe¬ 
diente, perchè i sentimenti e le immagini, che via via s’incar¬ 
nano nelle espressioni linguistiche di ciascun popolo, e fanno 
con queste un tutto inscindibile, son qualche cosa di determinato, 
di vivo, di sempre nuovo, possiedono un’individualità originale, 
alla quale non potrà mai adattarsi perfettamente nessun’altra 
espressione nata per significare modi di sentire e di concepire 
del tutto diversi. I sentimenti della nuova anima del popolo 
italiano, dai quali è stata foggiata l’espressione volgare, non 
potrebbero, dunque, esser noti se non vagamente e in genere, 

é 

ad un linguaggio che le regole grammaticali hanno fissato in 
un’astratta, immobile e superba rigidità (2). 

Da questa profonda intuizione, deriva l’altra, non meno acuta 
e geniale, dell’impossibilità di tradurre o transmutare una 
espressione linguistica per legame musaico armoniz¬ 
zata, in un’altra, sanza rompere tutta sua dolcezza e 
armonia (3). 

i 

Eppure, non ostante questa lucida intuizione del poeta, il 
filosofo rimaneva ancora impigliato nel vecchio pregiudizio, deri¬ 
vatogli dalla famigliarità coi grammatici, e riconosceva al latino 
una certa superiorità sul Volgare, per nobiltà, per virtù, per 
bellezza (4). Se non che le tre ragioni addotte per giustificare 

(1) Conv., I, 6-7. 

(2) ld. t I, 5. 

(3) ld., I, 7. 

(4) Id. f I, 5. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


251 


questo pregiudizio, dovevano apparire debolissime allo stesso 
autore del Convivio. 

La prima, infatti, la quale vorrebbe rivendicare la maggior 
nobiltà del latino, « perchè lo latino è perpetuo e non corrut- 
« tibile, e il Volgare è non stabile e corruttibile » (i), non solo 
è una lambiccata ragione d’analogia desunta dalla metafisica 
aristotelica, ma in fondo viene a dire che il latino è una lingua 
morta, e che la sua nobiltà gli verrebbe proprio dall’essere 
lingua morta! 

La seconda ragione, che il latino è più virtuoso del Vol¬ 
gare, « con ciò sia cosa lo latino molte cose manifesta concepute 
« ne la mente, che lo Volgare far non può » (2), ha solo un 
valore contingente e limitato, per l’uso di bandire il Volgare 
dalle scuole filosofiche e teologiche, onde pareva ai dotti che 
esso non potesse piegarsi ad espressione scientifica. Quanto 
siffatto argomento dovesse convincere Dante, lo dimostra il fatto 
che egli stesso lo confuta coll’accingersi a scrivere il suo com¬ 
mento volgare, per apparecchiare un generale convivio, 
nel quale si propone di spezzare a li miseri il pane della 
scienza (3). 

La terza ragione, che il latino è sovrano per bellezza, « però 
« che lo Volgare seguita uso, e lo latino arte » (4), si fonda su 
un concetto ancora oscuro di ciò che Dante ora chiama arte, 
ma più tardi gli parrà invece artificio grammaticale. 

Ma il dissidio che si annida nella coscienza dell’autore del 
Convivio, sarà risolto ben presto non appena il filosofo avrà 
trovata la formula adeguata per definire quello che il poeta già 
intuiva; quando il fatto della variabilità dei linguaggi, già 
costatato nel Convivio , darà luogo al concetto del naturale e 
necessario variare di essi. 


(1) Conv., I, 5. 

(2) Ib. 

(3) Conv., I, 1. 

(4) ld., 1, 5. 


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252 


BR. NARDI 


4 . — Nel capo V del primo trattato del Convivio, parlando 
della instabilità e corruttibilità delle lingue volgari, Dante c’in¬ 
forma come avesse già in animo di scrivere un libro di Vol¬ 
gare Eloquenza. Quando i primi capitoli di quest’opera 
furono stesi, la dottrina del Convivio era già sboccata, come 
doveva accadere, nella filosofia del linguaggio. Condotto a me¬ 
ditare sui trattati scolastici, nella meditazione Dante riusci a 
spogliarsi del pregiudizio che gli aveva fatto ritener più nobile 
il latino del Volgare. Ecco come ben diversamente si esprime ora: 

... vulgarem locutionem appellanius eam qua infantes adsuefiunt ab adsi- 

stentibus, cura primitus distinguere voces incipiunt : vel, quod brevius dici 

# 

potest, vulgarem locutionem asseriraus, quara sine omni regula, nutricem irai- 
tantes, accipimus. Est et inde alia locutio secundaria nobis, quara Ro- 
mani gramaticam vocaverunt (1). Hanc quidem secundariara Greci habent 
et alii, sed non omnes. Ad habitura vero huius pauci perveniunt, quia non 
nisi per spatium temporis et studii assiduitatem regulamur et doctrinaraur 
in illa. Harura quoque duarum nobilior est vulgaris, tura quia prima 
fuit humano generi usitata, tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in 
diversas prolationes, et vocabula sit divisa; tura quia naturalis est n obi a, 
cum illa potius artificialis existat. Et de hac nobiliori nostra est intentio 
pertractare (2). 

Per mettere d’accordo il concetto qui espresso con quello del 
Convivio, si è pensato che Dante abbia in mente non tanto il 
particolare Volgare italiano, quanto piuttosto la naturale facoltà 
di parlare, anteriore alle regole del linguaggio grammaticale (3). 
Quasi che questa naturale facoltà potesse concepirsi non attuata 


(1) Per il significato della parola gramatica, cfr. Coni'., I, 11 : < Contra 
« questi cotali grida Tullio,... però che al suo tempo biasimavano lo latino 
«romano e commendavano la gramatica greca». 

(2) De vulg. el., 1,1. 

(3) Intorno a questa e ad altre opinioni e congetture di dantisti, cfr. gli 
indici al Bull. Soc. dant. ital., alla parola: Eloq. {De vulg.), I, 1. Per evi¬ 
tare la prolissità e a scanso di distrazioni, ho omesso di discutere le predette 
opinioni, troppo distanti dal punto di vista accettato da me e, assai prima, 
dallo Scartazzini, Prolegomeni, p. 343. 



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DDE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


253 


in qualche determinata forma espressiva, e Dante non si accin¬ 
gesse a trattare del Volgare italiano! Il vero si è, che la viva 
intuizione, che l’autore del Convivio aveva della forza espressiva 
e della bellezza della lingua materna, si è trasformata nel De 
vulgari eloquentia, in un concetto razionale. In questo nuovo 
concetto il linguaggio apparisce mutevole di sua natura, perchè 
mutevole è l’indole e il carattere dell’uomo : 

Dicimus ergo quod nullus effectus superat suam caaBam in quantnm 

effectus est, quia nichil potest efficere quod non est. Cum igitur omnis nostra 

» 

loquela, preter illam homini primo concreatam a Deo, sit a nostro benepla¬ 
cito reparata post confusionem illam que nil fuit aliud quam prioris oblivio, 
et homo sit instabilissimum atque variabilissimum animai, nec durabilis 
nec continua esse potest ; sed sicut alia que nostra 6unt, puta mores et 
habitus, per locoruin temporumque distantias variari oportet... (1). Si ergo 
per eandem gentem sermo variatur, ut dictum est, successive per tempora, 
nec stare ullo modo potest, necesse est ut disiunctim abmotimque morantibus 
varie varietur, ceu varie variantur mores et habitus, qui nec natura nec con- 
sortio flrmantur, sed humanis beneplaciti localique congruitate nascuntur (2). 

L’inalterabilità .della Grammatica, all’opposto, appare ora 
come qualcosa di artificiale e di convenzionale : 

Hinc 'moti sunt • inventores gramatice facultatis : que quidem gramatica 
nichil aliud est quam quedam inalterabilis locutionis idemptitas diversi tem¬ 
poribus atque loci.'Hec, cum de comuni consensu multarum gentium fuerit 
regalata, nulli singolari arbitrio videtur obnoxia, et, per consequens, nec va¬ 
riabili esse potest (3). 

* 

La Grammatica, col fissare l’espressione linguistica e col 
renderla inalterabile, arresta in qualche modo il corso della 
natura e ci dà, come risultato, una lingua morta. Tanto vero che, 


(1) De vulg. el., I, 9. 

(2) Ib. Ruggero Bacone, Opus tertium (ed. Brewer, London, 1859), c. 37, 
p. 120: « 8ecundum... di versi tatem locorum in eomplexione diversificantur res 
«in complexionibus, et homines in artibus, et scientiis, et linguis, et ne- 
« gotiis et moribus, ut videmus oculata fide, secundum diversitatem regionura >. 

(3) De vulg. el., I, c. 9. 


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254 


BR. NARDI 


secondo Dante, essa serve appena a farci conoscere il pensiero 
e le azioni degli .antichi che la crearono, e di coloro che, per 
esser troppo diversi da noi per la diversità di luoghi e di costumi, 
si contentano, per aprirci il loro pensiero, di una lingua formata 
di espressioni che ignorino quelle naturali diversità, esprimibili 
solo nel volgare proprio di ciascun popolo: 

Adinvenerunt ergo illam [gramaticam], ne, propter variationem sermonis 
arbitrio singularium fluitante, vel nullo modo, vel saltem imperfecte anti- 

l 

quorum attingeremus auctoritates et gesta, sive illorum quos a nobis locorum 
diversitas facit esse diversos (1). 

Lo svolgimento del pensiero di Dante è, dunque, evidentissimo. 
Prima aveva detto che il « Volgare seguita uso e lo latino arte»; 
ora, invece, che il Volgare seguita la natura, e la grammatica 
l’artificio e la convenzione. Prima scorgeva solo il fatto del 
variare delle lingue; ora, invece, meditando su Aristotele, ne 
vede la ragione e ne afferma la naturale necessità. 

5. — Ma che cosa è il linguaggio? È l’insieme dei segni 
espressivi degli intellectus o conceptiones della mente. 
Palesare i concetti dell’animo per mezzo della parola, non è 
proprio se non dell’uomo. Contrariamente all’opinione di san 
Tommaso e della maggior parte degli Scolastici, Dante nega agli 
angeli la facoltà di parlare. Le sostanze puramente spirituali 
sono del tutto trasparenti le une alle altre e, quindi, non hanno 
bisogno di rivelarsi qualcosa che loro resti celato : 

Si etenim perspicaciter consideramus, quid, cum loquimur intendamus, 
patet quod nichil aliud, quam nostre mentis enucleare aliis conceptum. Cum 
igitur angeli ad pandendas gloriosas eorum conceptiones habeant promptis- 
simam atque ineffabilein sufficientiam intellectus, qua vel alter alteri 

totaliter innotescit per se, vel saltem per illud fulgentis- 

« 

simum speculum in quo cuncti representantur pulcerrimi 


(i) ib. 



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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTE80A 255 

atque avidissimi speculantur, Dallo signo locutionis indiguisse 
videntur (1). 

V 

Nemmeno gli animali inferiori all’uomo parlano. E la ragione 
che Dante ne adduce, è assai curiosa: 

Nam omnibus eiusdem speciei sunt iidem actus et passiones ; et sic possunt 
per proprios alienos cognoscere. Inter ea vero quae diversarum sunt specierum, 
non solum non necessaria fuit locutio, sed prorsus dampnosa fuisset, cum 
nullum amicabìle commertium fuisset in illis (2). 

Posto in mezzo fra gli animali irragionevoli e le pure intel¬ 
ligenze, l’uomo non è retto dal meccanismo degli istinti ciechi, 
ma dalla libera ragione. Ora la ragione è universale e particolare 
insieme; perchè, sebbene essa sia accesa nell’uomo dall’unica 
luce divina che raggia nell’intelletto possibile e vi im¬ 
prime le forme universali e le prime notizie, comuni 
a tutte le menti umane (3), tuttavia si diversifica in ogni uomo, 
mentre si esplica e si svolge, nell’atto di applicarsi alla materia 
fornita dai sensi e all’azione pratica ; cosicché ogni individuo 
umano, a cagione delle molteplici diversità che lo distinguono 
da tutti gli altri, par quasi costituire una specie da sè. Fra gli 
uomini soltanto era possibile il linguaggio, poiché ciascuno di 
loro ha davvero qualcosa di nuovo da dire al suo simile ; ogni 
uomo possiede un concetto particolare che l’altro uomo ignora, 
ma che può comprendere, perchè partecipe della stessa natura 


(1) De vuìg. el., I, 2. Tommaso d’Aquino (S . th., I, q. 107, a. 1, ad 1; 
De verit ., q. IX, a. 4) nega recisamente che un angelo possa penetrare nel 
segreto del pensiero d’un altro angelo, senza che questo voglia manife¬ 
stargli il suo interior mentis conceptus. Ancora più lontano va 
Duns Scoto ( Oxon ., II, d. 3, q. 11; d. 9, q. 2), per il quale ogni angelo, 
oltre la conoscenza innata, acquista notizia di molte cose particolari per via 
d’esperienza, che resterebbe ignota agli altri angeli ove non venisse palesata 
per mezzo di un linguaggio loro proprio. Anche il modo col quale Dante 
spiega come i demoni si palesino reciprocamente la loro perfidia, non è quello 
dei maggiori teologi del suo tempo. 

(2) De vulg. eh, I, 2. 

(3) Conv., IV, 21 ; Purg., XVIII, 52-57. 


/ 


/ 


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256 


BH. NARDI 


razionale. Ciò clic rende possibile la comunicazione delle con- 
ceptiones dell’animo, fra gli uomini, è, da una parte, la 
comune natura razionale, e, dall’altra, il segno sensibile in cui 

t 

s’incarna il concetto della mente. La parola è la sintesi viva del 
concetto col segno sensibile ; quest’ultimo è veramente parola, 
in quanto possiede un valore spirituale : 

Cum igitur homo non nature instinctu, sed r&tione raoveatur, et ipsa 
ratio vel circa discretionem vel circa iudicium vel circa 
electionem diversificetur in singulis, adeo ut fere quilibet 
sua propria specie videatur gaudere, per proprios actus vel pas- 
siones, ut brutum animai, neminem alium intelligere oppinaraur ; nec per 
epiritualem speculationem, ut angelum, alterura alterum introire contingit, 
cum grossitie atque opacitate mortali» corporis huraanus spiritus sit obtentus. 
Oportuit ergo genus humanum ad comunicandum inter se conceptiones suas 
aliquod rationale signum et sensuale habere ; quia, cum de ratione accipere habeat 
et in rationem portare, rationale esse oportuit; cumque de una ratione 
in ali am Dichil deferri possit nisi per medium sensuale, sensuale esse opor¬ 
tuit: quare, si tantum rationale esset, pertransire non posset; si tantum sen¬ 
suale, nec a ratione accipere, nec in rationem deponere potuisset. Hoc equidem 
signum est ipsum subiectum nobile de quo loqnimnr; nam sensuale quid'est, 
in quantum sonus est ; rationale vero, in quantum aliqnid significare videtur 
ad placitnm (1). 

Ma che cosa lega tra loro e salda il signum sensuale col 

» concetto della mente ? Abbiamo udito che il suono vocale diventa 

• • 

parola solo « in quantum aliquid significare videtur ad placitum ». 
L’espressione e il concetto aristotelico dell’imposizione dei nomi 
ad placitum, entrato di buon’ora, con Boezio, nel pensiero 

dell’occidente latino, era ormai divenuto comune fra gli Scola- 

* 

stici del tempo di Dante (2). Ma la di Aristotele non 

impedisce a Dante di sostenere che naturale è all’uòmo il parlare ; 
e naturale e necessario, inoltre, il successivo variare dei lin- 


(1) De vulg. eh, I, 3. 

(2) P. Rotta, La filosofia del linguaggio nella Patristica e nella Scola¬ 
stica, Bocca, Torino, 1909, p. 186 ss. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 257 

guaggi. In che cosa consiste, dunque, per Dante questa avvd-rjxrj 
o beneplacito? Evidentemente neH’attribuire al Suono vocale 
un valore spirituale di segno, che per sè non avrebbe. Già sap¬ 
piamo che la ragione, la quale si esprime per mezzo del lin- 
guaggio, è la ragione umana che si diversifica nei singoli indi¬ 
vidui per mezzo della discrezione, del giudizio e dell’elezione, 
quella ratio inferior, insomraa, che sta in continuo contatto 
e si applica alla materia fornitale dai sensi. L’atto dell’intendere 
umano non si effettua, secondo Aristotele, senza un’immagine 
sensibile interiore, senza il (pdvxaaga in cui riluce, materiata, 
l’idea intelligibile (1). Si potrebbe anzi dire, che ad ogni con¬ 
cetto intellettuale corrisponda già il suo segno espressivo nel¬ 
l’immagine fantastica. Ora è appunto l’immagine fantastica, se¬ 
condo Aristotele, quella che muove il suono vocale e imprime 
ad esso un significato (2). . 

Il beneplacito, di cui intende Dante, è il «piacere uinan 
« che rinnovella seguendo il cielo », ossia, in altri termini, quel 
cumulo di sentimenti e di costumanze che naturalmente e neces¬ 
sariamente variano di età in età, da gente a gente, e perfino da 
individuo a individuo (per locorum temporumque di- 
stantias; ...arbitrio singularium (3)): il beneplacito 
e l’arbitrio, insomma, non significano altro, se non che l’uomo 
stesso è artefice del suo linguaggio, ma per impulso della sua 
stessa natura di animale fornito di ragione e di senso. 

6. — Conviene però osservare che, dopo le cose dette, Dante 
non approfondisce più oltre la quistione generale intorno alla 
natura del linguaggio in sè. Sotto questo punto di vista, i pochi 
cenni che se ne hanno nei primi capitoli del De Vulgari Elo- 


(1) Arist., De anima, III, 7-8. 

(2) Arist., De anima, II, c. 8: od yap ndg £(pov tf>ó(pog (poìvfj, ... àÀAà 
del tf4xfjv%óv re elvai tò xvntov xal f*eià epaviaaiag tivóg ' otjfiavuHÒg 
yàg dii XI S tf>óg>og éailv tpo>v Cfr. Averroè, ih., comm. 90 ; Alberto 
Magno, De anima, li, tr. 3, c. 22. 

(3) De vulg. el., I, 9. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Sappi. n‘ 19-<l). 17 


% 


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258 


BK. NARDI 


(ptettfia, sono ben poca cosa in confronto del molto che si trova 
nei trattati di filosofia e di teologia del tempo. Anche questa 
volta egli mostra di non avere il gusto delle sottili e astratte 
discussioni teoriche le quali sien fine a se stesse. Egli aveva 
bisogno di un concetto filosofico, dal quale esordire la sua trat- 
fazione intorno al Volgare, e che gli bastasse a dimostrare 
il legittimo diritto della nuova lingua di fronte al latino. Ora un 
tal sostegno alla sua tesi gli balenava nel concetto della natu¬ 
ralità e della necessaria variabilità dei linguaggi ; concetto al 
quale, sebbene non nuovo, si era dato troppo poca importanza 
dagli Scolastici. Dalla definizione aristotelica: Sunt ea, quae 
sunt in voce, earum quae sunt in anima passionum, 
nota e (i), egli ricava direttamente la necessità del variare 
delle lingue; e sulla naturale e necessaria variabilità fonda il 
diritto della lingua materna, che questa volta ha definitivamente 
scosso il giogo del latino e si afferma adeguato strumento di 
espressione per tutti i bisogni della triplice facoltà onde l’uomo 
spirituatus est, videlicet vegetabili, animali et 
rationali (2). 

Nella nuova lingua, dei cui diritti Dante si è fatto strenuo 
campione, egli aveva già osato spezzare ai miseri il pane della 


(1) Akist., De interpretatione, c. 1. 

(2) De vuìg. eh, II, 2. Nel Convivio, I, 5, aveva detto che « lo latino 
« molte cose manifesta che lo Volpare far non può ». Forse egli pensava 
all'astnisa terminologia degli Scolastici. Il Vosslek (La D. C. studiata nella 
tua genesi e interpretata, trad. Iacinj, Bari, Laterza, 1909,- voi. I, i, p. 247), 
riferendosi al luogo del De vuìg. el., ora citato, osserva « che in questa deter- 
« minazione le materie teologiche e religiose rimangono pur sempre chiuse 
« alla musa italiana ». Ed egli mette questa sua interpretazione in rapporto 
colla notizia- dataci dal Boccaccio, che Dante avesse cominciato collo scrivere 
la Commedia in latino. Ma se mai questa notizia è vera, va messa in rela¬ 
zione coll'altra, dello stesso Boccaccio, secondo la quale Dante avrebbe comin¬ 
ciato il poema prima dell’esilio, e prima, quindi, dello stesso Convivio, quando, 
cioè, il pregiudizio della maggior nobiltà del latino sul Volgare era ancora 
profondamente radicato in lui. Che Dante abbia pensato ad una Commedia 
in latino, dopo che aveva scritto il Convivio e magari il De vnlg. eloquentia, 



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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


259 


scienza, appresa nelle scuole de’ religiosi e dei filosofanti; e 
col dare espressione italiana ai problemi filosofici e teologici, 
mentre arricchiva il Volgare di un nuovo contenuto d’idee, lo 
mostrava praticamente capace di rivestire e dar forma ai più 
elevati concetti dello spirito umano. Dante, è stato giustamente 
detto (1), « rompe in letteratura l’universalità medievale », rap- 
presentata dal latino e dalla grammatica, e «italianizza la 
«scolastica». 

$ 

È stato detto altresi, che uno degli scopi di Dante, « anzi 
« forse l’unico del De Vulgari Eloquentìa, è di far sì che il Vol- 
« gare italiano si trasformi in una specie di grammatica, e che dai 
« mutevoli parlari si formi un tipo unico di italiano scritto » (2). 
Questo a me # sembra sia un travisare il pensiero esplicito di 
Dante. Il Volgare illustre, di cui egli tratta, è il sustrato 
comune che affratella fra loro tutti i dialetti d’Italia, ed esiste 
già in atto, commisto con essi. Dante vuol solo liberarlo dalla 
scoria municipale dei volgari propri delle diverse regioni italiane. 
Come questi sono adatti ad esprimere le cose più umili, nei rap¬ 
porti giornalieri fra gli abitanti di una stessa provincia, così il 

# 

Volgare illustre è espressione dei sentimenti più elevati (« ut 
« sola optima digna sint ipso tractari » (3)), che uniscono fra 
loro le genti d’Italia e ne fanno un sol popolo nobilissimo e 
degno a cui la Provvidenza affidasse la signoria del mondo : 

4 

... in quantum ut homines latini agimus, quedani habemus simplicissima 

m 

signa, et tnorum et habituum et locutionis, qnibus latine actiones ponde¬ 
rante et mensurantur. Que quidem nobilissima sunt earum quae Latinorum 
sunt actionum, hec nullius civitatis Ytaliae propria sunt : inter que nunc 


è semplicemente un assurdo psicologico. E la Commedia, che non è certamente • 
molto posteriore al De vulgari eloquentia, ci dice se, nella mente dell’autore 
di quest’ultimo trattato, le materie teologiche e religiose rimanevano chiuse 
alla musa italiana! 

(1) Gentile, I problemi della Scolastica, Rari, Laterza, 1913, pp. 38-39. 

• (2) Vossler, 7. c., p. 244. 

(3) De vulg. eh, II, 2. 


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260 


UK. NARDI 


potest illud discenti vulvare quod superius venabamur, quod in qualibet 
redolet civitate nec cubat in ulla (1). 

Neque sine ratione ipsum volgare illustre decusainus... ut id cardinale vo- 

* 

cemus. Nam, sicut totum ostium cardinem sequitur, ut, quo cardo vertitur, 
versetur et ipsum, ... sic et universus municipalium vulgarium grex vertitur 
et revertitur, movetur et pausat, secunduin quod istud, quod quident vere 
paterfamilias esse videtur (2). 

Hoc autem vulgare quod illustre, cardinale, aulicuin esse et curiale ostensum 
est, dicimus esse illud quod vulgare latium appellatur. Nani, sicut quoddam 
vulgare est invenire quod proprium est Cremone, sic quoddam est invenire 
quod proprium est Lombardie, et sicut est invenire aliquod quod sit proprium 
Lombardie, est invenire aliquod quod sit totius sinistre Ytalie proprium ; et 
sicut omnia hec est invenire, sic et illud quod totius Ytalie est. Et sicut illud 
Cremonense, ac illud Lombardum, et tertium Semilatium dicitur, sic istud 
quod totius Ytalie est, Latinum vulgare vocatur. Hoc enim usi sunt doctores 
illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, ut Siculi, Apuli, Tusci, 
Romandioli, Lombardi et utriusque Marcine viri (3). 


Questo Volgare illustre non attende che lo si formi ; esso esiste 
di già come lingua viva ed espressione naturale della rinno- 
vellata anima della gente italica, come segno, anzi, dello stesso 
rinnovellarsi della coscienza della stirpe latina. Il Volgare illustre 
esiste di già, e attende che lo si scopra e lo si adopri da tutti, 
pep esprimere i sentimenti più alti e più nobili che sbocciano 
dall’anima italiana. 

Nel De Vulgari Eloqu,enfia, il concetto del variare delle 
lingue non è più concetto astratto, come presso i trattatisti 
scolastici, ma diventa concreto, solido, storico: è coscienza dello 
storico divenire del linguaggio di un popolo. In ciò sta appunto 
la novità del trattato dantesco. 


7. — Ma se col De Vulgari Eloquentia Dante compieva un 
risoluto passo innanzi, non di meno lo sviluppo completo del suo 


(1) De vulg. el., I, 16. 

(2) Id., I, 18. 

(3) Id., I, 19. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 261 

pensiero era tuttora ostacolato da un altro pregiudizio. La dot- 

é 

trina teologica tradizionale, intorno all’origine divina del lin¬ 
guaggio parlato da Adamo e al conservarsi inalterato di esso 
fino alla torre di Babele, limitava nella coscienza di Dante il 
significato e la portata del nuovo concetto della naturalità e della 
necessaria variabilità dei linguaggi. Questo concetto non poteva 
applicarsi, secondo lui, se non nel periodo inaugurato dall’ « in- 
« famia del genere umano », coll’edificazione della torre di Babele, 
e si escludeva pur sempre dalla legge comune la lingua pri¬ 
mitiva rivelata da Dio. Il primo uomo, creato adulto e perfetto, 
da Dio stesso aveva appreso a parlare : 

Rationabiliter ... credimus ipsi Ade prius datum fuisse loqui ab eo qui 
statini ipsum plasmaverat (1). 

Dicimus certain formam locutionis a Deo cum anima prima concreatam 

9 

fuisse; dico autem formam, et quantum ad rerum vocabula, et quantum ad 
vocabulorum constructionem, et quantum ad constructionis prolationera : qua 
quidem forma omnis lingua loquentium uteretur, nisi culpa presuntionis 
humane dissipata fuisset (2). 

La lingua divina che il primo uomo aveva imparato da Dio, 
fu l’ebraica; e questa parlarono tutti gli uomini fino alla torre 
di Babele, e, dopo, i figli di Heber dai quali presero nome gli 
Ebrei ; 

« 

His solis post confusionem remansit, ut Redemptor noster, qui ex illis ori- 
turus erat secundum humanitatem, non lingua confusioni sed grafie frue- 
retur (3). 


(1) De tuia, eh, I, 4. 

(2) Id., I, 6. ' 

(3) lbid. Rasano Mauro, Comment. in Genesim, li, c. 11 (Migne, PL, 
t. 107): < Si quis quaerit in qua familia illa permansit lingua, quae primitus 
« Adam data fuit, sciat credibile esse quod in familia Heber, ex quo Hebraei 
« dicti sunt, in parte hominum qua Dei portio permansit, et Christus nasci- 
« turus erat. Oportuit enim, ut in ea lingua salus mando praedicaretur primo, 
« per quam primum intraverat mors in mundo ». Cfr. la Glossa ordinaria 
in Genesim, IX ; Rotta, Op. cit., p. 78 sg. 


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262 


BK. NARDI 


Ma anche questo pregiudizio teologico non doveva tardar molto 
a dileguarsi, dinanzi alla forza insita nel nuovo principio, della 
naturale e necessaria variabilità, che ormai dominava il pensiero 

di Dante. Ed a sgombrar l’animo da quel pregiudizio, e a svol- 

% 

gere fino in fondo il nuovo principio, Dante non dovette poi 
trovare ostacoli addirittura insormontabili nella tradizione teo¬ 
logica. La Bibbia, nel narrare che Dio comandò ad Adamo d’im¬ 
porre un nome a tutti gli animali della terra (1), non dice af¬ 
fatto che i nomi imposti, gli fossero rivelati da Dio; e se alcuni 
Padri lo affermarono, altri sostennero più o meno apertamente 
il contrario (2). Inoltre, la Bibbia racconta che, prima della torre 
di Babele, la terra era labii unius et sermonum eo- 
rundem (3), in modo che tutti gli uomini s’intendevano fra 
loro. Ma con questo non afferma che gli uomini parlassero ancora 
la lingua che aveva parlato Adamo, e che questa non avesse 
subito trasformazioni. E tanto meno afferma che la lingua par¬ 
lata da Adamo fosse l’ebraico. Se quest’opinione era pro¬ 
fessata da molti Padri, ed era divenuta comune fra gli Scolastici, 
non era per altro un domina di fede (4). Ricerche nella lette¬ 
ratura patristica deve aver compiuto, senza dubbio, il Poeta, nel 
periodo di tempo che corse fra la stesura dei primi capitoli del 
De Vulgari Eloquentia e quella del canto XXVI del Paradiso ; 
e in queste ricerche egli maturò il suo pensiero,.finché il vecchio 
pregiudizio del De Vulgari Eloquentia si staccò dal suo animo 
e cadde come una fronda inaridita. E gli stava così a cuore, che 
si risapesse questa nuova conquista della sua mente, che, incon¬ 
tratosi nel cielo stellato col vecchio padre Adamo, ne coglie 
l’occasione per mettergli in bocca la nuova dottrina. Senza op¬ 
porsi direttamente alla Sacra Scrittura, la quale vuole che gli 
uomini, prima della torre di Babele, parlassero tutti un linguaggio 

(1) Genesi, II, 19-20. 

(2) Cfr. Rotta, Op. cit ., p. 87 sg., 183 sg. 

(3) Genesi, XI, 1. 

(4) Rotta, Op. cit., p. 78 sg. 


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DUE CAPITOLI DI FILOSOFIA DANTESCA 


263 


unico, Adamo dichiara che quella lingua non era più quella par¬ 
lata e fatta da lui : 

s 

La lingua ch’io parlai, fu tutta spenta 
innanzi che a l’ovra inconsummabile 
fosse la gente di Ncmbrot attenta; 

che nullo effetto mai razionabile, 
per lo piacere uman che rinnovella 
seguendo il cielo, sempre fu durabile. 

Opera naturale è ch’uom favella; 

•ma, così o così, natura lascia 

poi fare a voi, secondo che v’abbella. 

Pria ch’io scendessi a l’infernale ambascia, 

I s’appellava in terra il Sommo Bene, 
onde vien la letizia che mi fascia; 

ELI si chiamò poi: e ciò convene, 
chè l’uso de’ mortali è come fronda 
in ramo, che sen va ed altra vene (1). 

La ragione che in questi versi è addotta, del corrompersi 
dell’idioma primitivo, è lo stesso principio generale scoperto nel 
De Vulgari Eloquentia : 

Cum ... homo sit instabilissimura atque variabilissimum animai, nec dura- 
bilis neo continua esse potest [omnis nostra loquela] ; sed sicut alia que 
nostra sunt, puta mores et habitus, per locorum temporumque distantias 
variati oportet (2). 

Ascoltando i versi del Paradiso , par d’assistere al maturarsi 
del pensiero dantesco e allo sgretolarsi del pregiudizio teologico 
sotto l’azione del concetto della variabilità, conquistato nel De 
Vulgari Eloquentia. Del qual pregiudizio resta tuttavia ancora 
una traccia, nella mente di Dante : poiché, se Adamo ammette 
che la lingua variò, prima della torre babelica, per temporum 
distantias, non pare che essa avesse variato ugualmente per 


(1) Par., XXVI, 124-138. 

(2) De vuig. el., I, 9. 


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264 


BR. NARDI 


lo co rum distanti a s. Ma a vincere quest’ultimo residuo del 
vecchio pregiudizio, più che millenario, ed a svolgere fino alle 
ultime conseguenze il principio della variabilità, faceva ostacolo 
l’esplicita testimonianza del libro sacro, che dichiarava esser 
stata la terra, prima dell’edificazione della torre, labii unius 
et sermonum eorundem. Bisognava, in una parola, mettersi 

in aperto contrasto colla Sacra Scrittura, ed assumere una posa 

■ 

d’eretico, dalla quale l’animo di Dante ha sempre aborrito, anche 
quando accoglieva, con grande libertà di spirito, dottrine ardi¬ 
tissime ed estranee aU’insegnamento teologico del suo tempo. 

Ma pur con le dovute cautele e riserve che la viva fede reli¬ 
giosa gl’imponeva, lo svolgimento della sua filosofia del linguaggio 
non è meno ardito pe’ suoi tempi, nè segna meno un gran passo 
innanzi sulle discussioni astratte che si facevano, nelle scuole 
di logica, intorno al rapporto fra nome e cosa nominata, e in 
quelle di teologia, sull’incorruttibilità del linguaggio d’Adamo. 
In quelle discussioni, anzi, egli non ama invischiarsi, se non 
quel tanto che gli occorre per trovare un concetto, che gli serva 
a giustificare il nuovo fatto storico, il nascere del Volgare, « che 
« sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà ove l’usato [il 
« latino delle scuole] tramonterà, e darà luce a coloro che sono 
« in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non 
« luce » (1). 

Bbuno Nardi. 


(1) (’otiv ., I, 13. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA 


RICORDATA DA DANTE 


Sommario: I. Premesse. — IL Testo. — III. Sunto. — IV. Elemento dram¬ 
matico della canzone. — V. Corrispondenze e simmetrie. — VI. Alcune 
considerazioni particolari. — VII. Attori e persone nominate. — Vili. In 
quale stagione è finta la scena. — IX. In che luogo. — X. La canzone 
è scritta in dialetto marchigiano. — XI. Metro. — XII. Rapporti coi 
componimenti congeneri. — XIII. Quando fu scritta. — XIV. Spirito e 
scopo. — XV. Popolare? — XVI. Autore: a) Il Castra; 0) Messer Osmano. 

— XVII. Cultura marchigiana nel sec. XIII. — XVIII. Conclusione. — 

% 

XIX. Copia letterale e interpetrativa della canzone, e riduzione in prosa. 
— XX. Note al testo. — XXL Indice dei vocaboli. 


I. — Premesse. 

« 

t 

Per quella fortuna singolare toccata a tutte le cose che pas¬ 
sarono attraverso la penna di Dante, è rimasta famosa una can¬ 
zone, mentovata nel De vulgari eloquenlia (1), che la fitta 
oscurità ond’è avvolta ha resa ancor più interessante. Conser¬ 


ti) Dante ricorda la canzone nel De Vulgari eloquentia, I, 11,3: « Post 
• hos [romano»] incólas Anconitane Marcine decerpamus, qui, Chignamente 
« scate sciate locuntur; cum quibus et Spoletanos abicimus. Nec preter- 
« eundum est quod in improperiUtn istarum triurn gentium cantiones guani 
« plures intente sunt ; inter quas unam vidimus recte atque perfecte ligatam, 
« quam quidam florentinus nomine Castra composuerat. Incipiebat etenim : 


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266 


G. CHOCIONI 


vata nel codice vaticano 3793 (a c. 25 «), ov’ò intestata a Messer 
Osmano, fu segnalata la prima volta dal Trucchi (1), e stampata 
da Giusto Grion (2), ristampata poi da Alessandro D’Ancona e 
Domenico Comparetti tra le Antiche rime volgari (3), dal Mo¬ 
naci nella Crestomazia (4), da Francesco Egidi nel Libro de 
varie romanze volgare (5), in ultimo da Amerindo Camilli (6) 
e, di nuovo, dall’Egidi (7). 

Il Grion interpetrò alla lesta alcuni vocaboli ; altri ne inter- 
petrarono il D’Ancona e il Comparetti, altri l’Angeletti (8), il 
Monaci (9), il Caix (10), il Torraca (11) e, più di tutti, l’Egidi (12); 
finche a dare una interpetrazione molto osservabile di tutta la 


« Una fermana scopai da Cascioli, Cita cita sen già ’n grande aina » (ediz. 
del Rajna, Firenze, Succ. Le Monnier, 1896, pp. 58-60). — Il eh. prof. E. Ro- 
stagno m’informa, dietro assicurazione del Rajna, che nel. Codex Bini, ed. dal 
Bertalot (Friedrichsdorf, apud Francofurtum, an. 1917), per quanto riguarda 
queste parole di Dante, non c’è nulla di nuovo. 

(1) Nel discorso premesso alla Raccolta di poesie it. ined., Prato, Guasti, 
1846, I, 67. 

(2) Nel Propugnatore, an. Ili, 1870, disp. I, pp. 90-92. 

(3) Bologna, Romagnoli, 1875, voi. I, pp. 185-88. 

(4) Pp. 493-94. 

* 

(5) E l’ediz. del famoso cod. vat. 3793 qui sopra ricordato. La canz. è 
a p. 82. 

(6) La consone marchigiana del Castra, nella Rass. bibl. della lett. it., 
an. XXIII, pp. 90-96; lo studio da pp. 86 a 101. 

(7) La canzone marchigiana del Castra, in Atti e Mem. d. R. Dep. di 

\ 

st. patr. per le Marche, S. Ili, voi. I, fase. I, pp. 178-187. E un’ampia re¬ 
censione al lavoro del Camilli. Il quale torna sull’argomento nel voi. II degli 
stessi Atti, pp. 245-46, riconfermando alcune sue interpetrazioni, messe in 
dubbio dall’Egidi, e variandone lievemente alcune altre. 

(8) Lo ricorda il Rajna nelle note alla sua ediz. del D. V. E., p. 60. Il 
dott. Nazareno Angeletti congegnò sulla canz. la sua tesi di laurea nell’Uni¬ 
versità di Roma, che non fu pubblicata, ma che io ebbi tra mano per 
qualche ora. 

(9) Nel prospetto grammaticale e nel glossario della sua Crestom. 

(10) Nel suo Cielo d’Alcamo, in N. Antol., voi. XXX, 1875, pp. 477-522. 

(11) Nel periodo delle origini, in Studi marchigiani, an. I e II, Macerata, 
1907, pp. 63-64. 

(12) Nel Glossario del cit. Libro de varie romanze volgare. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


267 


canzone si provò il Carailli, secondato dall’Egidi, che il saggio 
di lui confortò di buone osservazioni (1). 

Cosi notevole affaticare di studiosi, specialmente marchigiani, 

intorno al prezioso cimelio, sembrato a molti un inestricabile 

• * 

garbuglio, non produsse il frutto che se ne poteva sperare, 

perchè, mentre alcuni credettero che bastassero alla bisogna i 

% 

soli ferri forniti dalla filologia, senza far uso di quelli offèrti 
dalla comparazione storica e anche dall’analisi filologica, altri, 
che i ferri del mestiere maneggiavano con assoluta padronanza, 
pur toccando di passata qualche questioncella secondaria, non 
affrontarono l’enigmatica compagine dell’intera canzone. 

Io ho creduto che a bene intenderla convenisse analizzarla 
minuziosamente, risolvendola prima nelle sue parti per poi ri¬ 
comporla, ricollegandola con gli altri componimenti dello stesso 
genere, anteriori, contemporanei e posteriori, cosi paesani come 
forastieri, nella fiducia di poterne intravvedere là genesi sto¬ 
rica e lo sviluppo logico, e di scoprirvi i riflessi di quei motivi 
e di quelle idee che, allora, dovevano vagare, per dir cosi, nel¬ 
l’aria e formare quasi un patrimonio intellettuale comune. Come 
mal si giudica di un dipinto, badando solo allo stile o solo alla 
tecnica, cosi male si dà giudizio di un documento letterario, 
senza avvivarlo alla luce del pensiero contemporaneo. Avendo 
avuto a mente per più che venti anni la famigerata canzone, 
alla quale mi riconducevo ogni qual volta studiassi i dialetti e 
la vita delle mie Marche, ogni qual volta leggessi scritture an¬ 
tiche, edite o inedite, non solo marchigiane, ma anche italiane, 
francesi e provenzali, ogni qual volta incontrassi notizie, voca¬ 
boli o locuzioni che con quella mostrassero avere qualche rela¬ 
zione, io l’avevo discretamente chiarita, quando sopraggiunsero . 
le interpetrazioni del Camilli e dell’Egidi ; onde mi sono indotto, 
finalmente, a pubblicare il presente saggio (anche per non la¬ 
sciare perennemente inediti tutti i miei appunti sulla lettera- 
0 

tura dialettale marchigiana) nella speranza che la dibattuta 

(1) Nel saggio ora citato. 


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268 


G. CKOClONI 


canzone, per qualche senso dantesca, possa uscirne sodisfacen- 
teraente spiegata e lumeggiata (1). Ma sarà forse speranza pas¬ 
seggera, come mi fa temere l’esempio del Contrasto di Cielo, 
al quale, molto più perspicuo, si volsero per anni e anni le in¬ 
dagini di critici valentissimi, senza che si giungesse a una con- 

« • 

clusione che contentasse tutti quanti. Sarà, ad ogni modo, una 
tarda giustizia resa alla nostra canzone, la quale avrebbe do* 
vuto essere richiamata e utilizzata tutte le volte che si trattasse 
del Contrasto di Cielo, cui va indissolubilmente congiunta, o 
si ricercassero le antiche forme dialettali marchigiane, e fu, al 
contrario, quasi sempre trascurata, perchè rimasta, e non certo 
per esclusiva colpa dei critici, ostinatamente incompresa. 


II. — Testo. 

La ragione dell’oscurità ond’è avvolta la canzone, che per un 
componimento, delle origini non è caso nuovo, derivò in antico 
dalla ricercatezza dei vocaboli, molti dei quali al tutto insoliti 
in componimenti letterari e sconosciuti ai copisti di Toscana ; 
deriva oggi, per buona parte, dalle condizioni del testo, conser¬ 
vatoci in unica copia e in unica redazione, veramente malconcio. 
Le scorrettezze del testo, che vanno dalla semplice svista gra¬ 
fica all’introduzione arbitraria e alla soppressione parimenti 
arbitraria di alcune parole e al travisamento di altre, sino a 
turbare la stessa regolarità del metro e della rima, come i mo¬ 
derni studiosi così dovettero indurre gli antichi amanuensi a 
metterle le mani addosso, che è quanto dire, nel più dei casi, 
a farne strazio. Tacendo dei primi editori, che non perdettero 
tempo a chiarirsi una canzone ritenuta di poca importanza, e 
venendo senz’altro al Camilli, che con più amore di tutti s’è 


(1) Sciolgo cosi la promessa, di pubblicare uno studio sulla nostra canz., 
fatta nelle mie Marche, p. 4 n., dove non inserii la copia interpetrativa già 
pronta per la poca onestà della materia. 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


269 


industriato di illuminarla, rincresce dover dire che del nostro 
testo ebbe anch’egli troppo poco riguardo. Basti rilevare alcune 
licenze che egli ha creduto di potersi prendere. 

Il verso 8 : 

se mi viva mai, e boni scarponi 


riduce a quest’altro: 

se m’invii, v’à maie; boni scarponi; 


un emistichio del verso 12 : 


ca lai le ne vada 

trasforma così : 

c’alore ne vada; 


al verso 27 toglie via un pur e lo incastra nel verso seguente ; 
nel verso 39 prende un ci dopo la prima sillaba e lo porta dopo 
la quinta ; nel verso 48 di non vi altrei fa non altra vi ei, 
ed altre modificazioni introduce, non consentite ’nè necessarie. 

Talora poi egli sforza la lettura del testo, costringendolo a 

% 

divisioni di parole, argute e ingegnose, se vuoisi, ma improba¬ 
bili e insostenibili. Così, ad esempio, le parole del verso 9: soca . 
i e mal fai , che sono pur piane e chiare, le scande cosi : so c'ài : 

4 

e! mal fai) quelle, parimenti chiare, del verso 34: tu II) à 
torte, le trascrive in questo modo : tu li à’ a tor te (tu li hai 
a prendere tu), aggiungendo un’a che nel testò non c’è, e for¬ 
zandole a un senso che non possono avere. I)i unquame , del 
verso 48, fa unqua me\ traducendo me' con ‘ meglio ’ quasi 
fosse toscano. E altre libertà si concede che non riescono a 
vantaggio del testo e, diciamolo, neppure a vantaggio del senso. 

Nella mia interpetrazione io ho voluto rimanere fedele al testo 
fin dove ho potuto, fino a che le parole, così come sono scritte, 
davano un senso come che sia tollerabile; e me ne sono stac¬ 
cato timidamente solo nei casi di oscurità disperata. Se non 
m’inganno, ne è scaturito un senso plausibile per la maggior 
parte dei passi della canzone, e meglio ancora per il contesto 
dell’intero componimento. 


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270 


O. CROCIONI 


« 


III. — Sunto. 


Nella canzone è narrata e attediata una scenetta amorosa, 
svoltasi nell’aperta campagna, tra un cavaliere di ventura e una 
popolana, conchiusa con la concessione reciproca. 

Strofe I. — Narra il poeta (1): Incontrai una fermana, che 
andava in gran fretta, portando in pentole una ben condita 
minestra. Le dissi : se mi ti concedi, ti darò rosse trecciole , una 
cinta e buoni scarponi. [La giovane intanto faceva segno di no. 
Io soggiunsi:] Sei ben sciocca, se m’induci, col tuo rifiuto, a 
preferire la fantilla di Cencio Guidoni. 

Strofe II. — Rispose la fanciulla : Cadonto mio mi ha coman¬ 
dato di portare il cibo agli sterratori che ne sono senza, e di 
non dimenticare cucchiai e scodelloni da scodellar la minestra. 


[Ho fretta]. Lèvamiti d’innanzi, sciocco che sei ! 

Strofe III. — Io [riprende a narrare il poeta] ebbi una paura 
del diavolo, quando, per averla toccata nel costato, quella mi 
diede un colpo, e disse : Prendi ! Per il volto di Dio, male fai 
[a tentarmi], che da me nulla potrai avere, se non mi prenderai 
per nozze. Stordito, non andare in cerca di avventure, come, 
dal viso infiammato, mostri di voler fare. 

Sh'ofe IV. — [Io, seguita il poeta, ripresi :] Fermana, se mi 
ti acconsenti, ti donerò anche panieri di caprifichi, more da far 
bianchi i denti [ella seguitava a far gesti di diniego, ond’io sog¬ 
giunsi] ed anche sostanze coloranti, che troverò lungo il Chienti, 
se Dio me lo permetta. Alle nuove profferte la donna rispose : 
Ed io più non ti fo resistenza. Vienci ormai, e se ne adonti 
Pirino [il suo ganzo, forse più riguardoso che a lei non pia¬ 
cesse], ma guarda che io non sia molestata. 

Strofe V. — Li per li me ne andai all’ atterrato, ed ebbi ciò 


che desideravo. Giammai vidi altra donna simile. La donna con¬ 


fi) Veda il lettore la lezione interpetrativa clic vien data più innanzi (p. 343). 




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DNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


271 


chiuse : Tu non ti comporti come uno stordito ; sei, anzi, maestro 
dell’arte ! 

Basta il breve riassunto a far comprendere che il dibattuto 

componimento, considerato così all’ingrosso, fa parte della fa- 

« 

miglia delle pastorelle, assai frequenti nelle letterature di Francia 
e di Provenza e anche nella nostra.. 



Elemento drami 


atico della canzone. 


Lo stesso riassunto dimostra all’evidenza che la canzone con¬ 
tiene, com’era naturale, un notevole elemento drammatico, senza 
tener conto del quale non può essere compresa. In mancanza 
delle didascalie, che non si poteva certo sperar di trovare nella 
copia di un componimento imbrancato fra i lirici, conviene 

« 9 

saper utilizzare gli indizi che la canzone stessa fornisce, per 
ricostruire la scena nel suo logico sviluppo, e intuire, attra¬ 
verso le parole e le reticenze, gli atti e le intenzioni dei due 
attori. 

È chiaro, intanto, che la scena si svolge strada facendo : il 
cavaliere incontra la giovane che cammina in gran fretta (v. 2) 
e non accenna affatto a fermarsi ; le si viene accostando, mentre 
le fa profferte di doni ; ma ella gl’intima di non avvicinarsi 
(v. 19), e, avendola egli, ciò non ostante, toccata, gli dà con la 
mano un colpo (v. 24), accompagnandolo di male parole. Con¬ 
tinua il cammino e il dialogo, finche la giovane si arrende alle 
brame del dongiovanni (« vienci ancoi »), perchè egli tanto- l’ha 
sucolata , cioè seguitata, facendo cammino con lei. Allora « ne 
« gio a l’aterato » (v. 41) insieme col cavaliere. 

Onde il movimento nella canzone è certo e palese. 

In un dialogo così passionale, dove l’uno, ben esperto nell’arte 
di sedurre la donnetta venale, combatte a suon di regali, e l’altra, 
non nuova a simili contese, si destreggia per vendere la sua' 
merce al prezzo più alto possibile, è da credere che gli attori 
si guardino bene in faccia, spiando reciprocamente l’uno i sen- 



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272 


G. CRUC10NI 


tomenti e i movimenti dell’altra. La canzone ne offre indizi che 
non potrebbero essere più ciliari. Ed in vero : quando ella vede 
lui faldosi troppo da presso, gl’intima: « Levat’esso, non m’av¬ 
vicinare ! » (v. 19). Quando egli, eccitato dalla passione, si ac¬ 
cende in volto, ella costata, pronta : « si ti vejo arlucare la 
« mascella » (v. 90). 

E cosi, quando egli, offerti trecciali, cinta e scarponi, si in¬ 
terrompe per dire : sciocca sei, se ecc. (v. 9), è chiaro che ha no¬ 
tato in lei un movimento o un atteggiamento di diniego. Quando, 
cominciato l’elenco dei nuovi doni, con un trapasso brusco e 
apparentemente ingiustificato, s’interrompe ed osserva : « tu lì 
« hai torto » £v. 34), mentre la donna non ha soggiunta una sola 
parola, è chiaro che ha notato un altro significativo gesto di 
rifiuto. 

Tali costatazioni, di reticenze, di artifizi, di accortezze, oltre 
a giovare non poco a chiarire l’oscura canzone, ci premuniscono 
contro la facile illusione ch’essa sia da prendere alla leggera, 
come cosa semplice e rozza, quasi parto di poeta popolaresco, 
mentre è frutto di arte, discutibile quanto si voglia, ma consa¬ 
pevole e matura. Non per nulla arieggia le pastorelle della let¬ 
teratura d’oltr’alpe. 


V. — Corrispondenze e simmetrie. 

9 

Che la nostra canzone sia frutto d’arte vigile e matura indu¬ 
cono a credere anche certe curiose corrispondenze e simmetrie 
che vi si scoprono assai facilmente. 

Intanto è un fatto che tra le forme congeneri (il monologo 
semplice, il dialogo a strofa per strofa, il dialogo, o monologo, 
seguito da una risposta) questa, mista di dialogo e di narrazione, 
con intervento, vero o supposto, del poeta, è la forma più com¬ 
piuta, certo la più semplice e chiara. 

Narrazione e dialogo non si prolungano mai oltre la strofe : 
col periodo metrico si conchiude il periodo logico e dialogico, 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


273 


come nel Contrasto di Cielo, nella canzone a dialogo di Ciacco 
dell’Anguillaia e in altri non pochi. 

I 50 versi della canzone sono cosi ripartiti : 16 narrativi 
(4 4-4 = 8; 8 = 16), e 34 dialogati: di questi, 22 in bocca 
della donna (e cioè 10 J-6-|-4-|-2 = 22), e 12 dell’uomo 
(e cioè 6 -f- 6 = 12). 

La piccola statistica rende necessarie alcune costatazioni : i 
versi narrativi sono divisi in tre gruppi, due di quattro ciascuno, 
e uno di otto, in modo che il numero di versi del terzo gruppo 
è uguale alla somma degli altri due. I versi in bocca del maschio 
sono raccolti in due gruppi, di egual numero, quasi ad attestare 
che egli non si esalta, ma conserva, almeno intenzionalmente, • 
la padronanza dei suoi atti ; quelli in bocca della femmina, oltre 
essere assai più numerosi (quasi il doppio), si assottigliano, a 
mano a mano che il dialogo procede e la catastrofe si avvicina: 
da 10 scendono a 6, indi a 4, per ridursi a 2, a fatto compiuto. 
La prima parlata è una vera chiacchierata inconcludente, di 
donnetta pretensiosa e loquace ; la seconda, vivace e risoluta in 
principio, si fa poi condizionata e remissiva ; la terza tenta 
giustificare la resa a discrezione, con qualche cautela; la quarta, 
di soli due versi, è una specie di scusa e di... plauso al sedut¬ 
tore. Si direbbe che il progressivo acuirsi della passione, sia 
sensuale, sia di mero guadagno, diminuisca via via la loquacità 

della femmina; ed è certo che nella strofe quarta il ritmo si 

# 

accelera per precipitare nell’ultima, dove, col passaggio rapido 
da un soggetto all’altro, e a via di sottintesi, si adombra l’ul- 
timo atto della scena, e la conclusione veramente umoristica e 
bizzarra. 

« • 

Tutto ciò è casuale? V’ha .ragione di dubitarne. Si notano, 
infatti, nella canzone altre corrispondenze, ripetizioni e simmetrie 
non meno curiose e osservabili. 

II seduttore offre alla giovane, prima, tre oggetti di vestiario: 
trecciole, cinta, scarponi ; poi altri tre doni, che questa volta 
sono frutti campestri: fichi, more, labrusca o altro frutto o 
altra pianta colorante (colori). 

Giornale »tor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 19 - 81 ). 18 


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274 


0. CROCION’I 


Cosi nella prima, come nella seconda parlata, il seduttore si 
interrompe, a un certo punto, e l'interruzione o sospensione, 
che noi indichiamo con dei puntini, ha, nei due casi, lo stesso 
motivo: un gesto, non registrato, di diniego da parte della 
donna. Anche la ripresa ha, nei due casi, la stessa intonazione: 


soca i, e mal fai clic... 
tu Ut à’ torte, se... 


(v. 9) 
(v. 34) 


Cosi nell’una come nell’altra parlata egli pronuncia un se 


augurativo : 


8e mi viva mai... 


Se Dio mi lasci passare a lo elenchi... 


(v. 8) 
(v. 35) 


e anche un altro se (vv. 7 e 31), ma di natura condizionale. 
Tanto che, a guardar bene, la seconda parlata pare uno svi¬ 
luppo e quasi una ripetizione della prima. 

Tutte queste concordanze e corrispondenze in soli 12 versi ! 
Accorgimenti non dissimili si rilevano nelle parlate della 
donna. Nella prima e nella seconda si notano subito due versi 


che direi omologhi : 


o tu semplo, milenso, inainone 
o tu cretto, dogliuto, crepato ; 


(v. 20) 
(v. 25) 


i quali due versi non si corrispondono solo per l’analoga com¬ 
posizione di tre aggettivi, ma anche per la distribuzione logica 
dei concetti dagli aggettivi stessi significati : in prima sede Pat¬ 
teggiamento, dirò cosi, deH’intelligenza o del pensiero : semplo 


e eretto , come che questo sia da interpetrare; in seconda sede, 
la disposizione della persona nel momento della scena : dogliuto 
dolente, milenso ; in terza sede, un difetto del corpo: crepato 
ernioso e mammone, cioè con aspetto di scimmiotto (1). 


(1) Rambaldo di Vaqueiras si lascia ingiuriare con 
logo: sozo, moto, cacainulo, cioè laido, pazzo, calvo. 


un verso del tutto ana 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


275 


Mentre nel verso 29 essa ha (letto sciona al corteggiatore 
incalzante, nel verso 49 al seduttore trionfante dice : 

mai fai com’orno iscionito. (v. 49) 

Come il seduttore, a vincer la punga, aveva tentato di suscitare 
nella femmina il basso istinto della rivalità, minacciando di pre¬ 
ferire, se ella non lo secondasse, 

la fantilla di Ciencio Guidoni, (v. 10) 


una giovinetta, forse già da lui sedotta, o almeno corteggiata, 
cosi la femmina, con tratto analogo, ancorché più grossolano e 
volgare, nel momento stesso della resa, si prende il gusto di 
schernire Pirino, il suo ganzo, forse, troppo ingenuo e riguar¬ 
doso, e gode del torto che si accinge a fargli con la sua infe¬ 
deltà : 

. ne sia Pirino rusto (1). (v. 39) 

Simmetrie, corrispondenze, richiami e ripetizioni così evidenti 
in un breve componimento potrebbero parere casuali, se fossero 
meno numerosi, e se Dante, che di simili accorgimenti era 
maestro e donno, e li prediligeva come la squisitezza dell’arte, 
non avesse avuto cura di avvertirci che la canzone (supposto 
che a questa egli accenni) è, si noti bene, vede atque perfecte 
ligaia , con le quali parole si può credere alludesse, non tanto 
alla regolarità metrica, quanto ai rilevati collegamenti. È ben 
noto, del resto, agli studiosi, pur prescindendo dall’osservazione 
di Dante, non superiore ad ogni dubbio, come vedremo, che fatti 
consimili si riscontrano, sebbene in più scarsa misura, nel con¬ 
trasto di Cielo (2) e in altri componimenti antichi (3); ed è 


(1) Cfr. § VII. 

(2) Cfr. Caix, Op. cit. } pp. 497 sgg.; D’Ovidio. Il contrasto di ('ielo 
Dàlcamo, nel voi. Versificazione italiana e arte poetica medioevale, Milano, 
Hoepli, 1910, pp. 589 Bgg. 

(3) Basti ricordare la Divina Commedia, il Dottrinale di Jacopo Alighieri 
cfr. la mia ed., pp. 21-25\ alcune rime di Binde Bonichi. ecc. eco. 



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276 


G. CR0C10SI 


non meno chiaro clic essi rivelano uno studio, un’accortezza, un 
amore del ricercato, una raffinatezza di analisi psicologica, che 
svelano immediatamente uno scrittore di scuola, esperto nelle 
sottigliezze, scaltrito nelle raffinatezze dell’arte, di quell’arte che 
prevalse nel periodo guittoniano e provenzaleggiante, fino al 
trionfo del dolce stil nuovo, e che neppure le scorie del dialetto 
riescono ad occultare del tutto. 


VI. — Alcune considerazioni particolari. 


Una siffatta conclusione, se giusta, ci da il diritto di preten¬ 
dere nella canzone il rispetto della logica più rigorosa: il senso 
d’una strofa risponderà a quello di un’altra, il senso dell’ultima, 
in cui la scena è conchiusa, a quello della prima, in cui la scena 
s’inizia. 

Dice nella prima il poeta: 


Se co meco ti dai ne la caba; 


(v. 7) 


dice nell’ultima : 


a l’aborito ne gio a l’aterato, 


(v. 41) 


dove la donna gli si concesse. L'a fe-rato, dunque, dovrebbe ri¬ 
spondere alla cairn. Se caba, concio penso, altro non vale che 
‘ cava ’, cioè buca o affondata nel terreno, o aperta sul fianco 
d’una rupe, d’uno scoglio, o qualche cosa di simile, si conferme¬ 
rebbe una mia vecchia ipotesi, per la quale i primi versi del¬ 
l’ultima strofe avrebbero significato metaforico e ironico: at¬ 
terrato varrebbe una cava o altro simile, le cui pareti sono, 
naturalmente, di terra ; alvato senza follerà , verrebbe a dire, 
comicamente, che la cava era bene imbiancata e non annerita 
dalla fuliggine (come avviene invece nei miseri tuguri detti 
atterrati) (t) ; il battisaco , dato c non concesso che significhi 


(1) Ma si vedano le note all’ultima stanza della canz. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


277 


lenzuolo, sarebbe stato ben lavato, mentre non c’era affatto. 
E così via. 

Se non che noi abbiamo dimostrato che la scena si svolge 
cammin facendo : dice, infatti, la donna che il cavaliere tanto 

l'ha sucotata, onde non parrebbe che al conchiudersi della sce- 

♦ 

netta fosse ancora lì, a due passi, la cava, nella quale il sedut¬ 
tore aveva invitata la donnetta a concedersi sul principio della 

scena. Ma lasciando stare la non improbabile spiegazione irò- 

✓ 


nica, io sono sempre di parere, che la conclusione della scena 
non fosse rimandata ad altro tempo, come altri han creduto, ma 
avesse luogo immediatamente : a Vaborito, secondo me, significa 
appunto ‘ lì per li ’, e n,on ‘ al buio ’, ‘ alla sera Mi conferma 
.nella mia vecchia interpetrazione la tradizione delle pastorelle, 
nelle quali alla conclusione realistica e naturale si arriva d’un 
tratto, senza sgradevoli rinvìi, tanto che il Caix potè scrivere 
che molte volte l’avventura si risolveva in un veni, vidi, vici. 
Proprio come nel caso nostro. 

Sarebbe, d’altronde, assai poco verosimile, a meno che non 
si tratti di intenzione comica, che, dopo il concitato dialogo 
passionale, la scenetta fosse troncata sul più bello, e rinviata a 
miglior tempo. E risibili apparirebbero i due vv. 49-50, ultimi 
del dialogo, messi in bocca alla donna, se tra essi e le altre 
parti della parlata si dovesse interporre un certo spazio di 
tempo, foss’anche di poche ore. No no: dialogo e scena, pro¬ 
posta, ripulsa, arresa e... marcia finale si susseguono rapide e 
immediate, senza interruzione di sorta e non ostante la fame 
degli sterratori in attesa del cibo. Che l 'atterrato, poi, corri¬ 
sponda a la caba, c non corrisponda, che una caba qualunque 
o un qualunque aterato fosse occulto talamo alla amorosa 
coppia, importa assai poco. Il fatto è che la canzone compendia 
un dramma, e il dramma, sia pure da ridere, si chiude con la 
catastrofe immediata. 



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278 


0. OKUCIONI 


VII. - Attori e persone nominate. 


Noi nostro ooinponimonto. elio tiene un po’ del drammatico, 
due sono gli attori, tre lo persone nominate; una sesta persona 
vi è solamente adombrata. 

I duo attori si lasciano abbastanza bone individuare. Badando 
alla lunga tradizione dolio pastorelle, egli, il protagonista, do- 
vrebb’essore un nobile, un cavaliere autentico, e lei, la deute¬ 
ragonista, una pastorella, una forosetta. Ma nel caso nostro le 
coso stanno diversamento. 

Egli ha l’aria o il faro di un contadinotto, che non fastidisce 
rumile dialetto, non il linguaggio triviale, che tollera le invet¬ 
tive insolenti e tino le percosso di una villana, che offre regali 
da contadino a contadina (scarponi, more, profichi, cec.), e men¬ 
dica favori da una donnaccola, spudorata, sguaiata e audace (t). 

Ella non è più, dunque, la forosetta più o mono ingenua, in¬ 
namorata del garzone che le è compagno nei campi, non la 
pastorella ingannata o sedotta alla svelta da un cavaliere elio 
l’ha sorpresa a caso noi boschi. E tutt’altro: è una fantesca, 
incaricata di portare il vitto agli sterratori; è una sfrontata 
baldracca, usa ai peccati d'amore (2), capace, dopo il segreto 
godimento, di istituire un confronto tra le specifiche attitudini 
dei diversi proci, e di proclamare l’ultimo, il pseudo-cavaliere, 
maestro nella sua arte ! La resistenza che oppone, in sulle prime, 


(1) Si dovrebbe supporre clic sotto le vesti del protagonista non si nasconda 
l’autore, il poeta, abbassatosi a cosi magra parte, ma si sa che alti personaggi, 
principi e duchi, non sdegnarono a volte fantasie molto grossolane (ad es., 
Guglielmo di Poitiers, Pei re Vaiai, ecc.). Identificare l’autore col redattore è 
possibile, forse è anche probabile, ma non è necessario nè prudente. 

(2) A conclusione analoga giunge il Siccardi (Chi è la « rosa fresca » di 
Cielo d'Alcamo?, in N. AntoL, an. 1917, pp. 348-372) per la protagonista 
del famoso contrasto di Ci<do ; ed era giunto, prima di lui, il P’Ovidio ncl- 
YOp. cit. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 279 ' 

è meramente formale, ostentata solo per tener alte le carte e 
vendere al miglior prezzo la propria merce : proprio come la 
• donna di Cielo ! 

Teniamo bene a mente questa palese infrazione alle leggi 
secolari della pastorella. 

Tre, abbiamo detto, sono state sempre credute le persone no¬ 
minate : Cadonto, Cencio Guidoni, Pirino Rusto; ma il Camilli, 
seguito dall’Egidi, le riduce a due, tramutando il nome del primo, 
Cadonto, in una locuzione avverbiale: c' ad onto meo , c' ad onta 
mia. Lasciando - stare che di onto per onta non si conosce 
alcun esempio (nè riesce facile supporre un errore, avendosi, a 
riprova, l’aggettivo maschile meo) ; lasciando. stare che, con 
questa interpetrazione, il verbo à comannato rimarrebbe senza 
soggetto ; se è vero, come ho sopra affermato, che col periodo 

t 

metrico è sempre conchiuso, nella nostra canzone, anche il pe¬ 
riodo logico e dialogico (e non credo se ne possa più dubitare); 
se la spiegazione che io do de’ w. 9-10 appare agli altri, come 
a me, incontrovertibile, all’ipotesi del Camilli viene a mancare 
la base. Forse egli fu indotto a dubitare che Cadonto fosse nome 
proprio per la incertezza della grafia (il codice può autorizzare 
a leggere Cadonto, Candonto, Cadétto e Condottò) (1), per la 
oscurità etimologica ed anche - per la forma strana ed insolita 
del vocabolo. Senonchè le carte fermane e fìastrensi ci offrono 
esempi numerosissimi di nomi non meno insoliti nè meno strambi 
di Cadonto, quali Macocco, Bacocco, Bancuzio, Birotto, Gabriotto, 
Bosedro, Bondamando, Comanato (2), Floradotto, Adammitto, Ba- 


(1) Nel cod. si legge bando ulto, uva il primo n è espunto, ónde rimarrebbe 
kadontto ; considerando che verrebbe a trovarsi davanti a doppio t, e che nel 
cod. non è registrato, ma segnato coll’abbreviatura, il secondo n potrebbe 
anche essere fittizio, nel qual caso si avrebbe brulotto, o, ripristinando il 
primo n, kandotto. 

(2) Per questi nomi si vedano le pp. 370,377,383,446,457,471, 544, ecc. 
dei Refi està firmano, pubbl. nei Documenti di storia italiana, a cura della 
R. Dep. di st. patr. per le prov. di Toscana, Umbria e Marche, tomo IV, 
Firenze, Cellini, 1870. 


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280 


G. CROCIONI 


robco, Magalotto, ecc., ecc. (1). Tra questi ed altri, molti dei 
quali di origine teutonica, il nostro Cadonto o Cadotto non è dei 
più singolari e inverosimili, e può tornare, con tutta certezza, 
quale nome proprio, in principio del v. Il, dove il senso lo ri¬ 
chiama e lo esige. 

Qualora Cadonto fosso, non una semplice locuzione, ma una 
persona reale, secondo il Camilli, dovrebbe essere l’amante della 
fanciulla, attrice della minuscola scena, lo la intendo diversa- 
mente : l’uomo che le comanda di andare alle Fole, di portare 
1 cibo agli sco t itovi, il trofl'o, le gote, gli scatoni e la far fiala, 
che Tavverte di non dimenticare nulla del necessario, eviden¬ 
temente per non scontentarli, non si presenta quale un amante, 
ma piuttosto e più probabilmente come un padrone. E nem¬ 
meno penso possa essere il genitore, nel qual caso essa avrebbe 

% 

detto ‘ mio padre ’, e non lo avrebbe indicato, come invece lui 
fatto, col nome o col cognome. Potrebbe, invece, essere il ma¬ 
rito (contrariamente alla secolare tradizione delle pastorelle), 
proprio per il modo come lo indica, ‘ Cadonto meo ’, che corri¬ 
sponde all’uso delle donne del popolo, di chiamare il loro ma- 
rito col cognome, anziché col nome (2). 

Dell’altra persona nominata, Cencio Guidoni, possiamo dire 
soltanto che a lui apparteneva in qualche modo, ma non sap¬ 
piamo in qual modo, una fan ti Ila — oggi si direbbe fanlèlla — 
amata, forse sedotta, o almeno corteggiata e vagheggiata dal 
protagonista della canzone. Poiché fan tòlta vale ragazza e figlia, 
si rimane incerti, se Cencio Guidoni sia da reputare il padre 
o il padrone. Con maggiore probabilità si può ritenere che il 
Guidoni (cognome del quale sono piene le carte antiche della 


(1) Per questi vedansi, alle pp. 240, 306, 307, ecc., Le carte della Ab¬ 
bazia di- Chiaravalle di Fiastra, pubbl. dalla K. Dep. di st. patr. per le 
Marche, Ancona, 1908, voi. I. 

(2) Se quest’ultima ipotesi si confermasse vera, si aggiungerebbe un nuovo 
e notevole elemento comico a quelli che sono lumeggiati nel § XIV. 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 281 

regione) (1) sia persona reale, non imaginaria, come si verifica 
spesso nella lunga tradizione della pastorella. Ciò vuol essere 
ben ricordato. 

« 

Personaggio più misterioso è Pirino Rusto. Il v. 39 che lo 
comprende suona così : 

vienci ancoi ne sia pirino rusto. • 

Naturalmente il codice lo dà senza alcuna maiuscola; ma gli 
editori lo correggono’, le maiuscole, cosi di Pirino come di 
Rusto, compaiono nel Grion, dileguano nel D’Ancona-Comparetti 
e nel Monaci, riappaiono nel Camilli e nell’Egidi. Sono esse le¬ 
gittime? in altri , termini, Pirino e Rusto sono proprio nome e 

« 

cognome? o nome e soprannome? Ne dovette dubitare il Me¬ 
naci; non ne dubitò invece il Camilli, che per dare al verso 

un senso sodisfacente, lo modificò, già lo dicemmo, cosi: 

# 

vien’ ancoi, né ci sia Pirino Rusto. 

• . 

• Senonchè la modificazione, che consiste nella trasposizione 
del ci, con profonda alterazione del senso, non è necessaria nè 
ammissibile. Se si ricordi l’accennata corrispondenza di questo 
verso con i vv. 9-10 (2), se si badi che il senso derivante dalla 
trasposizione del Camilli sarebbe ingenuo e superfluo, si sente 
il bisogno di tornare alla lezione del testo del codice. Ed invero, 
la mala femmina con quel verso ha inteso schernire Pirino, suo 
vagheggino o suo ganzo, ha inteso di dire al seduttore, nel mo¬ 
mento stesso della resa: vienci ormai: ne sia scottato Pirino. 
Il tratto è maligno e volgare, ma non disdice punto alla figura 
morale della donnaccola, nè alla tradizione della pastorella fran¬ 
cese, cui questa nostra, in ultima analisi, si ricollega (3). 


(1) Di ‘Cenci’ nei documenti fermani ce n’è un numero grande (pp. 308, 
335, 364, 384 ed anche 271, ecc.), anche in funzione cognominale; e ancor 
più nelle carte di Fiastra, come si può vedere nelle pp. 101, 110, 112, 120, 
184, ecc. 

(2) Cfr. il § V. 

(3) Cfr. le note al § XII. 


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282 


G. CHOC IONI 


Nella pastorella oltramontana Pernii, personaggio tradizio¬ 
nale, quasi indispensabile, fa assai frequenti comparse: ora è 
chiamato in aiuto dalla villanella contro le insidie del sedut¬ 
tore (I), ora è imbrancato con altri giovinetti suoi compagni (2), 
ora è schernito dalla pastorella, mentre viene rapita sul cavallo 
deH’amante (8), ora adempie altra funzione consimile. Perrin, 
insomma, è ingrediente usitatissimo indie pastorelle; come ci¬ 
tatissimo è lo scherno sarcastico della sedotta all’amico lontano, 
proprio mentre si concede alle brame del seduttore. Dice in una 
pastorella la donna, subito dopo il godimento: 

Robins trop demore (4); 

dice in un'altra il cavaliere: 

Robin ait trop demorcit 
a la belle reveoir (5). 

Muta il nome (Robin, altro garzoncello spesso nominato nelle 
pastorelle), ma il concetto è quello stesso della nostra canzone : 
un sarcastico scherno contro il giovinetto amante. Pirino, in¬ 
somma, non è persona reale; è, invece, il personaggio tradizio¬ 
nale della pastorella francese, l’amante gabbato e deriso (6). 
La stessa forma, P trino (con la riduzione a r del nesso ir, con 
17 protonico), e la mancanza d’ogni altro esemplare nei tanti 
documenti da me compulsati, fanno sospettare della sua prove¬ 
nienza forastiera, confermata dalla corrispondenza del perso- 
naggio e della funzione. 


(1) Per le citazioni delle pastorelle rimando sempre alla nota raccolta di 
K. Raktsch, Aìtfranzoainche Romanziti unii PnstoreUen, Leipzig, 1870 ; 
li, 89, 40, ecc. 

(2) Ivi, II, past. 6 e 77. 

% 

(8) Ivi, II, 12. E quasi superfluo ricordare clic Perrin compare in moltis¬ 
sime altre pastorelle. 

(4) Ivi, II, 14. 

(5) Ivi, II, 11. 

(6) In una pastorella (II, 58) è dalla giovane detto appunto suo amante : 
« Perrin, mon amant ». 


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UNA OANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 283 

Nè, d’altronde, io mancai di ricercare nei documenti il sup¬ 
posto cognome Rusti o Rusto ; ma lo cercai invano: incontrai, 
bensì, Rustici, Rusci, Rupsi e simili, non mai Rusto o Rusti (1), 
che, essendo in sede di rima, non consente dubbi troppo gravi 

sulla sua esatta trascrizione (2). 

« 

Che sarà mai, allora, Rusto, se non è cognome o soprannome ? 
Null’altro che il participio contratto del verbo ‘ rostire ’, tocco 
dalla metafonesi, come si vedrà nelle note. Onde il senso del 
verso scorre piano e chiaro: vienci ormai; ne sia scottato Ri- 
rino. E piano ritorna il testo del codice, cosi coni’ è : 

Vienci ancoi; ne sia Pirino rusto. 

Cosi l’incompreso e incomprensibile cognome Rusto dilegua 
dalla vecchia pastorella, proprio come dileguò dal Ritmo cas- 
sìnese quel da Benitiu , che altro non era se non un innocente 
d'ab enitiu , e aveva tenuti in iscacco i critici più dotti e auto¬ 
revoli. La critica rende, a volte, di questi servigi al Yignoranza, 
alla sbadataggine degli antichi copisti, riabilitandoli al cospetto 
dei saggi ! 


Vili. — In quale stagione è fìnta la scena. 

La nostra canzone, tanto vituperata, a differenza di molte altre, 
porta in se i contrassegni della sua identità personale, e si 
lascia localizzare, nel tempo e nello spazio, assai meglio che non 


(1) Ho incontrati molti Rustici nei Reg. fimi. (pp. 307,496, 514, 542, ecc.) 
e nelle carte fiastrensi (pp. 32,33, 39,104,135,149,151,164, 184,307, ecc.); 
in queste trovai anche un Petrus Rupsi (p. 245), un Jan Rusi (p. 147); 
come un Actolinus Johannis Rusci trovai in un doc. di Matelica (an. 1231, 
p. 70, delle Pergamene di Matelica, regesto pubbl. da G. Grimaldi, voi. I, 

Ancona, 1915, a cura della R. Dep. di st. patr. per le Marche); ma non mai 

% 

Rusti o Rusto. 

(2) Se non un dubbio, un’ipotesi può affacciarsi, come si può vedere nella 
nota al v. 48. 


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284 


il. CIMICIOSI 


si osasse sperare: nomi di persone e di luoghi, vocaboli dialet¬ 
tali e di gergo, singolarità di concordanze e di riscontri offrono 
le chiavi a plausibili deduzioni. 

Chi abbia qualche dimestichezza con le pastorelle oltramon¬ 
tane ricorda che la scena in esse attediata di solito si svolgeva 
in primavera; india nostra, invece, indizi diversi fanno ritenere 
che avesse luogo in autunno e più precisamente in settembre, 
come intravvide il Camilli. 

Dagli Atti doH’inchiesta agraria (I) egli ricava che lo .scote, 
cioè il dissodare o sterpare (gli .scoiitori nel v. 14), si fa nel 
settembre; e nel settembre maturano i prò (lei (v. 32), offerti 
insieme con le more, che fruttificano nello stesso mese. Ma ve¬ 
ramente l'azione degli scotitoio' può essere compiuta in vari 
tempi dell’anno, e i profichi, e più specialmente le monche, 
non sono propri esclusivamente del solo mese di settembre. 

In questo mese, osserva l’Kgidi, aveva luogo a Fermo la grande 
fiera di S. Martino, « nella quale si facevano tutti gli acquisti »; 
donde un altro indizio in favore del detto mese. Ma non pare 
assolutamente necessario supporre prossima la fiera per giustifi¬ 
care l’offerta che il seduttore fa di una cinta samartinu (v. 6). 
giacche cinto siffatte, ammesso pure che fossero indigene, non 
solo potevano trovarsi in vendita in ogni stagione, ma, una volta 
acquistate, potevano essere offerte in qualunque momento. 

Ancorché non risolutivi, siffatti indizi avvicinano assai a una 

* 

conclusione sicura. C'è, per buona fortuna, nella canzone un 
altro indizio, e vorrei diro una prova, che, se io non m’inganno, 
persuado essere la scena stata finta in autunno. Nel verso 30, 
infatti, si nomina, come ultimo dono, il colore , cioè probabil¬ 
mente l’abrostine o la labrusca, se io bene interpetro (2), che 
matura appunto in quella stagione. Vero è che la mia interpe- 
trazione del v. 30 

giungerotti colori in tra lici 


(1) Inchiesta off varia. Atti della Giunta. Polita, Porxani, 1884, voi. XI, P. 2. 

(2) Ma cfr. ». al v. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


285 


(nel quale più d’uno aveva creduto di ravvisare un dono di 
tralicci colorati , mentre in tra lici non è che una locuzione 
avverbiale di luogo!) non può dirsi sicurissima, ma è anche 

vero che di ritenerla esatta abbiamo una valida ragione. Si è 

« 

rilevato, qui sopra, come la canzone sia un curioso incrocio di 

* 

corrispondenze e di simmetrie: orbene, come nella strofe pre¬ 
cedente il seduttore ha offerti tre oggetti di vestiario ( treccioli , 
cinta, scarponi ), così in questa, che ne è una ripetizione, offre 
tre specie di prodotti campestri ( profici , morici, colori). Quan¬ 
d’anche colore non stesse per labrusca (la quale effettivamente 
nelle Marche prospera qua e là lungo i fossi e i fiumi, ed è 
usata a colorare), starebbe, io penso, per qualche altro frutto, 
usato come materia colorante e sarebbe opportunamente nomi¬ 
nato vicino alle moriche, buone per far bianchi i elenchi; e 
i frutti silvestri, si sa, maturano generalmente in autunno. Tanto 

che lo svolgimento della scena finto in autunno appare estre- 

% 

mamente probabile. 

Anche questo cambio di stagione, autunno in luogo di prima¬ 
vera, che non sembra casuale, merita d’essere ricordato. 


IX. — In che luogo. 


Piu che la stagione importerebbe determinare il luogo della 
scena. 



effigiano, secondo la comune opinione, nel fermano, forse tra il 
Tenna e il Chienti,. certo lungo un fiume (come indicano le 
rote, v. 12), che pare sia il Tenna, e non molto lontano dal 
Chienti (v. 35), al quale il protagonista si augura di poter pas- 
sare, per riportarne il colore da regalare alla giovane. A si¬ 
mile induzione incuorano, oltre i dati prettamente geografici 
che la canzone ci offre, cosi i fenomeni fonetici e morfologici, 
come il lessico e il nome stesso dell’autore. 


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286 


0. CROCIONI 


La interessante questione sarebbe tosto e indubitabilmente 
risolta, se ci fosse* dato identificare quel Ondo Guidoni, persona 
reale», che è nominata nel verse» 10, e», ancor meglio, quel miste¬ 
rioso Cascioli. che» ci si fa innanzi sino dal primo verso, e par 
proprio indicare il punto preciso della scena. 

Cencio è riduzione» eli ‘ Vincenzo cosi comune e freejuente 
oggi e in passato nelle Marche, da rendersi superflua ogni pa¬ 
rola in proposito ( I). Di Cenci negli antichi documenti marchi¬ 
giani e più specialmente in quelli fermani se ne incontra un 
numero grandissimo: e* altrettanti e più nelle carte fiastrensi (2). 
Avvenne, anzi, <» spesso, che 4 Cencio ’ diventasse cognome, come 
era naturale che avvenisse. Tanto che si può asserire, senza 
tema d’errore, che ‘Cencio’ non solo è consentito dalla parlata 
marchigiana, ma vi è largamente documentato. 

Altrettanto deve dirsi di ‘ Guidoni ’. Gioverà innanzi tutto 
ricordare che nella provincia di Ascoli (circondario di Fermo) 
un comune si denomina ancora Monte Vidon Combatte, ove 
non è dubbio che Vidon stia per Guirfon, come attestano con¬ 
cordi i documenti e le stampe. E di * Guidoni ’ s’incontra una 
fitta schiera nei documenti così fermani, come fiastrensi, mate- 
licesi. ecc. (3). 


(1) Anzi sul nome ‘ Cèncio ’ s’impernia una nota filastrocca popolare: 

Cèncio da la Cioncia 
Pesava ’na libbra e ’n’ùncia, 

A ’n’oncia *n ci ariava 
K Cèncio se stirava. 


(21 V. la n. 1 a p. 281. 

(8) In quelli fermani, un Domini Guidonis del 907 (p. 297), un Acto 
filio Guidoni del 1095 (p, 806), un Uguiecio de Guidone del 1208 (p. 886), 
e più specialmente Bona gratin Detri Guidoni del 1282 (p. 868), un mansum 
Guidoni a de questi del 1282 (p. 865), un domini Guidonis notano del 1255 
(p. 418) e un liainobli domini Guidonis del 1244 (p. 884). Nei documenti 
fiastrensi un Rainaldo Guidoni del 1165 (pp. 100, 109), un D. Guidone 
del 1169 (p* 117), un Rainaldus Ugolini Guidoni (p. 808), un Petrus Gui¬ 
donis del 1196 (p. 316), ecc. Nei documenti matelicesi, Aìbrici Guidonis 
(p. 33), Actolinus Actonis Guidonis (p. 37), Crescendo Guidonis { p. 39), ecc. 


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DNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


287 


Quantunque non ci sia riuscito di rintracciarvi un ‘ Cencio ’ 
nè un ‘ Vincenzo Guidoni pure il numero grande di ‘ Cenci ’ 
e di ‘ Guidoni ’ ci autorizza a conchiudere che quello nominato 
dal poeta fu persona reale e proprio di quei paesi ai quali per 
molti altri indizi la nostra canzone si lascia ricondurre. 


Ed ora guardiamo il più attentamente possibile e analizziamo 
quel Cascioli, che potrebbe essere la chiave di volta di varie 
questioni. 

Che cosa significa, innanzi tutto, una formana ... da Cosciotti 

Ammesso che formana valga fermano, nè v’ha seria ra¬ 
gione di dubitarne, l’aggettivo si riferisce alla città di Fermo 
o- al suo territorio ? Se si dovesse riferire alla città, non si ve¬ 
drebbe quale significato attribuire alla forinola, dato che Cascioli 
rimanga nome di luogo, poiché la nostra attrice non poteva es¬ 
sere al tempo stesso abitante di Fermo e di Cascioli. Formana , 
pertanto, si dovrà riferire al territorio, alla Marca fermano ; e 
l’espressione potrà valere, a un dipresso, come romano di Tivoli 
o di Frascati, napolitano di Pompei o di Sorrento, e simili. 

Se così è, come appare verisimile, sembrerebbe ragionevole 
supporre che lo scrittore, il probabile protagonista della can¬ 
zone, non fosse fermano, non appartenesse, cioè, alla Marca fer¬ 
mami, cui apparteneva la deuteragonista (1). La scena, pertanto, 
dovrebbe essersi verificata in un territorio di confine, dove sa- 

t 

rebbe da ricercare il vocabolo di Cascioli , se è proprio nome 
locativo, e se rispecchia esattamente il vocabolo vero e origi¬ 


nario, indicato dall’autore della canzone ; se, 


cioè, non siavi in¬ 


corso alcun errore di trascrizione. 


Ma Cascioli , questo misterioso Cascioli, ostinatamente ribelle 
a ogni più diligente ricerca, ignoto cosi agli studiosi, come agli 
abitanti dei luoghi dove dovremmo supporlo, non confermato 
da documenti, non registrato nei dizionari, privo di qualsiasi 
corrispondenza con alcun altro vocabolo di luogo vivente cono- 


(1) Non sarebbe caso nuovo, fiacche nel contrasto ili Cielo (v. 112) ramante 
confessa: « istrano mi son, carama, enfra està bona jenti ». 


X 


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288 


G. CK0C10NI 


scinto, elio non dà nonio ad alcun coinuno, ad alcuna frazione 
d'Italia, nò nella forma Cascioli o Casio/i, nò in quella di Co.s- 
sioli ; questo Caprioli sarà proprio un nome di luogo ? La lo¬ 
cuzione fornì ami... da Caprioli non potrebbe avere tutt’altro 
significato ? Non potrebbe (‘asciali stare iu luogo di casciole 
(i vocaboli in rima con questo si lascierebbero ripristinare o 
ridurre con la maggiore naturalezza, anzi col più lusinghiero 
accordo, poiché nel marchigiano si dice trerciole e pignole, an¬ 
ziché trecciali o pignoli), in modo che la locuzione sonasse 
come un cortese complimento (che altrimenti nella canzone 
mancherebbe del tutto) del cavaliere alla dama? Tornano subito 

é 

in mente reminiscenze di canti popolari marchigiani, dove la 
casciùla , il formaggette dal color bianco eburneo, fa da termine 
di paragone: il verso: 

La carne bianca cornino le capriòle (1) 


che non riesco a rintracciare nei libri, e il verso di Baldassarre 
Olimpo, negli strambotti del Linguaccia in laude di una pa¬ 
storella : 

0 pastorella bianca più che ’l cascio (2). 


Potrebbe la frase formano da cosciale significare anche donna 
che lavori formaggi ; nò le mancherebbe un certo sapore co¬ 
mico o sarcastico, consono alla intonazione generale della can¬ 
zone (3). Confesso, però, immediatamente che queste ipotesi non 
mi contentano; onde torno alla vecchia supposizione che si 
tratti di nome di luogo o di cognome, che varrebbe press’a 
poco lo stesso. 


(1) Questo verso.se esattamente lo ricordo, è iu un canto popolare marchi¬ 
giano, che però non m’è riuscito di rintracciare. 

(2) Si può leggere nelle mie Marche , p. 150. 

(3) « E mio pensiero, mi scrive ora il conte Semproni, che istintivamente 
« ritengo conforme al vero, il nome di Cascioli non altro significare che quel 
« gruppo di casette... sito in territorio di S. Elpidio a mare, poco lungi'dal 
« Castellano... Questo gruppetto di case è ora chiamato le cascinare, che poi 
< ha eziandio un nesso con Cascioli sensibilissimo >. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


289 


Nei dialetti marchigiani la locuzione da Cascioli , oltre indi¬ 
care la patria, ,la provenienza di una persona, può significare 
‘ presso ’, ‘ vicino ’, quando preceda un cognome, un nome di fa¬ 
miglia, clic, specialmente in aperta campagna, passa subito a 
indicare anche il luogo ove la famiglia risiede e dimora. Se 
Cascioli fosse davvero un cognome, la locuzione da Cascioli si 
riferirebbe a iscoppai, e il verso verrebbe a dire : presso il 
luogo ove abita la famiglia Cascioli iscoppai una formano. 

Questa interpetrazione si presenta assai più seducente che a 
prima giunta non sembri, ma urta contro uno scoglio formida¬ 
bile, poiché i documenti marchigiani di quella plaga non presen¬ 
tano una sola volta un cognome che possa ridursi a Cascioli 
(non Casioli, non Cassioli , non Cascioli , non Cassatoli, non 
Capsioli , non Caxioli, ecc. ecc.). 

Eppure la famiglia Cascioli esiste oggi e dura fino dal sec. XIII. 
Un ramo di essa, fiorente in Cagli, occupava la carica eredi¬ 
taria di primo falconiere della Corte di Spagna (1); il beato 
Andrea Cascioli, da Spello, fu uno dei primi compagni di S. Fran¬ 
cesco, e a lui carissimo; altri Cascioli trovansi in Roma, sino 
dal sec. XIII; di altri si ha notizia in Firenze e altrove (2). 
Onde la ipotesi che Cascioli sia effettivamente cognome non è 
da scartare, senza averla prima bene vagliata e ponderata. In 
mancanza di una spiegazione definitiva, si è creduto opportuno 
prospettare anche questa al lettore. 

Pensai anche a un Ca’ Sioli o Ca' Setoli , ma fui trattenuto 
dalla stessa difficoltà, benché non possa escludere in modo as¬ 
soluto che nei documenti s’incontri il nome Sio lo. In conclu¬ 
sione, l’opinione più attendibile é pur sempre che Cascioli sia 
nome di luogo. 


(1) Cfr. il fase. 4 deU’an. I (1921) della riv. 'l'erra italica, dir. dal prof. Er¬ 
cole Scatassa. 

(2) Cosi mi scrive mons. Giuseppe Cascioli, r. Ispettore onorario dei monu¬ 
menti in Roma, cui rende qui vive grazie. 

Giornale etor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 19 - 81 ). 19 


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‘290 


<i. CROCIOSI 


11 Fontanini ( 1 ), il Orion od altri, volendo spiegarsi in qualche 
modo il misterioso vocabolo, elio può dar tanta luce a tutto il 
componimento, pensarono a ('asoli dell'Abruzzo: ma il ravvici¬ 
namento lascia insodisfatti, non tanto perche una ‘formami', cioè 
della città o del territorio di Fermo, è troppo lungi dall’Abruzzo, 
(pianto perchè ( asoli, nome di un comune nella provincia di 
t'hieti e di una frazione india provincia di Teramo (comune di 
Atri), cosi in un caso come neH’altro, suona sdrucciolo e non 
piano: Casali, dunque, non Casali. K il vocabolo, in rima, non 
consente un siffatto ritiro di accento. 

Durante le mio ricerche attraversi» i documenti marchigiani, 
per un momento credetti aver rintracciato il vecchio nome lo¬ 
cale, quando lessi in un atto di sottomissione a Fermo del I2ò2 
i nomi dei castelli Casfif/liaai, Tarris Casalis, et Monti# 
Leoni* (2) ; ma tosto mi disillusero la forma grammaticale 
morfologicamente inammissibile, e il confronto con altri docu¬ 
menti dai quali risulta chiaro trattarsi non di Casalis, ma di 
Casalis (.'{). 

Perduta ormai ogni speranza di rintracciare alcun indizio del 
tormentato ('asciali, come suole avvenire in simili casi, tornai, 
per rassicurarmi, ai pochi codici ove la parola è registrata. — 
Non potrebbe, pensavo, essere incorso un errori», reso più facile 
dall'essere ('asciati nome proprio, indifferente, voglio dire, al 
senso del verso e del periodo? — K laddove nei codici del 
De n*Diari e/at/neniia e nel corpo del cod. vatic. 271KÌ ritrovai 
il tradizionale da rascia/i. nella tavola di quest’ultimo lessi da 
f/aaioli (4). 

La varianti» mi parve importante, anzi rivelatrice. Se è vero, 
infatti, come afferma l’Kgidi (p. xn), il quale studiò il codice 


(1) Eloquenza italiana, j». 227. 

(2) Ilei) e sta finnana , ari. 1242. n. 

p) //■/, p|». 4** i ■•W. 

(4) La tavola, o indico, è a c. 2 1 2 * 4 ' o 


20C», p. 404. 
ila questa lezione : 


Vna fernmuo spoppai ila Gngioli 
gitto ritto si già jii gran... 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


291 


pili acutamente di ogni altro, che l’indice è della mano stessa 
del testo, la lezione dell’indice dovrà avere valore uguale a 
quello del testo, se non anche maggiore, in quanto può rappre¬ 
sentare una correzione. Già la nuova lezione, quando non rap¬ 
presentasse che una variante grafica, di Calcioli, ci indurrebbe 
a riflettere sul doppio suono che può avere nel marchigiano il 
nesso grafico se di Cascioli : dolce come in cascio (caseum), e 
duro come in rosscio (russeu). Il che potrebbe giovare a rin¬ 
tracciare il vocabolo o, almeno, la sua etimologia. 

Ma la variante si presta a ben altre supposizioni. 

Gagioli , infatti, seppure non figuri tra i nomi di luogo delle 
Marche, figura ripetutamente (sotto le forme di Gaggio/o e 
Gaggioli) tra quelli della Toscana (Grosseto) e della Lombardia 
(Como)(i); e, quel che più importa, nelle Marche è cognome 
frequente ( Gaggioli), e risponde alla fonetica marchigiana, che 
dice gaggia invece di gazza , e ne deriva sgaggià , schiamazzare, 
gridare, gaggiàro , gazzaro e simili. Un ipotetico Gaggioli , se 
anche non si ritrovi fra gli odierni nomi di luogo delle Marche, 
lascia speranza di una spiegazione sodisfacente. 

La variante Gagioli può aprire il varco anche a un altro filo 
di luce, in quanto permette che le si avvicini, senza sforzo, il 
vocabolo Gaiole o GagUole, che è il nome di un comune della 
provincia di Macerata, a tramontana di Camerino, fra S. Seve¬ 
rino e Matetica, e anche di una frazione del comune di Pieve 
Torma, a mezzogiorno di Camerino, vicinissima al Chienti. 11 rav¬ 
vicinamento, anziché ostacolato, parrebbe agevolato dalla desi¬ 
nenza -e in vece di -i dei tre vocaboli in rima (Casciol i-] tigno/i- 
trecioli ), poiché, come ho già detto, il marchigiano giustifica 
meglio le prime forine che le seconde, le quali sono veri e propri 
toscanismi. 

Senonché anche questo seducente ravvicinamento dilegua, 


il) ( ’fr. Xuociifsimo dizionario dei comuni e frazioni di comuni del refluo 

% ' $ 

d'Italia, compilato da A. Gnaccoi.ini c A. S hikimmti. Paravia <• C.. 1 i» 1-». 


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292 


O. CROCIOSI 


perchè mi viene concordemente assicurato da persone dei luoghi 
die il uomo del loro paese non è (ìajòle ma Gàjole. 

Sfuma così la fiducia di raggiungere la spiegazione definitiva 
dell 1 introvabile Cascioli, perocché nessun vocabolo del territorio 
fermano può essere identificato con quello. Nessuno, infatti, dei 
nomi dei nove castelli maggiori, nessuno dei diciotto mezzani, 
nessuno dei cinquantatrè minori, sottomessi a Fermo in quel 
secolo e nominati negli Sfatata, ha somiglianza alcuna col vo¬ 
cabolo ‘ Cascioli ’ o ‘ Gagioli ’ (t). Debbo dire di più: alcun voca¬ 
bolo affine non m’è riuscito di incontrare nei documenti fermani, 
non nelle carte topografiche, cosi antiche come moderne, non nei 
cronisti, non negli storici, quali l’Adami (2), il Maggiori (3), 
Fot-tinelli (4), .e neppure nel Ponti (5), il quale, con la diligenza 
e precisione che gli sono consuete, elenca in più luoghi della 
sua opera (6) i paesi da Fermo conquistati o a Fermo sponta¬ 
neamente offertisi (alle pp. 27-28 ne enumera ben 129 soggetti 
alla giurisdizione episcopale fermana nel sec. XI) e mai alcuno 
che con ‘ Cascioli ’ mostri avere la più lontana relazione (7). 
Cosi che la paziente ricerca sul vocabolo Cascioli non ci ha ba¬ 
stantemente giovato a determinare il luogo della scena della 
nostra canzone. Ma forse ha schiuso il varco a più fortunate 
ricerche. 


(1) Si possono vedere elencati alle pp. 33-34 (rubr. 25, 26 e 27) degli 
Statuto. Firmanorum, Firmi, apud Sertoriuin I)e Montibus, an. D. 1589. 

(2) Fr. Adami, De rebus in cioitate Finnana gestis, ltoinae, MDXCI. 

(3) De Firmarne urbis origine... liber, Firmi, MDCCLXXXIX, 

(4) C. Ottinelli, De Firmo, Piceni urbe nobilissima, clogium. 

(5) G. Ponti, Tavole sinottiche di cose più notabili della città di Fermo 
e suo antico stato, Fermo, 1836. 

(6) Pp. 27-28, 37-38, 47, ecc. 

(7) Nel cit. elenco, a p. 28, sotto il numero d’ordine 89, è nominato Pa¬ 
loscio. Che si nasconda qui il nostro Cascioli ? Tranne P-i in vece dell’ -o, 
nel dialetto marchigiano giustificabilissimo, corre tra i due vocaboli completa 
rispondenza di lettere : sembrerebbe un anagramma. Non insisto, però, nel 
ravvicinamento, che non mi accontenta; e non sodisfa neppure dotta persona 
di Fermo. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


293 


X. — La canzone è scritta in dialetto marchigiano. 


L’esame linguistico della canzone incuora a ricondurla a 
quegli stessi territori ai quali la rendono gli elementi folklorici, 
onomastici e geografici. 

Alcuni, male interpetrando le parole di Dante, credettero che 
contenesse, su un fondo toscano, vocaboli dei dialetti romani, 
umbri e marchigiani; ma di siffatta opinione è ormai superfluo 
discutere. 

Il Camilli, convinto, con Dante, che autore della canzone fosse 
il fiorentino Castra, ritiene che i vocaboli siano quasi tutti spic¬ 
catamente marchigiani, ma, perchè toscano l'autore, velati da 

* 9 

una patina di toscano; la qual patina, però, potrebbe anche 
essere imputata ai copisti, soliti toscaneggiare i testi da loro 
trascritti. A buon conto egli scopre nel testo, oltre quelli fone¬ 
tici, assai numerosi e reali, due toscanismi lessicali : unqun 
(v. 48) e tu li à’ a ior te (v. 34), da non potersi attribuire al 

copista. Senonchò unqua va unito con me formando unquame , 

# 

che non stona in antiche scritture marchigiane, e il v. 48 di 

» 

cui fa parte, al pari del v. 34, cosi frantumato dal Camilli, va 
spiegato in tutt’altro modo, come si dirà nelle note, con l’esclu¬ 
sione indubitabile di quegli elementi che il Camilli ritenne to¬ 
scani. Onde la questione ritorna al punto di prima, e va ripresa 
da capo. 

Che la canzone si mostri assai toscaneggiata, assai più che le 
altre antiche scritture marchigiane, non fa meraviglia (farebbe 
anzi meraviglia il contrario), perchè, mentre queste rimasero là 
dove erano state scritte, e sono state a noi tramandate su codici 
marchigiani, serbando intatta, o poco variata, l’impronta che loro 
aveva data l’autore, quella dovette essere letta e trascritta, 
chissà quante volte, in Toscana, se trovò luogo nella silloge del 

cod. vat. 3793, compilata da copista toscano, che vi accolsi* il 

* 

fior fiore della poesia corrente allora per l'Italia, proveniente 


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294 


G. CROCIONI 


dalle più diverse regioni (1). Importa invece constatare che per 
il lessico e anche per la fonetica e la morfologia, se bene si 
guardi, la canzono risulta prettamente marchigiana, purché si 
sappia rimondarla di quella patina, che può essere bensì impu¬ 
tata al copista, ma anche all’autore. 

Il più stridente contrasto con la fonetica dell’antico marchi¬ 


giano sarebbe presentato dai dittonghi no e le da o e e tonici, 
ma essi si scoprono immediatamente arbitrari e illegittimi, 
perchè appaiono là dove, per virtù di metafonesi, non dovreb¬ 
bero apparire ; e viceversa. Si ha, infatti, buona , 4 e 46, di 
contro a boni, 7; bono , 18; omo, 49; e rote, 12; cascioli , 1; 
pignoli. 2 ; trecioli , 6 (2) ; di fronte ai quali l’unico puoi, 27, 
risulta un toscanismo evidente, come il vuolliol 1 voglioti ’ del 
Pianto (v. 172). Non meno arbitrari sono da ritenere i cinque 
dittonghi ie : in detto, 2, perchè da cito (nella tavola del codice, 
infatti, si ha gitto, ritto, e nei codici danteschi del De vulg. et., 
cita , cito, come nel N. Alessio, che ha cittì, v. 201); in Ciencio, 10, 
perchè dovuto alla vicinanza della palatina (una specie di pleo¬ 
nasmo grafico (3)), come in masciella, 30, che è da maxilla; 
in diede, 24 e vietici, 39, perchè toscanismi certi ed evidenti. 
Non si saprebbero, altrimenti, spiegare bene, 17, levate, 19 


e ei. 50. 

» 


D’altronde fantina, 10 , in luogo di fantei la, quisso, 34, in 
luogo di quesso, neutro, scarponi, 8 e scatoni, 17 (in luogo 
di -uni) mostrano all’evidenza che nei fenomeni metafonetici 


(1) Nella nostra canzone sono toscanismi : lasci 35, per ‘ lasse di 4, 
27, eCc., ti 7, 37, vii 8, 21, 24, ecc., ci 39,45, vi 48, fai 8, mai 48, ai 11, 
trovai 43, in luogo delle corrispondenti forme in -e, pose 44 per ' puse \ 
bianchi 24 per * bianchi ’, dare' per * darla ’, ecc. Di altri evidenti toscanismi 
fonetici si parla qui sotto. Parole non conosciute nell’a. march, ancoi v. 39, 
samartina v. 6. 

(2) Sull’o di questi tre ultimi vocaboli, che potrebbero finire tutti in -e 
(come s’è già detto), devesi fare ogni riserva. 

(3) Lo stesso fenomeno ne Lo livero . de’ Faveri ed. da F. Egidi (in 

Scritti per nozze Fedele-De Fabritiis, Napoli, Ricciardi, 1908, p. 283): eie- 
resie, ciesnri f fede, ecc. 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


295 


della canzone (voglio dire deirunica redazione in cui ci è per¬ 
venuta) regnano grande incertezza e confusione. 

Numerosi, al contrario, ci si offrono suoni e forme proprie, 
alcuni fino esclusive, del marchigiano, tra i quali basti qui ricor¬ 
dare i. più cospicui : (trincare, 30 ; rdici, 34 ; semplo, 20 ; 
elenchi, 35; nosciella, 28; panari, 32; comannato, 11; ado- 
chia, 39; aterato, 41; caba, 7; villo fferato, 13; tu Ili, 34; mi 

ffui, 47; be llavato, 43; be mi, 50; samarlina , 0; ecc. e ài 

» • 

lia, 11; ài abbi. 24; aba abbia, 9; i es, 9; ei es, 50; veio, 30; 
lami, 23; so, 13; co meco, 17; ecc. 

Se a questi si aggiunga il corredo lessicale che offre vocaboli 
veramente caratteristici, taluni esclusivi, quali rote, 12; ate¬ 
rato, 41; farfxata, 18; scotitoio, 14; follena, 42; teina, 46, ecc., 
la marchigianità del dialetto della canzone può ritenersi sen¬ 
z’altro dimostrata. 

Ma si può giungere a una conclusione ancor più precisa, me¬ 
diante il confronto del sistema dialettale della canzone con 


quello che traspare dalle carte dell’abbazia di Chiaravalle di 
Fiastra, dai versi contro Pier da Medicina, rintracciati a Monte- 
giorgio, dal S. Alessio, proveniente da S. Vittoria in Matenano 
(diocesi di Fermo), e anche, per qualche fenomeno, Cv\\YInter¬ 
venuta ridicolosa, che non è improbabile fosse scritta nel ver¬ 
nacolo contadinesco di Pitino, nel territorio di S. Severino, a 
pochi chilometri dal fiume Chienti (1). Per tacere del complesso 
dei fenomeni, che esemplificherò nelle note al testo, qui mi 

limito a segnalare un aba abbia, di una carta di Fiastra, che 

» 

fa prezioso riscontro all’afta del v. 9; il nate dei versi contro 
Pier da Medicina, e molti esempi analoghi della mia Intere . 


(/ itine, S. Seerine, ine vino), che suffragano il torte del v. 34 ; 


(1) E. Monaci, Antichissimo ritmo volgare sulla leggenda di Ù. Alessio, 
in Retai. Accad. Lincei, cl. di scienze morali, voi. XVI, fase. IV, 1907; Le 
carte della Abbazia dì Chiaravalle di Fiastra, già citate; per i versi contro 
Pier da Medicina vedansi le mie Marche, pp. 11-12; L'Intervenuta ridico¬ 
losa, commedia in dial. di Cingoli, 1606, pubbl. da me in Sttuli di fil. rom., 


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296 


O. CROCIONI 


il tarisi del S. Alessio, che e identico a quello del v. 22; e 1’/ es 
del v. 9 che ha n e\Y In ter cernita decine di riscontri, non repe¬ 
ribili in nessun altro testo romanzo che non provenga da quei 
paraggi. 

Se la nostra induzione è legittima, la canzone si riporta, come 
a paese d’origine, a quei territori che abbiamo accennati, posti, 
a dir breve, fra il Tenna e il Olienti. 

Ci ha permesso di giungere a una simile conclusione la resi- 
stenza che la nostra canzone dovè opporre al toscaneggiamento, 
riuscito assai arduo per due speciali ragioni: per la singolarità 
di molti vocaboli non convertibili in altri del dizionario toscano, 
e per la oscurità della canzone, (piasi impenetrabile a chi non 
avesse familiarità coi dialetti marchigiani. 


XI. — Metro. 


11 metro del nostro componimento è quello della canzone : 
cinque strofe/ciascuna di dieci versi, raggruppati in due membri, 
con sole quattro rime: AB AB AB CI) CI); fronte c sirma, con 
piedi e volte, come si vede (1). 

Le rime, generalmente regolari, tranne aiuti-mima- samar- 
lina (vv. 2-6), follena - sciena - teina (vv. 42-46), e rote-men- 


vol. IX, fase. 26. La credetti in dial. ringoiano, ma qualche dubbio mi sorse 
più tardi, per certe discordanze da quel dialetto, e per ciò che l’A. dice nel 
prologo : 

Quist’ è Pitine 
Castellu de S. Soerine. 

Insieme con questa Intervenuta ricordo anche A. Fedeli, Le intervenute di 
Fr. Borrocci, commediografo dialettale marchig. del sec. XVI, Città di Ca¬ 
stello, Lapi, 1907, il cui dialetto è lo stesso che nella Interi', pubbl. da me. 

(1) La divisione in fronte e sirma fu intravvista anche dal compilatore del 
codice, che scrisse sempre con la maiuscola la iniziale del settimo verso di 
ciascuna strofe. 


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f ywTTìy 


UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


297 


calte - gote (vv. 12-16). Le prime due possono ridursi a regolarità, 
restituendo saìna e lena (1); ma mencaite, comunque abbia a 
leggersi, resiste ancora alle smanie dei critici. Il Grion lesse 
(nè si vede perchè) men gote, zoppichino ; il Golocci par che 
leggesse mencaote, di ragione oscura; il Camilli, seguito dal- 
l’Egidi, m’encote, m’intimorisce, come avevo intravvisto anch’io. 
Vuolsi però confessare che quest’ultima restituzione (delle altre 
non occorre parlare), ancorché semplice e piana, lascia inso¬ 
disfatti, non tanto per il senso, che potrebbe anch’essere accet¬ 
tabile, quanto per la storia del vocabolo, rimasto letterario in 
tutto il campo romanzo. 

Povere sono le rime, più che semplici e piane; talora nella 
stessa strofe assonanti (-oli, -oni; -alo, -are; -aio, -ai) o con- 
sonanti (-alo, -ito). Non appieno giustificato, se riferito alle rime, 
il giudizio di Dante che la canzone fosse recte atque perfecte 
ligata ; più rispondente al vero, se riferito a quelle concordanze 
e rispondenze che abbiamo svelate qui sopra (2). 

Dei versi vorremmo dire che, nell’intenzione dello scrittore, 
dovevano essere endecasillabi; ma conviene riconoscere (altra 
prova della scorrettezza del testo) che molti superano o non 
raggiungono la misura. Tutti, o quasi, mostrano un’andatura 
dattilica (alla quale potrebbero ridursi anche gli altri, con ra¬ 


gionevoli modificazioni), frequente nei nostri antichi rimatori, 


(1) Non è da escludere in modo assoluto che tali rime ora evidentemente 
imperfette si debbano attribuire a determinata intenzione dell’autore, incorato 
dall’esempio di poeti oltramontani, in componimenti consimili non sempre cu¬ 
ranti dell’assoluta regolarità. Quanto al modo della restituzione sono da vedere 
le note al testo. 

(2) G. Salvadori (La poesia giovanile e la canzone d'amore di (riddo 
Cavalcanti, Roma, 1895) e il Camilli ritennero probabile che Dante leggesse 
la nostra canz. proprio nel cod. vat. 8793, ma riuscirebbe un po’ duro sup¬ 
porre che egli definisse recte atque perfecte ligata una canzone trascritta cosi 
irregolarmente. Accresce la poca verisimiglianza dell’ipotesi la notevole discor¬ 
danza nella lezione dei primi due versi fra il detto cod. vat. e i codici dan¬ 
teschi del De vulg. eh 


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» 



298 


G. CROCIONI 


Danto compreso (1). In grazia di siila!ta andatura, e per la nota 
legge deiranaerusi nelle tripudio dattiliche, meno si nota la 
mancanza iniziale di una o due sillabe e la conseguente defe¬ 
renza tra un verso e l'altro. Per addurre qualche esempio, i 
vv. 24 e 28, di otto sillabe: i vv. 4 e 7, di dieci; i vv. C e 11, 
di undici, hanno, appunto per questo, suono e movimento poco 
dissimile. 

Cosi come ci sono pervenuti si possono ritenere di undici sil¬ 
labe 12 versi; di dieci, 25; di nove, 0; di otto, 3, e 4 di dodici: 
e non giurerei sull’esattezza del mio computo. Il quale, più o 
meno esatto che sia poco conta, è cosi sconfortante che, mentre, 
da una parte, lascia sospesi sulla intenzione e sulla valentia 
metrica dell’autore; dall’altra disanima qualunque più industre 
critico volesse accingersi al rammendo del testo, a meno che 
non avesse l’audacia di certi antichi editori. 


XII. — Rapporti coi componimenti congeneri. 


Erano già vecchi nella poesia neo-latina gli elementi e.i mo¬ 
tivi die concorsero a dar materia alla nostra canzone. 

Senza uscir dall’Italia ne incontriamo alcuni nel contrasto di 
Cielo d’Alcamo, altri nella canzone a dialogo di Ciacco dell’An¬ 
guillaia, nella pastorella di Guido Cavalcanti, e in altri compo¬ 
nimenti di poeti noti ed anonimi. 

Col contrasto di Cielo la nostra canzone ha comuni, oltre alla 
grossolana e triviale sensualità, alla comicità più o meno palese, 
all’assenza di forme proprie del poetare cavalleresco e cortigiano, 
e a una certa semplicità spiccia, rude e campagnola, la forma 


(1) Si richiamino i versi : 

Io dirò cosa incredibile e vera : 

Nel picciol cerchio s’entrava per porta 
Che si nomava da quei della Pera. 

(Par., XVI, 124-26). 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 299 

dialogica (1), lo svolgimento del dialogo, la conclusione reali¬ 
stica e qualche motivo particolare. 

Come la donna del contrasto pone, per cedere, la condizione 
del matrimonio (vv. 69-70, 118-19,147-48), così quella della can- 
zone chiede d’esser presa a nosciella (2). Cosi l’una come l’altra 
osserva che l’uomo è infiammato nel volto (Contr., v. 146, 
canz., v. 30), e ambedue, sul punto di concedersi, si scusano, 
rivelando sentimento volgare, d’aver opposta resistenza e aver 
offesi i loro seduttori (Contr., v. 158, canz. vv. 49-50) (3). Nè 
rilevo la ripetizione di alcune parole, piuttosto caratteristiche (4). 

Con la canzone di Ciacco che, però, è molto più delicata, la 
nostra ha comune, per lo meno, la motivazione della resa. Nella 
prima la donna dice: 

Tanto m’hai predicata 
c sì saputo dire, 
ch’io mi sono accordata: 

Dimmi: che t’è in piacire? (vv. 61-63) 


(1) Nel contrasto di Cielo, però, manca la parte narrativa, che nella can¬ 
zone di Osmano si alterna e s’intreccia con la dialogica, come manca la strofe 
introduttiva, che dà occasione alla scena_in tante pastorelle oltramontane. 

(2) Che nosciella derivi da nuptiae non pare vi sia più ragione di dubi¬ 
tare, come si può vedere nella nota al testo. 

(3) Osservabile anche in quest’altro riscontro : così in Cielo (v. 159) come 
in Osmano (v. 41) l’atto finale si compirebbe, non solo in casa, ma proprio 
nel letto : il che non pare avvenisse mai nelle pastorelle oltramontane. Se- 
nonchè io dubito un po’ di questa interpretazione, come si può vedere nelle 
note. In Osmano nessuna traccia più del cavallo, che in qualche modo si può 
ancora intravvedere (e fu intravvisto da più di un critico) nel contrasto di 
Cielo. 

« 

(4) Nel Contrasto'. « Levati suso e vattene » (v. 137); nella canz.: « Le- 

« vat’esso, non m’avicinare » (v. 19); nel Contr.: « l’arma dòleti * (v. 146); 

♦ 

nella canz. « o tu ... dogliuto » (v. 25). Nè voglio tralasciare il quaci (vv. 79 
e 83) che nella canz. trova una forma analoga in intra lici (v. 36). Ma non 
mancano, fra i due componimenti, differenze essenziali, come, ad es., l’incontro, 
che nella nostra è in campagna e casuale, secondo la tradizione, nel contrasto 
ha luogo in casa della donna e non per la prima volta. 


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300 


u. cnociuNi 


Nella seconda: 

m 

e io più non ti faccio rubusto, 
poi cotanto m’ài sucotata : 

vienci ancoi. (vv. 37-39) 


Anche con la pastorella di Guido Cavalcanti ha la nostra can¬ 
zone rapporti di somiglianza fondamentale: rincontro in cam¬ 
pagna con una villanella, il dialogo, la dedizione di lei, il godi¬ 
mento (1). 

Altre corrispondenze con componimenti italiani, anteriori o 
posteriori, si potrebbero rintracciare (come, ad es., con la bal¬ 
lata: «Fatevi a l’uscio, madonna dolciata », dove l’amante offre 
« Cicerchia, invidia (2), inetasehio e ridetta, Menta, fìorranza, 
nepitella e borrana », cioè prodotti campestri, come nella nostra, 

vv. 31-36 (3), ma non par che ne metta conto. Ne rileviamo 

• • 

piuttosto alcune con la poesia d’oltralpe, dalla quale la nostra 
canzone trasse lo schema, gli spunti, le forme e, più d’una 
volta, le frasi e le parole. Non un pensiero contiene, che non 


fosse stato espresso nelle pastorelle francesi, ancorché con di¬ 
verse movenze (4). 

Già la forma intramezzata di narrazione e di dialogo è tra le 
pastorelle francesi 1^ più comune, come appare la più completa. 
In esse il poeta, narratore ed attore al tempo stesso, quasi 
sempre apre immediato il racconto, senza alcun preambolo, 


(1) La pastorella del Cavalcanti («In un boschetto trovai pastorella ») 
credette il Carducci che fra le ballate di lui « dovesse esser la più diffusa e 
* cantata ». Cfr. Cantilene e ballate, Pisa, Nistri, 1871, p. 80. 

(2) Invidia cioè indivia. 

(3) Carducci, Op. cit., pp. 76-77. A chiarire il v. 48 (e unqvame non vi 
altrei) giova il richiamo di questi versi di un’altra canz. riportata dal Car¬ 
ducci, p. 67 : « Giammai non vidi donna Di cotanto valore, Quanto era 
« la Catrina Che mi donò il .tuo amore », dove ‘valore’ non ha certo un 
significato morale. 

(4) Per certe corrispondenze, forse non casuali, si può legittimamente sup¬ 
porre che il nostro poeta conoscesse anche il famoso contrasto di Rambaldo 
di Vaqueiras con una donna genovese. Cfr. le note ai vv. 7, 20, ecc., e le note 
a pp. 276 e 310. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


301 


proprio come il nostro: «Una formana iscoppai da Cascioli »: 
il francese avrebbe detto: vi o trovai pas tour elle (1). 

. Così nell’una, come nelle altre, il dramma sempre inatteso e 
casuale, sempre in aperta campagna, si svolge rapidissimo : un 
complimento e una profferta d’amore da parte del cavaliere; da 
parte della giovane una blanda ripulsa, e la minaccia di chia¬ 
mare Perrin o Robin; breve replica di lui, con l’annunzio di 
qualche regalo ; e... la catastrofe : ambedue sull’erba, l’uno nelle 
braccia dell’altra (2). Il godimento, se ha luogo, è sempre im¬ 
mediato: se corre un’intesa fra i due, è, caso mai, per la replica, 
non per l’inizio. 

I regali sono una ingrediente, più che comune, quasi indispen¬ 
sabile, e consistono quasi sempre (se si lascino da parte le vaghe 
promesse di far della pastorella una dama, una castellana, una 
principessa) in oggetti di ornamento o di vestiario, come nella 
nostra (3): anzi l’oggetto regalato, o promesso più frequente¬ 
mente di ogni altro, è proprio una cinta o cintura! (4). 

Superfluo rilevare che bene spesso la pastorella francese 

t 

protesta che il vagheggino di lei non potrà avere « pur una 


(1) Bartsch, Op. cit., II, 1, 4, 7, 9-12, 14, 17-19, ecc. ecc. Manca nella 
nostra il consueto l'autrier iniziale, ma il passato remoto, iscoppai, lo lascia 
supporre. 

(2) Bartsch, II, 9, 11, 28,31, ecc. La conclusione è bene spesso significata 
con questo verso: « Et sor l’erbe la getai », ovv. « deseur Torbe verdoient ». 

(3) IL 16, vv. 47-48; II, 19, vv. 47-48 ; II, 33, v. 12; II, 38, vv. 38-40; 
II, 42, v. 32 ; II, 47, vv. 25-26 ; II, 64, vv. 42-44, ecc. Regali più comuni : 
borse, fibbie, gioielli, vesti, mantelli, ecc. 

(4) II, 23, v. 19: « Ceyntur vos donrai de soie »; II, 46, vv. 26-27 : 
« ...vos donroie Senture ferree d’argent »; II, 50, vv. 27-28: « Biaus juelz 
« vos vorrai doner Sainturelle de soie » ; II, 61, v. 27: « A cinquante boutons 
« d’or avroiz ceinture » ; II, 68, vv. 22-24: « ... la cainture de deus tors »; 
II, 71, vv. 42-45 : « Fremau d’or et cainturcte Vos donrai de fin argent, 
« Chapiau d’orfroiz et boursete Ouvree mult richement », dove è da notare 
quell’owc/re che ricorda Voperata della nostra canzone. E potrei citare, pur 
tacendo del ben noto passo dantesco {Par., XV, 101), altri esempi non pochi, 
ina mi restringerò a uno dei Canti antichi portoghesi (Monaci, 1873, XII) 
in cui a una pastorella sono offerte « boas cintas de Rocamador ». 



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302 


G. CROCIONI 


cica»(i); c lo invita bruscamente a ritirarsi (« levat’esso, non 
m’avicinare ») (2). 

La promessa di far la volontà del cavaliere solo a condizione 
d’essere sposata, come nella nostra, cosi si riscontra in varie 
pastorelle francesi (3): in tutte, compresa la nostra, meramente 
formale, perchè il cavaliere non promette, o promette in modo 
evasivo, e pure ottiene il suo intento. 

La preoccupazione per le chiacchiere degl’invidi e dei male¬ 
voli non fu solo nella nostra * formana ’, ma anche in qualche 
pastorella francese (4). 

Se la ‘ formana ’ ci appare sfrontata, non meno audaci si 
rivelano molte sue consorelle d’oltralpe, nè occorre addurne 
le prove. 

Anzi è quasi di rito che i componimenti francesi, come il 

nostro, si conchiudano con una sfrontata dichiarazione della. 

sedotta, che spesso ritira o corregge qualche giudizio offensivo 
buttato in faccia al seduttore durante il diverbio (5). 

Alla dichiarazione di lei spesso se ne accompagna una di lui, 
che per il senso,e spesso pei* le stesse parole, consuona al verso: 
« unqua me non vi altrei » (G). 


(1) II, 13, vv. 27-28: « De folie parlaz Car ren n’en porteraz »; II, 15, 

vv. 23-24 : « Vostre proiers pou vos vault, N’i poeis riens gaaingnier »;e così 
nelle pastorelle 64, v. 27 ; 71, v. 65; 76, v. 31, ecc. 

(2) Bartsch, III, 1, v. 19: « Sire, traies vos en la »; II, 52, v. 17: « fu 

« de ci, ne m’aprochies! ». 

(3) II, 69, vv. 18-19 sgg. : « ... se vous m’espouscz Lors ferez voz volentez » ; 

II, 6, v. 56: « Non farai... ainz m’avrois espousee », ecc. 

(4) La ‘formana’ dice: « Ed adocchia non sia stimulata », c la sua con¬ 
sorella d’oltr’Alpe aveva detto: « Se preneis gairde a la gent Kc nuls ne 
« vigne apres mi » (II, 15, vv. 53-54); e sempre, nel concedersi, aveva cercato 
i più riposti nascondigli. Un po’ di pudore ci voleva ! 

(5) Si vedano le pastorelle II, 17, vv. 45-48; 20, vv. 46 sgg.; 21, v. 58; 
47, v. 40, ecc. Ma non è notizia peregrina, che anche in canzoni, talora indi¬ 
rizzate a donne, in giuochi partiti, ecc., espressioni triviali s’incontrano di 
frequente. 

(0) lì, 17, vv. 14-15: « Onkes maix... Je ne vi si bel enfant »; II, 71, 
vv. 11-12: •« Orques mes... Si jolie n’esgardai »; II, 72, vv. 19 e 39-40: 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


303 


Se di altri riscontri ci fosse ancora bisogno, richiamerei il 
volgare e tristo accenno a Pirino (1); la consuetudine dei poeti 
francesi di indicare con nomi propri locali, nei primi versi, il 
luogo reale della scena (2); l’uso di indicare nomi propri, come 
nella nostra, Ciencio Guidoni (3); l’altro uso di invocare, nel 
colloquio erotico, il nome di Dio (4), ed altro ed altro ancora. 

Ma a noi basta aver dimostrato all’evidenza che la nostra can¬ 
zone, meglio che un fiore solitario nel campo della poesia ro¬ 
manza, è un fiore tardivo, autunnale, quasi un centone -di altri 
componimenti, che porta in sè il segno della decadenza e quasi 
dell’esaurimento d’un genere, di grazioso e poetico die era, 
tramutatosi in una rude e grossolana facezia. 

Quasi fosse di ciò consapevole il poeta finge la sua scena in 
autunno (5) contro la consuetudine più frequente dei poeti ul¬ 
tramontani, che la fìnsero, di solito, con assai più di verisimi- 
glianza, a primavera (difesa contro gli sguardi indiscreti, non 
più il verde fogliame, già caduto, ma un prosaico tugurio o una 
cava), e sfronda l’idillio di ogni colore poetico, per ridurlo a 
un’avventura che, se d’un secolo più tardi, si potrebbe chiamar 
boccaccesca. 

Non più, qui, l’esordio tradizionale sulla primavera veniente 

o già in fiore, non la descrizione del luogo o dell’ora; non la 

dolce lode delle bellezze muliebri, non una sola parola di pas- 

« 

sione o d’amore; non un fiorir di rossore sulle gote della vil- 


« One ne vi si bele nee Ne de tant bele facon », ecc., unqunme e vi han 
proprio sapore di francesismi. Cfr. le note al testo. 

(1) Cfr. § VII, p. 281. 

. » * 

(2) E indicato, sino dai primi versi, il luogo della scena nelle pastorelle II, 

1, 5, 7, 10, 37, 43, 48, 49, 52, 56, ecc. In alcune il luogo è indicato nel 
centro del componimento (II, 23, 47, ecc.). 

(3) II, 26: « La fille dan Hue », ecc. 

(4) Nella nostra canz., v. 35 : « Se Dio mi lasci passare a lo Cionchi » ; 
nelle pastorelle: « se Deus me saut » (li, 4, v. 37): « se Don plaist » (II, 15, 
v. 28), ecc/ 

(5) Cfr. § Vili; è imaginata in autunno la scena nella pastorella 11,23: 
« pliant la douce saisons fine... ». 


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•‘304 


G. CROCIONI 


lancila, non un suo atto violento di sorpresa, non un detto nè 
un accenno di cortesia cavalleresca nella bocca del cavaliere, 
ma solo offerta di doni, come prezzo di merce, o aride formole 
di compra e vendita, nulla, insomma, che non sia nuda e cruda 
realtà materiale e sensuale. Nelle mani del nostro poeta la pa¬ 
storella ha si mutato faccia, che non pare, diremo meglio, non 
è. più quella uscita svelta e gaia, franca e salace, ma pur sempre 
poetica, dalle fantasie dei trovatori ultramontani. 


XIII. — Quando fu scritta. 


Molto piacerebbe a questo punto poter precisare l’anno in cui 
fu composta la nostra canzone, ma i dati ci fanno veramente 
difetto. Tuttavia ne abbiamo più che a sufficienza per limitare 
il tempo con una certa larghezza, approssimativamente. 

I rapporti indubitabili che la canzone mostra avere col con¬ 
trasto di Cielo, del quale appare, con- ogni certezza, più tarda, 

« • 

ci garantiscono che è di parecchi anni posteriore al 1231 (1); 
quelli, assai meno evidenti, con la canzone a dialogo di Ciacco 
dell’Anguillaia ci incuorano a trasportarla qualche decennio 
più tardi; ma, oltre a non rassicurarci pienamente, ci lasciano 
sempre in una vaga incertezza, pur avvicinandoci a un anno, 
intorno al 1260 o 1270 circa. 

L’età del codice vat. 3793 (che è della fine del sec. XIII) 
dove si legge, a c. 26, la nostra canzone, ci rende certi che essa 
fu scritta entro il detto secolo. Se rammentiamo che detto co¬ 
dice fu trascritto da quattordici amanuensi (2), e che la can- 


(1) Il D’Ancona, il Caix, il D’Ovidio e altri s’accordano nel ritenere che 
il contrasto di Cielo, ove sono ricordati la defensa (v. 22) e gli ngostari 
(v. 22), l’una istituita e gli altri coniati nel 1231 da Federico II, debba 
essere posteriore a quell’anno; e posteriore‘di tanto, almeno, che quei due 
fatti storici divenissero noti, largamente noti e popolari. 

(2) Fr. Egidi, Prefazione al Libro de varie romanze volgare, p. xii. 


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DNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


305 


zone si trova nella parte eseguita dal primo, e cioè dal più 
antico trascrittore, non stentiamo a risalire almeno verso il 1290. 
Frapponendo un certo tempo (come autorizzano a fare il chiaro 
toscaneggiamento e la non meno evidente scorrettezza del 
testo) (1) fra la composizione della canzone e il suo accogli¬ 
mento nel codice, non esitiamo troppo a rimandarla ancora 
qualche decennio più indietro. In modo che ravvicinando il ter¬ 
mine a quo al termine ad quem , crediamo di non dilungarci 
troppo dal vero, supponendo che la canzone fosse scritta in un 
anno che può essere fissato tra il 1260 e il 1280 (2). 

Ben si conviene a quel lasso di tempo un componimento dove 
la ricercatezza e l’artificio sono evidenti, dove si possono sco- 
prire tracce della poetica provenzaleggiante (ancorché, dirò così, 

rovesciata) ed anche di quella poesia realistica o giocosa di cui 

% 

davano esempio Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti e Rustico 
di Filippo. 

Se qualche fortunato ricercatore porrà le mani su un docu¬ 
mento che serbi memoria di Cencio Guidoni, o di messer Osmano, 
la mia conclusione ne sarà avvalorata e forse anche definitiva¬ 
mente comprovata. 

Per intanto noi possiamo contentarci della conclusione ap¬ 
prossimativa che, per un componimento di secondaria impor¬ 
tanza, ancorché per vari rispetti molto notevole, può essere 
quanto basta ai fini dell’indagine storica e dell’analisi esegetica 
e filologica. 


(1) Si veda il § II. 

(2) Il Camilli, negli Atti e Meni, della Dep. st. m., voi. II (1916-17), 
p. 246, citato un doc. dell’Archivio diplomatico di Fermo, dal quale si de¬ 
duce che nel 1295 il Chiertti era confine dello Stato fermano, e ammesso che 
col v. 35 (< Se Dio mi lasci passare a lo elenchi ») il poeta accenni al pas¬ 
saggio del detto confine ; ammesso, inoltre, che Dante vedesse la nostra can¬ 
zone in Firenze, ne conclude che la data della canz. stessa sia tra il 1295 e 
il 1301. Ma noi vedremo che il v. 35 va spiegato altrimenti; nè, d’altra 
parte, ci sembra che nel breve giro di cinque anni la canzone, uscita dalla 
Marca, subisse tutte le alterazioni che ha subite e acquistasse tale rinomanza 
da essere assunta lì per lì nel cod. vat. 


Giornale ator. — Miscellanea dantesca (Suppl. n' 10-21). 


20 


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306 


G. OROCIONI 


XIV. — Spirito e scopo. 


Stando aH’asserzione di Dante la nostra cani io sarebbe una 
delle moltissime imaginate in iniptroperinm... trium gentiwn, e 
cioè dei romani, dei marchigiani e degli umbri (Spoletanos). 
Interpetrando con più discrezione le parole dantesche, si dovrà 
intendere che cantiones guani piar ex in cent e xeni, e nessuno 
è in grado di negarlo (1), sebbene il superlativo possa parere 
un poco esagerato, in mtuperiwn delle suddette popolazioni, 
ma che questa, da lui ricordata e attribuita al Castra, sia stata 
scritta in dileggio di una delle tre, che, in edotto, sarebbe la 
marchigiana. 

Vuoisi notare, intanto, che, qualunque fosse l’intenzione di 
Dante, il testo, così com’ò, viene a dire che le cantiones fu¬ 
rono incent e in ritapcrinni delle dette gentes, non dei loro 
dialetti, verso i quali Dante nutriva un’estrema antipatia, una 
specie di represso rancore, sino al punto da imputare Voscena 
parlata dei Pugliesi alla contiguità dei romani e dei marchi¬ 
giani (2). • ;• 


(1) Il Rajna (p. 59) notò che il famoso Chignn mente acute scinte costi¬ 
tuisce un ottonario; il quale potrebbe essere un principio di canzone popo¬ 
lare, una di quelle molte, suppongo io, che Dante asserì di aver vedute (vi¬ 
di mus). Sulla lettura di sente acuite mi è di compiacimento avvalorare una 
prudente ipotesi del Rajna, ripresa e confermata dal P’Ovimo (p. 527 w.), che, 
cioè, si possa, o debba intendere sente, per scinte, col c di suono palatale, e 
scinte per sciate, considerando che nella Marca meridionale st si pronuzia set, 
come notò A. Leopardi per il sanginesino, e io ricordai in Studi romanzi, 
III, p. 128 n. Il verso varrebbe: * come aiate stati ’. Per chignamente, come, 
qualmente, cfr. Monaci, in lliv. fil. vani., voi. II, p. 54. Che il siate (sente) 
possa essere congiuntivo antico dimostra questo passo di una carta fiastrense 
(del 1156, p. 81): « De vos et de bonis vestris siatis liberi et absoluti ». 
Che il suono set per st fosse reale anche in antico, potrebbero comprovare le 
grafie ili passi e no c paaatenuio della c. fiastrense del 1161, p. 88. 

(2) « Apuli quoque, vel a sui accrbitate, vel finitimorum suorum conti- 
« imitato, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant ». De eulg . 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


307 


Dell’asserzione di Dante, come fu generalmente intesa, si ten¬ 
nero paghi il Grion, il D’Ancona (1) ed altri; ma al Borgo¬ 
gnoni (2) parve sapesse troppo.di strano « che un fiorentino 
« volesse pigliarsi la scesa di accozzare un lungo componimento 

« in dialetto esotico... per mettere in derisione la parlata », egli 

» 

aggiunge, di Orvieto, e noi diremmo, anzi diciamo, dei marchi- 

• • 

giani. Tanto strano che egli imaginò vi si intrecciasse anche la 

satira contro un orvietano, Ormanno dei Monaldeschi, impigliato 

in una salace avventura (quella di cui nella canzone) con una 

fantesca; la quale, però, si potrebbe osservare, essendo finita 

bene per lui, non si prestava al dileggio. Caso mai il poeta 

avrebbe dato all’avventura altra e contraria soluzione! 

Anche al Torraca (3) parve improbabile che lo scopo della 

canzone fosse quello indicato da Dante. Del quale non si tenne 

pago neppure il Monaci, che sospettò, a un dipresso come il 

Borgognoni, che Osmano fosse il nome della persona messa in 

* 

canzonatura dal Castra (4); in modo, ne deduce il Camilli, che 
la poesia non sarebbe stata composta soltanto in vituperiom 
di un dialetto, ma anche di un messere che lo parlava « e ver- 
« rebbe così a rientrare, per questo lato, nel numero delle spi- 


eìoq., I, XII, 6. A bene intendere i violenti vocaboli usati da Dante contro 
i nostri dialetti (turpiter barbarizant, decerpamus, obicimus, ecc., v. la n. 1) 
conviene ricordare che disse male di tutti i dialetti italiani, compreso il 
toscano, perchè disformi da quel tipo ideale di lingua di cui egli s’era tìnta 
nella mente un’imagine troppo perfetta e lontana da ogni realtà. Tocca 
anche di ciò nel suo studio sempre giovane Sul trattato « De volgari elo¬ 
quenza » di Dante, F. D’ Ovidio. Cfr. il suo voi. Versificazione italiana e 
arte poetica medioevale, Milano, Hoepli, 1910. — Ai dialetti marchigiani 
( anconitani ) Dante accenna apche in I, X, 6 c 7, ove fa la spartizione di 


tutti i dialetti italiani. Quanto alla contiguità della Puglia alla Marca, ba¬ 
sterà ricordare che Puglia si chiamava allora una buona parte dell’Italia 
meridionale. 


(1) In una nota alla II appendice sul Contrasto di Cielo. 

(2) A. Borgognoni, Studi d'erudizione c d'arte, voi. Il, Bologna, Roma¬ 
gnoli, 1878, pp. 195-196. 

(3) Op. e he. e//., p. 63. 

(4) Camii.i.i, p. 89. 


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308 


0. CR0C1ON1 


« ritosaggini con cui gli scrittori di Toscana si divertivano a 
« canzonare i marchigiani ». 

Ma il Cainilli muove dal solito presupposto che Osmano e 
Castra fossero la stessa persona, e, in ultima analisi, viene a 
dire che il fiorentino Castra, scrivendo la canzone, intese di far 
ridere i suoi concittadini, vituperando il dialetto marchigiano. 

Francamente, io ritengo che sullo scopo della canzone si sia 
equivocato di grosso, e forse fino da Dante. Me lo fa sospettare 
lo stesso imbarazzo dei critici nell’accogliere l’affermazione di 
Dante, che pure era recisa e categorica. 

Se autore della canzone fu il Castra fiorentino, male si com¬ 
prende come mai egli potesse proporsi di usare, e riuscisse ad 
usare, durante un intero e lungo componimento, un dialetto 
marchigiano (e lo usasse con tanta padronanza e perizia da 
parer nativo di quei luoghi) per volgerlo in derisione del dialetto 
stesso, e a sollazzo dei suoi concittadini. Se poi autore fu messer 
Osmano, cioè un marchigiano, non mi occorrono più valide ra¬ 
gioni per conchiudere che altro dovette essere lo scopo del com¬ 
ponimento, non parendo probabile che un marchigiano inten¬ 
desse far ridere i suoi corregionali sul conto del comune dialetto, 
e che un siffatto componimento dialettale, arieggi ante le pasto¬ 
relle, più note, e famigliali oltr’alpe che da noi, fosse atto a far 
ridere i marchigiani, che non saranno stati tutti letterati nè 
tutti esperti in fatto di lingua e di dialetto. 

Ammesso che la canzone non fosse scritta in derisione di un 
dialetto; escluso che fosse in derisione di una persona, la quale 
non sarebbe neppure nominata, mentre ne sono nominate altre ; 
ritenuto inverosimile che fosse in vitupero di una popolazione 
o di più popolazioni, quale scopo potè proporsi, seppure uno se 
ne propose, l’autore? 

Rileggiamo la canzone, e notiamo. Appena il poeta scorge la 
ragazza, lungi daìl’aminirarne la bellezza, come il caso, il sen¬ 
timento o almeno la tradizione volevano, lungi dal lodarne i 
pregi fìsici (chè non pare una lode l’accenno al passo svelto di 
lei), rileva, dirò meglio, indovina, quasi a fiuto, che porta, entro 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


309 


pentole, minestra bene condita: osservazione da cuoco o da 
ghiottone, più che da poeta. Iniziando ex abrupto l’opera di 
seduzione, non si giova di parole cortesi e lusinghevoli, sibbene 
di fredda e immediata offerta di doni : treccio le, una cinta, e... 
un paio di scarponi, non belli, eleganti, ma buoni, cioè solidi, 

come piacciono ai contadini. Proprio così. Mostrandosi la ra- 

» 

gazza poco arrendevole alla insolita procedura dongiovannesca, 
il poeta le dà della sciocca e arrischia una minaccia. 

La ragazza ribatte : — Debbo andare alle Rote, a portare il vitto 
agli sterratori; mi è stato comandato di non dimenticare il 
truffo del vino, le gote, cioè i cucchiai, e gli scatoni, cioè 
gli scodelloni, da scodellare la far fiata de lo bono farfione. 
Lèvamiti d’innanzi, scempio e melenso che sei —. Non contenta 
di questo, gli dà un colpo e gli butta in faccia altre volgari in¬ 
solenze; indi, si direbbe, gli volta le spalle. 

♦ 

Il poeta fìnge di spaventarsi, poi torna alla carica, ed offre, 
da vero spilorcio, altri doni: panieri di fichi selvatici, more di 
siepe e sostanze coloranti, più ridicoli dei primi. 

La ragazza, che ha respinti sdegnosamente quelli, dovrebbe, 
a fortiori , respingere anche questi; e invece... si arrende (1). 

I due giovani si accordano, fanno gli affari loro, e la donna 
pudicamente conchiude: Ma, caro mio, tu sei maestro dell’arte ! 

Qui, come vede ogni lettore, gli elementi compositori, presi 
uno per uno, non sono gran che dissimili da quelli delle pa¬ 
storelle oltramontane, ma, ciò non ostante, la canzone risulta 
profondamente diversa. I doni,, per dirne una, usati sempre a 
sedurre, di graziosi e signorili che erano nelle pastorelle d’ol- 

0 

tr’alpe, sono diventati ridicoli addirittura (scarponi — si noti 
l’accrescitivo! —, fichi selvatici, moriche, ecc.). 

La lingua, che nei componimenti affini era stata sempre la... 


(1) Comunque la canz. s’abbia da intendere, ci parrebbe una pedanteria 
ricordare le gravi pene che i citati Statuto, di Fermo comminavano contro i 
seduttori di donne (pp. 108-110) e contro, si noti bene, i deviantes fan- 
tescham, pp. 10G-107. 



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310 


G. CHOOIONI 


lingua, qui si converte in dialetto. Auzi le parole sono tolte di 
bocca ai parlatori più umili, se non addirittura ai più volgari; 
e il loro raggruppamento è congegnato evidentemente in ma¬ 
niera da conseguire un determinato elfetto. Mentre nella tra¬ 
dizione del ‘ genere ’ la pastorella procura di elevare la sua 
parlata all’altezza del cavaliere, qui il cavaliere mette la propria 
sotto quella della ‘ pastorella E non senza un perchè ! 

Chi aggruppa vocaboli dialettali, insoliti e caratteristici, con 
tanta premura, quanta traspare da questi versi : 


cietto detto s’agia in grand’aina... 
e codilo portava in pillinoli... 
a l’aborito ne gio a l’aterato... 


cosi impregnati di dialetto da riuscire incomprensibili ad uomini 
esperti di ogni industria filologica, da far parere l’intera can¬ 
zone un « bizzarro miscuglio di versi », il che veramente non è ; 
chi, in un componimento che può dirsi erotico, congegna versi 
come questi: 


saiinato di buona saiina... 
la farfiata de lo bono farfìone... 


lungi dal voler nobilitare il dialetto, vuole ostentarlo, ed è in 
vena di scherzare. 

D’altra parte, la donna che, alle prese col seduttore, alle sue 
insistenze risponde: 

Di me non puoi avere pur una cica, 
se non ini prendi a nosciella, 

usando, in un momento che dobbiamo supporre grave, espres¬ 
sioni come una cica e nosciella , effettivamente, e forse anche 
intenzionalmente, scherzose (dove la sua antenata di Francia o 
di Provenza avrebbe detto, con tutta serietà e con piena natura¬ 
lezza: voi non potrete aver nulla da me, se non mi sposerete) (1), 


(1) Fino la donna del contrasto di ltambaldo, non meno volgare della nostra, 
si limita a dire: qe niente no farò (v. 17). 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


311 


si atteggia come chi faccia una smorfia e non come chi difenda 
sul serio la sua onestà pericolante. 

Nè certo parla sul serio il poeta che, offerti doni di non tras¬ 
curabile valore (trecciole, cinta, scarponi), a vincere la resi¬ 
stenza della ragazza, ne aggiunge altri che non hanno valore 
di sorta (profichi, more, colori) e nessuna attrattiva ; il poeta che, 
per un colpo che la donna gli aggiusta, ha una paura diabolica, 
e, per esprimere questa paura, usa il verso 

Per timiccio che non ha satanai 


e raccatta parole di gergo, come bqttisaco , o del piu stretto 
volgare, come far fiata, gote, truffo, scaloni, ecc. 

Tanto che l’accorto lettore, notando la singolarità delle pa¬ 
role, la irrazionalità del contegno dei due attori, e l’illogico 
svolgimento del dramma, entra in sospetto che qui siasi di 
fronte, non a un componimento normale, ma a una contraffa¬ 
zione, a un travestimento, a una parodia, come che voglia chia¬ 
marsi. Si accorge che il componimento, più che una cosa seria, 
come le pastorelle conosciute, pare una burla, uno scherzo. Gli 
sporadici elementi umoristici, satirici o comici, che pur s’in¬ 
contrano qua e là nelle pastorelle vere, ultramontane e italiane, 
e si sono venuti via via accrescendo, qui, preso il sopravvento, 
hanno soppiantati gli elementi lirici, e sono divenuti la parte 
precipua e capitale. 

Un gran passo su questa via s’era già fatto col contrasto di 
Cielo, d’indole scherzosa e forse comica addirittura, che mette 
in scena (lpe persone, una più volgare dell’altra, ponendo loro 
in bocca un linguaggio triviale: altro che i cortesi cavalieri 
scesi d’arcione per una partita d’amore; altro clic le modeste e 
fresche forosette dei poeti francesi ! 

Cosi nel contrasto di Cielo come nel nostro lo spirito degli 
autori è diverso da quello degli scrittori di pastorelle; ma nel 
nostro si fa un altro passo più avanti (non dico più in alto) per 
quella via. 



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312 


O. CROCIONI 


I personaggi, di graziosi che erano si sono fatti zotici e gros¬ 
solani : due contadini. 1 loro discorsi, amorosi e più o meno 

garbatamente sensuali, nel nostro sanno di. meretricio e di 

casa di tolleranza. Volgare è divenuta perfino la lingua; scher¬ 
zoso, in certo senso, perfino il metro. Resiste, insomma, Tossa- 

0 

tura del vecchio componimento, ma l’intonaco, i fregi, i colori 
sono del tutto mutati. La lirica si è convertita in poesia reali¬ 
stica, la tenzone è divenuta un diverbio; il vecchio componi¬ 
mento sembra ormai la caricatura di se stesso. 

Non è stata sempre questa la sorte dei ‘ generi ’ troppo a 
lungo usati dai poeti ? 

Nè sarebbe caso isolato.per quel tempo: non scherniva con un 
sonetto, il Guinizelli, iniziatore del dolce stil novo, una vecchia 
rabbiosa? Non descriveva il Cavalcanti, mentre imperversavano 
nei cieli poetici le donne angelicate, una donna gobba? Non 
motteggiava giocondamente in sonetti Rustico di Filippo? Non 
tenzonava bizzarramente fluido Orlandi? Non erano divulgatis¬ 


simi i lamenti delle mal maritate, delle fanciulle smaniose di 
marito? Non avrebbero di li a poco levata la loro voce gioconda 
Folgore e Cene? la sua, triste, dolorosa, ma spesso ridanciana, 
Cecco Angiolieri? K lo stesso Dante non componeva sonetti 
peggio che realistici, contendendo con Forese Donati? Non si 
scorgono spunti comici fino in componimenti morali, sacri e so¬ 
lenni, come, per dirne uno, nel ritmo caxsbic.se ? (I). 

Tra siffatta poesia s’imbranca, ma non si confonde, la nostra 
pastorella, che spoetizza quella francese, che, pompeggiandosi 
nella solennità della canzone, componimento lirico per eccel¬ 
lenza, brancola terra terra, vestita dei cenci dialettali, infarcita 
dei vocaboli culinari, spirante» un grasso odore di cucina e di 


volgarità. 

In conclusione, la nostra è una pastorella in derisione di se 
stessa e della famiglia da cui discendeva. 


(1) Lo ha rilevato il D’Oviuio, p. 185. Non dimentico che comica, e forse 
ironica, è anche una canz. di Ruggieri Pugliese, L'altrier... 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


313 


Sotto questo nuovo aspetto essa può aspirare perfino al vanto 
di una tal quale originalità: trasmutare i poetici personaggi 
tradizionali in due contadini, accozzare quanti più vocaboli dia¬ 
lettali fosse possibile, scegliendoli tra i più antipoetici, rinun¬ 
ziare allo schema metrico consueto per un altro proprio di un 
componimento di spiriti al tutto diversi; imprimere al compo¬ 
nimento un certo sapore di satira e di parodia, con spunti co¬ 
mici dedotti da varie fonti di comicità, sono indizi di un in¬ 
gegno sottile ed arguto e anche, in qualche modo, originale (1). 


XV. — Popolare? 

Sarebbe, per avventura, la nostra canzone, un componimento 
popolare? Dante (supposto che si riferisse a questo componi¬ 
mento) la imbranca per un momento con altre quam plures 
cantiones che popolari furono certamente, ma poi la distacca 
da tutte, affermando ché questa è, a differenza delle altre, ree te 
alque perfecle ligaia. Cioè non popolare. 

Come mai potrebbe dirsi popolare un componimento intessuto 
di tutte quelle preziosità che abbiamo rilevate, che si tiene 
stretto, almeno formalmente, a una tradizione dotta, che questa 
tradizione osa mettere in derisione con esagerazioni comiche, 
cosi di sostanza come di forma? Contrastano, poi, coi caratteri 
dei componimenti popolari, la disparità fra la parte dialogata 
e la narrativa, le sproporzioni fra le parlate della donna, fa- 
centisi, di volta in volta, più brevi, i molti accenni locali e per¬ 
sonali, l’abuso intenzionale dei dialettismi (la vera poesia po¬ 
polare tendo a liberarsi dal dialetto), e, per tacer d’altro, 
quell’andatura del metro tutta dotta e scolastica. Kppoi, dove 


(1) Il Jeaniioy {ha lirica francese in Itaìia nel periodo delle origini , 
Firenze, Sansoni, 1897) colloca la nostra canzone tra i dialoghi distribuiti 
strofa per strofa, e la manda in compagnia di quelli di Cielo, di Ciacco, di 
Giacomino Pugliese, di Mazzeo di Ricco, occ., ma Terrore è evidente. 



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314 


G. CROCIONI 


si nascondono quello speciale sapore che si nota in ogni canto 
destinato al popolo, quella spontaneità e semplicità che del canto 
popolare sono le doti essenziali^ 

<'hi volesse sottilizzare qualche sapore popolaresco potrebbe 
trovarlo in alcune ripetizioni di parole che però sono cosa ben 
diversa dai ritornelli (satinalo rii Intona salma; fa far fiata 
de lo bona far (ione ), nella conformazione al tutto uguale di 
certi versi (ad es. il v. 20 e il v. 25), in qualche rima imper¬ 
fetta, nelle varie assonanze e consonanze, nella materia trattata, 
nell’abuso stesso del dialetto e nella stessa tradizione della pa¬ 
storella. Ma si sente troppo bene che la canzone, pur sonando 
all'orecchio in modo diverso dall’altra poesia allora in voga, non 
fu.scritta pel popolo; non ha lo doti che al popolo piacciono; 
non fu dal popolo appresa nè tramandata; fu, viceversa, com¬ 
posta da un dotto, con uno speciale intendimento artistico, ed 
ebbe la sorte delle poesie d’arte*, compresa l’accoglienza nel co¬ 
dice vaticano, concessa esclusivamente a componimenti letterari. 


XVI. 


Autore. 


Circa l'autore della nostra canzone corrono, dirò cosi, fino dal 
sec. XIII, due diverse opinioni: Dante credette che l’avesse 
composta quidam fiorentinus nomine Castra ; mentre il com¬ 
pilatore del cod. vat. 3703, al posto in cui di solito figura l’au¬ 
tore, iscrisse il nome di Messer Ostinano. I critici, di solito, 
stettero col più forte, con Dante, senza, però, che ne adduces¬ 
sero una soda ragione. O cercarono di mettere d’accordo le due 
diverse opinioni. 

Il Grion opinò che Castra e Osmano fossero la stessa persona, 
e che « messer Osmano Castra, o Castratutti non sia altri che 
« il ser Manno del cod. Chigiano 574 » del quale il Crescimbeni 
pubblicò un sonetto (III, 73) ove « buffoneggia la scuola guitto- 
nesca ». 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


315 


Come il Grion giungesse a una cosi peregrina identificazione 
noi non sappiamo; vediamo, però, come egli non l’abbia dimo¬ 
strata. Tacendo del Caix, che di passata identificò, proprio come 
il Grion, Messer Osmano con il Castra di Dante (1), veniamo 
ad uno studioso ben più sagace, ad Adolfo Borgognoni, che, re¬ 
spinta e dichiarata indimostrabile la identificazione del Grion, 
ritenne, come Dante, autore della canzonesm essere stato 
davvero il Castra fiorentino, il quale l’avrebbe spacciata come 
opera di messer Osmano, cui l’avrebbe intitolata in viluperium 
della sua persona e del suo dialetto. Messer Osmano, poi, altri 
non sarebbe che Messer Ormanno Monaldeschi, orvietano, che 
nel Ì266 era podestà in Firenze: onde orvietano sarebbe il dia¬ 
letto della canzone, e messer Ormanno il protagonista dell’av¬ 
ventura che vi è narrata (2). 

Il Borgognoni, come si vede, va sulle orme del Grion, e, con 
analogo procedimento, identifica Osmano con Ormanno, come 
quegli Manno cón Osmano, per una supposta rassomiglianza 
grafica; e ingarbuglia la questione dell’autore più che non la 
sgrovigli. 

Ernesto Monaci, con la cautela che gli era consueta, si limitò 
ad affermare che « il Messer Osmano premesso alla canzone 
« potè essere un pseudonimo dell’autore (Osmano in antico di- 
« ce vasi per Osimano, cioè di Osimo) e potè anche essere il 
« nome o il soprannome di una persona cui il Castra diresse 
« questa poesia» (3). E ritenne il Castra autore della canzone. 

Senza distaccarsi troppo dai precedenti, il Camilli ritiene pro¬ 
babile che « Osmano e Castra siano la stessa persona », e che 
Osmano sia un soprannome « dello stesso Castra, dato a lui dai 
« suoi concittadini di Firenze per aver egli soggiornato qualche 
« tempo in Osimo ». 

Per il D’Ovidio, Messer Osmano sarà « un Osimano, di fatto 


(1) Op. cit., p. 483. 

(2) Op. cit., pp. 191 sgg. 

(3) Cresi., pp. 492-93. 


4 


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G. CHOCIONI 


316 

« o di nome, preso di mira da quel Castra, con la sua contraf- 
« fazione, e avrà poi finito col passare per autore » (1). 

Nessuno, insomma, ha osato prendere le parti dello scono- 
sciuto messer Osmano, per non contraddire alla parola di Dante. 
Solo il Torraca avanzò il sospetto che Dante, non bene infor¬ 
mato, o non ricordasse bene, o confondesse questa con altra 
canzone, e solo per equivoco l’attribuisse al suo concittadino, il 
Castra (2), non sapendo egli scorgere nella canzone stessa la 
maligna intenzione clic Dante vi avrebbe intravvista. 

La questione, pertanto, da nessuno risolutamente affrontata, 
rimane tuttora aperta ; devesi ancora dimostrare se abbia ra¬ 
gione Dante o il compilatore del codice vaticano, se, cioè, autore 
della canzone fosse il fiorentino Castra o il marchigiano messer 
Osmano. Per giungere a una conclusione plausibile, fra tante 

m 

disparate opinioni, non avvalorate che da ipotesi più o meno 
ingegnose, io penso convenga seguire altra via, la via maestra 
per ogni indagine storico-critica, quella dei documenti. 


a) II Castra* 

Domandiamoci subito: Chi era il Castra? 

Scartata senz’altro la fantasticheria di qualche critico, in grazia 
della quale il Castra sarebbe stato un fiorentino così denomi- 
nato per la sua professione di norcino, beccaio o castratore di 
bestiame, noi possiamo, con documenti del tempo dimostrare che 
Castra (pur non escludendo che potesse anche essere sopran¬ 
nome) era indubitabilmente nome o cognome. 

Nel Libro di Montaperti, là dove si parla del grano per il 

• » 

rifornimento di Montalcino, viene ricordato un Castra con queste 

parole : Plebatus Fagne. Die lune , vi Hi augusti . Bemardus 

f. facobi , reelor populi Sane/e Crucis , sfuria VII. Pro quo ■ 


(1) Op. cit., p. 527 n. 

(2) Nel periodo delle origini, in Studi marchigiani, p. 63. 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


317 


fìdeiussit Iacobus qui Castra vocatur f. quondam Bartolì 
populi Sancte Trinitalis (1). Pur rilevando una tal quale ana- 
logia tra le parole di Dante {quidam ftorentinus nomine Castra) 
e quelle del documento {Iacobus qui Castra vocatur) (2), con 
le quali il Castra è indicato mediante una specie di perifrasi, 
non pare si possa dubitare che Castra, cosi nell’un caso come 
nell’altro, sia realmente nome o cognome. Nome o cognome, in- 
fatti* è in un altro documento (indicatomi dal prof. Bernardino 
Feliciangeli, del quale non sl sa dire se sia maggiore la mo¬ 
destia o la dottrina (3)), un breve di Urbano IV del 9 febbraio 1262, 
che comincia così : Dilectus fìlius Castra Gualfredi , civis ffo- 
renlinus... (4). Tanto che si può ragionevolmente presumere che 
anche il Castra di Dante portasse questo nome o questo cognome. 


(1) Il doc. fu indicato dal 'J'okraca nei suoi Situii su in lirica italiana 
del duecento (Bologna,, Zanichelli, 1902, p. 156), che lo ricavò dal Libro di 
Montapcrti ed. da C. Paoli, Firenze, 1889, p. 146. Al Torraca che nei luoghi 
citati sospettò avesse Dante equivocato, il Cantilli' obbietta che Dante asserì 
in modo esplicito di aver veduto (vidiinus) la canzone, onde riesce difficile 
imaginare « che s’ingannasse cosi stranamente sul nome dell'autore ». Se si 
pensa, però, che vidimus può significare ‘ vidi ’ in tempo remoto, come fa cre¬ 
dere la composizione del De vulg. eloq., che s’inclina a collocare in tempo 
assai tardo, l’equivoco dopo molti anni, appare ben poco difficile; tanto più 
che non consisterebbe nell’aver preso per fiorentino un osimano, come dice il 
Camilli, ma nell’aver.attribuito al Castra una canzone in luogo di un’altra, 
in luogo di una di quelle che egli asseriva essere state ‘ trovate ’ in vita - 
peritati dei marchigiani, degli umbri e dei romani, e che, per sua confessione, 
erano assai numerose ( quatti plures), onde l’equivoco era molto facile ad in¬ 
generarsi. Oltre a ciò non è da trascurare che quando Dante vide quella can¬ 
zone, il preteso autore (Castra) l’avrebbe già composta da un pezzo (Dante 
dice : composuerat). 

(2) La formula qui vocatur nel Libro è rara: un es. a p. 141: « ... prò 
« quo fìdqjussit Jacopus qui Guacola vocatur ». Di solito è indicata la pa¬ 
ternità, senz’altro. 

(3) Lascio queste parole come le scrissi, sebbene una morte acerba abbia 
rapito agli studi il dotto e valoroso storico marchigiano, Lamico incompara¬ 
bile e indimenticabile, le cui doti di studioso erano pari alle sue virtù civili. 

(4) Il breve, che ci pare opportuno riferire, è stampato nel Bullarium or¬ 
dinòi L'F. P raed icatoruin... opera F. Thomak Ri poli, editimi, T. I, Romae, 



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318 


G. CROCIONI 


Qui si allaccia subito un’altra domanda: corre alcun l’apporto 
fra i tre Castra ricordati ( In altri termini, il Castra di Dante 
può identificarsi con quello di Montaperti o con quello di Ur¬ 
bano IV t 0 non sarebbero, per avventura, tutti e tre una sola 

4 

e medesima persona ! Il /fornica sospettò clic il dantesco fosse 

* 

quello stesso elio è nominato nel libro di Montaperti, ma non 
se ne può fare dimostrazione, 'fante meno si può dimostrare 
che questo si identifichi col Castra del brevi* papale, poiché 
questo, nel 1202, era in tali condizioni di povertà (e noi diremmo 


MDCCXXIX, p. 417; è ricordato dal Pottiiast, 1*2*28, e transunto dal Gii- 
h xvu, Left rei/istres d'I'rbain IV (1201-12(54), t. II, p. 23. Eccolo nella .sua 


integrità : 


Urbanità episcopio* f servii* servorum Dei , dilecto flfio Priori Fratrum Praedicatorum 
Fiorenti"^ salntem et apostolicam benedict io tieni . 

Dilectus filius Castra Gualfredi, oivis Fiorentini]», praeventus Spiritila Sancti 
gratin, quae facit bumanas rnentes fructum eoncipere, ac parere salutai em, illis 
quibus usuras extorsit, et quorum notitiam habere potuit, de iis, quae taliter per- 
venerunt ad curii, jam prò rnnjori parte, per Dei gratiam, ut asserit, satisfecit. 
Veruni, quia nonnullis Ecclesiis. et personis ecclesiasticis ex eo super liis nondum 
est juxta ipsius desiderium satisfaetum, quod ignorat ipsorum nomiua, et in re- 
motis existunt, lieet ad eum de usuris exortis [leggi : extortisl a talibus niodieum 
pervenisset, nobis bumiliter supplieavit, ut eum ipsum, uxore ac pluribus filiis 
oneratimi, oporteat de bouis temporalibus sustentari, et sibi,propter satisfactionem 
huiusmodi, bona dumtaxat immobilia renmnsisse dicantur, illud, quod de residuo 
bonorum suorum deberet secundum jura in pios usua converti, sibi prò sustcnta- 
tione sua et suae fmniliae, ne mendicare cogantur, distribuì loco pauperum, pio¬ 
tati» intuiti! niandaremus. Nos igitur, qui juxta desideria promovere cupimus, et 
conservare promota, pia consideratione pensante», quod expedit calamum quas- 
satum non conteri, et in erasione aeruginis vas non frangi, mandamus, quatenus, 
cum bona ecclesiastica in nostra piena disposinone consistant, de his, quae hujus- 
modi ecclesiis et personis, quarum non possit per eum haberi notitia, deberent ab 
ipso restituì, et per lioc in opera pietatis converti, sic, auctoritate nostra, sibi et 
suae familiae, de benignitate apostolica providere procure», quod considerati» 
ipsius Cnstrae Gualfredi, ne hujusmodi suorum conditione, ac aliis circumstantiis 
universi», iidem valeant de talibus, quasi collatis sibi a nobis, eommode susten¬ 
tari, non obstante indulgcntia [de qua in Diplomate dato VII martii MCCXXV], 
qua tibi, vel Fratibus tui ordini» a Sede Apostolica dicitur esse concessimi, quod 
de causis cognoscere inviti minime teneamini, quae vobis a Sede committnutur 
cadetti. Datimi Viterbii V idus Februnrii, Pontificatus nostri anno primo. 


Da vari mesi era stato consegnato il mio ms., quando A. Artidi pubblicò in 
questo (ìioni., 76. 250-2.V2 sgg. il Libro di Castra Gualfredi et de' coni - 
paiini, die la concordanza del nome e cognome, della professione e del tempo 
fa ritenere come una sola e identica persona col Castra (Jualfredi del breve 
pontificio. 


✓ 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


319 


di fallimento) da indurre il Pontefice a far provvedere alle sue 
strettezze, per impedire che egli e la sua povera famiglia fos¬ 
sero costretti a mendicare per vivere, mentre quello, press’a poco 
nello stesso tempo (1260), poteva far malleveria per sette staia 

di frumento. Senza dire che l’uno, nel 1260, era orfano del 

« 

padre, Bartolo, mentre l’altro, nel 1262, pare avesse vivo il padre, 
di nome Gualfredo. Nè alcuna identificazione si può proporre 
fra questo e il dantesco, finché nuovi documenti non ci illumi¬ 
nino. Cosicché i tre Castra, vissuti press’a poco nello stesso 
tempo, probabilmente sono tre persone distinte, ma non si esclude, 
in modo assoluto, che possano anche ridursi a due. Ad una sola 
no certo, per le ragioni indicate. 

Poco è a dire sulla loro condizione sociale: il dantesco, no¬ 
minato con certa aria di dispregio, è un quidam fiorentinus 
nomine Castra, senza indicazione, di paternità, discendenza o 
professione, senza accenno a valentia o a dottrina; quello del 
libro di Montaperti ci si discopre solo per un atto da lui com¬ 
piuto, una malleveria ; il terzo, pel quale Urbano IV non fastidi 
scrivere un breve commendatizio al priore dei frati predicatori 
a Firenze, non dovette essere un cittadino trascurabile, se il 
papa, in un documento ufficiale, lo chiamò figlio diletto, e non 
disdegnò di perorare la sua causa. Ma, in verità, il breve papale 
non gli fa troppo onore, poiché ce lo presenta come un ban¬ 
chiere di professione (usuras extorsit), e, per di più, prossimo 
al fallimento, degno di essere sostenuto solo in quanto expedil 
calamum quassalum non canteri, e per un sentimento di 
umana pietà. Non una paròla sul merito personale del racco¬ 
mandato o della sua famiglia, su studi che egli avesse compiuti, 
su qualità che lo adornassero e lo rendessero degno di compa¬ 
timento e di aiuto. Nulla. 

Tanto che nessuno dei Castra nominati, stando ai documenti 
mentovati, mostra aver avuti rapporti con la poesia e neppure 
con gli studi c con la cultura in genere. 

Ora si domanda: uno di costoro, quale clic si fosse, sarebbe 
stato cosi arguto, ingegnoso, dotto e bizzarro da proporsi e 




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320 


G. CROCIONI 


cosa non meno notevole, da aver capacita di congegnare una 
canzone verte atqne perferte !((/alani , mostrando conoscere inti¬ 
mamente le leggi del più nobile c arduo componimento lirico; 
avrebbe saputo attingere i motivi della sua pastorella ai modelli 
italiani e forastieri, di Francia e di Provenza, dei quali avrebbe 
poi arzigogolata una specie di contratrazione (pure svolgendo il 
suo tema con arte consapevole) convertendo lo schema metrico 
della canzone, la tradizione della pastorella in materia di riso, 
anzi di derisione, anzi di vituperio? E tutto ciò, che sa di scuola 
e di dottrina, che rivela amore del ricercato, avrebbe fatto un 
poeta popolare, (juale poteva essere un Castra? Ma la poesia po¬ 
polare non è più, adunque, materiata di semplicità e di sponta¬ 
neità? E un uomo siffatto (supposto che tale sia stato realmente) 
nato e cresciuto nel centro vivo della cultura italiana in quel 

tempo, in Firenze, sarebbe noto solo per caso, e per un puro 

% 

caso il suo unico componimento sarebbe penetrato, e sotto il 
nome di un altro, nella più ricca antologia della lirica dugen- 
tesca, compilata, non certo a casaccio, da un contemporaneo (si 

noti bene) e che quella lirica conosceva a meraviglia? E Dante, 

■ 

esperto quant’altri mai nella poetica del tempo, avrebbe pre¬ 
giato cosi poco un tal uqmo, da designarlo con un quidam , non 
degno, neppure che se ne indicassero il nome e il cognome, la 
paternità, la professione e altro? 

Francamente tutto ciò non pare credibile, anzi pare addirit¬ 
tura incredibile, al punto che ci si convince ognora più avere 
Dante equivocato, come suppone accortamente il Torraca, at¬ 
tribuendo a un Castra una canzone, che poi è una pastorella, 
congegnata a regola d’arte, e ricca di riposta dottrina, in luogo 
di una satira popolaresca. 

L’equivoco lascia supporre molte spiegazioni e giustificazioni: 
può darsi che il Castra spacciasse per suo un componimento 
d’altri che qualche marchigiano avesse portato a Firenze; può 
darsi che la voce pubblica avesse creato confusione tra l’autore 
vero, probabilmente sconosciuto a Firenze, e chi andava ripe¬ 
tendo la famosa canzone, che potrebbe essere appunto il Castra; 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


321 


può darsi che a} due versi riportati da Dante seguissero altri 
diversi da quelli del codice vaticano ; può darsi che Dante scam¬ 
biasse una con altra canzone; può darsi... Ma a che scopo mol¬ 
tiplicare le ipotesi ? Dal sin qui detto risulta così poco verisimile 
che la canzone fosse scritta dal Castra, che ci sentiamo tratti 
a più larga indagine per iscoprire il vero autore della canzone. 


/?) Messer Ostinino. 

« 

Torniamo così a messer Osmano, che può dirsi l’unico serio 
competitore del Castra, rispetto alla paternità del conteso com¬ 
ponimento: il ser Manno del Grion e l’orvietano messer Or- 

» 

manno del Borgognoni, si ritraggono da sè, senza che noi ci 
adopriamo a cacciarli di nido. Con qualche titubanza ci indu¬ 
ciamo a contraddire critici reputatissimi, ma. amictts Plato 

sed magis amica veritas, o quella che noi riteniamo la verità. 

Che Osmano , come ben vide il Monaci, sia l’antico aggettivo 
di Osimo (Osino, Ausmo) e valesse ‘ Osimano ’, è certo ; ma nel 
codice il nome 4 Osmano ’ è preceduto da un messer che ci as¬ 
sicura Osmano essere stato una persona reale, e probabilmente 
un notaio o un giudice o un cavaliere. L’intera locuzione, poi, 
Messer Osmano , collocata in fronte alla canzone, al posto in 
cui nel codice suol essere iscritto il nome dell’autore del com¬ 
ponimento che segue, attesta, se proprio non dimostra e com- 
prova, che il copista, anzi il compilatore, scrivendolo in quel 
modo e in quel punto, intese proprio di denotare l’autore della 
canzone. 

Mai, infatti, nel codice, fu collocato in quel punto il nome 
di una persona beffata, mai il nome di alcuno che non fosse 
l’autore. Avrebbe, dunque, il compilatore fatta per Messer Osmano 
una singolarissima eccezione? E perchè? 

L’illazione, piana e spontanea, non è senza notevole significato, 
perchè viene a dire, in altri termini, che il trascrittore della 
prima parte del codice, il compilatore di quella famosa cresto- 

Qiornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n* 19-*1). 21 


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322 


0. CK0CI0NI 


mazia (e nessuno dei suoi infiniti lettori mostrò mai di dubi¬ 
tarne) (I), cioè un contemporaneo dell’autore della canzone, un 
competente in materia, credette proprio che autore ne fosse il 
misterioso messer Osmano, misterioso per noi, tardissimi nepoti, 
non per lui, contemporaneo. Tanto è ciò logico e pacifico che, 
se Dante non avesse data una notizia contraria, nessuno avrebbe 
dubitato della esattezza del copista, e tutti avrebbero collocato 
il detto Messer Osmano tra i rimatori dell’ultimo cinquantennio 
del secolo XIII, quantunque di lui, come di molti altri, non si 
avesse e non si abbia alcuna notizia. E invece ne hanno du¬ 
bitato tutti quanti, per una tal quale inesplicabile repugnanza 
ad ammettere la reale esistenza di un Messer Osmano, non ri¬ 
cordato che nel nostro codice, e a consentire che il sommo 
Dante abbia potuto equivocare, come si sa essergli accaduto più 
d’una volta. Per la quale repugnanza si è corsi alle strane sup¬ 
posizioni rammentate qui sopra, pur di non ammettere il co¬ 
gnome di quello scrittore, che, a guardar bene, non ha in sò 
nulla di strano, anzi risulta realmente esistente, cosi nei tempi 
moderni come negli antichi. 

Il cognome Osmani originariamente ed etimologicamente è 
una stessa cosa col cognome Osimani, il quale appartiene oggi 
a parecchie famiglie: il 22 ottobre 11)15 moriva in Ancona il 
prof. Gervasio Osimani, di Umana (Ancona), stato per sei anni 
console della repubblica dell’Uruguay (2); nel 1916 moriva glo¬ 
riosamente per la patria il capitano Osimani, cittadino geno¬ 
vese (3). Io so inoltre con certezza che a questo cognome ri¬ 
spondono altre famiglie marchigiane, o fino, mi hanno detto, del 
comune stesso di Osimo (4). 


(1) Anzi il postillatore (il Colocci) a c. 104 h del cod. vat. 3793 (ed. Egidi, 
p. 302) lo conferma, ripetendolo. • 

(2) Una breve necrologia anche nel Picenum, an. XII (1915), fase. X-XI, p. I. 

(3) Ne parlarono con elogio molti giornali. 

(4) Non sarò io il primo a rilevare che gli aggettivi di cittadinanza (per- 
golese, pesarese, romano, reggiano, ecc.) si convertono in cognomi fuori del 
territorio di origine. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


323 


Del pari certa è resistenza del cognome Osmani. Si sa, in¬ 
fatti, che un Carlo Osmani, di Ancona, partecipò alla eroica spe¬ 
dizione dei fratelli Bandiera, fu processato, condannato a morte 
e rimesso in libertà, per commutazione di pena (1). Con poche 

e agevoli ricerche itegli archivi marchigiani si riuscirebbe a 

» 

documentare la continuità delle famiglie Osmani, per lo meno 
dal sec. XII al XIX; ma veramente sarebbe una documenta¬ 
zione superflua, poiché lo stesso vocabolo, con la sincope dell’/ 
protonica, conferma la sua antica origine, indubbiamente da 
‘ Osmo ’, proprio come Osimani da ‘ Osimo ’ (2). Qualora un dubbio 
qualunque rimanesse, basterebbe a dileguarlo tre documenti 
fiastrensi, del sec. XII, nei quali compaiono tre Auximani. 
Nel primo, del gennaio 1181 (3), un Acto Auximano dà a sua 
moglie, Berta Casata, il consenso maritale per un contratto; nel 
secondo (4), del dicembre stesso anno, insieme ad altri quattro, 
fa testimonianza Filippo Auximano; nel terzo (5), del feb¬ 
braio 1187, fa testimonianza Grimaldus Auximano. Nessun dubbio 
potendosi nutrire sull’attendibilità dei documenti, nè sulla fun¬ 
zione cognominale dei tre Auximano , ne consegue, con asso¬ 
luta certezza, che nel sec. XII vivevano nelle Marche, e più 


precisamente in territori corrispondenti o vicini a quelli cui la 


nostra canzone ci riporta, due, tre o più famiglie cognominate 


(1) Cfr. D. Spadoni, Settantanni di patriottismo marciti a inno, in Atti e 
Memorie della li. I)ep. di st. patr. per le Marche, N. S., voi. VI* 11)09-10, 
p. 41, e P. Giangiacomi, Anconitani precursori e soldati dei mille, Ancona, 
tip. Dorica, 1910. 

(2) Che la forma sincopata di * Osmo ’ o ‘ Ausino ’ (e quindi, a fortiori, di 
* Osmano ’) sia antichissima, dimostra anche questo esempio che ci è offerto 
da una carta fiastrense del 1151 (p. 65), ove si legge: De comitato Ausmo. 

(3) Carte fiastrensi, 190, p. 170, an. 1181. mese di gennaio: « Ego quidem 
« Berta Casata uxor q. Alberto, per consensum de Acto Auximano-vir meus, 
« trado tibi domino Rugerio abb... ». 

(4) lei, p. 181 : « Johannes de Grimaldo, Filippo Auximano, Acto Firmano 
« et Albrico, Adammo de Bernardino; isti sunt testes ». 


(5) Ivi, pp. 210-11: « Sunt testes: Ereulanus Albertucii investitor, Ber- 


« nardus de Bernardo de Go/.o, l'g'dinus do Ugo 


Actonis, Bernnrdus de Acto 


« Murice, Grimaldus Auximano et .. ». 



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324 


G. CROOION’I 


‘ Osiinani che, in forza della sincope allora comune nell’appel¬ 
lativo degli abitanti di Osimo, saranno state chiamate * Osmani 
Che meraviglia, allora, che un membro di tali famiglie, o d’altre 
omonime, nel sec. XIII, arrivato a giudice, notaio o cavaliere, 
ornatosi, quindi, del titolo di ‘ messere ’, coltivasse, come tanti 
altri suoi pari, la poesia, e componesse canzoni, tra le quali la 
nostra, statagli per tanti secoli, con tanta tenacia, contesa? 

A un certo punto delle mie ricerche io ho, infatti, rintrac- 
ciato un Osmano, cui spetterebbe di diritto il titolo di messere, 
e, vivendo proprio nel tempo cui crediamo debbasi riportare la 
nostra canzone, potrebbe esserne l’autore, e risolvere definiti¬ 
vamente la controversia. 

L’ho rintracciato -fra gli illustri professori dell'archiginnasio 
bolognese, ricordati dal Sarti, nel suo* dottissimo lavoro (1). 

A pagina 505 del tomo primo nomina egli un professore 
Montes Auximanus il quale, nel 1284, insieme a Nicholinus 
de Fraxinela papiensis, anch’egli professore, ebbe lite col fa¬ 
moso Rolandino, maestro e quasi fondatore della scienza o arte 
notarile, per il diritto di insegnarla a Bologna, lite conchiusa 
mediante accordo fra i tre contendenti. Poiché il Sarti anche 
in altra parte dell’opera (2) ricorda lo stesso Montes Aìiximanus 
senza altra aggiunta, appare legittimo il sospetto che Montes 
fosse il nome (non nuovo nella onomastica del duecento) e 
Auximanus, cioè Osmano, il cognome. Un tale Osmano, notaio 
e maestro di notaria, lettore, sia pure per un solo anno (3), 
nell’archiginnasio bolognese, corto messere, e fornito di bella 
cultura, in bizzarra contesa col famosissimo Rolandino, e proprio 
nel tempo della canzone, può con grande probabilità esserne ri¬ 
tenuto l’autore. E ciò tanto più probabilmente in quanto lo stesso 


(1) Mauri Sarti et Mauri Fattorini, De Claris Archigymnasii bononiemis 
professoribus a saeculo XI usque ad saeculum XV, T. I, p. 505. 

• (2) Ivi, p. 314. 

(3) Così fu convenuto nell’atto di transazione di cui si fa menzione nella 
pagina qui appresso. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


325 


Sarti, allorché deve ricordare altri Osimani (1), li dice de Auxirno 
o auximates, non auximani. 

Senonchè nel documento originale con cui fu risoluta la con¬ 
troversia fra Rolandino da una parte e, dall’altra, Nìcholinus 
de Fraxineta papiensis e Montes A uximanus (2), questi non 
è più chiamato così, sibbene- Magister Venancius Monti de 
Osmo , in modo che si affaccia il dubbio che Anxìmanus, cioè 
Osmano, sia aggettivo di provenienza piuttosto che cognome. 
Si che la sperata identificazione svanirebbe. 

Sarebbe, però, non so se dire arrendevolezza eccessiva, o ec¬ 
cessiva prudenza, il rinunziare senz’altro alla vagheggiata iden¬ 
tificazione, giacché se il documento rende più verisimile e cre¬ 
dibile che il cognome del maestro di notaria fosse Monti anziché 
Osniani, non si deve dimenticare che allora l'uso dei cognomi 
era quanto mai incostante e malsicuro, onde non è difficile am¬ 
mettere che la stessa persona fosse conosciuta con diversa de¬ 
nominazione. Non ostante che la denominazione piena e com¬ 
pleta del maestro fosse quella del documento (negli atti legali 
essa era necessaria), si può sempre supporre che egli in arte 
fosse denominato in altro modo, cioè Montes Auximanus , o 
semplicemente Auximanus, Osmano, più il titolo di messere 
che certo gli spettava, e quindi messer Osmano, come nel codice. 

Se l’ipotesi nostra coglie nel segho, qual meraviglia che egli 
come molti altri, come il suo corregionale Francesco da Came¬ 
rino, pur affidando il suo nome a un componimento poetico, non 
lasciasse di sé altra memoria? Non potrebbe essere colpa esclu¬ 
siva nostra, della fortuna o del caso, se ancora non si è riusciti 
a rintracciare alcun altro segno della sua vita o dell’opera sua? 
Non si contano a diecine i rimatori delle origini, dei quali non 
sopravanza alcuna notizia biografica ? Si è dubitato forse per 
questo della loro reale esistenza? E perchè si dovrebbe, dunque, 
dubitare di questo Messer Osmano, che nel proprio cognome 


(1) Ivi, p. 628. 

(2) lei, T. II, pp. 205-206. 



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326 


G. CROCIONI 


e nell’opera che gli è attribuita porta i contrassegni più va¬ 
lidi ad essere creduto persona reale? Quand’anche noi riu¬ 
scissimo a scovare sul conto suo qualche altra notizia, come la 
vendita di un campo o l’acquisto d’una casa, una testimonianza, 
una fideiussione, un testamento o simili, egli rimarrebbe per 
noi quasi un ignoto, e non sarebbe rischiarata gran che la sua 
fisonomia. Compaia o non compaia il documento rivelatore, dopo 
quanto abbiamo detto, Messer Osmano, sia egli o no il notaio, 
maestro di notaria, della controversia bolognese, a noi si pre¬ 
senta come persona reale, in carne ed ossa, come cultore di 
poesia, come autore della nostra canzone. 

La quale si addice a lui assai meglio che a un Castra, per 
due ragioni validissime: perchè egli era marchigiano, e perchè 
doveva essere persona di studio. 

Solo chi sia nato e cresciuto sul posto (nè basterebbe l’avervi 
dimorato), può, come fa l’autore della canzone, indicar nomi e 
cognomi di abitanti, accennare a città e paesucoli, indicare abi¬ 
tudini civili e villerecce, condizioni specialissime del terreno 
(ad es. le rote), utilizzare la conoscenza di distanze da un luogo 
all’altro (« se Dio mi lasci passare a lo elenchi ») e tutto ciò 
fondere e cementare in un tutto organico e ragionevole. 

Solo chi sia nato e cresciuto sul posto può conoscere saga¬ 
cemente del vernacolo locale i fenomeni fonetici e morfologici 
più singolari (ad es. .sona i sciocca sei), ed altri impercettibili 
o difficilmente rilevabili, i vocaboli più caratteristici e ridicoli, 
quelli che non si trovano mai nelle scritture e tanto meno nelle 
poetiche, ma solo sulla bocca dei parlanti, e dei più rozzi e vol¬ 
gari; solo egli può maneggiare il dialetto per un’intera canzone, 
con abilità non comune, con quella spontaneità, con quella si¬ 
curezza che dimostra il nostro scrittore. 

E solo un dotto può congegnare, quasi scriva con spirito di 
poeta maccheronico e perizia di purista, per un pubblico di 
umanisti e di linguaioli cruscanti, una canzone che riesca a su¬ 
scitare il riso, per il contrasto fra il pattume dialettale e la lingua, 
per la dissonanza tra lo schema metrico dell’ardua canzone e 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 327 

♦ 

l’umile materia da pastorella, tra la gentilezza della pastorella 
tradizionale e la grossolana volgarità della pastorella presente. 
Solo chi sia fornito di dottrina, come poteva essere un messere , 
riesce ad atteggiare a qualche novità un componimento logoro 
per il lungo uso, a infarcirlo di reminiscenze paesane e fora- 
stiere, a trarne fuori, insomma, qualche cosa di insolito e di 
osservabile, frutto non meno di cultura seria che di ingegno 
originale. 

Un Castra, fiorentino, poeta, se mai, popolare, come lo pre- 

♦ 

senta Dante, non poteva essere da tanto! 

Il cognome, adunque, di messer Osmano, quale che fosse il 

suo nome di battesimo, può essere iscritto tranquillamente ac- 

0 

canto a quelli di altri rimatori dugenteschi, accanto a quello 
del suo corregionale Francesco da Camerino, come autore in¬ 
dubbio d’un componimento conosciuto. Di Frate Pacifico e di 

* • 

Scatuzzo, rimatori marchigiani delle origini, ci restano i nomi 
o poco più; di altri, rimasti ignoti, sopravanzano i componimenti 
(il S. Alessio, la Giostra;eco,.)-, solo di quei due, Messer Osmano 
e Francesco da Camerino, forse perchè in relazione coi lette¬ 
rati fiorentini e bolognesi, e da loro conosciuti, sopravanzano, 
al tempo stesso, l’opera e il nome, ancorché privi d’ogni altra 
sicura notizia. 


XVII. 


— Cultura 

« 


fi 


tarchigiana nel sec. XIV. 


Al prevalere di una conclusione cosi piana e naturale avrebbe 
opposta, anni addietro, qualche resistenza la convinzione molto 
diffusa che la regione marchigiana non fosse, nel sec. XIII, in 
tale condizione di cultura da consentire il sorgere e lo svilup¬ 
parsi di una vera e propria letteratura volgare, e tanto meno 
lo sbocciare di un componimento così bizzarro da potersi fin 
chiamare umoristico e originale. Ma oggi si hanno sulle Marche 


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328 


G. CROCIONI 


tanto più ampie e sicure notizie (1) che un simile componimento 
ci appare non più quale pianta esotica e inacclimabile, sibbene 
quale frutto indigeno e naturale. 

Doveva, infatti, essere pregiato il volgare in una regione elio 
ci presenta scritture volgari tra le più antiche (l’Italia (2); do¬ 
veva essere coltivata la poesia, dove, non ostante la ininterrotta 
opera di distruzione del tempo, scamparono numerosi e insoliti 
avanzi di molti generi letterari ; là donde ci provengono « pa- 
« recchie delle più antiche, delle più importanti e anche delle 
« più singolari » reliquie letterarie del periodo delle origini (3). 

Si sa che nella Marca, durante il periodo delle origini, fu¬ 
rono vicari generali, mandati daH’imperatore Federico II, i noti 
rimatori 'Percivalle Doria, Giacomino Pugliese, Odo delle Co¬ 
lonne'e Federico d’Antiochia; che vi fu podestà Arrigo Testa (4); 
che vi nacque lo stesso Federico II, il quale alla regione nativa 
si mostrò, sia pure per arte di governo, molto affezionato (5); 
che vi dimorò a lungo, vi possedette feudi nel contado di Se¬ 
nigallia, e quasi si naturalizzò, insignito di privilegi dal detto 
imperatore, Corraduccio da Sterleto, esaltato senza fine in una 
sua canzone da Guittone d’Arezzo (0); clic vi soggiornò, anche 


(1) Mi sia permesso richiamare le mie Marche, pp. 2 sgg., alle quali ri¬ 
mando per questo paragrafo, quando non indichi altre fonti. Bicordo, tuttavia, 
G. Spadoni, II contributo delle Marche alla letteratura italiana nel periodo 
delle origini, Roma, 1907. 

(2) Cfr. Monaci, Crest., pp. 11, 16; e le mie Marche, pp. 41 sgg. 

(3) F. Tohraca, Nel periodo delle origini, già cit., p. 57. 

(4) Cfr. A. Gianakdrea, Tre documenti marchigiani intorno ad Arrigo 
Testa, in Arch. st. it., disp. 5-6 del 1889, e A. Zen atti, Arrigo Testa, ecc., 
Firenze, Sansoni, 1896, p. 30. Il Grion (in Propugnat., II, 292 del 1869) scrisse 
che il Testa era di Sassoferrato, ma non giustificò mai la sua asserzione. Nè 
lo avrebbe potuto. 

(5) A. Gianandrea, Di Federico li di S te via e della sua casa in rela¬ 
zione con la città di Iesi, ivi, Ruzzini, 1895 ; G. Mestica, Federico II in 
relazione con In civiltà italiana, Iesi, Fiori, 1870. 

(6) Nelle Marche, p. 4, è detto ancora Corrado Zucchi da Sterleto, ma è 
ormai noto che il suo vero nome è Corraduccio da Sterleto, per il quale si 
può vedere il dotto studio del D’Ovidio, Il Donato provenzale (nel citato 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


329 


©gli come vicario generale dell’impero, Iacopo Mora, a richiesta 
del quale e del detto Corraduccio scrisse il Donato provenzale 
Ugo Faidito (1), un po’ prima del 1246, ad dandam doctrinam 


voi., pp. 359 sgg.). Sul conto di Corrado ho incontrato nei Regesto, firmano 
due documenti che credo utile riferire, sebbene non sia certo che altri non 
li abbiano già segnalati. Sono uno del 1243, uno del 1249, e fanno' fede che, 
almeno per quel tempo^ Corrado dimorò nelle Marche. Il primo (p. 381, 
n° 146) : « Privilegium Friderici secondi imperatori, concessum Corraductio 
« Stirleto, filio quondam Corradi de Gottebuld, de senogalliense et Callense 
« comitatibus, et contrata Masse, cum castris Montis Sicci, Nidi Austori 
« [Nidastore, in quel d’Arcevia] et aliis, prout in eo; de anno domini 1243; 
« sub datum in castris, in obsidione Viterbii ». Il secondo (p. 386, n° 1641: 
« Privilegium Percivallis de Auria, Marchie Anconitane, ducatus Spoleti, pio 
« Friderico secundo imperatore, vicarii generalis, quo confirmat privilegium 
« supradicti Friderici imperatori concessum Corraductio de Stirleto prò ut 
« superiori numero [rimanda al doc. preced.]; et concedit eidem Corraductio, 
« ultra supradicta castra, castrom Farneti de comitatu senogalliensi : datum 
« anno domini 1249, in civitate Aesii ». Si noti che vicario generale in quél- 
ranno era Percivalle Doria (De Auria) il quale confermava, con uno suo, il 
primo privilegio di Federico II. Del Doria, già morto, fa menzione un doc. ri¬ 
prodotto dal Grimaldi fra le carte matelicesi (p. 48) e stampato già dall’Acqua- 
cotta (p. 57), col quale Manfredi, re di Sicilia, confermava nel 1265 « quasdam 
< indulgentias et libertates ac immunitates > che agli uomini di Matelica 
erano già state concesse « per quondam Percivallem de Hauria tunc vicarium 
« suum [di Manfredi] in Marchia ». Il Doria, come si sa, era morto nel 1264. 
mentre passava il fiume Nera. Quanto all’etimo di Sterleto non vorrà dispiacere 
all’onorando prof. D’Ovidio, se, contrariamente all’ipotesi di lui, io, nato e cre¬ 
sciuto a pochi chilometri di distanza dal famoso castello, del quale nuH’altro 
sopravanza-che il nome, ripeto ciò che ne scrissi nel mio Dialetto di Arcevin 
(pp. 101-2), che, cioè, derivi da Strillcto, come anche oggi spesso è pronunziato 
(analogamente a stirlacca da strillacca), per il fatto che è luogo frequentato 
da certi uccelli, dei passeracei, detti, per il loro verso, strilli. Quanto al suf¬ 
fisso, richiamo formicheto, possereto dell’arcev., p. 40. Lo sdoppiamento del l 
sarà fenomeno analogo, e contrario, di quello segnalato dal Pieri nella Mi¬ 
scellaneo per le mie nozze (Roma, 1908, pp. 207 sgg.). — Per la canzone di 

Guittone cfr. le mie Marche, p. 33, o meglio Fl. Pellegrini, Rime di G. d'A., 

• « 

voi. I, e Egidi, Il libro di varie romanze volgari, pp. 129-430. 

(1) Il Torraca ( Stadi citt., pp. 119-124) e il D’Ovidio. (Il Donato, p. 408) 
opinarono essere Iacopo Mora la stessa persona che Giacomo Pugliese; se così 
fosse, noi avremmo,'allora, nella Marca, un altro rimatore; e la composizione 
del Donato, fatta a richiesta di due personaggi, mentre erano nella detta 
regione, avrebbe, rispetto alla cultura regionale, ben altro significato. Trovando 


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330 


G. CROCIONI 


vulgaris provincia! is et ad discernendiim iuter rerum et 
falsimi cu/gare. 

All’incremento della cultura marchigiana contribuirono forte¬ 
mente le relazioni con l’università di Bologna, che furono tali 
e tante e di così grande importanza che giova indugiarsi un 
poco per illustrarle, a chiarimento e conferma del nostro as¬ 
sunto. 

Non occorre ripetere che lo studio di Bologna era allora il 
faro della cultura italiana; nè importa dimostrare che gli stu¬ 
denti marchigiani, laici e chierici, erano in Bologna numero¬ 
sissimi. Quand’anche non fosse stato dimostrato con documenti (1), 
ce lo farebbe supporre la gaia e arguta novella del Novellino (2), 
ove si narra di uno scolaro della Marca, povero in canna, che 
riuscì a compiere gli studi mercè la generosità malcompensata 
di un compagno, novella riferita alla Marca appunto perchè di 
là piovevano a Bologna, e vi si facevano notare, turbe di stu¬ 
denti. E sanno tutti come S. Francesco, andato a Bologna, vi 
convertisse alcuni studenti marchigiani, taluno dei quali era 
« molto litterato e grande decretalista » (3). È parimenti noto 
come gli studenti, frequentanti le lezioni dei più reputati maestri, 


nelle esemplificazioni l’agg. marchesas, marchigiano, il sostantivo Fas, Fano, 
e altri vocaboli della Romagna e del Ducato spoletano, vien da sospettare 
che Fautore, Ugo Faidito, scrivendo il Donato , avesse presente la regione in 
cui esercitavano alti uffici i due signori che ne lo avevano richiesto. Che uf¬ 
ficio tenesse Iacopo Morra e in che tempo, attesta il seguente doc. tratto dai 
Regesto firmano (an. 1244, n° 151, p. 383): « Sententia criminalis lata per 
« Iacobum de Morra, sacri romani imperii in Marchia Anconitana vicegerentem 

I 

« generalem, contra Rainaldum domini Palmarii, Thomam domini Johannis et 
« alios quamplures, ad accusationem domini Fidelsmidi de Molliano; de 
« anno 1244; Regnante Friderico Romanorum imperatore ». Per il Morra è da 
vedere D’Ovidio, Op. cit., pp. 407 sgg. 

(1) L. Couni-Baldesohi, Lo Studio di Bologna e la Marca d'Ancona, 
Modena, tip. Ferraguti, 1919 [Estr. da Studi e memorie per la storia del¬ 
l'Un. di Bologna, voi. V], Questo studio è ricco di notizie e di documenti 
importanti. 

(2) È la XLVIII. La riportai nelle mie Marche, p. 34. 

(3) Fioretti, cap. XXVII. 


t 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


331 


vissuti a contatto con giovani delle più disparate provenienze, 
nazionali ed estere, fossero nel medio evo i trasmettitori più 
validi del pensiero dominante, i propugnatori di principi spesso 
in contrasto con quelli professati dallo stato e dalla chiesa. 
Nessuno meglio di loro poteva contribuire a diffondere, così al¬ 
trove,'come nella Marca, ove tornavano a studi ultimati, per 

esercitarvi le pubbliche cariche, quella cultura, giuridica, let- 

• ♦ 

teraria, filosofica e scientifica, che i maestri dello Studio ave¬ 
vano loro impartita. 

E che quella cultura nella Marca fosse molto diffusa dimostra, 
a tacer d’altro, il numero grande di personaggi che a Bologna 
andavano e ne tornavano per coprirvi cariche di potestà, capi¬ 
tani del popolo, giudici, ecc., o esercitarvi professioni, di medici, 
notai e, sopra tutto, di professori. 

Il numero di questi ultimi, di varie categorie, non molto dis¬ 
simili dalle attuali, è veramente grande. Da Cecco d’Ascoli, 
autore dell’enciclopedica Acerba, finito sul rogo, da Martino da 
Fano, che Fra Salimbene proclamò clominus legum , si scende 

a una vera turba di minori, insigniti dei titoli di magistrì, 

% 

dociores, professores , insegnanti pubblici e privati, lettori e 
ripetitori, insegnanti, diremmo oggi, elementari, medi e supe¬ 
riori, professanti grammatica, logica, notaria, astrologia, medi¬ 
cina, diritto, teologia, ecc. ecc. Ne venivano così dalle grandi 
città, quali Ascoli, Fermo, Macerata, Ancona, Urbino, ecc., come 
dalle terre, dalle ville e dalle castella, da Cingoli, da Osimo, 
da Amandola, da Recanati, da Sassoferrato (patria di Bartolo, 
lucerna del diritto), da Visso, da Fabriano, da Matelica, da Ca¬ 
stel fidardo, da S. Anatolia, da Fano, e da altri paesi, che l’arte 

del magistero è stata sempre tra le preferite dai marchigiani. 

» 

Tutte persone di dottrina, costoro, o almeno di cultura, talune 
anche conoscitrici di arte, capaci di comporre, o almeno amanti 
di versi e canzoni (1), poiché a Bologna la studiosa gioventù 

(1) Ivi, pp. 29-30, e G. Livi, Dante, suoi primi cultori, sua gente in 
Bologna, Ivi, 1919. 





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332 ‘ 


O. CROC 10NI 


veniva iniziata, nè solo dalla cattedra, alla nuova letteratura 
volgare. 

Relazioni intellettuali non molto dissimili da quelle che man¬ 
teneva con Bologna, la Marca le aveva con altre città italiane, 

specie con le principali (Roma, Firenze, ecc.), alle quali mandava 

« 

e dalle quali riceveva un numero grande di personaggi, cosi 
del clero secolare e del claustrale, come del laicato, esercitanti 
le professioni liberali, occupanti le cariche più cospicue. Di 
siffatte relazioni, che contribuivano a mantenere nelle singole 
regioni, specie nelle centrali, un livello presso che uguale di 
cultura, sono piene le storie municipali, che per le città e le 
terre della Marca sono molto numerose (1). 

Tutti questi sono indizi non trascurabili che la cultura nella 
regione era piuttosto diffusa e largamente in onore. Ma chi 
legge una silloge di documenti sincroni marchigiani sente subito, 
quasi a conferma, che anche nei paesi più disccntrati dalle 
larghe vie di comunicazione la letteratura cavalleresca, indi¬ 
gena e forestiera, aveva goduto e godeva favore larghissimo: 
tanta dovizia di nomi egli incontra da quella letteratura resi 
famosi e famigliali, imposti alle persone (Ade, Berte, Blanci- 
flori, Rollanni, Rinaldi, ecc.) (2) ed ai luoghi (Berta, Aspro¬ 
monte, ecc.) (3). 


(1) Di tali relazioni serbano memorie innumerevoli le carte degli archivi : 
chi ne legga qualche silloge, rimane stupito del numero stragrande di fora- 
stieri, molti provenienti dall’estero, specialmente da territori tedeschi, che 
vivevano nella Marca e vi esercitavano le più lucrose professioni. 

(2) Lascio i Rollami e i Rinaldi, che sono numerosissimi, ma ricordo la 
Biancofiore di cui parlai nel Boll, della Soc. fìl. rom., II, l’altra, segnalata 
dal Rajna ( Romania , XVIII, 64 e n.), che compare nei Regesta firmarla 
(a. 1232, pp. 362-370) e un atto di vendita dei signori di Brunforte (a. 1284, 
p. 484 dei citati Regesta) eseguito « in presentia magistri Gentilis Blanci- 
« floris ». 

(3) Della leggenda fiorita intorno al nome loc. Aspramonte, che compare 
in docc. fermani del 1208 (p. 323), del 1222 (p. 345) e del 1244 (p. 382), 
parlò già F. Eoidi (in Bull. Soc. fìl. rom., Ili, pp. 31-35), che accennò 
anche a una Roncisvalle, in una valle di Osimo, segnalata dal Monaci, e a 
un ólmo e a una fonte d’Orlando. Di Berta, convertito in nome locale, in- 


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UNA CANZONI? MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


333 


D’altra parte noi sappiamo che l’istruzione locale nella Marca 
era non meno curata che altrove, e scuole numerose erano sorte 
e venivano sorgendo qua e là. Pur tacendo del concilio gene¬ 
rale lateranense, convocato da Gregorio VII (1078), per le dis¬ 
posizioni del quale anche nella nostra regione erano state 
istituite scuole cattedrali per chierici e poveri in ogni sede ve¬ 
scovile, è notorio che, specialmente per impulso del chiericato, 
ma anche per l'esempio che veniva da varie parti, il sec. XIII 
fu per le nostre scuole un periodo di incremento e di risveglio. 
Alcuni comuni, come Macerata (1290), aprirono pubbliche scuole 
di diritto e ne stipendiarono i professori (1); altri, come Fano (2), 

le continuavano con onore Uno studio pare avesse anche 

# 

Ascoli (3). Iesi concedeva un’area a un certo mercatanti ma- 
gislro (4), perchè si fabbricasse una casa (5). Urbino e Pesaro 
cominciavano già a far presentire i vicini bagliori delle loro 
corti, « in cui (se vogliamo credere al Perticari) regnavano 
« principi sapienti, ed esse erano tutte piene di gentili e addot- 
« trinate persone, e a sè chiamavano i belli parlatori d’ogni 

« contrada » (6). Altrettanto press’a poco potrebbe ripetersi di 

% 

Iesi, di Ancona, di Camerino, di Fabriano e d’altre città. 


contrai esempi nei docc., che pel momento non rintraccio; in sonetti dialet¬ 
tali, forse del *500, un Berta monca ( Moricus, Morica, nomi e cognomi fre¬ 
quentissimi nelle carte marchigiane). 

(1) L. Colini-Baldeschi, Vita pubblica e privata maceratese nel ducento 
e nel trecento, in Atti e Mem. della R. Dep. di et. patr. per le Marche, 
voi. VI, 1903, p. 139. 

(2) G. Castaldi, Studi e ricerche intorno alla storia della scuola in Fano, 
in Atti e Mem., ecc., N. S., voi. X, fase. II, pp. 259 sgg. 

(3) G. Castelli, L'istruzione nella provincia di Ascoli-Piceno, Ascoli, 
Cardi, 1899, p. 147. 

(4) C. Ciavarini, Carte diplomatiche jesine, Ancona, 1884, p. 54 (tomo V 
della Collezione di docc.). 

(5) Ma sarà stato costui un insegnante ? 

(6) G. Perticari, Dell’amor patrio di Dante, P. II, cap. XXVI. Che il 
Perticari fosse nel vero dimostrano anche i Fioretti di S. Francesco, là dove 
narrano che il santo, predicando nel castello di S. Leo, convertì un gentiluomo 
là recatosi * per uno grande- convito e corteo per la cavalleria nuova d’uno 


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G. OROCIONI 


Nè va, da ultimo, dimenticato che numerose spuntavano qua 
e là le scuole claustrali, per impulso e a servigio dei vari or¬ 
dini religiosi, francescano, domenicano e agostiniano. Una città, 
poi, a preferenza di ogni altra della regione, ci risulta fautrice 
degli studi e in grado di diffondere la cultura. Accenniamo a 
Fermo, non troppo lungi dalla quale dovettero nascere il nostro 

poeta e la sua canzone. Sanno tutti come l’imperatore Lotario, 

• ' 

nel famoso capitolare olonese dell’825, col quale annovera le 
città dove avrebbero dovuto concorrere a studiare i giovani delle 
città circonvicine, stabilisse che a Fermo si recassero tutti quelli 
del ducato di Spoleto (1). Cosi la modesta città diventò centro 
notevole di studi, favoriti anche con disposizioni introdotte negli 
statuti (2) e non è senza significato che di lì uscissero uomini 
insigni, tra i quali Giovanni di Siccone di Rapagnano, che fu 
poi papa (1003) col nome di Giovanni XVII, e letterati, profes¬ 
sori, giuristi, magistrati e modici famosi sparsi per le cattedre 
e agli altri uffici d’Italia (3). Intorno alla metà del secolo (1230) 
troviamo a Fermo, forse quale insegnante di grammatica, un 
Arlotti di Reggio nell’Emilia, che dettava iscrizioni ritmiche 
latine, e componimenti sul metro dello Stabat Mater (4). Sap¬ 
piamo inoltre con certezza che sui primi del secolo s’installa¬ 
rono in Fermo i due ordini regolari dei predicatori (domenicani) 
e dei minori (francescani), che tutti sanno quanto contribuissero 


« di quelli conti da Montefeltro ». Trarrà poi il lettore la conseguenza che 
vorrà, certo favorevole alla asserzione del Ferticari, da quanto diremo più 
sotto a proposito del laudario urbinate. 


(1) G. Manacorda, Storia delia scuola in Italia, Palermo, Sandron, voi. I. 

« 

(2) A p. 44 dei citati Statuto, rubr. 51, è disposto: « Venire volentes ad 
« Civitatem Firmi ad studendum, vel docendum aliquam scientiam, vel ad 
« cxercitium facicndum alieuius artis, libere et secure veniant, cum eormn 
* rebus, familia et personis... ». 

(3) Cfr. V. Curi, Università degli studi in Fermo, in Arch. st. march., 
voi. I, disp. 1-3, pp. 9 sgg. (1379). 

(4) V. Curi, / ri, p. 29 n., e C. Cavkdoxi. Notizia letteraria di un poeta 
ritmico reggiano del see. XIV, nel Messaggero di Modena, n° 1571, del 
24 luglio 1857. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


335 


al risorgimento degli studi dovunque. Fermo, insomma, ci ap¬ 
pare per allora città di cultura superiore alle altre della Marca, 
e nel momento più glorioso della sua storia, così per la potenza 
come per lo sviluppo delle libere istituzioni (1). 

Superfluo dedurre che in tutte codeste scuole si teneva ac¬ 
cesa una fiammella di sapere, qui profano e lì sacro, atta in 
ogni modo a dirozzare un poco le menti e a schiudere il varco 
all’avvento delia nuova poesia volgare. 

Giova ricordare, di passata, che anche l’arte, romanica, prima, 
e, poi, archiacuta, aveva fatto e veniva facendo,. in templi, in 
castelli, in palazzi e in conventi, le prove più belle: ne restano 
tuttora esemplari numerosi e ammirevoli (2). 

In tali condizioni, favorevoli al propagarsi della cultura e del 
gusto, le persone addottrinate dovevano essere, ed erano, assai 
numerose, e Vambiente s’era fatto propizio ad ogni geniale ma¬ 
nifestazione, compresa, in primo luogo, la poesia, che ebbe, in¬ 
fatti, molti cultori, come attestò lo stesso Dante (3), e dette 
frutti assai disparati, tra i quali troverà agevolmente il suo 
posto la bizzarra canzone di Messer Osmano. ' 

Nella Marca aveva poetato, verso la fine del sec. XII, Frate 
Pacifico, rex versimm , inventor secularinni cantionum (4), 

rappresentante unico, secondo le cronache, ma certo non unico 

v * 

in realtà, di una rispettabile tradizione poetica, prima profana 
poi sacra, della Marca meridionale. Aveva sparsa poi sull’intera 


(1) Di ciò mi assicura anche l’egr. e gentile sig. Conte Luigi Sempronio, 
bibliotecario della Comunale di Fermo, clic qui ringrazio delle molte premure 
usatemi per agevolarmi studi e ricerche. 

(2) Cfr. G. Sacconi, Relazione dell'ufficio regionale per la conservazione 
dei monumenti delle Marche e dell' Umbria, 2 a ed., Perugia, 1903; A. Ven¬ 
turi, Storia dell'arte it., voli. I-III; G. Cantalamessa, Artisti veneti nelle 
Marche, in N. Antologia, 1° ott. 1892, p. 402. 

(3) Nel De vulg. eloq., I, XIX: « Hoc [vulgari] usi sunt doctores illustres 
« (jui lingua vulgari poetati sunt in Italia, ut Siculi, Apuli, Tusei, Koman- 
« dioli, Lombardi et utriusque Marcine viri », uomini, cioè, della Marca Tri- 
vigiana e dell’Anconitana, come tradusse anche il Trissino. 

(4) U. Cosmo, i'rate Pacifico, in questo Giorn., 38, 1 sgg. 


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33 6 


G. CROOIONI 


regione larga semenza di poesia S. Francesco d’Assisi, cui non 
potevano mancare seguaci. 

Di poesia giullaresca abbiamo indizi assai numerosi. Narra 
Boncompagno che nel 1201 in Ancona acclamavano al podestà 
caterve di giullari (1) che non saranno stati tutti forastieri; un 
giullare toscano recitò nella Marca (più precisamente a Iesi), e 
forse vi scrisse, la famosa cantilena che comincia : Salva lo ve- 
scovo senato, di argomento marchigiano; e giullare, autentico 
era stato quello Scatuzzo da Recanati, ricordato appunto quale 
joculator da Fra Salimbene, che osava motteggiare, in versicoli 
sgrammaticati, con papa Innocenzo III (2). 

Di genere non troppo diverso, quel motto in volgare che fu 
inciso in Ascoli sotto una statua di Adamo, costretto a ufficio 
di cariatide; e quei versi cantati da Staffolani a Iesi, intorno 
alla metà del secolo, mentre portavano in giro per la città lo 
palio rosatu Per amor de la Esinalu. 

% 

V’è oltre a ciò un bel gruppetto di componimenti sacri (certo 
f più numerosi della regione) : un intero laudario dei più antichi 
d’Italia (3), con alcune laude drammatiche, alle quali si uniscono 
altre variamente conservate (4) e quella più nota di tutte inti¬ 
tolata Il pianto delle Marie (5) ; Vantichissimo ritmo volgare 

9 

sulla leggenda di S. Alessio (6); la Giostra delle virtù e dei 
vizi , che è un singolare componimento (7), e forse anche il 


(1) Torraca, Nel periodo delle origini, p. 59. 

(2) Cfr. le mie Marche, pp. 2 sgg. 

(3) E « dei più importanti per la storia della lauda » è il Laudario dei 
disciplinati di S. Croce di Urbino, trascritto dal compianto amico G. Gri¬ 
maldi e stampato a cura di E. Monaci nel voi. XII degli Studi romanzi, 
pp. 1-96. 

(4) A. Tarducci, Dizionarietto biografico cagliese, p. 51, afferma che Latino 
Brancaleoni, card., del sec. XIII, scrisse laudi alla B. Vergine, alcune anche a 
stampa. Vedansi anche le mie Marche, p. 6. 

(5) Pubbl. e ili. da C. Salvioni, in Rend. dei Lincei, voi. Vili, del 1899. 

(6) Pubbl. e ili. da E. Monaci, in Rend. dei Lincei, voi. XVI, del 1907. 

(7) Pubbl. da E. Pèrcopo, nel Propugnatore, an. XX, e, di nuovo, ma 
solo in parte, dal Monaci nella Cresi., pp. 481 sgg. 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 337 

Ritmo cassinese, che si attiene anche idiomaticamente alla let¬ 
teratura sincrona marchigiano-abruzzese (1). 

% 

A chi abbia in memoria la nostra canzone, di sapore comico- 

* 

umoristico, viene in mente subito quella satira contro un Pier 
da Medicina (che non è il dantesco)-giudice generale della Marca 
nel 1235, la quale rintracciata a Montegiorgio, e definita dal 
Torraca « il più antico esempio di satira personale » (2), le sa¬ 
rebbe la parente più stretta. Una qualche parentela avevano 
con quella anche i cantica vanitatis , ad iniuriam vel contu- 
meliam, che in qualche città, ad es. in Macerata, giunsero poi 
a tali eccessi, da costringere le pubbliche autorità, per frenare 
gli autori, a minacciarli di pene severe (3). Parentela d’altro 
genere, ma pur sempre parentela avevano con la nostra can¬ 
zone, opera di poeta di scuola, il sonetto aulico di Francesco da 
Camerino, in tenzone con messer Cione notaio (4), sulla solita 
casistica amorosa, tanto cara ai rimatori dugenteschi, ed anche 
quella canzone morale di Nello di Messer Nicola da Ascoli, po¬ 
steriore di tempo, che si chiude con una invocazione di sapore 
dantesco (5). 

Quand’anche tutti i fatti via via accennati ci fossero ignoti, 
noi saremmo pur sempre in grado di dimostrare che la poesia 
volgare nella Marca, durante i secc. XII e XIII, era molto dif¬ 
fusa, e che v’erano cultori di poesia aulica provenzaleggiante 
alla maniera toscana. Ce lo assicura quel prezioso laudario di 
Urbino, che abbiamo già ricordato, con lucidi accenni a canzoni 
popolaresche e -con un fraseggiare da poesia di scuola. 

Nella lauda 37 (6) il peccatore convertito tra i tanti peccati 
confessa di aver commesso anche questo : 


(1) F. D’Ovidio, Il Ritmo cassinese, in Studi romanzi, Vili, pp. 207-208. 

(2) Nel periodo delle origini, in Studi marchigiani, già citt., p. 61. 

(3) Le Marche, pp. 2-3. 

(4) E. Monaci, Crest., 207-209, Marche, 12. 

(5) La chiusa fu pubbl. nelle Marche, p. 51 n., e l’intera canz. da G. Vi- 
taletti, in Italia, an. V, n° 2. 

(6) P. 54. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n 1 22 


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338 


G. CROCIONI 


Molt aio offeso nel iocare 
nel ridare e nello guardare, 
et in canfuni vane cantare 
de dì c de nocte per vano amore. 

Clic altro sono quelle comuni vane se non i canti erotici della 
poesia volgare del tempo, che, indigeni o importati, dovevano 
essere la delizia dei bontemponi e dei gaudenti, se popolari, 
delle, persone colte, se d’arte ? Lo conferma la lauda 38 (1), altro 

confiteor del peccatore ravveduto, ove dice : 

% 

Dect’aio le iastime (2) e le rampugne molte, 
c cansuni d’amore molte milia volte 
et molte villanie le qual tengo nascoste 
et onne ria parola ke lengua pò parlare, 

dalla, quale si ricava qualche cosa di più che dalla precedente, 
che, cioè, le canzoni d’amore erano assai più numerose che non 
si osasse supporre, e che erano già in uso nel sec. XIII quei 
cantica vanitatis ad iniuriam vel contumelia»!, da noi ram¬ 
mentati qui sopra. La poesia scherzosa e contumeliosa, nella 
quale s’imbrancano la satira contro Pier da Medicina e la can¬ 
zone di Messer Osmano, non era, dunque, nella Marca una novità. 

Sugli spiriti e le forme di quella poesia riflette alquanta luce 
un’altra lauda, la 45 (3), che la rivela contrastante e forse ad¬ 
dirittura contrapposta alla poesia chiesastica : 

8’altri già a predecare 
. oi a udir messa in santo, 

io me già a satollare 
e no guardava quanto; 


(1) P. 57. 

(2) insiline, oggi bia stime, vale bestemmio. 

(3) P. 65. Nella 1. 68 si fa altro accenno al canto : cantava a la rota, 
facea solfatura, che ci richiama alla memoria la canzone a ballo o gentili 
costumanze cavalleresche. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


339 


# 

poi me rendea a cantare 
ke vorria aver pianto, 
ka quello fo lo canto 
per me tucto peiore ! 

Non traspare qui una franca allusione alla libera poesia go¬ 
liardica, solita parafrasare i canti chiesastici, mutati in profani? 
Quel canto tucio peiore non par proprio un accenno alla poesia 
irriverente profanatrice ? 

Se da queste allusioni, fugaci perchè rivolte a cose ben note, 
chiara apparisce la diffusione della poesia volgare popolaresca, 
la penetrazione del suo spirito nelle abitudini mentali degli 
uomini colti del tempo rifulge dalla intonazione, dalla conte¬ 
nenza e dalla forma metrica di molte altre laude dello stesso 
laudario, intessute di parole e locuzioni proprie della poesia pro- 
venzaleggiante, infiammate, sebbene contro la stessa volontà del 

poeta (forse un convertito), dal medesimo spirito mondano, cor- 

* 

tigiano e cavalleresco, che aveva ispirato il più e il meglio della 

poesia dotta. Solo dal contesto del discorso assumono significato 

sacro, e non senza grave stento, le parole cortesia (1. 19, p. 30), 

pietanza e offeranza (1. 20, p. 32), polcella (1. 70, p. 92, detto 

della Vergine), disianza (1. 70, p. 92), amoranza (1. 24, p. 37), 

Itale, lialemente, autore, aulemento, hailìa , ecc. ; e le locuzioni 

fin’ amatore (1. 20, p. 32), tanto ole l'anema mia (1. 23, p. 35), 

aulente piu he rosa (1. 26, p. 39), madonna, a mi me ; 'nido 

(1. 26, p. 39), flesca rosa (1. 70, p. 92), ecc. 

Qualche lauda è talmente imbevuta di questo gergo amatorio 

cortigianesco, da parere addirittura profana: cito ad esempio 
« 

la 24 r ( 1), rivolta alla Vergine Maria: «fontana d’onne pietanza», 
cui il poeta si rende : 

Allegratila non aio né conforto 
e nullo gaio (2), si da vui non vene, 


e 


(1) Pp. 24-25. 

(2) gaio UAUDiiM, gioia. Nello stesso lami., 1. 32, p. 44 : guug gaiezza, 
inguagito, rallegrato (p. 45). 


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340 


G. OROCIONI 


perké vui site scola, nave e porto, 
viva fontana de tucta mia spene. 

Però, alta regina, a vui rencleno 
ke me duniti la vostra amoran^a. 

Dol^e madonna, s’io el to amor non aio, 
nullo delectamento poi sentire, 
perké vui site flore e rosa e gaio 
ke tuto ’1 mondo faite resbaldire. 

Però, vergen beata, a vui suspiro, 
k’allegri lo mio cor ked è in tristan^a. 

Stella lucente k’allumini el mondo, 
de te nacque lo sole splandiante (1), 
lo qual’è Cristo deo nostro signore, 
ke in cel né in terra non à simulante. 

Ora ve prego, flesca rosa aulente, 
ke me sovengi, per tua benegnanfa. 

«a 

Vergen dolce beata, a vui me rendo, 
ke site piena d’onne cortisia, 
famme servire a lo to placemento 
ke po^a star sola toa signoria. 

Or mando lo mio core a vui, madonna, 
ke sempre se conforti in tua speranza. 

0 gemma pretiosa piu ke auro, 
quando non vaio (2) non sto in reposo 
perké null’altra cosa è nel mondo, 
ke fa^a star lo cor sì gaudioso. 

Però vo (3) prego, stella d’auriente, 
ke me te duni sen^a demoran^a. 

Il poeta, ormai tutto ravvolto in un’onda di reminiscenze tro 


(1) splandiante, splendente. 

(2) vaio, vado. 

(3) vo, vi. Frequente nel laudario (1. 39) anche in posizione enclitica. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


341 


badoriche, seguita a invocare e ad esaltare la Vergine con espres- 
sioni profane, talora quasi sconvenienti : 

serva lo mio core in tua baldanza... 
ki à, dolfe madonna, la tua spene, 
tucto el so core sta in delectainento, 

e no se dol de 90 ke l’adevene. 

0 aurora clarita piu ke sole, 
per cui tucto lo mondo se renflesca, 
conserva lo mio cor ne lo tuo amore, 
ke nulla pena per vui me rencresca. 

Vui site sempre aulente piu [ke] flore, 
e li to amanti teni in delectan9a.. 

Stella diana, tu si la mia vita. 

Non sente ogni lettore in questi versi, caldi di un fervore 
inaudito, fremere e quasi prorompere la sensualità ? non sente 
qui echeggiare, non posticcio e d’accatto, ina vivo e zampillante, 
il frasario della poesia trobadorica? È mutato l’oggetto, ma 
l’inno è lo stesso. Il poeta forse era stato un mondano, forse 
una di quelle gentili e addottrinate persone , uno di quei belli 
parlatori che, secondo il Perticavi, andavano ad Urbino da ogni 
contrada, un convertito, insomma, resosi alla religione, ma tut¬ 
tora combattuto, che oscillava tra il misticismo e la voluttà, tra 
la poesia sacra, cui forse era nuovo, e la profana coltivata in 
precedenza. Le sue laudi sono mistiche e ardenti, sì, ma anche 

umane e. dèi mondo esperte. Lo scrittore, dotto in scienza 

sacra e profana (1), maestro nei giuochi della metrica più raffi¬ 
nata, pratico perfino nell’arte del governare (2), ora blando e 
carezzevole, come un poeta arcadico, ora veemente e impetuoso, 
come fra Iacopone, col suo poetare elevato e imaginoso, che do¬ 
veva essere comprensibile al pubblico, comprova la diffusione e 
il favore della poesia dotta nella Marca. 


(1) Cfr. la 1. 19, pp. 29-31. 

(2) Della quale arte dà norme e precetti nella 1. 56, che sarebbe utile porre 
a confronto con pii altri componimenti conpeneri del in. e. 


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342 


G. CROCIONI 


Chi ponga in debita luce i modesti avanzi di poesia volgare 
nel periodo delle origini nella nostra regione, avanzi, abbiamo 
detto, casualmente scampati al generale naufragio; chi richiami 
i dati storici da noi ricordati, quantunque anch’essi incompleti 
e insufficienti; chi valuti a dovere gl’indizi che pur siamo ve¬ 
nuti lumeggiando, di una cultura e di una temperie spirituale 
molto osservabili, si sarà persuaso con noi che la canzone di 
Messer Osmano non solo è ammissibile e naturalmente a suo 
posto là dove l’abbiamo ricondotta, ma che vi deve rimanere 
con tanto diritto e con . tanta verisimiglianza che maggiori non 
potrebbero darsi per alcun’altra regione italiana. 


X Vili. — Conclusione. 

In grazia delle singole conclusioni a cui siamo via via per¬ 
venuti in ciascun paragrafo del nostro studio, siamo ora in grado 
di formulare una conclusione unica, generale. 

Il contrastato componimento, attribuito da Dante a un fioren¬ 
tino Castra, dal cod. Vat. 3793 a un messer Osmano, è una 
specie di pastorella, contiene un notevole elemento drammatico, 
narra ed atteggia una scena dialogata tra un contadino e una 
contadina, che si conchiude con la concessione reciproca. La 
scena è finta in autunno, forse in settembre, nel territorio fer¬ 
mano, o nel suo confine, forse fra il Tenna e il Chienti o poco 
lungi di là. Vi hanno parte due attori; vi sono • nominate tre 
persone (Cencio Guidoni, Cadonto, Pirino), a una quarta, inno¬ 
minata (la fantilla di Cencio Guidoni), si fa solo allusione. La 
poesia, canzone per il metro, specie di pastorella per la conte¬ 
nenza, fu scritta in dialetto marchigiano, e più precisamente nel 
dialetto del territorio ora accennato; si compone di cinque strofe, 
ogni strofe di dieci versi, cosi rimati: AB AB AB CD CD. Anziché 
semplice e popolare, la poesia si rivela simmetrica e artificiosa; 
risulta di elementi già vecchi nella letteratura italiana, e, ancor 
più, nella francese, nella provenzale e nella spagnuola, ma ado- 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 343 

perati con uno scopo determinato, e volti in isclierzo. Fu scritta, 
probabilmente, intorno al 1260-1280, non da un Castra, che era 
fiorentino, ma da un Osmani (cognome marchigiano) giudice o 
cavaliere; ed è giunta a noi in un testo toscaneggiato e poco 
corretto. È documento molto notevole per la cultura marchi¬ 
giana nel secolo XIII, alla quale si riporta e si conviene, e per 
la storia della pastorella nelle letterature romanze. 


XIX. — Trascrizione 


letterale 

Una formana iscoppai dacascioli. 
detto detto sagia jugrandaina. 
ecodno portaua impingnoli. 
saimato di buona saiina. 

5. disse ate dare rossi trecioli. 
eoperata cinta samartina 
Secomeco tidai nelacaba. 
semiuiua mai eboni scarponi, 
socaie malfai che caba. 

10. lafantilla diciencio guidoni. 

Kadontto meo melai comannato. 
calai le nevada alerote. 
iqualso colouitto Aerato, 
aliscotitori cbenonmencaite. 

15. econuntruffo diuino misticato. 
enon-miscordassero legote 
Eliscatoni per bene minestrare, 
la farfìata delobono farfìone. 
leuantesso nonmauicinare. 

20. outu semplo milenso inainone. 

i 

Edio tuto mifui spauentato, 

* 

per timiccio chenonnasatanai. 
quando lafermana tansin costato, 
quella midiede edisse ai. 


ìnterpetratìva 

Una formana iscoppai da Cascioli; 
cietto cietto s’agìa ih grand’aìna, 
e cocino portava in pignoli 
saimato di buona saima. 

Disse: « A te dare’ rossi trecioli 
e operata cinta samartina, 
se co meco ti dai ne la caba; 
se mi viva mai, e boni scarponi... 
soca i, e mal fai che ci aba 
la fantilla di Ciencio Guidoni ». 

< Kadonto meo me l’ài comannato 
ca lave ne vada, a le Rote, 

(i qual so co lo yitto ffenato) 
a li scotitori che non mencaite, 
con un truffo di vino misticato, 
e non mi scordassero le gote 
e li scatoni per bene minestrare 
la farfìata de lo bono farfìone. 
Levat’esso, non m’aviciuare, 
ou tu semplo, milenso, inainone! ». 

Ed io tutto mi fui spaventato, 
per timiccio che non à Satanai ; 
quando la fermana tansi ’n costato, 
quella mi diede, e disse : « ài ! 


\ 


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344 


G. CROCIONI 


25. outu credto dolgluto crepato, 
per lo volto didio m&llofai 
Chedime nompaoi auere puruna 
senonmiprendi anosciella. [cica, 
esciona nongire per laspica. 

30. si tiueio arlucare lamasciella. 

Fennana semita comsenchi. 
duroti panari diprofìci. 
emorici per fare bianchi denchi. 
tulli atortte sequisso nordici. 

35. sedio milasci passare aloclenchi. 
giungierotti colori jntralici. 

Eio piu nontifaccio rubusto. 
poi cotanto mai sucotata. 
vienci ancoi nesia pirino rusto. 
40. edadochia nonsia stimulata. 

Alaborito negio alaterato, 
chera aluato senza follena. 
lobattisaco trouai bellauato. 
edacapo mipose lasciena. 

45. etuto quanto mifui comsolato. 
ca sopra migito buona lcjna 
Econesso miffui apotouito. 
eumqua me nonui altrei. 
mai fai comomo iscionito. 

50. bemi pare che tu mastro ei. 


ou tu creto, dogliuto, crepato, 
per lo volto di Dio, mal lo fai, 
che* di me non puoi aver [pur] una 
se non mi prendi a nosciella! [cica, 
Eh ! sciona, non gire per la spica, 
sì ti veio arlucare la masciella! ». 

« Fermana, se mi t’aconsenchi, 
duroti panari di profìci 
e inorici per fare bianchi denchi... 
tu Ili à torte, se quisso no rdici. 

Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi, 
giungerotti colori in tra lici ». 

« E io più non ti faccio rubusto, 
poi cotanto ni’ài sucotata. 

Vienci ancoi, nc sia Pirino rusto, 
ed adochia non sia stimulata ». 

A l’aborìto ne gio a l’aterato 
ch’era alvato senza follena. 

Lo battisaco trovai be llavato: 
e da capo mi pose la sciena. 

E tuto quanto mi fui consolato, 
ca sopra mi gitò buona leina. 

Ecco esso mi fui apatovito, 
e unquame non vi’ altrei. 

« Mai fai com’orno iscionito: 
be’ mi pare che tu mastro ei! ». 


Riduzione in prosa. 

vv. 1-10: Una fermana scorsi da Cascioli; presto presto se ne andava in gran 
fretta, e cucina portava in pentole, condita di buon condimento. Dissi : 
« A te darei rosse trecciuole e operata cinta sammartina, se mi ti déssi 
(dai) nella cava; e, per quanto mi è cara la vita (così io viva a lungo!) 
.anche buoni scarponi... ». « [Ah! rifiuti?] sciocca sci, e mal fai che 
[nella cava] io ci abbia la fantilla di Vincenzo Guidoni ». 
vv. 11-20: « Cadonto mio me lo ha comandato, che là io ne vada, alle Ruote, 
dove sono, col cibo finito, gli sterratori che non... portando un * truffo ’ di 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 345 

vino mescidato, e che non scordassi i cucchiai, gli scodelloni per ben mi¬ 
nestrare la farchiata del buon farchione. Lèvati di costì, non m’avvici¬ 
nare, o tu scempio, melenso, scimmiotto ». 

vv. 21-30 : Ed io tutto mi fui spaventato per una pauretta che (simile) non 

« 

ha il diavolo (paura diabolica), quando, toccata la fermana nel costato, 
quella mi diede [un colpo] e disse: « Prendi, o tu eretico (?), dolente 
(piagnone), ernioso; per il volto di Dio, male ciò fai, ché nulla di me 
puoi avere, se non mi prendi per nozze. Stordito, non andare per la spica : 
tanto ti veggo rilucere la mascella ». 

vv. 31-40 : « Fermana, se mi ti concedi, ti porterò panieri di profichi, e more 

per fare bianchi i denti. Tu lì hai torto, se codesto (quanto io ti dico) 

non approvi. Se Dio mi lasci passare al Chienti, aggiungerò sostanze 
coloranti di quei paraggi ». « Ed io più non ti fo resistenza, poiché tanto 
mi hai seguitata. Vienci ormai, ne sia scottato Pirino ; e guarda bene che 
io non sia molestata ». 

vv. 41-50 : Lì per lì ne andò all’atterrato, che era * scialbato ’, senza foliggine. 
Trovai il battisacco ben lavato. Dal capo ella depose la pentola. E io fui 
tutto quanto consolato, poiché sopra [il mio fuoco] essa gettò buona legna. 
Lì per lì mi accordai; e giammai non vidi altra [donna simile]. Ella 
disse : « Tu non ti comporti affatto come uomo stordito : ben mi sembra 
che tu sia (set) maestro! ». 


XX. — Note al testo. 

0 

1. formatta (nei vv. 23 e 31 fermana ) può essere forma reale (arcev. formentà 
fermentare); non la esclusero nè il Rajna (I)e vulg. eh, p. 60, n.) nè 
il Monaci (Crest., § 96). 

iscoppai. Molti, e l’Egidi con essi, v’intravvidero significato osceno, ma 
l’interpetrazione non regge, non solo perché iscoppai, con la doppia p, 
è diverso da scopai, ma anche perché l’atto osceno, nella canz. che si 
svolge logicamente, viene in fine, non in principio. Varrà, piuttosto, 

‘incontrai’ (come pensarono l’Angelctti, che trovò il verbo * scoppare ’ 

0 

in un testo spoletano, e il Rajna) o, più precisamente, * scòrsi ’, come 
suppose il Cainilli, rifacendosi a un excippare. Nelle Marche, infatti, 
e, più esattamente, in territorio fermano, si ha scuppà la fava, rom¬ 
perne i baccelli per trarne fuori i semi, sciqtpà un dito, rovesciarne un 
tratto di epidermide (nella mia Intervenuta, II, 686, scappate le ciglia), 


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346 


G. CROCIONI 



persiche scappar ecce pesche spiccatole, eco. Dicesi anclie scuppolà ì'ogne 
rovesciare le unghie. 
cascioli, v. qui sopra, p. 285 sgg. 

2. detto, presto, cito, cfr. § X. Nel lauti, uri), setto 1 . IH, 28, ecc., sedo 1. 23. 

La ripetizione <ìà il superlativo. 

agio, giva, andava. Per lVi- richiamo apatovito del v. 47, Monaci, Crest., 
Gloss., c del mio Dial. di Arce ciò le pp. xh-xiii. 
ama {aginn) fretta. Frequente nei testi e tuttora vivo, agina nel Pianto, 
v. 33, nella Leggenda di S. Caterina, v. 1101, nella l'avola ritonda, 
in altri testi abruzzesi. F. Egidi, nella mise, per le mie nozze, riferisce 
aitiate, p. 219, e stra aitiate, p. 217. Dal verbo ‘ agi riarsi ’ gli antichi 
ricavarono un nome proprio, Aginatus (carta fiastrense del 1179, p. 161), 
e i moderni marchigiani derivano, a indicare che il lavoro tanto più 
riesce quanto più uno s’affretta, il motto, specie di adagio, formato di 
due nomi propri, Magi no e Ma vésce, cioè m'agino (mi affretto) e 
in'arèscc, cioè mi riesce. In aina è scaduto il -g-, come in saima -ato 
del v. 4. 

3. codilo, cibo cucinato, come in Iacopone e anche nella Pegola di S. Be¬ 

nedetto. 


pignoli, pentole. Forse da restituire pignole (mod. pignola), come si è 
detto, pp. 288 e 291. 

4. saima, saimato, condimento, condito. Da saoimen, con metaplasmo e con 

dileguo della -g- (Monaci, Cresi., § 312); dei dialetti antichi e dei mod.: 
a Petritoli (Fermo) saiine, condimento: a Cerreto d’Esi, sainolu, tega¬ 
mino (prov. sains, afr. salii, ecc.). 

4 

5. disse, dissi (per l’oscuramento quasi costante dell’-* nel marchig.). 
dare', darei. Sara un toscanismo; nel marchig. ci aspetteremmo daria. 
trecioli, trecciole. L’Angelctti, ricordato 11 ven. triziola e il seti, trecciolo, 

tradusse con ‘nastri’; cosi anche il Camilli, che segnala un triczioli 
di una carta osimana (1218); ma io penso piuttosto a quelle trecce arti¬ 
ficiali con cui le abruzzesi prolungano anche oggi le trecce di capelli; 
e vengo confermato nella mia interpetrazione dallo stornello di Servi- 
gliano citato dal Cainilli (certo non cosi antico com’egli crede, conte¬ 
nendo le parole regazza, vajoccu e fittuccia). 
lì. cinta, v. p. 301. E un toscanismo (march, edita), 
operata. V. vocabolari e la n. 4 a p. 301. 

samartina, cioè ‘ sammartina ’ di S. Martino, con riferimento alla festa 
(Monaci) o alla fiera (Egidi e Camilli) del santo. Benché l’uso di re- 


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USA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


347 


galare una cinta alla regazza (fidanzata) viva tuttora, come mi assicura 
il sig. Carlo Ripamonti di Mogliano; benché lo stesso uso sia attestato 
anche dai canti popolari della regione : 

0 Marìuccetta, quanto sete fina ! 

Vojo ’rportavve ’na cinta da Roma... 

« 

(A. Gianandkea, Canti popolari marchigiani, Torino, Locscher, 1875, 
pp. 57-58); non si saprebbe determinare con sicurezza, se qui s’accenni 

N 

a un uso locale o a tradizione più larga e diffusa, poiché il nome di 
S. Martino ricorre in molte costumanze (cfr. A. Gaudenzi, in Bull, della 
Soc. fil. rom., N. S., n. 2) e anche in qualche componimento analogo 
al nostro, ad es., nel contrasto di Rambaldo di Vaqueiras (v. 93), proprio 
là dove si fa sperare un regalo. L’agg. sammartino non essendo del¬ 
l’uso marchig., è un toscanismo o, piuttosto, una licenza del poeta. 
co meco, meco. Nella Giostra, v. 124, nel laud. urbin. (1. 37), in altri testi 
antichi, e in dialetti centrali anche oggi. 
ti dai, ti concedi. Il Camilli e l’Egidi, * vieni ’. 

ccdta. Rinunziando al maceratese gala, gabba, via infossata, indicato dal- 
l’Angeletti (che rimanda a caba del Ducange), al gaba seu via di una 
carta fermana del 1216, cit. dal Camilli, e, a fortiori, a gabe, beffe, 
dei Distica de moribus, st. 86 e dei sonetti di Buccio di Ranallo, io 
ritengo che caba altro non sia che ‘ cava ’ (una cava è ricordata anche 
nella carta fiastrensc del 1128, p. 30), avendo presenti i b per v delle 
carte tìastrensi : octaba (1056, p. 4), octabo (1118, p. 26), olibe (1124, 
p. 33), ecc., arabeduto del laud. urbin. (1. 54), e anche bita 15, tut- 
tabia 27, bolio 35, serbire 36, ecc. del Ritmo cassinese. Una cava, pro¬ 
dotta da scavo di pietra, di sabbia o d’altro, offriva facile riparo agli 
sguardi indiscreti, mentre una strada... 

8. Per l’interpetrazione del v. si veda a p. 344, e la n. al v. 33. 

mai magis anche nel De planctu virginis ed. dal Grimaldi (laud. urbin., 
p. 57). 

mi, per * io ’ probabilmente è forma pleonastica (viversela) ; ma non vuoisi 
dimenticare l’afr. moi, perchè l’autore della canz. si mostra edotto così 
della lingua, come della letteratura di Francia (v. p. 300 sgg.). Almeno 
per scrupolo voglio ricordare che in un canto pop. diffuso anche nelle 
Marche (Gianandkea, Op. cit., p. 263) s’incontra un mi per ‘ io ’, in 
sede di rima : 

Mamma sì, mamma sì ; 

Quello è ’l mal ch’avevo mi. 


0 


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348 


Q. CROCIONI 


* 


La locuzione augurale — se mi viva mai — riuscita oscura a molti, ha 
numerosi precedenti in componimenti affini. Nel contrasto di Rambaldo 
(v. 72), cito il primo che mi torna a mente, la donna dice: s’eu ja 
gaaz aja de mi. 

9 .soca, sciocca (al v. 20 semplo, scempio): in uno dei dooum. ed. dal Colini- 
Baldeschi, del 1384, samo, sciame, nel De pìauctu virginis ed. dal Gri¬ 
maldi, sagurata, sciag., nella lauda urbin. ed. dal Monaci {Cresi., 470) 
sagura, in altri luoghi del laudario sagura (1. 6), sagurata (1. 7), an- 
gassa (1. 11), ecc., ne\V Acerba I, vili, assutti, II, i, nasse, ecc. Per 
la c scempia si vedano gli altri seempiamenti della canzone: acori- 
senchi 31, adochia 40, battiamo 43, additare 19, aterato 41, du- 
roti 32, tufo 45, gito 46, ecc. 

i, sei. Di questa forma singolare, esclusiva di alcuni vernacoli marchig., 
si hanno esempi numerosi ne\VIntervenuta ed. da me (I 359,367,392; 
II 143, 434; III 236, 309, 588-589, ecc.) e ancor più nelle Intervenute 
ed. dalla sig. & Fedele (Citta di Castello, Lapi, 1907) già ricordate. 
Il sig. Carlo Ripamonti di Mogliano mi assicura di aver sentito da ra¬ 
gazzo usare questa forma in espressioni di rimprovero, di meraviglia, ecc. 

% 

come tu i matta! i nmriacu, sei ubriaco, e simili. E proprio il caso 
nostro. 

caba, cioè ci aba, ci abbia (che nella cava io abbia, o possegga, la fan¬ 
tina, ecc.). Un es. di aba, ma di pers. 3 a , nella carta picena (Monaci, 
Cresi., n. 507) che io riportai nelle Marche (p. 43): ke questa terra si 
aba Iolianni ad proprietàtg, issa et sua redeta. Vagheggiai per qualche 
tempo altra spiegazione: che caba derivasse dal verbo marchig. capare, 
scegliere, preferire, vivo anche oggi, ed esemplificato nel laud. urbin., 
1. 46, ne\VAcerba (IV, in), nella Giostra (v. 57), nelle Intervenute {ca¬ 
pare, rcapare, scapare), giustificabile anche pel rispetto fonetico e il 
morfologico, ma ormai mi sembra spiegazione meno probabile. 

10. fantiìla, figlia, giovinetta. Oggi fantella significa anche giovane matura, 
ma nubile; e non si esclude che proprio questo sia qui il significato. 

é • 

Per lo scambio della vocale tonica metafonetica (estensione dell’ è dal 
masch. al femm.) richiamo molti esempi analoghi dei documenti ma¬ 
ceratesi ed. dal Colini-Baldeschi {illa, quitta, quieta), quieta della carta 
fabrianese (Monaci, Crest., p. 11); richiamo, pel caso contrario, quisso 
in vece del neutro quesso, del v. 34. Nelle Intervenute ed. dalla Fe¬ 
deli, p. 106, faiititlu, nella mia Intere. (II, 744) faldella. ■ 

Ciendo Guidoni. V. § VII. 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


349 


11. Kadonto. V. § VII. 

meo, mio. Nel laud. urbin. le mei benedecguni (1. 9), i mei conpangni 
(1. 16), ecc. ; ne Lo livero della comonitade della Pieve de' Faveri, 
ed. da F. Egidi negli Scritti per nozze Fedele-De Fabritiis (Napoli, 
Ricciardi, 1908, pp. 273 e 276), lu salariti meo. 

ài, ha. Così nel Pianto (vv. 136, 142, 290, 213.), nella mia Interv., 

§ 29; nella Giostra, fai 172, vai 257. Molti esempi di ài negli antichi 
testi abruzzesi. 
comannato, comandato. 

12. ca, che, quam (Così al v. 46; nel Pianto, vv. 27, 48, 78, ecc., nel Ritmo 

cassinese, v. 9, nel S. Alessio, v. 98, ecc.). 
laile, forse laue (la 've = là ove), là (lave nel Pianto, vv. 78, 83) ; o forse 
lai, là (prov. lai, lais), illac. Si può dividere anche in là i', là io, ma 
con le due ultime ipotesi il le resta inesplicato ; a meno che non si 
legga lene, quasi ‘ lemme lemme ’, che, però, contrasterebbe col detto 
detto del v. 1. Il ne ha conferma dal ne gio del v. 41, dal set ne gio 
del Pianto, v. 203, e dagli antichi testi abruzzesi. Non voglio omettere 
il richiamo del verso: lo foco là nd'io ardo del laud. urbin. (29), che 
può chiarire il nostro. 

rote. Rote, come scrissi nelle mie Marche (p. 41 «.), sono certe larghe 
siepi a uso di argine sulle rive dei fiumi, c prendono il nome dalla 
forma arcuata che le rive assumono in qualche punto. Qui, se ben vedo, 
è noine proprio locale, come nella Cronaca fermana di Antonio di 
Niccolò, p. 21, e in alcune carte fiastrensi, del 1151, pp. 66 e 189, 
del 1162, pp. 89 e 92. 

13. » qual so. Per l’Angeletti, iqual = uguale ; pel Camilli i qual so, nelle 

quali sono io; per l’Egidi i' qua 7 so, io lo so qua (il padre). Io credo 
che questo verso tutto intero si riferisca agli scotitori del v. seg., e lo 
interpetro pianamente così : nelle quali (rote) gli scotitori sono col vitto 
finito (senza cibo) : onde la ragione della fretta della donna, i, in, forse 
per assimil. In.carte fiastrensi (a. 1085, p. 13) ine valle, ine cave, 
so, sono, sunt. Nel Pianto 37: so diete, sono dette; nel docum. del 1388 
ed. dall’EGiDi in Bull. Società fd. rotti., V, 30 : quisti so li pacti. 
vitto, cibo. Anche nella mia Intervenuta, II, 109 : crepò de friddti e 
di vittu. 

ferato. L’Angeletti pensò a sferato (?), il Camilli a * fenato, usuale, dei 
giorni feriali (l’ait., infatti, conosce feriare, far vacanza, e feriato ) ; ma 
non contentano. Il firriatu, girato, dei canti pop. sicil. qui non ha a 


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350 


G. CltOCIONI 


che vedere. Ho pensato, perciò, a un errore di copia, a fenato, finito : 
la donna va in gran fretta (v. 2), non tanto perchè gliel’ha comandato 
('adonto, quanto perchè gli scotitori sono col vitto finito (locuzione 
ancora viva), cioè senza cibo, e han fame e sete. A giustificazione del 
metaplasino ricordo fìnao del S. Alessio 151, filare dell’acerba III, x, 
xii, ecc., finare del laud. urbin. (1. 34), e finata, pianta di confine, 

tuttora viva ( Diai . d'Arcevia, Gloss. ; Monaci, Crest., Gloss.). 

% 

14. scotitori, sterpatovi, dissodatori. Il vocabolo è vivo ancora nelle Marche 

centrali e meridionali, nell’Abruzzo (Finamohe, s. v.), nella prov. di 
Roma (Dial. di Velletri, Gloss.). 

mencaite. L’oscurità di queste sillabe e da discordanza con la rima (rote: 
(jote) han fatto supporre un errore e proporre una correzione. Io avevo 
pensato a me mote, m’incute, m’intimorisce (la stessa supposizione hanno 
fatta il Camilli e l’Egidi), ma non ne fui mai sodisfatto, nè pel senso nè 
pel vocabolo ( incutere non fu mai popolare). Se la parola non fosse in 
rima, o se -aite e -ote non fossero troppo dissonanti, si potrebbe invo¬ 
care l’antico caendo ‘ querendo ’ (cfr. Meyer-LCbke, R. E. W. t 6923), 
postulando un calte: non me n catte, non me ne domandate, non me 
ne parlate, tanto ho fretta di portare il cibo. Nel laudario urbin. (1. 60) 
incontrai un caiote i denti che potrebbe far sperare di risolvere l’enigma, 
ma forse altro non vale che ‘ caggionti i denti ’, senza alcuna relazione 
col nostro catte. Tanto che il meglio sarà riconoscere che il passo è 
ancora inesplicato. 

15. e. Lo tolgo per ristabilire il senso e la metrica. 

truffo, vaso di terracotta, ancora in uso per portar bevande nei campi. 
Dial. d'Arcevia, Gloss. 

misticato, mescolato con acqua, annacquato. Ma il ricordato sig. Carlo 
Ripamonti mi scrive: « Nient’affatto annacquato. Il nostro vino, non 
« molto valido di grado alcoolico, viene portato, in misura non grande, 
« ai lavoratori, rinforzato, mescolato o con altro vino, come di nostro 
« uso. rotto, o mediante miele o zucchero o pepe ». Il vocabolo è tut¬ 
tora vivo. Nella Lefjfjenda di S. Giuliano, 141 : la piuma colla pallia 
mesterà va. 

16.11 v. zoppicante fa supporre un errore, che forse sta appunto in scordas¬ 
sero (in luogo di scordasse - i ) non ancora bastantemente chiarito. 

(jote. Il Camilli, per suggerimento del Rajna, lo deduce da gabota, e lo 
interpetra molto verisimilmente ‘cucchiaio di legno’; ma non si può 

V 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


351 


escludere con piena tranquillità la parentela con ‘ gotto ’ e 1 bigutta ’, 
anche per il ripetuto sdoppiamento della dentale. Cfr. la n. al v. 9. 

17. scatoni, scodelloni (come nel veli, e nell’abr. Fina more s. v.). Il Camilli, 

ciotole di legno. 

minestrare (oggi più comune sminestrare), scodellare la minestra. 

18 . farfiata, farfione. Il Camilli: minestra di farfaro e farfaro; ma poi ne 

dubita, prudentemente, anche lui, e propone che s’intenda farchiata. 
Il ricordato sig. Ripamonti, quasi a conferma, mi scrive: « Una volta 
« si usava una leguminosa detta da noi farchio [che pare corrisponda 
« al pisum arvense] e cotta, come fave o macinata come farina ». Io credo 
che proprio la cosa stia così e si debba correggere il testo, sostituendo 
farchiata farchione. 

19 .levat'esso. Stando al testo che dà levantesso, il Monaci tradusse ‘levan¬ 
tino’ ‘di levante’; il Camilli: leva nt'esso, lèvati di costì (con nt da 
ante). A me pare si debba leggere levat'esso (analogo al medio-meridio¬ 
nale levete loco) e intendere ‘ lèvati di costì, scostati ’. Di èsso, ancora 
vivo, dànno esempi la mia Intervenuta, § 96, e il Pianto, al v. 11 
(ch'esse mo vene, che qua ora vengono) riuscito oscuro al dottissimo 
Salvioni. V. n. al v. 47. Il contrasto di Cielo ha un verso analogo, il 79 : 
« se tu no’ lievi e vàitene di quaci ». 

20. ou, o. Nel Pianto, 96, 170, oi, nella c. fiastrense del 1193, p. 247, no. 
V. v. 25. 

semplo, scempio. V. la n. al v. 9, e elenchi del v. 33. 

milenso, melenso. 

mamone, cioè mammone. Il Monaci, scimmiotto (i vocabolari, infatti, ber¬ 
tuccia); il Camilli, spauracchio. Senonchè mamone, seguendo a semplo 
c milenso (e cfr. il v. 25), dovrebbe essere in funzione di aggettivo (si ri- 
cordi il gatto mammone noto in tutta Italia) ; tanto più che presso gli 
antichi s’incontra (nelle prediche di Fra Giordano da Rivalta e nella 
Tancia del Buonarroti) anche il femm. mammona. 

Per la composizione di questo verso è opportuno ricordare che la donna 
del contrasto di Rambaldo schernisce il poeta con uno omologo: sozo, 
mozo, escalvado (v. 23), laido, pazzo, calvo; ma almeno non si ricrede. 

m 

21. mi fui spaventato, come mi fui consolato 45, mi fui apatorito 47. Nel 
Alessio, foro adunati 121 ; nel Pianto, fora menate 29, si fo me¬ 


nate 65. 

22. timiceio timore, paura. Alla forma insolita fa riscontro il veli, pauriecia (nel 
Gloss.), registrato, quale forma are. e rara, anche in vocabolari italiani. 


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852 


0. 0R0CI0NI 




che non à satana i, clic non ha satanasso. Satanai (cfr. il dantesco Minoi, 
Minosse, Par., XIII, 14) da satanas che troviamo nc\V Acerba, III, xvm, 
nella Passio, ed. dal De Bartholomaeis, vv. 119, 121, nella Historia 
S. Antoni, 104, 182, come da cras e postcras, crai e piscrai (veli.). 

L’intero verso viene a dire che il poeta, per il colpo che gli dette la 
donna (v. 24), ebbe una paura che non ha l’uguale neppure il diavolo; 
più brevemente, una paura del diavolo (una paura diabolica), secondo 
la frase popolare. Le spiegazioni del Camilli e dell’ Kgidi (che però ac¬ 
cennò in nota alla interpetrazione che qui vien data) mi paiono troppo 
artificiose. 

23. tansi, toccai (rifatto su * piansi ’ e simili) come nel S. Alessio, § 31 e less. 
costato, è pop. anche oggi. Forse sta per seno. 

24. diede, int. un colpo, una percossa. Dare con questo significato vive in 

molti dialetti. 


ài, abbi, prendi. Oggi si direbbe to', togli, ovv. tè, tieni. Ricordo vai-tenne, 
vattene, del Pianto, 107. Il Camilli e l’Egidi intendono ahi, attribuen¬ 
dolo alla donna: ma il grido si converrebbe all’uomo'che riceve il colpo, 
non alla donna che lo dà. 


25. ou. V. v. 20. 


creta. Siccome il cod. ha credto, sebbene col d espunto, penso che qui si 
abbia un cretto (di fatti in una c. fiastrense, del 1156, p. 80, si legge 
quadtuor, nella c. fabrianese, adtendemo, e gli esempi di questa erronea 
reintegrazione di raddoppiamento si potrebbero moltiplicare), e che da 
questa supposizione si debba muovere per la spiegazione dell’oscuro vo¬ 
cabolo. L’Angeletti, avendo presente la grafìa del cod. (credto), e forse 
ricordando la canzone di Pier delle Vigne che comincia: assai cretti 
cielare, ove cretti vale * credetti ’, interpetrò ‘ credi tu ’, che non si sa¬ 
prebbe come giustificare. L’Egidi, nel Gloss. del cod. Vat., interpetrò 
‘ miscredente ’, ma non ne intravvedo la ragione. Il Camilli avvicina 
cretto a crepiti’» e imagina sia qualcosa di simile al napol. fesso, ma 
la vicinanza di ‘ crepato ’ nello stesso verso toglie verisimiglianza alla 
ipotesi. 

Se si richiamano i magri regali profferii dal seduttore (vv. 5-8), e 
l’accusa di gretteria fatta sempre, e allora specialmente, ai marchigiani, 
si può sospettare cretto altro non essere che * gretto ’, spilorcio, aven¬ 
dosi anche in testi antichi (ad es. nel Pataffio ) gretto per grettezza. 
Non dimentico che il marchig. ha gretta', screpolare ( Diai . di Arcevia, 
Gloss.) e l’it. cretto, fenditura (Casello, .4rc/i. gl. it., Ili, 329), ma 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


353 


l’idea di rottura qui, come ho detto, è poco verisimile, avendosene una 
ripetizione nella parola crepato. 

Esaminate tutte le ipotesi, l’incertezza sulla interpetrazione del voca¬ 
bolo rimane, ond’è permessa anche qui una timida proposta: che cretto 
sia erronea trascrizione di eretico (march, arèteco e rèteco), ingiuria 
frequente anche oggi, quasi di rito nei contrasti delle pastorelle, come 
in Cielo (st. 12 e 26, e più specialmente v. 127), in Ciacco (v. 47) e 
in diversi oltramontani, e non improbabile qui, nel verso che immedia¬ 
tamente precede l’invocazione che la donna fa de « lo volto de Dio ». 

dolgluto, doluto (Egidi), dolente (Camilli). Nel Piatito, 53 e 87, e nelle 

» 

Intervenute, pp. 89, 92, 97, ecc., s’incontra dolente, in senso ed uso 
analoghi. 

crepato, ernioso, secondo il Camilli, che afferma il vocabolo vivo con questo 
significato. Nelle Intervenute, p. 96, un es. che pare confermi. 

26. per lo volto de Dio, espressione usata dagli antichi, tra i quali il Lasca. 

mal lo fai, invano ciò fai. 

27. pur è superfluo per la metrica. 

una cica, una briciola, un poco. Cfr. Egidi, nella mise, per le mie nozze, 
pp. 218 e 219, e le Intervenute, p. 109. 

28. a nosciella, con nozze, per nozze. Da nuptiak. Per giustificare il fatto 

fonetico richiamo pascla, pazzia, della st. 17 del Volgarizzamento dei 
e Distica de moribus', pasciti, pazzo, I, 266, pascla, I, 61, mpascl, 
impazzire, III, 277, della mia Intervenuta, impose issarla, impazzirebbe, 
del laud. urbin. (1. 23), e anche, della stessa Intervenuta, straccia 
strazzia I, 54, stracciava 117, della Leggenda di S. Giuliano, e fino lo 
stracciava del leopardiano Canto sopra il monumento di Dante, v. 128. 

Per il suffisso -ella è opportuno ricordare quella specie di congedo di 
di alcune fiabe marchigiane: 


Nozze e nozzarelle 
A me n me dèce quelle... 


di cui una variante in Novelline e fiabe popolari marchig., raccolte e 
annot. da A. Gianan'Dkea, .Tesi, Kuzzini, 1878, p. 20. Cosi in nosciella 
come in nozzarelle è inchiuso un leggero sentore di scherzo. Quanto 
alla convenienza del concetto di nozze nel componimento, vedasi p. 302. 
Il Camilli, da noxia, a tradimento, con la violenza. 

29. scio/m (cioè scione, perchè rivolto al maschio), sciocco, stordito ; cfr. iscin- 
nito del v. 49. Il Camilli cita uno sdutti, pi., di Puccio di Pannilo 


Qiornale utoe. — Miscellanea dantesca, (Suppl. n* 19 - 41 ). 


•23 



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G. OROCIONI 


('rotine» aquilano, ed. dal De Bakthomimakis, p. 81) e il sen. scionire, 
sbalordire. Ma il già ricordato sig. Ripamonti mi assicura che nel fer¬ 
mano è ancor vivo se'ionito, con significato di ebbro o presso che ebbro, 
cosi per vino che per voglia venerea. E questo fa precisamente al caso 
nostro, apparendo l’uomo proprio in quello stato, come indica chiaro 
il v. seguente. Quanto alla lettura delle prime due parole del v. eh ! 
sciolta, mi rimangono dei gravi dubbi, poiché si potrebbe, e con ragione, 
leggere, proprio come nel testo, esciona, con la prostesi dell’e- larga¬ 
mente esemplificata nell’ant. marchig. : la Giostra ha esvegiata, il 
•V. Alessio 52, espersamente, il l J ianto ha vari esempi, rinforzati con 
altre citazioni del Sai.vioni (§ 19) che lo illustrò, il laud. urbinate ha 
espesso (1. 13), lo li cero de ’ Faveri ha cstare, espese, escotano, eschri- 
vere, ecc. (p. 28:1). 


gire per la spiea, letterali», spigolare; ma io sento questa locuzione,anche 
per l’imagine che racchiude, corrispondere alle altre marchigiane gì' a 
ruspo (letterali»., andare a razzolare) e gi' a ravastón (letteralm., an- 
.dare a rovistare), usate a indicare gite o ricerche poco confessatali, 
specie di giovani in cerea di avventure galanti. Se cosi è, spiga, con 
un tal quale sapore di gergo, avrebbe un significato non molto dissi¬ 
mile da quello che pare abbia in un so», del Petrarca: « Se col cieco 
« desir che il cor distrugge », al v. 8: « Tra la spiga e la man qual 
« muro è inesco ? », clic fa pensare a Onesto Bolognese, là dove-scrisse: 
« ('hi spera grano d’amorosa spica... ». 

Significato metaforico, forse non dissimile, ha la parola spira in una 
canzone popolare (notificatami dal sig. 0. Ripamonti più volte ricordato) 
che contiene un avvertimento di prudenza alle ragazze, e non è, quindi, 
fuori di luogo: 


(■he bel bocchi’ che cci à la formica! 

Che bel hocco’ che cci à ’l formico’! 

La formica va su ppe la spica, 

Se ttacca a la grana e, udrò udrò, se ne va... 
Do, Re, Mi, Fa : 

Se ttacea a la grana, e, udrò udrò, se ne va. 


In conclusione, come ciré deliba rendersi in it. la frase gire per la 
spira, il sfuso della parola ò chiaro. 


o 

f > 


0. reio 


y 



veggo. Cosi m*l l’ionia, v. KlU (** deio, 
(iKiMAi.m e in altri luoghi* dello stesso 


v. 192), nella lauda 
laudario. 


urbin. 


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355 


arlucare, rilucere (con ar-' da re-, ben noto al marcliig. antico e mod.; 
nella c. fabrianese del 1186 arcoltu ; e con iuetaplasmo di coniugazione). 
Nel fermano mod. arlucctà ’. Cfr. rdici del v. 34. 

Per quello che si è detto qui sopra, io credo che arlucar la masdella 
non significhi esser magro (Angeletti), non essere ben pasciuto (Caniilli), 
sibbene essere acceso in viso per vivo e ardente desiderio. 

31. acome ttchi, ‘acconsenti’, concedi. Con questo senso spesso nel Boccaccio: 

« dove ella a’ suoi piaceri acconsentirsi volesse » (nov. 36); « Io le volli 

« 

« dare... ed ella mi s’acconsentisse, e non volle » (nov. 79); e anche nella 
Leggenda di S. Margherita di Antiochia, ed. da E. Pèrcopo (nella 
Scelta del Romagnoli, disp. 211, Bologna, 1885), come il De Bartho- 
lomaeis fece notare al Camilli, il quale spiega — mi acconsenti —, 
trascurando, nè vedo perchè, il -ti. Francesco da Camerino, nel cit. son., 
v. 3, dice che l’amore « è sengnore, chi gli si consente » ; e l’autore 

del Fiore scrive: che tu per suo danar non ti consenti (son. CLX). 

♦ 

Quanto a -nchi da -nti (in rima con dencln e elenchi), cfr. il mio 
Dial. di Velletri, p. 36, w. 4 ; la mia nota nel voi. cit. per nozze Her- 
manin-Hausmann, p. 22, e le mie Marche, p. 84, ove riportai una nov. 
del Sacchetti, di argomento anconitano, in cui la parola denchi, denti, 
è ripetuta due volte, evidentemente con uno scopo scherzoso. Non voglio 

tacere che il Chienti è nominato centinaia di volte in carte marchig. 

■ 

antiche, ma non mai, a mia cognizione, nella forma offertaci dalla can¬ 
zone. Forse consacrò questa forma in rima il poeta, che intendeva scher¬ 
zare, mentre la evitarono i notai, che, pur barbarizzando il latino, non 

4 

potevano non comprendere che questa forma era dialettale ed erronea. 

32. duroti. Tutti, a cominciare dal Colocci, siamo corsi a correggere in darotti. 


cosi spontaneo e agevole al senso, ma la correzione, a stretto rigore, 
non è necessaria. Pur tacendo degli altri esiti neolatini (rum., prov., fr., 
cat., ecc.) vengono in mente il sardo dugherc, l’aven. dar, l’ait. durre, 
dutto, nonché il partic. addotta delle Intervenute (pp. 68 e 77), e il 
s'adduce de\Y Acerba, II, vi. Durolli (cfr. giungerotti del v. 36) par 
fino più proprio di darotti. 

panari, panieri, tuttora vivo. Nell , //<fem > >mfrt, III, 418, panò, nel vocab. 
di Collalto, ed. dall’Egidi (misceli, per le mie nozze) panarti, canestro, 
p. 216 ; neH’arcev. panamelo. 


profiei, caprifichi, fichi selvatici. Cfr. W. Mever-Li" bke, lì. E. 11'., n. 1651. 


Un es. antico in una c. fiastrense del 1196. p. 269 (profiei). Oggi è 


comunissimo nei dialetti 


centro-meridionali, 


tino alla Sicilia (perfìcu, 



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356 


G. PROCIONI 


pirficu). C’fr. § V. Poiché i dialetti marchigiani comporterebbero assai 
meglio le forme prò fiche- -rdichc (come anche moriche, v. 33), temo 
forte che le altre, profici, rdici, inorici, siano dei toscanismi. Rimane, 
però, con la sua palatale, ìici, pel quale tuttavia si può vedere Salvioni, 
in Studi di fil. rom., fase. 19, p. 1*8. 

33. inorici, more, frutto del rovo (oggi moriche, v. n. preced.). Come ricorda 
anche il Camilli, le moriche sono tuttora adoperate dai contadini come. 
un dentifricio. 

denchi. V. n. al v. 31, e, per i puntini, al v. 8, e a p. 276. 


34. tu Ili a' torte, tu lì (in codesta cosa) hai torto. Io avevo sempre interpe- 
trato così, come fa ora l’Egidi, perché la frase è in pieno uso tuttora. 
Es. : lì àe tuorto tu, chi (qui, in questo) ò ragione io. 


torte per ‘ torto ’, come certe nella Leggenda di S. Caterina, v. 144, toste 
nella Legg. di S. Antonio, str. 71, scaltrimente dell’ Historia S. An¬ 
toni, v. 241. 

quisso, codesto. V. n. al v. 10. 

no rdici, non ridici, non ripeti, come l’ho detto io, cioè non Faccetti, non 
l’approvi. 


35.se, optativo, cfr. v. 31. 

lasci, toscanisnio; il march., lasse, 
elenchi. V. n. al v. 31 e al v. 20. 

Il Camilli traduce questo verso così: Se Dio mi lasci passare il Olienti; 
ma il testo dice a lo Cl., e la prcp. a nel march, vien premessa, coi 
verbi attivi, solo ai nomi di persona; onde ‘passare’ qui deve signifi¬ 
care ‘arrivare’ o simili, non.* oltrepassare ’. Forse sulle rive del Olienti 
sperava procurarsi i ‘ colori ’ promessi alla donna. 


36. giunge rotti, aggiungerotti. In .Tacopone (ed. Ferri, Laude, VII, 51, p. 13): 
gionge al mal el pejo: nel Petrarca: Giungendo legne al foco ore 
tu ardi. 

m 

colori in tra Uri. Secondo la spiegazione comune, ‘tralicci colorati’, ma 
non si capisce come colori possa significar ‘ colorati ’, e che c’entrino 
qui i tralicci. Richiamando quanto ho scritto qui sopra (§ V), io penso 
che le parole abbiano tutt’altro significato, colori, che nell’antico it. vale 
anche abrostine, uva selvatica, labrusca (usata a dar colore ai vini), 
potrebbe qui valere altrettanto, o indicare altro frutto, o erba o pianta 
atta a dar colore (forse alle labbra o alle gote della donna, cui le more 
avrebbero fatti bianchi i denti), tale, insomma, da star bene e natural- 


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t 



UNA CANZONE marchigiana ricordata da dante 


357 


mente insieme ai ‘ profìci ’ e alle ‘ monche coi quali deve formare la 
seconda terna di doni, offerta dal seduttore alla donna. 
in tra lici può valere * in tra lì in quei luoghi, in quei paraggi, cioè 
lungo il Chienti. Di intra un es. in Acerba, T, ix; di lici, lì, esempi 
in Dante (Inf., XIV, 84), nel Boccaccio ( l'escide, VII, 37, X, 3), ecc. 
Forme analoghe: quid (Purg., VII, 66, ecc.), luci (Purg., XXIV, 105), 
colaci del pisano ( Arch. gl., XII, 155), quaci del Contrasto di Cielo, 
79 e 83. Per l’Italia centrale : déccocia, déllocia di Carpineto e Monte- 
lanicò ( Diai. di Velletri, p. 35), jécchecia, jéssecia di Castro dei Volsci 
(C. Vignoli, Studi rovi., VII, 177), éccuci, éssuci, eliaci di Rieti (B. Cam- 
panelli, iJial. reatino, 121-122), décuci, jecuce dell’Abruzzo (Finamore, 
Voc. abr., s. decuce), ecc. ecc. 

37. rubnsto, resistenza. In it.. ‘ fare il robusto ’ vale fare il resistente. Il Tom¬ 

maseo ( Sinonimi, 1772) attribuisce al robiisto * la forza che resiste alla 
prova ». Sebbene io non conosca neppure un es. di robusto sost., pure 

sono incoraggiato a supporlo, ricordando robustosu (se reale) del cantico 

♦ 

del sole, che ne è un derivato. 

Solo come saggio dei tentativi fatti per chiarire la canzone riferirò 
di aver pensato alla possibilità di sostituire a rubusto un debutto 
(abr. rebbutta ), rifiuto, e a rusto, in rima, rutto, rotto, che conserve¬ 
rebbero al passo un senso sodisfacente e poco diverso da quello che gli 
abbiamo attribuito. 

38 . poi, poiché. Anche nel S. Alessio, 143, nel laudario urbin. (1. 9), ecc. 
sucotata. Il Monaci ( Cresi., Gloss.) cautamente sospettò, seguito poi dal 

Camilli (il quale lo deriva, per metaplasmo, da scccutere), che signifi¬ 
casse ‘ scossa, molestata ’ ; ma, per quello che si è detto qui sopra, altro 
non significa clic ‘ seguitata ’, ‘ seguita ’. Già in Studi rovi., Ili, p. 130, 
ravvicinai a sucotata il secutamo del Pianto, v. 63, qui aggiungo 
abr. secata, irp. socotà, nap. secotà, bas. sucuture, sic. stentavi, assi- 
cutari, ecc. Meyer-LCbke, lì. E. W., n. 7839. 

39. ancoi, oggi, ma veramente si vorrebbe che significasse ‘ ornai ’ o sim. Ri¬ 

cordo a proposito che la donna genovese, nel contrasto con Rambaldo, 
v. 54, usa oguanno hoc anno, con senso assai più limitato che l’etimo 
della parola non consentirebbe. Forse lo stesso si dovrà pensare di 
ancoi, usato da Dante (Purg., XIII, 52; XX, 70, XXXIII, 96), dal 
Barberino, dal Boccaccio, ecc. ecc., comune nell’It. settentr. (per non 
dire del fr., del prov., ecc.), ma non esemplificato pei dialetti centrali 
(cfr. Flkchia, Arch. gl.. II, 350-51). 


» 


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358 


O. CROCIOM 


Pirino. V. p. 281 sgg. 

rusto, 4 arrostito scottato, crucciato e sim., v. p. 283. È, dunque, par tic- 
di rostir (fr. rótir, prov. must ir), contratto da 4 rostito’, coll’w in forza 
di metafonesi. Nella mattinata cingoìatia riportata da A. Leopardi in 
Sub tegmine fagi, p. 74: spila de rustu, spiedo da arrosto; a Migliano, 
anche oggi, lo rustu e Varrustu. 

40. adochia, adocchia. V. n. al v. 9. In Dante e in altri antichi, ma anche 

nella Leggenda di S. Caterina, v. 1555, e vivo tuttora nelle Marche. 
Il Conti lo accoglie nel suo Voc. metaurense, Cagli, Balloni, 1898. 
stimulata, molestata. Anche nell 'Acerba, FV, ii e vii. Il Camilli : bada 
che nessuno ci sia a darmi impaccio. Io credo che la ragazza voglia dire: 
bada di far la cosa così nascostamente, che io nou sia molestata dalle 
chiacchiere dei malevoli e dai sospetti di Pierino. Così in una pastorella 
francese (Bartsch, II, 13) la giovane consiglia « que Perrins non espie ». 
Un po’ di cautela ci vuole, che diamine! 

% 

41. a Vaborito, lì per lì, immediatamente^ repentinamente. E frase venatoria, 

usata a indicare lo sparare all’uccello, nell’istante che si leva da terra, 
il che richiede speciale prontezza. La locuzione a la burita, all’abbu- 
rita, all'àbborrita, è viva nelle Marche e altrove. Cfr. Diài. di Veli., 
less. s., burita ; Arch. gl., XV, 994-97, XVI, 434; Conti, Voc. met., 117, 
e anche Raccolta di voci romane e marchiane. 

Il Camilli da adbirritis (da burrus, buio), ma non se ne ha traccia 
nel marchig. 

Per la nostra interpetrazione si veda a p. 277. 
ne gio, ne andò (la donna). Nel S. Alessio, 203, set ne gio, e così in 
testi abr., sempre pers. 3 a , mai pers. 1*. Ma il Camilli e l’Egidi, 4 andai ’. 
aterato, 4 atterrato ’, casipola di campagna, impastata di paglia e terra. 
Vivo anche oggi. Cfr. L. Castellani. Scritti, pubbl. da N. Angeletti, 
Lapi, Città di Castello, 1889, p. 166, e Arch. gl., XV, 359. Sul pos¬ 
sibile valore metaforico della parola v. p. 276. L’ aterato nella tradi¬ 
zione della pastorella può richiamare la 4 capanna ’, nella quale il Caix 
assicura essersi almeno una volta verificata la scena della tentata se¬ 
duzione. 

42. alvato, albatcs, imbiancato (Camilli), ma è sconosciuto al marchig., che 

usa invece scialbato, ex-albatcs. 

follena. Il Camilli legge fogliena, fuliggine (od. fujjèma). Io dubito, rima¬ 
nendo nella interpetrazione metaforica di questi versi, che follena signi¬ 
fica foglie, fogliame, perchè la 4 cava ’ esclude che alle pareti si vedes- 



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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


359 


sero sporgere foglie, come invece avveniva negli atterrati veri e propri, 

fatti di quel dato impasto che si è detto. Quanto al suono di - Il - basti 
* 

ricordare che gli esempi abbondano nelle scritture raarchig. (nel laudario 
urbin. ad ogni passo tillo, dallo, esilio, cordollo, ecc.). 

43. battisaco, ‘ battisacco lenzuolo (Camilli). Poiché sacco (e saccone) nelle 

Marche è il pagliericcio, il ricordato Ripamonti pensa che batti-sacco 
potrebbe essere il sedere. Io temo che qui s’abbia una sconcia parola 
di gergo (nella quale sacco stia per ‘ scroto ’), che valga il contrario che 
pascipeco (mentala), usato dal Sacchetti nella nov. CXVI, come induce 
a ritenere un’altra parola volgare usata ora nelle Marehe con analogo 
significato ( battipalle ). 

Mi confermano in questa spiegazione i due versi dello sconcio so¬ 
netto CCXXX del Fiore : 

« 

E la scarsella che al bordon pendea 

Tuttor di sotto la facea urtare, 

• • 

é 

nei quali ognuno vede che cosa sia la scarsella (che nel son. CCXXVIII 
è detta < senza costura ») e dove essa urtasse (l’a. della nostra canzone 
avrebbe detto battesse). 

44 . da capo ini pose la sciena. Il Camilli: e da capo mi pose il capezzale 

(sciena). Sebbene questa spiegazione e la derivazione di sciena ( asciena ) 
da axis non sia da respingere alla leggera (il Salvioni, Note di dial. 
corso, Pavia, 1916, p. 822, n. 230, segnala sciònip, - ose-, federa), non 
ostante che sconosciuta al marchigiano, io non riesco ad approvare la 
spiegazione. Convinto che l’unione dei due avvenisse lì per lì, in una cava, 
sospetto che questo verso voglia dire che la donna, prima di darsi, de¬ 
pose (mi pose sta per depose ?) la pignola che portava in testa, piena 
di minestra. Il dial. di Arcevia, infatti, conserva ancora il vocabolo 
scina, specie di grossa pentola usata per mungere le pecore, ugualis¬ 
sima a quelle che si usano per portare la minestra nei campi ai lavora- 
tori. E vero che non si confà alla rima, ma io ricordo che, ad es., nel 
veli, il foìlena del cod. sonerebbe fojine, e la spiegazione di leina non 
è ancora superiore ad ogni dubbio. 

45. mi fui consolato. V. n. al verso 21. 

46. ca. V. n. al v. 12. 

« leina, per liena... è una coperta di lana grossa ». Cosi il Camilli, che 
cita un es. — lena soè sciavi uti — della llegula S. Benedicti, di 
fr. Daniele a Monte Rumano, an. 1334, Montecassino, 1895, p. 110; ma 


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360 


O. CROCIONI 


non mi si leva di mente che leina valga ‘ legna ’, e il verso venga a 
dire, press’a poco, proseguendo la metafora, ciò che il petrarchesco 
« giugnendo legna al foco ove tu ardi », perchè ormai anche il nostro 
cavaliere da strapazzo doveva ardere dello stesso fuoco. V. Kòrting, 
s. ìignum. — Qualora si leggesse buon'oleina, verrebbe in campo, nuovo 
concorrente, l’ait. alena, anelito, ansito, che per persone in quello stato 
potrebbe non essere fuori di luogo. Cfr. Casello, A reti, gl., Ili, 397. 

47. eccoesso. Il Camilli traduce: e con cotesto, ecc., ma di esso in tal uso 

non conosco esempio nè antico nè moderno. Io ritengo che eccoesso sia 
un avverbio di luogo, da aggiungere a quella numerosa famiglia di cui 
nel tj 96 della mia Intere, {ecco, esso, elio, mi ecco, miesso, miello, ecc.), 
composto di ecco -|- esso (v. ». al v. 19) e in significato di ‘colà’, in 
quel posto, e, poi, su due piedi, li per lì. Mi tornano a niente aìora 
isso, ‘ subito ’, di una canz. di Monte (cfr. Ecidi, Libro de varie ro- 
munse vulgare, p. 263), e a l'aborito del v. 41. Con questa lettura non 
avrebbe più luogo la cong. iniziale e, del tutto superflua. 

Di ecco un es. nel Passio, ed. dal De Hahtholomaeis, in Bull. Ist. 
stor. it., n. 8, v. 25. Per esso vedi v. 19. 
apatovito, accordato, combinato. Forse si allude ad accordi presi per mante¬ 
nere la relazione sensuale; in tal caso il v. scg. varrebbe come un’assicu¬ 
razione di fedeltà alla donna. Per la locuzione vedi v. 21 ; per l’a-, il v. 2. 

48. Questo v. ha pel mio orecchio un suono stranamente esotico, verosimil¬ 

mente franceso: unqueme', fr. otiques mais ; vi, fr. ri' (anche prov.). 
A p. 302, ». 6, abbiamo riportati questi versi di pastorelle francesi, che 
giova ripetere: « Onkes maix... je ne vi si bel enfant », « onc me vi si 
• bele nee Ne de tant bete facon » (Qualche francesismo, in un componi¬ 
mento come il nostro, non sarebbe del tutto fuori di luogo ! Si ricordi 
il contrasto di Cielo!). Da questi richiami il v. certo viene chiarito, ma 
conviene dire che nel S. Alessio, v. 235, si ha iniquamente, nel Ritmo 
cassinese, vv. 16, 61, 66, si ha umqua, che incontrasi anche in antichi 
testi marchig.; nel laud. urbin. mica mai (1. 13), ecc.; vi, vidi, si trova 
in qualche scrittura (cfr. G. Compagnoni, Teoria dei verbi it., Parma, 
1834, p. 333); altrei, altra, femm. di altrui, perfettamente regolare 
(cfr. lui, lei ; costui, costei', colui, colei, ecc.), tanto che il compianto 
Gorra ( Morfologia it., § 54) ne rilevava la mancanza nella lingua ital. 
A conferma di questo pronome femm. ricordo en lero, ‘in loro’, rife¬ 
rito a donne (Monaci, Crest., p. 141, v. 76, e le correzioni in fondo al 
voi., p. 703), e Vaitei rumeno (cfr. Mever-Lì'hkk, Gr. d. I. rovi., II, 130). 


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UNA CANZONE MARCHIGIANA RICORDATA DA DANTE 


361 


49. mai magis, più (mai più, uon più). 
iscionito. V. «. al v. 29. 

50. be’ mi, bene mi. Per assimil. 

mastro, maestro. Nella Giostra, v. 104: « Mastre de sgremire ». Tuttora 
vivo, e non raro in antichi testi centrali. Nel S. Alessio, v. 2 : ma- 
strama, nel laud. urbin. mastria (1. 19). 
ei, sei. Spesso nel De planctu Virginis ed. dal Grimaldi, nella Cronaca 
di Buccio di Ranallo, p. 35, nelle Laudi di Jàcopone, ecc. Era la forma 
comune; IV del v. 9 era propria solo di alcuni vernacoli, e, forse, di 
alcune locuzioni. 

Nessuna meraviglia che in uno stesso componimento si trovino le 
due forme ei e *: nel laud. urbin. troviamo spesso si e ei a brevissima 
distanza : 

Alta regina ched ei gillo d'orlo, 

Tu sì, madonna, mio dulce conforto, 

(1. 23), e, nella 1. 25 : 

Fitto, poi eh' ei venuto, 

Molto mi si in piacere. 


XXI. — Indice dei vocaboli. 


Aba 9. 

aborito (a V-) 41, e pp. 277 e 358. 

aconsenchi 31. 

adochia 41. 

agìa 2. . 

ài, ha 11. 

ài, prendi 24. 

aina 2. 

altrei 48. 

alvato 42 e p. 358. 
ancoi 39. 
apatovito 47. 

• arlucare 30. 

aterato 41 e pp. 276 e 359. 

Battisaco 43 e p. 359. 
be 50. 

ca 12, 46. 
caba 7. 


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Cadonto 11 e pp. 279-280. 
Cascioli 1 e p. 287 sgg. 
cica 27. 

Ciencio 10 e p. 286. 
detto 2. 

cinta 6 e p. 301. 

Clenchi 35 e p. 285. 
cocino 3. 

colori 36 e p. 273. 
co meco 7. 
costato 23. 
crepato 25. 
creto 25. 

Dare' 5. 
denchi 33. 
diede 24. 
disse, dissi 24. 
dogliuto 25. 
duroti 32. 


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362 


G. OKOCIONI 


Ecco esso 47. 
et 50. 

esciona 29. V. sciona. 
esso 19. 

Fantilla 10 e pp. 275. 280. 
farfiata (tarchiata ?) 18. 
farfìore {farchioi\e ?) 18. 
fermano, 23, 31. V. formano, 
fferato ( fenato ?) 13. 
foììena 42. 

formano 1. V. fermano. 

Gio 41. 

gire per la spica 29. 
giungierotti 36. 
gote 16. 

Guidoni (Cencio) 10 e pp. 280, 286. 
./, in 13. 

t, sei 9 e pp. 285, 326. 
in tra lici 36. 
iscionito 49 
iscoppai 1. 

Lai (o là i) 12. 
le ina 46. 
lene (?) 12. 

levant'esso ( levat’esso ?) 19. 
lo 26. 

Mai 8, 49. 
mamone 20. 
mastro 50. 
mencaite (?) 14. 
meo 11. 
mi 8. 

milenso 20. 
minestrare 17. 
misticato 15. 
morici 33. 

Nosciella 28 e p. 302. 


Ou 20, 25. 

Panari 32. 
per fi ci 32. 

pingnoli 3 e pp. 288, 291, 294. 
Pirino 39 e p. 281. 
poi 38. 

Quisso 34. 

Mici 34. 

Rote 12. 
imbusto 37. 
rusto 39 e p. 281. 

Sa ima 4. 
saimato 4. 
samartina 6. 

Sataiuti 22. 
scatoni 17. 
sciena 44. 

sciona 29. V. esciona. 
scordassero 16. 
scotitori 14 e p. 284. 
semplo 20. 
so, sunt 13. 
soca 9. 

spica 29. V. gire per la spica, 
stimulata 40. 
sucotata 38. 

l’ansi 23. 
timiccio 22. 
torte 34. 

tra lici 36. V. in tra lici. 
trecioli 5 e pp. 288, 29i, 294, 
truffo 15. 

Unqua me 48. 

ve io 30. 
vi 48. 
vitto 13. 

volto de Dio (per lo -) 26. 

Giovanni Crocioni. 


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LA “ DEVEXIO APENNINI „ 

% 

DEL 11 DE VULGARI ELOQUENTIA „ 
e il confine settentrionale della lingua del sì. 


i. 

I limiti entro i quali Dante cerca di fissare il territorio di 
ciascuno dei tre gruppi linguistici in cui ha diviso l’Europa 
(De vulgari Eloquentia, 1. I, cap. 8°) sono assai vaghi per la 
parte orientale, ma appaiono già, almeno in parte, meglio deter¬ 
minati per quella ch’egli chiama parte settentrionale, e sono 
tracciati con una certa sicurezza per l’Europa meridionale o 

più propriamente di SW. Infatti, mentre del primo gruppo 

« 

egli può dire soltanto ch’esso si estende dagli Ungari verso 
Oriente nel resto d’Europa e ancor più oltre — e di più non 
avrebbe potuto dire, date le condizioni della cultura geografica 
del tempo —, del secondo è in grado di poter fissare con suf¬ 
ficiente approssimazione il confine verso Occidente (1); e quanto 


(1) < Nam totum quod ab ostiis Danubii sive meotidis paludibus usque 
« ad fines occidentales Angliae, Ytalorum, Francorumque finibus et Oceano 
« limitatur, solum unum obtinuit ydioma... ».Cfr. Il trattato « De vulgari 
• eloquentia », per cura di Pio Rajna, Firenze, Succ. Le Monnier, 1896, pp. 35. 
— Al Fraticelli ( Opere minori di Dante Alighieri, Firenze, 1840, voi. Ili, 
parte 2 a , p. 28) questa lezione era parsa « arruffata », ed era sembrato op¬ 
portuno sostituirne un’altra : « Nam totum quod ab ostiis est Danubii, sive 
« Meotidis paludibus usque ad fines occidentales (Angliae, Italorum, Fran- 



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A. MAGNAGHI 


3G4 

al terzo linguaggio, egli può procedere alla sua suddivisione 
nei tre volgari dell’oc, dell ’oU e del ai, nonché alla sistema¬ 
zione di ciascuno di questi entro limiti più o meno particolar¬ 
mente definiti. 

Totum autem quoti in Europa restat ab istis [orientale e settentrionale] 
tertiuin tenuit idioma, lieet nunc tripharium videatur; nani alii oc, alii oil, 
alii si afiirmando loquuntur; ut puta Yspani, Franci et Latini... Istorum 
vero proferente» oc meridionali» Europe tenent partem occidentalem, a Ja- 
nucnsiurn finibus incipientes. Qui autem si dicunt a predictis finibus orien- 
talein tenent, videlicet usque ad proniuntorium illud Ytalie qua sinus Adria¬ 
tici mari» incipit, et Siciliani. Sed loquentes oil quodam modo septentrionales 
sunt respectu istorimi, nani ab oriente Atamano» liabent et a septentrione ; 
ab occidente anglico mari vallati sunt et montibus Aragonie terminati; a 
meridie quoque Provincialibus et Apenniui devexione clauduntur. 


« corumque tinibus, et Oceano 1 imita ntnr), solum unuin, etc. ». Anche il Giu¬ 
liani (Opere latine di Dante Alighieri, Firenze, Succ. Le Monnier, 1878, 
voi. I, p. 104) non ebbe diflìcoltà ad accettare siffatta variante; sulla inuti¬ 
lità della quale sarebbe superfluo insistere dopo il giudizio datone dal Rajna 
(loc. cit.). Ma non mi sembra fuor di luogo accennare a qualche ragione che 
può stare a conforto della prima lezione, anzitutto per alcune deduzioni che 
nel corso di questo lavoro dovrò trarne, e poi perchè vedo che un commen¬ 
tatore recente, il Passerini, pur accettando il testo fissato dal Kajna, nella 
traduzione segue la lezióne del Fraticelli: « Però che tutto quel territorio 
« che dalla foce del Danubio, o dalla palude Meotide corre sino ai termini 
« occidentali — che dai confini dell’Inghilterra, Italia e Francia e dall’Oceano 
« son limitati — serbò, ecc. » (Cfr. Le Opere minori di D. A. notamente 
annotate da G. L. Passerini, Firenze, Sansoni, MCMXII, voi. V, pp. 30-31). 
I confini dell’Inghilterra, che è un paese di lingua germanica, verrebbero così 
indicati alla rinfusa con quelli di paesi che di questo gruppo non fanno parte. 
Perchè Dante avrebbe adoprato due volte la parola fines ? La prima per dire 
che i popoli i quali io affermando respondent, di cui fanno parte anche gli 
Anglici, si estendono sino ai confini occidcntales Angliae; e la seconda per 
indicare che a SW. non v’è più l’Oceano o l’Inghilterra, ma vi sono i limiti, 
naturalmente orientali, dell’Italia e della Francia, che appartengono ad un 
gruppo diverso. Sicché dovrebbe essere assai più semplice immaginare che 
Dante vedesse le cose press’a poco come le avremmo vedute noi stessi : « quel 
« territorio che [andando] dalle foci del Danubio o dalla palude Meotide sino 
« ai confini occidentali dell’Inghilterra, è limitato dai contini [orientali] del- 
« l’Italia, della Francia e dall’Oceano... ». 


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LA “ DBVEXIO APENNIXI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENl’lA ECO. 365 

Dire che sia facile, a prima vista, trarre da ciò l’impressione 
che Dante riveli addirittura una conoscenza chiara e precisa 
di codesti confini, sarebbe certo dir troppo : intanto, alla lingua 
d’oc (che sembra designi anche la penisola iberica per intero) 

9 

viene assegnato formalmente solo il confine di NE.; non ap¬ 
pare poi netto ed esplicito il confine settentrionale del sì, e 
anche i limiti del territorio dell’off, sebbene completamente 
indicati tutto all’ingiro, presentano all’interpretazione qualche 
punto dubbio od oscuro. Ma è anche vero che i commentatori 
(quando, per contrario, non hanno preferito far mostra di non 
accorgersi delle difficoltà lasciando che il lettore se la sbri¬ 
gasse per conto suo) non di rado si sono fermati dinanzi ad 
ostacoli più apparenti che reali, proponendo spiegazioni poco 
consistenti, o, peggio ancora, apprestando per far luce dove 
non faceva bisogno varianti ingiustificabili, talora di un’arbi¬ 
trarietà persino ingenua (1). E nessuno, ch’io sappia, ha mai 
pensato di tener conto delle cognizioni geografiche del tempo 
e di ricercare se le idee di Dante non potessero trovare in 
esse la loro naturale spiegazione (2); ma, dal più al meno, 
si è cercato di adattare nomi e limiti a quelli corrispondenti 
sulle carte moderne, senza pensare alla possibilità che allora 
le rappresentazioni cartografiche e le altre fonti geografiche 
potessero offrire elementi diversi da quelli che siamo abituati 
a vedere noi. 

Così al D’Ovidio (il quale da ciò che è detto sulla lingua d'oc 
afferma che si potrebbe credere che Dante abbia voluto sfuggir 
la questione) sembra che a proposito del confine occidentale 


(1) Sono anche troppo note — e da troppo tempo se ne è fatta giustizia 
perchè si debba parlarne ancora — le trasposizioni che il Prompt aveva cre¬ 
duto di introdurre nel testo. Cfr. Dante Alliyhieri, Traiti de VEloqnence 
oulgaire. Manuscrit de Grenoble, Publié par Magni kn et le D r Phomct, Ve¬ 
nezia, 1892, pp. 20 sgg. 

(2) L’unico fra i commentatori che ubbia Vista la necessità di un richiamo 
alla Geografia del tempo è il Uajna, del quale purtroppo non è ancora uscito 
quel Commento, che doveva completare la monumentale edizione critica. 


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366 


A. MAGNAGIll 


delPotV — mare anglicani o montes Aragoni ac — la lezione 
debba certamente essere emendata (1). Ma egli ignora che 
presso gli scrittori che potevano servire di fonte a Dante, e 
soprattutto nelle rappresentazioni cartografiche, i Pirenei figu¬ 
rano precisamente diretti da S. a X. (2), e che perciò la loro 
linea non poteva non costituire anche per Dante un limite occi¬ 
dentale. A cominciare da Orosio, che è la fonte geografica più 
apprezzata dagli scrittori medievali, la penisola iberica ha pre¬ 
valentemente una forma triangolare e perciò facilmente limita¬ 
bile « circumfusione Oceani Tyrrcnique pelagi », e la Spagna 
citeriore ha « alt oriente Py renaci saltus *>; cosicché la Narbo- 
nese avrà « ab arridente Hispaniam », e l’Aquitanica ha pure 
« ab orrasa Ilispaaias » (3). K lo stesso si ha nella Dimen- 
suralio provinciarum (4) (sec. V) e presso quello scrittore 
tuttora misterioso che va sotto il nome di Etico (.">). Cosi mentre 
i Pirenei sono il limite orientale della Spagna, essi costituiscono 
naturalmente il confine occidentale della ('ornata e della Nar- 


(1) Cfr. Sul trattato « ])e volgari Kloqueutia », in Archivio glottologico, 
voi. II, 1876, ]). 82. 

(2) Anche fra "li scrittori antichi (che in genere danno ai Pirenei l’orien¬ 
tazione giusta) v’è già Strabene che considera i Pirenei diretti da 8. a N. 
(Ili, c. I, par. 3); e nel 2° sec. lo segue in questa concezione Dionisio Pcrie- 
gete (cfr. la ricostrutta carta di D. P. in K. Miller, Die (Utesten Weltkarten, 
IV Heft, Die lieconstruierte Karten. — cfr. anche Ibid., ì'Orbis habitahilis 
di P. Mela). — E superfluo osservare che i montes Aragoniae qui non pos¬ 
sono essere altro che i Pirenei; sarebbe assurdo e gratuito immaginare che 
con essi Dante volesse intendere i Monti Iberici, che limitano a SW. la 
valle dell’Ebro, poiché resterebbero comprese nell’otV Aragona e Catalogna. 
Era questa una delle idee non meno originali del Pronipt, sebbene egli li 
considerasse bravamente non come frontiera meridionale dell’o/7, ma del s) 
casigliano ! 

CD Cfr. A. Iìiksk (ì l'agra /ihi latini minoves. Ileilbronnae. 1*77. Palli 
< Irosi l Distar, od versus pagauos, p. 6ó. 

(4) Cfr. (Hikko.mmi Pkeskyteri] Dune usurai io provincia rum ; 1!iksk, Op. 
cit., p. 13: « Hispania citerior tinitur ab oriente saltu Pyrenato ». Ripetuto 
nella Divisto < Irbis ter rum tu (p.,16). 

(di Riese, p. 08. Secondo Miller, Die Rbstorf/carte, 1000 (p. lo), lo scrit¬ 
tore è del sec. VII. sebbene utilizzi Orosio e altre fonti anteriori. 


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LA “ DEVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTIA „, ECC. 3G7 


bonese. (Esplicitamente nella Dimensuratio : « Gallia Cornata 
« fìnitur... ab occidente saltu Pyrenaeo;... Provincia Narbonensis 
« finitili* ab occidente saltu Pyrenaeo ». Riese, p. 16). In una 

breve descrizione della Gallia, che serve d’introduzione ad una 

» 

cronaca del secolo X (1), è pure affermato : « Constat igitur 
« totius Galliae spatium ab oriente quidem Rheno, ab occi- 

t 

« dente Pyrenaeo... cingi » ; ciò che viene pure ripetuto nello 
Ekkerardi Chron. universale della prima metà del sec. XII, 
e dall’ Annalista sassone della stessa epoca (2). Non meno 
esplicite le rappresentazioni cartografiche, quali ad es., a co¬ 
minciare dalle carte arabe, la Tabula rotunda rogcriana di 
Edrisi (1154), Ibn Saio Magrebinus (1274) e Ismael Abulfeda 
(1331), che offrono pure una penisola iberica di forma triango¬ 
lare coi Pirenei diretti quasi da S. a N. (3). E lo stesso dicasi 
dei Mappamondi occidentali, i quali accentuano ancor più co- 
desta orientazione : cosi nella carta del Beato (uno dei tipi più 
diffusi nel M. Evo, costruite in varie epoche, ma riproducenti 


(1) Cfr. Pertz, M. G. H., voi. Ili, p. 569. Kichkki. Histor., libri IV. 

(2) Cfr. Pertz, M. G. H., voi. VI, pp. 158, 553. Non mancano, a dir vero, 
gli scrittori che danno ai Pirenei l’orientazione giusta, come Isidoro, Kabano 
Mauro, Onorio d’Autun e Vincenzo da Beauvais. Ma gli ultimi tre copiano 
semplicemente da Isidoro. Boggero Bacone non ha occasione di parlarne, perchè 
della Spagna e della Gallia non dice nulla « quia notae sunt » (Operi* mai.. 
pars IV, p. 376, Oxford, 1900). Ma Alberto Magno doveva anch’esso consi¬ 
derarli come diretti da S. a N., poiché affermava nientemeno che « Pyre- 

« naeus Italiani ab Hispanis dividit » (l)e natura locorum, Tract. Ili, cap. 2°. 

% 

— Opera omnia, Lugd. Batav., 1675, voi. V). E curioso che a codesta vici¬ 
nanza della Spagna all’Italia alluda implicitamente anche Fazio degli liberti: 


Passammo Xarbo, che parte Narboua 
Dall’Italia, secondo ch’io udio. 

Diti . IV, 21). 


E anche altrove, parlando della Provenza (Diti.. IV, ol): 


Lo paese, la gente, e lor costumi 
Ad Italia somiglia, e per antico 
I)i Roma amici trovo in più volumi. 


(o) <!IV. V. Lklkwkll, (jrofinipliip <hi Moyen Afte. Athts. Hruxtdlcs, 1*00. 



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368 


A. MAGNAGHI 


secondo il Miller, I, 70, il Mappamondo del 770 d. C.) i Pirenei 
montes vanno da N. a S., piegando poi a SE., dove lasciano 
una breve strozzatura, di fronte alle Alpi, in cui scorre il 
Rodano (1) ; e parimenti trascorrono nella carta di Enrico da 
Magonza (li 10), nella Cottoniana (2) (sec. XII) e, ancor più 
nettamente, nel Mappamondo del sec. X del Museo Britannico 
riprodotto nell ’Atlante del Lelewell; nè in modo diverso ap¬ 
paiono in due documenti cartografici di tal genere, fra i più 
noti e studiati del M. Evo, che sono i più vicini a Dante : la carta 
di Ebstorf (1270) e il Mappamondo di Hereford (1276-1283) (3). 
Codesto tipo di rappresentazione dei Pirenei risale ad Orosio, 
del quale è noto l’influsso grandissimo, preponderante, eserci¬ 
tato sopra gli scrittori, i cosmografi e i disegnatori di Mappa¬ 
mondi del M. Evo (4). Che anche per Dante Orosio fosse uno 


(1) Cfr. Millkr, Die dltesten Weìtkartcn, I Heft, Die Weltkarte des 
Beatiti. 

(2) Cfr. Miller, Op. eit., Ili Heft, Die Klein ere Wcltkarten. 

(3) Cfr. Miller, Op. eit., V Heft. Anche in carte che veramente non si 

dovrebbero neppure considerare come suscettibili di un riferimento alle idee, 
già cosi difettose, del ‘tempo, perchè talmente informi e mostruose da doversi 
ritenere un puro prodotto della fantasia, traccie di codesta rappresentazione 
appaiono pur sempre evidenti; cosi in un ms. del sec. XI della Bibl. di Lipsia 
il nome Francia è a W. dei Pirenei; e in un’altra carta del Commentario 
dell'Apocalisse del Museo Britannico (sec. XII) il Mons Perineus, oltre ad 
essere situato a N. di Lisbona, forma, sebbene non abbia nessun nome, una 
catena che divide la Spagna dall’Italia (cfr. Santarem, Essai sur VHist. de 
Cosmogr. et de la Cartographie pendant le M. Age, Paris, 1852, voi. II, 
pp. 95, 111). ' . . 

(4) Cfr. Santarem, Op. cit., I, p. 6, e Miller, Op. eit., VI (Schlussheft), 
Die reconslruierte Karten, p. 62. Il Miller spiega la grande diffusione della 
descrizione geografica di Orosio nel M. Evo, col fatto che essa si adattava 
meglio di ogni altra ad uso delle scuole per la sua forma concisa, chiara e 
ben determinata, e perchè i singoli paesi sono descritti secondo la loro posi¬ 
zione, e non già con aridi elenchi di nomi. Quasi tutti coloro che ebbero ad 
occuparsi nel M. Evo di geografia attinsero largamente da Orosio, e alcune 
carte, come il Mappamondo di Hereford e la Cottoniana, sono così conformi 
alla sua descrizione che si potrebbero dire da lui stesso disegnate. Ottone di 
Frisinga non ammetteva addirittura che si potesse ricorrere ad altri, e invi¬ 
tava chiunque volesse formarsi un’idea dei paesi e della loro posizione a leg- 



* 


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LA “ DEVRXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTIA ECO. 369 

degli autori di cui faceva maggior conto non è cosa nuova (i); 
e che le idee geografiche di Dante non dovessero allontanarsi 
da quelle offerteci dalle carte del tempo o anteriori, pure ba- 
santisi sopra la descrizione di. Orosio, non dovrà apparirci 
strano o diffìcile da ammettersi (2) ; onde non si dovrebbe ve¬ 
dere perchè anche per esso i Monte .9 Aragoniae non dovessero 
presentarsi in direzione da S. a N. anziché da E. a W. 

Quanto al mare Anglicum, questo non dovrebbe essere inteso 
nel senso ristretto che gli antichi davano al Mare Britannici tm, 
corrispondente press’a poco alla Manica, col quale confinava la 
Belgica; ma, in senso assai più largo, doveva comprendere anche 
il Sinus Aquitanicus ì o Golfo di Guascogna (3). E non deve 


gere Orosio (Millek, p. 62). Anche ai tempi di Fazio doveva esser molto letto, 
se questo scrittore lo ricorda, solo, fra quelli che avevan descritto la Francia 
(IV, cap. 20). 

(1) Nel De vulg. Eloquentia, II, 6, Dante spinge la sua ammirazione per 
Orosio sino a collocarlo fra coloro che « usi sunt altissimas prosas » con Livio, 
Plinio e Frontino. Dante, oltre all’aver attinto largamente da Orosio le sue 
cognizioni di storia antica, ha con questo scrittore anche in altri campi rap¬ 
porti assai più numerosi di quanto non si sia creduto sin qui (cfr. Paoet 
Toynbee, Ricerche e note dantesche, p. 15, in Bill. stor. crit. della Lette¬ 
ratura dantesca, diretta da G. L. Passerini e P. Papa, Bologna, 1899). 

$ 

(2) Ad es., l’ubicazione di Gerusalemme e il cono elevato su cui sorge 
inaccessibile il Paradiso terrestre, si direbbero tolti nè più nè meno dai Map¬ 
pamondi del M. Evo ; cosi il ricordo delle Colonne d’Èrcole, la credenza nel¬ 
l’inabitabilità della zona intertropicale, ccc., e, in genere, le cognizioni sul¬ 
l’Africa e sull’Oriente corrispondono suppergiù a quello stato di cultura 
geografica che è proprio delle rappresentazioni cartografiche; le quali ofTrono 
un mondo rimasto pressoché immutato dai tempi di Orosio in poi. 

(3) Cfr. Brietii Parallela geographica, Parisiis, 1648, 1. IV, cap. 2°, e 
Riccioli! Geographiae et Hydrographiae reformatac libri XIII, Bononiae, 
1661, p. 13. Il Riccioli però limita il mare britannicum sino alla foce della 
Loira, cioè a tutta la costa della Bretagna. Si noti poi che per Orosio le 
« insulac britannicae ad prospectum Hispaniae sitae sunt » (cfr. la carta' di 
Orosio ricostruita dal Miller). E di questo singolare avvicinamento si conserva 
traccia nelle carte occidentali e nelle arabe. Ad es., nella carta di Hereford 
i Pirenei si spingono sino* quasi a toccar l’Inghilterra; nella carta di Enrico 
di Magonza la Galicia è appena separata da uno stretto dall’Inghilterra, il 
golfo di Guascogna è stretto e allungato; cosi pure nella Cotloniana, in cui 


Giornale stor . — Miscellanea dantesca (Sappi, n* 10-21), 




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370 


A. MAGNAGHI 


apparirci improbabile che Dante sostituisse qui il termine An¬ 
glico — meglio corrispondente, del resto, a designare in senso 
moderno il mare che bagna il paese degli Angli — riferendosi 
al dominio che, ancora a tempo suo, gli Inglesi esercitavano 
largamente sulle coste occidentali della Francia (I). 


l’estremità N\V. della Spagna finisce più a N. della Bretagna. Nella carta 
araba di Ibn Saul Magrebinus, già ricordata, le isole britanniche si stendono 
fra la Bretagna e il C. Finisterre, in modo da chiudere addirittura l’attuale 
golfo di Guascogna. Del resto, Voceamts britannicus di Pomponio Mela com¬ 
prende già anche il Golfo di Guascogna; nella Sphaera Juìii Onorii (sec. V?) 
riprodotta dal Miller (Beconstruierte Karten, VI Heft), e anche presso l’Ano¬ 
nimo Ravennate, esso bagna le coste occidentali della Spagna. Anche in uno 
dei Mappamondi del Beato, quello detto di S. Severo, sec. XII, VOceanus 
britannicus è situato dinanzi alla Gironda (Miller, Die WéltJcarte dea 
Beat us). 

(1) Non mi dissimulo che a far terminare la lingua d’oi7 ai Pirenei, si 
opporrà facilmente l’osservazione (che ricorre già nel Pkomvt, Op. cit., p. 20) 

che fra di essa e i Pirenei si estende ancora una striscia abbastanza larga 

% 

che è di dominio dell’oc» E un fatto però che nel M. Evo il guascone ve¬ 
niva considerato come qualche cosa di diverso dal provenzale; onde non do¬ 
vrebbe apparirci inverosimile che anche Dante lo staccasse da questo dialetto 
e lo considerasse un po’ all’ingrosso, sia pure erroneamente, affine all’oi/. Del 
resto è noto che quel gruppo di dialetti che sono compresi fra i Pirenei e 
la Garonna, ossia della Guascogna, presentano ancor oggi particolarità cosi 
distinte, che aleuni fra i più dotti romanisti, come lo Chabaneau e il Luchaire, 
inclinano a considerarlo come una lingua separata (A. Kestoki, Letteratura 
provenzale, Milano, 1895, p. 19); Ma è più probabile che la spiegazione sia 
un’altra. Per Orosio non è solo la Narbonese a confinare ab occidente con la 


Spagna, ma anche l’Aquitania ab occasu Hispanias habet (Riese, Op. cit., 
p. 64). Ma se la Narbonese, che in sostanza si riduce per Dante alla Pro¬ 
venza, si estende anche per lui, come per Orosio, ab euro et meridie del- 
l’Aquitania stessa, ne viene che questa regione, comprendente già in parte, 
verso settentrione, la lingua à'oil, doveva presentarglisi come confinante per 
un tratto con i Montes Ara ponine, che nelle rappresentazioni cartografiche 
oltre ad esser diretti, come s’è visto, da S. a N., erano anche enormemente 
estesi verso N., in modo da oltrepassare d’assai la latitudine di Bordeaux. Da 
Provenza figurava a S., non a E. delle terre fra Garonna e Pirenei: in altri 


termini tutta la regione fra Pirenei e Alpi doveva esser vista come estesa 
da S. a N., e perciò la parte più meridionale dell’o/7 poteva giungere anche 


essa ad avere il suo limite occidentale con 


un tratto dei Pirenei oltrecche 


con il mare anglico. 


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LA “ DBVEXIO APENNIN1 „ DEL “ DE VOLO. ELOQUENTIA EOC. 371 


Può apparire strano che Dante abbia fornito dei limiti com¬ 
pleti per la sola lingua &'oil ; ma è evidente che i confini di 
questa servono poi a completare quelli delle altre due. Dante 
non ha qui nessuna ragione per attenersi all’ordine che si sa¬ 
rebbe potuto esigere in una descrizione geografica, come quelle 
di Orosio. d’Isidoro o dei trattatisti medievali: egli avrebbe dovuto 
ripetersi ; e ciò avrebbe nuociuto, non dico alla chiarezza, ma 
all’economia del capitolo in questione. Perchè una sistemazione 
siffatta, che avrebbe avuto tutto l’aspetto di uno schema adatto 
al più ad un trattato scolastico, sarebbe riuscita d’impaccio, 
rimpicciolendo e spezzando anche quel tracciato a grandi linee 
ch’è proprio del capitolo stesso. 

Questo, credo, dobbiamo tenere presente ; e soprattutto dob¬ 
biamo riferirci alla Geografia del tempo, senza sforzarci inutil¬ 
mente a voler trovare un accordo più con le idee nostre che 
con quelle dei contemporanei. Solo così si vedranno le cose dal 

punto giusto, e non ci sarà difficile giungere alla conclusione 

• * 

che Dante non solo ha assegnato confini completi a ciascun 

# 

gruppo, ma ha determinato confini approssimativamente esatti 
per ciascuno. Cosi per la lingua d’oc — salvo, s’intende, l’averla 
un po’ troppo all’ingrosso estesa a tutta la penisola iberica, 
senza neppure tener conto degli Arabi — (1), egli sa che la 
Spagna è di forma trigona , circondata dal mare (di cui ritiene 
superfluo far cenno,' come per l’Italia), e per la parte di terra 
lascierà che il lettore completi il confine orientale con i montes 
Aragoniae che servono di confine occidentale alla lingua 
d’o*7 (2) ; per il resto, dirà che 1’ oc giunge sino ai fine# Ja- 


(1) I quali per altro al tempo suo erano già ridotti press’a poco all’an¬ 
golo SE. della penisola. È strano poi il fatto che pochissimi fra gli scrittori 
medievali ricordano gli Arabi della Spagna; ad es., Dante stesso, se non mi 
iuganno, e Fazio non ne fanno mai menzione. 

(2) All’incirca i limiti di Fazio degli Uberti (Diti IV, 27): 

Confina da levante con le rive 
Della Narbona, e Pireneo la serra 
Da (quella parie che il Gallico vive. 

Dall*altre due lo mar pira la terra . 


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A. M AG S AGHI 


;ì72 


rinomi uni e farà giungere i Provinciale* sino ad una linea che 
in continuazione della dee ex io .[pennini segna il limite meri¬ 
dionale dell’ofò Le sue idee sui confini di questa lingua corri¬ 
spondono a quelle sull’estensione della Gallia da Orosio in poi ; 
salvo che Dante non aveva nessuna ragione di continuare a 
distinguere Belgica, Lugdunen'se, Aquitanica, come fanno, se¬ 
guendo Orosio e Isidoro, i cronisti e gli altri scrittori medievali, 
perchè trattandosi di lingue egli non può stabilire come limiti 
fiumi o altre linee geografiche che non siano mari o catene di 
montagne o popoli: cosi quelli che dicono oil avranno ad oriente, 
non più il Reno, ma gli Alemanni, e così pure a settentrione 
(Fiamminghi); a occidente i Pirenei e il mare Anglico; a mez¬ 
zogiorno quoque Provinciale* (cioè ancora quei Provenzali 
che formano il limite occidentale del si) e la deee.vio A pennini, 
che, secondo mi propongo dimostrare, non può esser altro che 
il declivio delle Alpi Pennino e delle Leponzie (1). E il terri¬ 
torio del si rimarrebbe limitato: t) a \V. dai fìnes Januensitnn 
(è superfluo che soggiunga poi dal mare ; 2) a E. dal Promun- 
torium qua sinu.s Adriatici maris incipit , ossia dal Capo 
d’Otranto (e anche qui è inutile che soggiunga dall’Ionio e 
dall’Adriatico); 3) a N. dalla dece.rio .1 pennini ; 4,i a S. dalla 
Sicilia. 

In sostanza, noi dovremmo arrivare a questa conclusione, che 
è la più logica e naturale, partendo semplicemente dal punto 


(1) Press’a poco i limiti che alla Gallia assegnava Alberto Magno. Questi 
parla, è vero, di Gallia Replica, ma questa era già considerata allora come 

• t 

sostanzialmente la Francia (cfr. la Carta di Rannifo, l a metà del sec. XIV, 
in Miller, Op. cit., Ili, p. 99: « Sed Francia proprie vocatur Belgica Gallia »): 
« Gallia Belgica ab oriente habet limitai! flumen Kheni et Germaniam, ab 
« Euro Alpes Appailiitias (sic), a meridie provincia!» Narbonensem, ab oc- 
« casu Oceanum Britannicum et insulam quae nunc Anglia vocatur » (cfr. Al¬ 
berti Mao,ni Opera omnia, Lugd. Batav., 1651, voi. V: De natura locorum, 
Tract. Ili, c. 2°). Cosi all’incirca anche Fazio dkoli TJbkrti {Diti., 1. IV, 
cap. XVII) : 

Tra l’Oceano e T giogo à'Appennino 
Rodano e Reno e Pireno si serrA 
La Francia tutta, e cosi la confino. 



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LA “ DEVEXIO APBNNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUKNTIA „, ECO. 378 


di vista che, vivendo ai tempi di Dante e disponendo delle fonti 
geografiche ch’egli poteva utilizzare, noi stessi non avremmo 
potuto vedere le cose in modo diverso ; questo, secondo me, è 
anche il sistema migliore per giungere senza sforzo alla solu¬ 
zione dei punti difficili o controversi. Ora, stabilito che, secondo 
le idee del tempo, i Pirenei e il Mare Anglico dovevano anche 
per Dante formare il confine occidentale dell’ojV, resterebbero 
così fissati nelle linee generali i limiti dell’o// e dell’oc*; rimane 
controverso il punto relativo al confine meridionale dell’o/7, cioè 
la dece.vio Apennfnì, che costituisce implicitamente il confine 
settentrionale del .vi (t). 


(1) Veramente, per qualche commentatore, anche fra i più recenti, non deve 
esser riuscito troppo chiaro anche il Promuutorimn qua siuus Adriatici 
mari# incipit, perchè, pur sapendosi che v’è stato chi l’ha riferito a tutt’altra 
cosa che al c. d’Otranto, si è preferito... che a identificarlo pensasse il let¬ 
tore. — Il Giuliani {Op. cit., p. 106), avendo attribuito al Trissino la lezione 
Sicilia, invece di Siciliani (che è secondo il Ra.ina, 1. cit., n. 3 la forma in¬ 
dubbiamente da seguire), non ha visto che la Sicilia doveva costituire il 
limite meridionale, e ha interpretato così: «sino a quel Promontorio, dal 
« quale (in direzione contraria) comincia il seno del mare Adriatico e [co- 
« minda] la Sicilia ». L’interpretazione può, è vero, apparire giustificata dal 
fatto che realmente gli scrittori medievali non furono sempre d’accordo nel 
definire i limiti dell’Adriatico c dell’ Ionio. Cosi Orosio dice che la Sicilia 
« ab oriente cingitur mari Adriatico » (Riesk, Op. cit., p. 69 ; e così pure 
Etico, p. 102). Altri invece, come Isidoro (VII, 16), chiamano l’Adriatico una 
parte dell’Ionio, e Procopio (Guerra Gotica, in Fonti per la St. d’Italia, 
I, 117) chiama addirittura Ionio un golfo dell’Adriatico che fa giungere sino 
a Itavenna. Comunque sia, il Giuliani considera il Proniuntorium in questione 
il c. Cene o Coda di Volpe in Calabria, di fronte al Peloro. Ma ognuno vede 
quanto sia assurda questa identificazione: non solo Dante avrebbe lasciato di 
far cenno del limite meridionale, ma, se avesse inteso fissar qui il limite orien¬ 
tale, egli avrebbe lasciato fuori tutta quella parte .d’Italia che si trova a E. 
del c. Coda di Volpe! Invece, è vero che i due termini si invasero a vicenda, 
ma l’opinione clic doveva prevalere al tempo di Dante era che l’Adriatico 
corrispondesse ai limiti attuali : così il Boccaccio alle voci Adriaticus sinus e 
Vcnetuin mare (De monti uni. ecc. et marium nominihus) c Fazio degli liberti 
passim ; e Riccobaldo da Ferrara dà esplicitamente come confine della Sicilia 
a oriente il mar Ionio (cfr. De partibus Italiae sec. scripta auctorum, in 
Muratori, P. /. SS., IX, p. 187). E del resto è chiaro, dal cap. X del De 
v. Eloquentia che per Dante stesso l’Adriatico è il mare clic è alla sinistra 


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374 


A. MAGNAGHI 


II. 


Dal Trissino in giù questa es]u‘essione è stata resa per solito 
con: flessione dell’Appennino (I), o declino dell’Appennino (lì). 
L’assurdità di considerare l’Appennino, inteso in senso proprio, 
come limite meridionale dell’ oil non è stata rilevata dalla 
maggior parte dei commentatori. Flessione, cioè il tratto dove 
l’Appennino cambia direzione e dove si possono far cominciare 
le Alpi, non rappresenta, a rigore, una linea ma un punto; clic 
se anche si intenda la dece.ciò in senso di declivio, di declivio 
dell’Appennino settentrionale sino al termine più occidentale a 
cui si può far giungere questa catena, mettiamo pure al Col di 
Tenda, ognuno vede che la valle del Po verrebbe semplice- 
mente ad essere compresa nella lingua (Voti, mentre la Lom¬ 
bardia, che comprendeva anche il Piemonte (3), è posta anche 


delTAppennino, il quale forma «la questa parte il « grundatorium laevum quod 

« in Adriaticum cadit ». Ma una volta accertata la lezione Siciliani, non pare 

che vi debba essere neppur luogo a discutere:, il c. d’Otranto è il punto 
» 

estremo a oriente, contrapposto ai fìnes Januensium ; come la Sicilia, che 
nelle carte del tempo si vede assai spostata verso S., è il termine estremo 
a S. di fronte alla deeexio Apennini che deve intendersi come limite set¬ 
tentrionale. — Non credo sia il caso di dedicare neppure un rigo alla discus¬ 
sione di una ipotesi recentemente emessa, secondo la quale il Promuntonum 
dovrebbe essere nè più nè meno che il c. Promontore dellTstria (cfr. G. Ax- 
dki ani, Il confine deli Italia sul Quarnaro secondo Dante, in Bollett. della 
li. Soc. geogr. italiana, fase. 7-10, 1920, p. 214). 


(1) Cfr. Fraticelli, Op. cit., p. 31, e Torri, Della Lingua volgare di 
Dante Alighieri, libri due. Trad. di latino da G. G. Trissino, per cura di 
Alessandro Torri. Livorno, 1890, p. 35 (voi. IV dell’op. Delle prose e poesie 
liriche di D. A.). 

» a 

(2) Passerini, Op. cit., p. 33. — Al Giuliani poi non deve neppure essere 
venuto in mente che possa trattarsi d’altro, perchè nel Commento egli non 
si ferma su questo punto. 

(3) Cfr. Guerrino il Meschino : « ... giunse in Lombardia di Piemonte » 
(Novara, 1849, cap. CLX, p. 265); G. Villani, « Piemonte di Lombardia » 


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LA “ DKVEX10 A PENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTIA n , ECC. 375 

essa — e come avrebbe potuto essere diversamente? — (cap. X 
del 1. I) fra gl’italici dal lato sinistro dell’Appennino, che Dante 
considera come linea di displuvio fra il Tirreno e l’Adriatico. 
Il Rajna fu dei primi a riconoscere tutta l’assurdità di siflàtta 
interpretazione, e, dopo aver esaminato con la consueta coscien¬ 
ziosità la questione, escluse potesse trattarsi di un Appennino 
così concepito (t). Ma, a mio modo di vedere, anche la conclu¬ 
sione alla quale egli giunge, che cioè Dante ha voluto intendere 
il declivio delle Alpi Marittime, se si avvicina ad una soluzione 
meno difficile ad essere accettata, non può considerarsi a pieno 
soddisfacente. Il Rajna osserva anzitutto che Dante deve qui 
aver avuto presente un passo di Lucano (1. II, vv. 394 e sgg.), 
dove descrivendosi l’Appenniuo quale linea di displuvio d’Italia, 
cosi se ne rappresenta l’ultimo tratto settentrionale e occidentale: 


Longior educto qua surgit in aera dorso, 

Gallica rura videt devexasqnc despicit Alpes (2). 

. (vv. 427-28) 

E vero — non poteva mancare di osservare il Rajna — che 
il termine devexus essendo qui applicato alle Alpi e non all’Ap- 
pennino, si può esser tratti a dubitare che nel De vulg. Klo~ 
quentia sia da leggere Penìni = Alpi Pennino, il declivio delle 


(Cfr. V. Bkllio, Le cognizioni geogr. di G. Villani, in Me ni. della Società 
geogr. italiana, voi. X, 1903, p. 83). — Dante stesso poi accenna al vulgare, 
sia pure turpmimum, di Alessandria e di Torino nel cap. XV. 


(1) Op. cit., p. 36. Anche il Prompt, a dir vero (pp. 20 sgg.), aveva so¬ 
stenuto l’assurdità di codesta interpretazione, e poneva anch’esso la devexio 
nelle Alpi Marittime. * 

(2) Veramente l’unica cosa di cui possiamo esser sicuri, è che Dante abbia 
avuto presente Lucano nel cap. X, là dove D. parla della funzione dell’Ap- 
pennino rispetto alle acque che vanno ai due mari, poiché I). stesso lo cita. 
Ma quanto alla devexio, l’espressione ricorre molto prima, nel cap. Vili ; e 
non è assolutamente necessario pensare che debba esser stata tratta da un 
aggettivo (del resto abbastanza comune) che nel poeta latino è adoprato in 
senso diverso. Poiché Dante adopra la parola in senso di declivio , versante, 
e Lucano vuol dire che l’Appennino riceve le piegate, le convesse Alpi (Al 
Rajna é parso più opportuno accogliere despicit anziché excipit). 



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A. MAGNAGHI 


37 6 

quali poteva servire molto bene come uno dei confini meridio¬ 
nali della lingua d’o/7; e il Rajna cita in appoggio la definizione 
di Orosio (1,63): « Gallia Belgica liabet... limitem ab euro Alpes 
« Poeninas ». Ma ecco, prosegue il R., nascere tf dubbio che 
Apenninus possa essere inteso in tal senso, poiché Isidoro 
chiama Alpes Poe ninne l’Appennino (1). I/Appennino, sempre 
secondo il R., era di certo esteso da Lucano sino al Monviso, 
poiché ne fa nascere il Po ; « lo confermano i due versi alle- 
« gati sopra, che solo dalla sublimità di quella vetta ricevono 
« una spiegazione ». K che fino là almeno anche Dante pro¬ 
tragga la catena, risulta da fnf. XVI, 94-90, dove si parla del- 
PAcquacheta, corso superiore del Montone : 

Come quel fiume che ha proprio cammino 
Prima da Monte Vcso in ver levante 
Dalla sinistra costa d’Appennino (2 . 


(1) Cfr. S. Isidoki Rispai.ensis Opera omnia ; Ethym ., 1. XIV, cap. 8° 
(Mkjne, Palmi. Latina, Tomo LXXXII) : « Apeninus mons apelatus, quasi 
« Alpes Poeninae, quia HaDnib&l veniens ad Italiani easdem Alpes aperuit... 
« Et inde loca ipsa quae rupit Poeninae Alpes vocantur » (Più esplicitamente 
ancora — sempre però da Isidoro — P. Diacono (1. II, c. 18): « Apenninae 
« Alpes per mediani Italiani pergentes, Tusciam ab Aemilia Ilmbriamque a 
« Flaminia dividunt »). Ma si può osservare sin d’ora che Isidoro era ben 
lungi dall’applicare al solo Appennino questo termine, poiché egli chiama 
Alpes Apenninae o Poeninae anche le Alpi che dividono l’Italia dalla Pan- 
nonia (1. XIV, cap. 16). Poi, perchè Dante avrebbe qui subito l’influenza di 
Isidoro anziché di Orosio? Appare invece più probabile ch’egli siasi attenuto 
ad Orosio, come si può dedurre dal fatto che lo segue nella orientazione dei 
Monte* Arayoniae. 

(2) Ma Dante, come fra poco vedremo, doveva al pari degli altri scrittori 
medievali intendere per Appennino assai più di codesto tratto prolungato 
sino al Monviso: il termine si estendeva, anche al di là del Monviso, per lo 
meno a tutta la catena alpina da cui scendono gli affluenti di sinistra del Po. 
In via subordinata poi si potrebbe osservare che v’è forse qualcosa da dire 
ancora sulla questione se effettivamente il Montone fosse, ai tempi di Dante, 
il primo fiume che si gettasse con corso indipendente nell’Adriatico dopo il 
Po : guai, ad es., a fidarci della Geografia degli antichi commentatori ! Basti 
dire che Iacopo della Lana fa nascere il Montone dall’Appennino fra Parma 
e Lucca. Tuttavia ritengo che questa sia sempre la lezione da preferirsi, 


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LA “ DEVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTI A ECC. 377 


Sicché al Rajna pare di poter concludere che la devexio, 
ossia il versante gallico di quest’ultimo tratto, e le sue pro¬ 
paggini possono ottimamente essere concepite da Dante, fornito 
solo di cognizioni approssimative, come un limite meridionale 
del linguaggio sopraddetto. E 'all’ipotesi dovrebbe aggiunger 
valore il gallica rura videi di Lucano, che il Rajna non am¬ 
mette, possa esser riferito alla Cisalpina, bensì alla Gallia Trans- 

% 

alpina. 

Ma ad accogliere la tesi del Rajna, che cioè la devexio delle 
Alpi Marittime possa considerarsi come uno dei confini meri¬ 
dionali dell’oc, ci è pur sempre d’ostacolo suppergiù la stessa 
difficoltà : questa sezione di Alpi — e basta per convincersene 
guardare una carta — sia pure con le sue propaggini, e magari 
prolungata con le Cozie sino al Monviso, poteva tutt’al più co¬ 
stituire urn limite orientale per la lingua d’oc. Anzi le propag¬ 
gini, che noi dovremmo oggi considerare come Alpi di Provenza 
e, in parte, del Delfinato, sono un territorio della lingua d’oc. 
Ma, posto anche che codeste propaggini (non certo la catena, 
che per la sua direzione non può costituire un limite meridio¬ 
nale) segnino molto all’ingrosso il confine fra Yoil e l’oc, esse 
restano sempre esterne rispetto all’Italia : e allora come po¬ 
tremmo farle servire da confine settentrionale per la lingua 

del s'ì ?. 0 dovremo noi ammettere che Dante abbia trascurato 

■ 

di indicare, per l’appunto per la lingua del sì, uno dei termini? 
Si osservi infine che Dante avrebbe poi indicato col nome di 
Appennino in senso proprio precisamente quel tratto di catena 
alpina che Orosio e qualche altro scrittore, pur chiamando 
Alpes Poeninae o Apenninae tutto il resto delle Alpi, distin¬ 
guono col nome di Alpes Cottine. 


poiché quella proposta e accettata da qualche coni menta toro recente di un 
Monte Visi dal quale uscirebbe una fonte dell’Acquacheta, mi sembra meno 
probabile: anzitutto perchè avrebbe dovuto esser ricordata da qualche com¬ 
mento antico, poi perchè anche proprio cambierebbe significato e cosi pure 
prima ; e se il senso dovesse essere, che il suo corso è dapprima, verso locante 
dovremmo logicamente aspettarci un accenno ad un mutamento di direzione. 


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I 


378 


A. MAGNACI!I 


Se non m’inganno, si e voluto dar troppo peso a codesto rav¬ 
vicinamento di Dante a Lucano: che Dante abbia presente il 
passo della Favmgliu per ciò che riguarda la linea di displuvio 
delTAppennino è logico e naturale, poiché si tratta di un feno¬ 
meno fisico che doveva ad entrambi, come per qualunque altro, 
presentarsi nello stesso modo (1). Ma qui Dante parla di lingue 
parlate al tempo suo, e non riesce tanto facile ammettere che 
pensasse a Lucano. E nemmeno deve apparirci troppo sicuro, 
che dai due versi citati del poeta latino debba necessariamente 
risultare il concetto di un tratto di catena cosi notevole per la 
sua altezza da dover comprendere il Monviso (2) : il qua viene 
subito dopo che il poeta ha nominato Limi, e la caratteristica 
dell’Appennino, da questo punto profedendo verso W., è quella 
di essere {dii sottile (per questo forse può apparire anche più 
alto) che negli altri tratti, e di cambiar poi direzione; onde mi 
sembra più semplice e più conforme al vero l’interpretazione 
data dall’Ussani (3). E quanto ai Gallica rura che, corrispon¬ 


di) Si direbbe poi persino che nella distinzione delle regioni a destra e 
sinistra dell’Appennino quali ricorrono nel De vidff. Eloquentia, più che Lu¬ 
cano (il quale nomina solo dei fiumi) Dante abbia avuto presente un passo 
di Pomponio Mela: « ... sinistra parte Carni et Veneti colunt Togatam Gal- 
« barn : tum Italici populi, Picentes, Frentani, Dauni, Apuli, Calabri, Sal- 
« lentini. Ad dextram sunt sub Alpibus Ligures, sub Apennino Etruria; post 
« Latium, Volsci, Campania, et super Lucaniam Brutii » (1. II, cap. IV). 

(2) Gli antichi, in genere, avevano idee relative circa all’altezza dei monti, 
e delTAppennino stesso avevano un’idea esagerata. Lo stesso Lucano (II, 
396-398) afferma: 


Umbrosis mediana qua eollibus Apenninus 
Erigit Italiani ; nulloque a vertice tellus 
Altius inturuuit, propiusque accessit Olympo. 


E Silio Italico (II, 313-314): 

Subsident Alpes ! subsidet mole nivali 
Alpibu9 aequatum attollens caput Apenninus! 

(3) Cfr. TI Poema di M. Annuo Lucano, trad. da V. Ussani, fase. II, 

1. 2°, p. 64 : 

• 

Dove sottile più co ’I sollavato 

Dorso a l’aere si leva, i campi vede di Gallia 

E le arcuate Alpi riceve. 


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LA “ DEVKXIO APENNINI „ DEL “ DE VLLG. ELOQUENTIA ECC. 379 


dendo alla Gallia Transalpina, dovrebbero secondo il Rajna 
stare in appoggio del riferimento dantesco alle Alpi Marittime, 
non si vede perchè anche per Lucano non potrebbero corri¬ 
spondere alla Gallia Cisalpina a N. dell’Appennino ; anche 
altrove, parlandosi del Rubicone, Lucano dice di questo fiume: 


.et gallica certus 

Limes ab Ausoniis disterminat arva colonis. 

(I, 216 - 16 ). 


È vero che quando Cesare passò il Rubicone la Gallia Cisal¬ 
pina non era ancora Italia, e che invece quando Lucano scri¬ 


veva era entrata a far parte dell’Italia : ma che un poeta • 
badasse a simile distinzione d’ordine cronologico ci pare poco 
probabile, tanto più che l’uso avrà continuato in tale occasione 
a servir di norma per qualche te.mpo (t), a non tener conto 
che effettivamente la popolazione avrà dovuto conservarsi in 
prevalenza gallica. Sicché non dovrebbe apparire troppo facil¬ 
mente ammissibile che Dante, per dover tener presente Lucano, 


(1) Secondo il Jung il nome Italia si estese effettivamente sino alle Alpi 
n senso geografico solo dopo il 2° secolo, e in senso politico dopo il 1° secolo 
(cfr. Julius Jung, Grundr. der Geogr. v. Italie », Munchen, 1897, p. 58). — 
Ritengo quasi superfluo insistere poi suU’osscrvazionc che mentre per Lucano 
la parola devexus corrisponde (con un senso non troppo usato) ad arcuatg, 
convesso in senso orizzontale, la devexio di Dante non può stare che nel 
senso di declive, inclinato in senso verticale, quasi deorsum vectus, secondo 
l’uso in cui comunemente viene adoprato il termine in questione, e di cui si 
hanno molti esempi presso gli scrittori che trattano del terreno coltivato. 
Anche ammettendosi che per flessione in questo caso possa intendersi il tratto 
in cui Alpi e Appennino incontrandosi formano una curva, ne verrebbe sempre 
fuori una linea di confine poco appropriata, mentre è assai meglio determi¬ 
nato un confine, sia pure approssimativo, formato dal declivio verso la valle 
padana. Che l’influsso delle lingue contermini si facesse sentire sulla lingua 
del si nelle regioni del versante italiano delle Alpi, si può dedurre da ciò che 
. Dante osserva nel cap. 15° del 1.1: « dicimus Tridentum atque Taurinum, 
« nec non Alexandriam civitates, metis Italiae in tantum sedere propinquas, 
« quod puras nequcunt habere loquelas; ita quod, si sicut turpissimum habent 
« vulgare haberent pulcherriinum, propter aliorum commistionem esse vere 
* Latinum negaremus ». 


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380 


A. MAGNARMI 


s’inducesse ad assegnare alla lingua iVoif come confine meri¬ 
dionale quello clic invece avrebbe potuto costituire il limite 
orientale della lingua d’oc verso la lingua del si. 

Non ci rimane che ricorrere all’ipotesi più semplice e natu¬ 
rale d’una deve.rio A pernii ni corrispondente suppergiù al de¬ 
clivio delle Alpi Pennini ?; le quali soltanto, sia agli occhi di 

» 

Dante come ai nostri, potevano senza deviazioni notevoli costi¬ 
tuire in continuazione dei Provinciale* del N. l’estremità orien¬ 
tale della linea da cui loquentex oil clandnntur (I). 


III. 


In genere i commentatori moderni, allorché parlano di Alpi 
e di Appennini ben diffìcilmente riescono a liberarsi dalla ten¬ 
denza di voler applicare, sia nella denominazione sia nelle sud- 
divisioni delle due catene, gli stessi criteri che suppergiù ai 
seguono oggi ; mentre, toltane l’antichità classica, forse non vi 
fu mai, prima della riforma della cartografia nel Cinquecento, 
neppure una differenza netta fra i due termini. Nel Medio Evo 
Alpi e Appennini furono quasi sempre confusi tra loro, in modo 
non solo da dar luogo a spostamenti curiosi, ma da essere pro¬ 
miscuamente adoperati l’uno per l’altro. Intanto la parola Alpes 


(1) Mi guarderò bene dall’accennare, anche di sfuggita, alle varie opinioni 
— divergenti, del resto, più che altro nei particolari — sopra i biniti della 
lingua d’oc. Mi permetterò solo di riferire ciò che dice in proposito uno degli 
scrittori più recenti (Joseph Anglade, Les Troubadours, Paris, 1908, pp. 5 
e sgg.), secondo il quale questi limiti non sembrano aver cambiato dopo il 
M. Evo. La linea che divide le due lingue parte dalla destra della Garonna 
alla sua confluenza con la Dordogna, risale al N. lasciando Angoulème e ol¬ 
trepassando Limoges, Guòret e Montlu^on ; discende in seguito verso Lione 
per Roanne e St.-Etienne. sin sotto Grenoble. lina parte del Delfinato e la 
Franca Contea sino a Montbéliard, e i dialetti romanzi della Svizzera for- 
mano quel gruppo linguistico che l’Ascoli chiama franco-provenzale. Discen¬ 
dendo verso il Mediterraneo la frontiera linguistica si confonde con la politica, 
salvo nella Valle d’Aosta clic appartiene al franco-provenzale, e qualche vil¬ 
laggio italiano di lingua d’oc. 


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LA “ DKVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTIA „, ECC. 381 


— che, del resto, sin dall’antichità era diffusa in territori lin¬ 
guistici italici (1), celtici, iberici, liguri (2) — ebbe un’estensione 
tale, da farci credere ch’essa servisse solo genericamente per 
indicare montagne elevate : cosi nel Mappamondo di Torino 
(sec. XII, copia di un tipo formatosi nel sec. Vili) con essa si 


• designano le montagne dell’Africa settentrionale; e già dall’An. 
Ravennate sono ricordate le Alpes Northornahorum (di Nor¬ 
vegia) (3). Parimente, senza parlare delle Alpes Trans/Icaniae, 
Bastarnicae , ecc., troviamo ricordate le Ammiates Alpes 
(M. Araiata) (4), le Alpes ITispaniae (M. Iberici) (5), le Alpes 
Jurenses (Giura) (0), le Alpi di Samaria (Sarmazia = generi¬ 
camente i monti a N. del Danubio) (7). Più frequentemente la 
denominazione è applicata ai Pirenei, a cominciare da Venanzio 
Fortunato (8) (fine sec. VI) per giungere ai romanzi di Andrea 
da Barberino (9).. Lo stesso Benvenuto da Imola m conferma 
che il termine Alpes era esteso in diverse parti del Mondo (10). 


(1) Lo stesso Lucano chiama Alpes i monti dalle cui nevi sciolte si gonfia 
il Rubicone (I, 219). 

(2) Cfr. Nissen, Paliseli e Landeskundc, I, 141. 

(3) Rav. Anonimi Cosniographia et Guidonis Geographica, ed. Pinder et 
Parthey, Berolini, 1860, p. 28. 

(4) Cfr. Vita S. .1 [eginrati, Pertz, il/. G. H., p. 187 del voi. XV. 

(5) Pertz, Legnai, Tom. II, p. . r >68. 

(6) Cfr. Ex Epitaphio et miraculis Odilonis Abhntis. Pertz, il/. G. //., 
XV*, p. 818. 

(7) Cfr. Ajolfo del Barbicane, per cura di Leone dei. Prete, Bologna, 1864, 
voi. I, c. 53. 

(8) Cfr. Ven. Fortunati Carmi nani 1. X, 1. VI, 1°, 113.-Cfr. anche Vyrenei 
Alpes, in Hugonis Chron. (sec. XI), Pertz, il/. G. IL, Viri, p. 306. 

(9) Cfr. Alpi di Picene, Xerb., II, 25; Alpi Pirenee, ih., 11; Alpi Pe¬ 
nne, Neri., VI, 7; Alpi Pirenee, Ajolfo CCCII e CCCIII. E l’uso si con¬ 
serva anche nel sec. XV : ad es. nel De Beilo norieo di Riccardo Bartolini 
i Pirenei sono detti Pgrenaeae Alpes (cfr. Rice. Bartholini Perusini De 
Bello norieo, p. 1515, in Veterniti scriptorum qui Caesarum et Impera - 
tortini Gennanicorum res per aliquot saecula gestas literis mandartint, 
Francofurti, 1583). 

(10) Benvenuti de Ramiialdis de Imola Contentimi saper Dantis Aid. Co- 
moediam, Firenze, 1883, Purg., XVII, 1. 


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382 


A. MAGNAGHI 


Non dovremo perciò stupirci di vedere spessissimo cosi chia¬ 
mato rAppennino (I): cosi il termine Alpes è applicato due 
volte all’Appennino romagnolo in un diploma di Federico II 
del 1220, riguardante l’arcivescovo di Ravenna (2) ; Alpe (leali 
11/nMini è detto TAppennino di Fiorenzuola nella Cronaca di 
Rino Compagni (3). Frequente ne è l’uso in G. Villani : Alpe 
di Bologna , I, 32; Alpe Apennine, I, 30; Alpi per Y Appennino 
di Mugello, Vili, 54; Alpi di Apennino per Appennino Toscano, 
I, 43; Alpi di S. Pellegrino fra Lucca e Modena, VI, 58 (4). 
Riccobaldo da Ferrara ricorda nell’Umbria le « Alpes quibus 
« adiacet Picenum », e le .-1 Ipes che servono di confine alla 
Flaminia, nonché le Alpes Apenninae che stanno fra l’Emilia 
e la Tuscia (5). Cosi Fra Salimbene (1221-1288?) parla di « Plebis 
« de Treblo, quae in Alpibus est» (P. di Trebio nel Frignano) (6), 
di un « Lacus Al venie in provincia Tuseie, in episcopatu are- 
« tino in Alpibus », e di un luogo « in Alpibus prope Pontem 
« Tremulum » (7). ISeAVItinerariorn da Londra all’Apulia (1225) 


(1) Dante stesso, che per lo più adopra Alpe in senso generico, sempre al 
singolare, intende forse l’Appennino nel luogo sopra cit. Dice Benvenuto : 
« Nota quod licet Alpes sint diversae in diversis partibus mundi, tamen forte 
« poeta noster loquitur de Alpe Apennini, et de ea parte quae est inter Bo- 
« noniam et Florentiam ». 

(2) Cfr. Winkellmann, Acta Impervi inedita saec. XIII, p. 162. 

(3) R. I. SS. Nuova edizione sotto la direzione di V. Fiorini e G. Car¬ 
ducci, Tom. IX, Parte II, p. 149. E nel « Liber de gestis in civitate Medio- 
« lani » di Stefano da Vicomercate (2 a metà del sec. XIII) vien detto Alpes 
l’Appennino Toscano (cfr. Op. cit., Tom. IX, Parte I, p. 29). 

(4) Cfr. Bellio, Qp. cit., p. 11. 

(5) Cfr. De partibus ltaliae sec. scripta mietanoli, in Muratori, II. I. SS., 
IX, p. 187. 

(6) Mon. Gemi. .Historica (Hannoverae et Lipsiae, edidit Oswaldus Holder) 
Scriptorum, XXXIII, p. 440. 

(7) lb., 596 e 985. Anche presso un contemporaneo di Fra Salimbene (Mi- 
‘ Unii notarti repini liber de temporibus. Op. cit., XXXI, p. 431) sono detti 

Alpes i monti parmensi. A cominciare da P. Diacono è poi frequente l’uso 
di Alpes o mons Bardonis per indicare la Cisa. Anzi Ottone di Frisinga 
dice che al tempo suo era cosi chiamato l’Appennino (Pertz. M. G. li., XX, 
p. 396). 




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LA “ DEVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTIA „, ECC. 388 

è (letto Alpes Bolon l’Appennino bolognese (1); anche Andrea da 
Barberino: «dopo Piacenza passò l’Alpi e giunse a Pistoia» (2); 
e Fazio degli Uberti (1. Ili, cap. 2°) « movendo per Romagna i 
« piei » verso Ferrara : 

Al piè deli'Alpi udimmo ch’era un bagno 
Cinto di muro e pietre fitte in esso, 

Che fa di notte altrui buono sparagno (3). 


Ma, per quanto possa apparirci strana la cosa, non troviamo 
quasi mai il termine Alpi adoprato da solo per designare in 

i 

senso proprio la catena alpina : quasi sempre, allorché devono 
indicare questa catena, le Alpes sono accompagnate dalla voce 
Appennino. Già si è visto con quale consenso gli scrittori, da 
Orosio in giù, danno come confine di SE. alla Gallia le Alpes 
Poeninae o Apenninae: ma sin qui nulla che debba richia¬ 
mare in modo speciale la nostra attenzione, perchè esse corri¬ 
spondevano, tratto più tratto meno, alle attuali Alpi Pennino. 
Quello che c’interessa è invece il fatto che assai presto il nome 
passò alla sezione orientale, per estendersi poi indifferentemente 
all’intera catena (4). (Già Tolomeo (II, 12 e III, 1°) chiama 
Poenae le Alpi che dividono l’Italia dalla Rezia, fra le Retiehe 


(1) Cfr. Millek, Op.cit., Ili Heft, p. 88. 

(2) Cfr. Guerino il Meschino, ed. cit., cap. CXXXIX. 

* • 

(3) E nota del resto la persistenza della voce Alpi applicata ancor oggi 
a tratti dell’Appennino : Alpi Apuane, Alpe di Succiso, Alpe di Catenaia, 
Alpe della Luna, ecc. 

(4) Per chi si stupisca di ciò, si può ricordare un fatto assai più curioso, che 
per ora, ch’io sappia, non ha ancora avuto una spiegazione: negli scrittori 
tedeschi del Medio Evo le Alpi sono spesso chiamate Pirenei. Ottone di Fri* 
singa, ad es., non le chiama con altro nome. L’Italia settentrionale ha « a 
« septentrione Pyreneas Alpes » (cfr. Gesta Frid. lmp., 1. Il, p. 896, 
Pertz, M. G. 11., XX); Milano sta tra il Po e il Pi/renaeum (ib.); Ticino e 
Adda nascono dal Pyrenaenm (p. 397). Cosi Enrico V « per montem Jovis 
« Pyrenaeum transiit » (p. 354), e Corrado passa pure il Pyrenacum « per 
« ingiuri montis Septimi, qua Khenus et Aenus fluvius oriuntur » (p. 254). 
(E nella Ottonis frisiny. continuati» san hlasiana diventano Pirenei anche 
gli Appennini). Cosi vieti pure chiamato il Juyuiu Septimi Montis nella 


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A. MAGNAGHI 


384 


. e VOrra, alle sorbenti del Lech). Orosio sembra essere stato il 
primo ad estendere il nome alle Alpi orientali : « Pannonia 
« habet ab Africo Alpes Poeninas » (p. 03); e questo è poi 
ripetuto da Etico (p. 90), salvo che qui diventano già Alpes 
Apenninae (1). Un passo di Zosiino, scrittore del V sec., è 
ancora più esplicito: «... ab Aemona igitur progressus Àlaricbus, 
« Aquili flumine (?) traiecto et superatis Apenninis montibus 
« tandem in Xoricum pervenit. Ili montes extremos Pannoniae 
« limites finiunt » (2). Ed ecco Isidoro suffragare con l’etimo¬ 
logia l’autenticità della denominazione : « Pannonia ab Alpibus 
« Poeninis est nuncupata, quibus ab Italia secernitur... habet 
«ab Euro Istriana, ab Africo vero Alpes Aperti in as » (3); 
etimologia che apparirà, naturalmente, persuasiva agli scrittori 
medievali. Cosi riproducono testualmente le parole d’Isidoro 

Rubano Mauro (4), Vincenzo da Beauvais (5), Onorio d’Autun (0), 

% 


Jfist. We!forum Wcingnrtensis (Pkktz, XXI, 471). E il poeta cesareo Gunther 
dice espressamente: 


Ut Pyremieum vero sit nomine totum, 
Tótius partes sint Apenninus, et Alpes. 


(Cfr. Guntheri poetar clarissimi 1 Ari uri ni sire de gestis Friderici primi, 
p. 302, nell’opera cit. : Veterani scriptorum, ecc. — V. anche Iosiae Sjmlkk» 
Co inumi tarius de Alpibus, in Thcs. h istorine llelret., Tiguri, 1735, p. 4). 

Il Clcverio ( It . Ant., p. 341) ricorda l’uso di questa parola in Goffredo da 

« 

Viterbo, e soggiunge che al tempo suo « imperitum vulgus montes inter Vara in 
« et Macram flumina Pyrenaeos adpellitat ». 

(1) Orosio distingueva solo, oltre le Poeti inne, le Alpes Cottine, che ven¬ 
gono poste come confine orientale della G. Narbonese, seguito da P. Diacono 
(1. II, 18). — Anche Gervasio Tilleberiense, dopo aver fatto confinare la Bel¬ 
gica con le Penninae, distingue le Cottine verso la Provenza (Gerv. Tille- 
beriensis (1190 circa) Otiu impennila ; Pertz, XXVII, p. 373), e cosi qualche 
altro. 

(2) De rebus sub Ilonorio gestis, cit. dal Clcverio, Op. cit., « De Histria », 
p. 207. 


(3) Etliym., 1. XIV, 8° par. 16. 

(4) Operimi pars II, De Universo, 1. XII. — V. Mk;ne, Patr. latina, 
CXI, p. 350. 

(5) V incentu Bellovaceksis <S ’pec. historiaìe, 1473, cap. LXXIII. 

(6) Onorii Acgcstod. De Imagine Mundi, in Mjgne, CLXXII, p. 1122. 


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LA “ DEVEXIO APENNINI B DEL “ DE VULO. ELOQDBNTIA ECO. 385 

Alberto Magno (1). E Riccobaldo da Ferrara (loc. cit., p. 88): 

« Venetia... a septentrione Alpes Apenninas , quibus Noricum 

« 

« adiacet ». Come sia sorta questa applicazione è difficile rin¬ 
tracciare ; forse Orosio aveva derivato Poeninae dal Poenae 
di Tolomeo; o fors’anche le aveva confuse con le Alpes Panno- 
nicae o Pannoniae che per Tacito corrispondono alle Giulie (2): 
certo è che dopo di lui e dopo Isidoro, pel quale fare Apen- 
ninae da Pannonia era altrettanto agevole come trarre Apen- 
ninus da Poenus, le Alpi orientali sono chiamate cosi. E la 
medesima denominazione viene poi estesa a tutte le Alpi, senza 
nessuna distinzione di parti, tranne qualche volta le Alpi Cozie. 

Qui sono tutti d’accordo : storici, cronisti, poeti e quegli scrit- 

# 

tori che possiamo considerare come geografi. Tale confusione, 
o semplificazione, può, in ultima analisi, considerarsi derivata 
dalla mancanza di carte che agli studiosi indicassero anche appros¬ 
simativamente l’estensione e le divisioni delle varie catene: chi 
doveva attraversare le Alpi o gli Appennini, principi, mercanti, 
pellegrini, non si curava naturalmente di siffatta ricerca, ma si 

appagava di sapere quale era la via che doveva seguire. E gli 

« 

scrittori che volevano aggiungere qualche notizia geografica, 
sia per inquadrare i fatti in un dato ambiente, sia per far 


(1) Op. cit., De natura locorum, Tract. Ili, cap. 7°. 

(2) Histor., 1. II, 98 e III, 1. Un tentativo di spiegazione, indirettamente 
ci viene fornito da Ottone di Frisinga: < Nonnulli tamen praedictas Alpes 

< Apenninum et Pyrenaeum eadem montana esse volunt, eo quod circa eas 
« partes, qua Janua civitas in navalibus praeliis satis exercitata, super Tyr- 

< renum aequor sita est, conveniendo, praedictam claudant provinciam [Italia 

< settentrionale], in argumentum suae assertionis inducentes, quod Pannonia 
« iuxta Isidorutn tamquam Apennino clama nomen accepit, quam non Apen- 
« ninus qui mons Bardonis est, sed Pyrenaeae attingunt Alpes », Op. cit., 
p. 396. Non dovrebbe apparire del tutto improbabile che il termine sia stato 
esteso per l’importanza che ebbe al tempo dei Romani il Or. S. Bernardo 
(Summit* Peninm dell’Jftw. d’ANTONiNO, Alpes Penninae della Tab. Pentiti- 
geriana), che, oltre ad essere stato il passo più frequentato al tempo dei 
Romani, fu nel M. Evo il passaggio per eccellenza dei re e dei pellegrini che 
andavano a Roma (cfr. W. A. B. Coolidge, Les Alpes dans la nature et dam 
VHistoire , Paris, 1913, p. 212). 


Giornale tior. — Miscellanea dantesca (Suppl. n‘ 10 - 81 ). 



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386 


A. MAGNAGH] 


sfoggio di cultura, si guardavano bene dal ricorrere a quelle 
sistemazioni che avevano lasciato i geografi antichi : era molto 
se risalivano a Orosio o a Isidoro. Peggio ancora se tenevano 
presenti i Mappamondi : mostruosi abbozzi elaborati dai mo¬ 
naci, i quali nei loro ritiri erano così lontani dal mondo degli 
antichi, come da quello dove bene o male si svolgeva la vita 
dei contemporanei. Se noi guardiamo le poche carte lasciateci 
dal M. Evo, si resta stupiti che alla visione relativamente chiara 
che gli antichi s’eran formati delle Alpi, si fosse sostituita in 
esse una rappresentazione così lontana dal vero : direzioni, pro¬ 
porzioni, denominazioni, suddivisioni, tutto è scomparso, tutto 
si è come confuso e quasi rattratto nella mente del cartografo. 
La forma più comune, ad es., in cui viene disegnata l’Italia è 
un triangolo ; e quanto al rilievo, Alpi e Appennini hanno per 
lo più la forma caratteristica di un ferro da cavallo in modo 
da costituire una catena sola, secondo ricorre nel Mappamondo 
del Chronicon ad annum 1320 ( 1) ; a volte invece corrono 
come due linee parallele di ugual lunghezza senza nessun con¬ 
tatto a W., come nel Mappamondo di Enrico di Magonza (2); e 
in uno dei numerosi Mappamondi detti del Beato , l’Appennino 
è una breve catena che si stacca a metà circa delle Alpi e pro¬ 
cede da W. a E. per terminar sull’Adriatico di fronte a Tessa- 
lonica ! (3). Da notare intanto che nella carta di Ebstorf (1270) 
le Alpi sono dette Apenini montes, in una zona d’onde nascono 
Po e Ticino : dell’Appennino si ha solo traccia nei Parminii 
montes, l’Appennino presso Parma (4). E nella stessa carta ora 
ricordata del Beato , le Alpes Peninae sono situate a due terzi 


(1) Cfr. Santarem, Essai sur VHistoire de la Cosmographie et de la Carto- 
graphie pendant le Moyen Age, Paris, 1852, voi. Ili, p. 146. 

(2) Cfr., oltre VOp. cit. del Miller, Santarem, Atlas cotnposé de Map- 
pemondes, de Portulans, ecc. depuis le VP jusqu' au XVII ® siècle, 
Paris, 1849. 

(3) Miller, Op. cit. Die Weltkarie des Beatus, I Heft. È il Mappamondo 
detto di S. Severo (sec. XII). 

(4) Miller, V Heft. 




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LA “ DEVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VDLG. ELOQUENTI A ECC. 387 

circa della catena, procedendo verso E. (1). E le stesse carte 
nautiche, quando vogliono aggiungere qualche particolare del¬ 
l’interno — mentre olirono un disegno cosi preciso delle coste — 
ci dànno dei monti una rappresentazione di maniera, consistente 
per lo più in macchie oscure racchiudenti laghi fantastici che 
servono a dare origine ai grandi fiumi. Solo il Rinascimento 
doveva, in parte con l’aiuto degli antichi, in parte con progressi 
che gli appartengono in proprio, raddrizzare e creare una rap¬ 
presentazione reale delPinterno dei paesi. 

Ma nel M. Evo limiti e distinzioni scompaiono all'atto ; e 
mentre il termine Alpes rimane con un significato che, confor¬ 
memente a quella che sembra essere stata la sua derivazione 
etimologica, sta ad indicare in genere catene o monti alti, la 

voce quasi unicamente rimasta a designare in tutta la sua 

* 

estensione la catena alpina è quella di Alpes Apennìnac o 
Alpi d’Appennino. Così, mentre Onorio d’Autun chiama Ap¬ 
pennini i monti d’onde nasce il Po (2), e Gervasio Tilleberiense 
chiama Alpi Appennine i monti di Susa « in episcopati! Tauri- 
« nensi » (3), sino dall’epoca carolingia si chiamavano con 

a 

questo nome anche i monti della regione sorgentifera del Reno: 
ad es., S. Colombano (890-93) percorre le « partes Rhetiae circa 
« Rhenum et A Ipes Apenninas », e poco dopo afferma che 
questo fiume (forse confuso col Rodano) « ebullit cum Pado in 
« montibus Apenninis » (4) ; e più tardi (5) sono dette Perniine 
le Alpi attraversate dalla Limmat. Federico Barbarossa nel 1174 
giunge « ad Alpium Apenninarum aditus » (6), e in una sua 
lettera-istruzione a Ottone di Frisinga a proposito della pro¬ 
gettata spedizione di Milano del 1156, si parla di « monterà- 


(1) Milleh, I Heft, p. 70. 

(2) Migne, CLXXII, p. 129. 

(3) Op. cit., Pertz, M. G. H., XXVII, 388. 

(4) Cfr. Epistolae Karolini Aevi, Efmenrici Elvangemis. Ep. ad Gri- 
maldum abbatem, Pertz, M. G. IL, III, p. 574. 

(5) Pertz, XV*, p. 446. Vita S. Meginrati. 

(6) Annales Colon, maximi, in Pertz, XVII, p. 787. Qui è il Moncenisio. 


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388 


A. MAGNAGLI 


« Àpenninum transire » (i). Presso uno scrittore della fine del 
sec. X (2), Alpes Apenninae sembrano corrispondere alle Alpi 
Reticlie. Non mancano poi, naturalmente, le denominazioni che 
possono riferirsi al tratto che conserva ancor oggi il nome: cosi 
in una cronaca della prima metà del sec. X si ha che nell’888 
Rodolfo, figlio di Corrado, occupa la provincia fra « Jurum et 
« Alpes Penninas » (3) ; Arnolfo, da Piacenza « conversus per 
« Alpes Penninas Gallias intravit » (4). Ma la testimonianza che 
per noi ha particolarmente valore è che Riccobaldo da Ferrara, 
contemporaneo dell’Alighieri, e perdippiù scrittore che meglio 
di molti altri rappresenta tra noi nel M. Evo la cultura geo¬ 
grafica, applica il termine di Alpes Apenninae indifferente¬ 
mente a tutte le sezioni della catena : cosi l’Italia « cingitur ab 
« occasu Alpibus Apenninis , quibus adiacet Gallia Narbonensis, 
«in qua est Massilia, et Boiorum regio quae Sabaudia nunc 
« dicitur, et pars Galliae Comatae seu Belgica a septentrione 
« A Ipes eaedem Apenninae, quibus adiacent ea Gallia et Rhaetia, 
« donec in sinum Liburnicum terminentur ipsae Alpes » (5). 

E anche nel parlare delle provincie d’Italia: « Venetia habet 
« a septentrione Alpes Apenninas quibus Noricum adiacet ». 
La Liguria, che in senso ampio è la regione in cui scorre il 
• Po e in cui sono Mediolanum et Papia , ha « ab occiduo Alpes 

è 

« Apenninas , a meridie Alpes Apenninas quibus adiacent 
« Cottiae », a settentrione le due Rezie (6). Nè meno significa¬ 
tivo è il fatto che la consuetudine di chiamar Appennini le Alpi 


(1) Pertz, Legum, XXXII, Tom. II, p. 99. 

(2) € Et Coriam [Coira] per Apenninas Alpes transiret ». Cfr. Ex Syri 
vita S. Majóli, in Pertz, IV, p. 650. 

(3) Cfr. Reginonis Chronicon, Pertz, I, 577. 

(4) Ih., p. 606. Anche nel Supplera. al Regum et Imperatorum catalogi, 
in Pertz, III, p. 873, Rodolfo (926) « per Alpes Appenninas Burgundiam 
« remeavit ». 

(5) Cfr. Op. cit., in Muratori, R. I. SS., IX, pp. 187-88. 

(6) Qui cita Orosio. Anche la Gallia Tramalpina seu bracata è limitata 
a mezzogiorno dalle Alpi Appennine. Cfr. pp. 188-90. 


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LA * DEVEXIO APBNN1NI „ DEL * DB VDLG. ELOQUENTI A „, BOC. 889 

* 

è largamente adottata in opere che si possono considerare appar¬ 
tenenti alla letteratura popolare, come nei romanzi di Andrea 
da Barberino (1). Anche qui l’espressione è più frequentemente 
adoprata nel parlare delle Alpi che stanno verso la Francia, 

ma non di rado ricorre per altre parti della catena. Ad es. nei 

« 

Reali di Francia , Fiovo per Torino e Susa passa l'Alpe di 
Appennino (2), e poco dopo Fiovo e compagni « passate l’Alpi 
« d 'Appennino » giungono nella Borgogna (3); « nella provincia 
« di Borgogna presso a’ confini della Mangna v’è uno poggio 
« alto, ed è spiccato à&WAlpe dette Appennino a duo giornate, 
« ed è chiamato monte Juras » (4) ; « era tanta la forza d’Un- 
« gheria, della Mangna e àsNXAlpi d’Appennino, ecc. » (5); 
« passate le montagne d 'Appennino che vengono di Lom- 
« bardia » (6). Altrove sono designate con questo nome quelle 
che in complesso formano le Alpi Retiche: «e passate XAlpe 
« di Appennino tra Italia e la provincia di Lizia » (7). Anche 
in Ajolfo Amantina « dall 'Alpi d’Appennino in là se ne venne 
« verso Lombardia » (8), e Macario e compagni « andaronne 
« per la Savoia verso la Mangna, e tanto andarono che, la- 
« sciando le Alpi d’Appennino da man dritta, giunsono alla 
« montagna chiamata Monte Delos, dond’esce il Reno... e dal- 


(1) Cfr. Rudolf Peters, Ueber die Geographie ini Guerino Meschino des 
Andreas de’ Magnabotti, 1370-1430 (Roman. Forschungen, XXII, 1908), 
e soprattutto il lavoro anteriore di Heinrich Hawickhorst, Ueber die Geo¬ 
graphie bei Andrea de’ Magnabotti (Rom. Forsch., XIII, 1902). 

(2) Cfr. I Reali di Francia di Francesco di Andrea da Barberino, testo 
critico per cura di Giuseppe Vàndelli, in CoTlee. di opere inedite o rare, 
Bologna, 1892, voi. II, parte l a , cap. XI.* 

(3) Ib., XII. 

(4) Ib., XXIII. 

(5) Ib., voi. IH, cap. X. 

(6) Cfr. Le storie narbonesi, per cura di I. G. Isola, in Collez. di op. ecc., 
1887, voi. V, p. 15. 

(7) Del Lech. Probabilmente per indicare una parte della Baviera. Cfr. Nerb., 
voi. n, p. 594. 

(8) Cfr. Ajolfo del Barbicane, per cura di Leone del Prete, Bologna, 1864, 
voi. II, p. 159, cap. 314. 


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390 


A. MAGNAQHI 


« l’altro lato del monte esce il Danubio » (1). Altrove è detto 

che il Danubio scorre fra Y Alpi di Samaria [Sarmazia] « che 

« durano fino all’entrare del regno di Francia di verso la Magna » 

e le montagne d’Appennino (2). Nel cap. 97 di Ajolfo v’è 

persino un tentativo di rappresentazione oroidrografica, che 

% 

doveva ben corrispondere alle idee del tempo : « Ed è la città 

« di Losanna in sul lago di Caria [Ginevra] presso dove e’ monti 

« d’ Appennino si volgono verso el mar di Provenza : e corre 

« quel fiume ch’esce di questo lago nel Rodano, che vae a Vi- 

« gnone : e di questi monti medesimi esce il fiume Po, che 

« corre per mezzo Lombardia; ma l’uno esce di verso Ponente, 

« e l’altro di verso Levante. Ed è tra ’l monte Appennino e 

« ’l monte Sarmatici una montagna spaccata che si chiama 

« Monte Ules [lo stesso che Delos , Gnìas = Adula], donde 

« escono due fiumi, l’uno à nome Reno, e l’altro Danubio: l’uno 

« corre per la Magna, cioè el Danubio, ed entra nel mare di 

« Alisponto, e l’altro corre verso Maestro, ed entra nel mare 

« Oceano, cioè el Reno, e parte la Magna dalla Francia e dalla 

% 

« Rorgogna e dalla Sansogna ». Tali erano, ridotte alla più 
semplice espressione, le idee che nel M. Evo potevano aversi 
sulle Alpi : il nome della catena principale verso la Svizzera 
serve, qui, a indicare tutta la catena. Alpi vale in genere per 
indicare ogni catena montuosa, Alpi d'Appennino serve invece 
per distinguere la catena alpina in senso proprio dalle Alpi 
Pirenee, di Sarmazia, ecc. (3). 

Gli antichi commentatori danteschi poi non solo non si allon- 

« 

tanano da questo uso di chiamar Appennino le Alpi, ma si espri¬ 
mono in modo da far capire chiaramente che Alpi e Appennino 
settentrionale formano una sola catena : a siffatta concezione 
accenna — sebbene un po’ in confuso — l’An. fiorentino del 


(1) Ajolfo, voi. I, c. 115. Qui dobbiamo intendere l’Adula, esteso sino alle 
sorgenti dell’Inn. 

(2) Ajolfo, voi. I, c. 53. 

(3! Cfr. Hawickhorst, Op. cit., nel voi. cit. di Roman. Forsch., p. 736. 


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LA “ DEVEXIO APENNINI „ DEL “ DE VULG. ELOQUENTI A EOO. 391 

sec. XIV (1). Più esplicitamente l’Ottimo: « Il Monte Veso è il 

« principio dei monti Appennini, li quali si stendono da questo 

« luogo traendo per Lombardia e per Romagna » (2). E nello 

stesso modo Fr. da Buti: «Questo monte Veso ènei Piemonte 

« et è il primo monte dell’una delle coste del monte Appennino: 

« lo qual monte Appennino si comincia di là da Genoua presso 

« a Nizza, e va con l’uno corno per mezza Italia... e con l’altro 

« corno cinge In Lombardia e serra la Magna e va insino 

« ai monti Rifei » (3). Anche Benvenuto da Imola (/«/’., XX, 65) 

dice di Appennino : « Mons est qui dividit Italiani per medium, 

« et claudit cum altis alpibus ex parte Galliae et Alemanniae » (4). 

• \ 


(1) « Ora questo monte Appennino, partendosi da Monte Veso si stende 
« verso la Lombardia per Frigoli sopra la riviera di Genova, per Carfagnana, 
« per le montagne di Modana e di Pistoia sopra Bologna » (cfr. Contento alla 
Divina Comedia di An. fiorentino del sec. XIV, per cura di P. Fanfani 
Bologna, 1861, voi. I, p. 377). Evidentemente il Monviso, sia per la sua al¬ 
tezza, sia per la sua visibilità, sia perchè da esso ha origine il Po, viene con¬ 
siderato dai commentatori come il punto di divisione delle due catene che 
chiudono a destra e a sinistra il corso del Po. Qui nell’An. il senso risulte¬ 
rebbe abbastanza chiaro ponendo un punto e virgola dopo Frigoli: si avrebbe 

■ la catena alpina che va verso la Lombardia sino al Friuli, e a destra parte 
dalle Alpi occidentali con l’Appennino settentrionale. E in ogni modo i coni- 
montatori sembrano ispirarsi al concetto di Isidoro, che considera i monti che 
racchiudono la valle padana come una catena sola. 

(2) L'Ottimo Contento, per cura di Al. Torri, Pisa, 1827-29, voi. I, Inf., 
XVI, 95. 

(3) Commento di Fr. da Biti, a cura di Cr. Giannini, Pisa. 1858-62,1, 436. 

(4) Benvenuti de Rambaldis de Imola Comentum , ecc. sumptibus Gui- 
lielmi ’Warren Vernon, ecc., Firenze, 1887. — Il Boccaccio nel Contento non 
esprime nessuna idea in proposito, limitandosi a dire che secondo alcuni il 
M. Veso è il principio dell’Appennino, e che secondo altri invece questo co¬ 
mincia da Monaco (cfr. Il contento, ecc., a cura di Dom. Guerri, in Scrittori 
d'Italia, Bari, Laterza, 1918, voi. Ili, p. 225). Anche dalla sua opera De 
montium ecc. noniinibus, non si ricava molto. Egli pur accennando all’idea di 
Isidoro, ammette essere opinione più diffusa quella che considera Appennino 
la catena che divide l’Italia nel senso della lunghezza (voce Apenninus)] 
ma probabilmente egli si riferisce più che altro alle idee degli antichi. Del 
resto, sul parlare del Po dice: « et susceptis triginta fluminibus tam ex Al- 
« pibm sinistris guani e dextris e.r apennino cadentibus... ». 


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392 


A. MAGNAQIII 



Doveva Dante intendere Alpi e Appennini in senso diverso da 
quello che abbiamo sin qui veduto ? Sarà intanto opportuno 
osservare che Dante adopra sempre il termine Alpe al singo¬ 
lare (1), e che nulla ci può autorizzare ad ammettere ch’egli 
voglia con esso indicare le Alpi in senso proprio : i fenomeni 
della natura che vengono da Dante connessi alla voce Alpe non 
sono adatto esclusivi delle Alpi, ma possono riferirsi a qua¬ 
lunque montagna o regione montuosa notevole per la sua ele¬ 
vatezza. Così la «... neve in alpe sanza vento » (/??/'., XIV, 30), 
la nebbia nell'alpe ( Purg ., XVII, 1), i freddi rivi dell'alpe 
(Purg.y XXXIII, ili), non è detto che abbian dovuto necessa¬ 
riamente presentargli come localizzati nelle Alpi, più che in 
altre montagne da lui meglio conosciute (2). Anche Va Alpe che 
« serra Lamagna 

Sovra Tiralli.» 

(. Inf ., XX, 62-63) 

non pare debba esser presa nel senso proprio di Alpi, che divi¬ 
dono l’Italia dai paesi tedeschi, perchè qui si parla solo del¬ 


ti) Anzi l’unica volta — se non isbaglio — in cui Dante adopera Alpi 
in plurale, la parola sta a designare indubbiamente l’Appennino : 

Cosi m’h&i concio, Amore, in mezzo 1 ’ Al pi, 

Nella valle del fiume. 

(Cfr. Canzoniere, Parte III, Canzone I, 5. Ed. cur. da G. B. Gicliani, Fi¬ 
renze, 1885). 

(2) Quanto al Par., VI, 51 : 

L'alpestre rocce, Po, di che tu labi, 

è tutt’altro che sicuro il senso, che vuol dare qualche moderno, di agget¬ 
tivo derivato da Alpi, per indicare un tratto di Alpi in senso proprio. Se sono 
tutti d’accordo, i commentatori (Inf., XVI, 95-96), nel dire che il Monte 
Veso è il principio deìl’Appennino! Qualcuno riporta in appoggio il Comm. 


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LA “ DBVEXIO APENNINI * DEL * DE VCLG. ELOQUENTI A ,, ECC. 393. 

l'Alpe sopra Tiralli , ai piedi della quale giace un lago, il Garda: 
ai piedi di una catena che, determinata in quel modo, dovrebbe 
avere una grande estensione, si potrà dire che è situata una 
regione, ma non un oggetto geografico che occupa uno spazio 
relativamente limitato, e che per giunta non è neppure adagiato 
nel senso della sua lunghezza, ma perpendicolare alla linea delle 
Alpi (i). Si osservi poi che la regione montuosa indicata qui 
come avente maggiore sviluppo, e tale perciò da alimentare con 
mille fonti e più il Garda stesso, è VAppennino, nominato 
subito dopo, che non abbiamo nessuna ragione per ritenere 
adoprato in senso diverso da quello che abbiam visto negli altri 
scrittori sin qui esaminati: cioè nel senso di Alpi, e nel caso 
in questione, di quella parte di zona alpina che è press’a poco 
a SE. deH’Adamello (2). 


del Buti : « l'alpestre rocche, cioè l’altezza dell’A/pi, onde si comincia il 
« monte Appennino che viene per mezzo d’Italia ecc. ». Ma, come s’è visto 
poco sopra, lo stesso Buti ha spiegato che da Monte Veso si stacca una delle 
coste d’Appennino, quella che scende per mezzo Italia, mentre dalla parte 
opposta si stacca quella che cinge Lombardia. Cfr. piuttosto il senso indubbio 
della voce Alpes sopra ricordata di Benvenuto da Imola e del Boccaccio. 
A me pare assai più probabile debba intendersi genericamente, come in Inf., 
XII, 2, e Purg., XII, 32. 

(1) Ad es., si dirà che Torino giace ai piedi delle Alpi, ma non ai piedi 
delle Alpi che chiudono la Francia. 

(2) Cadfebbero cosi certe interpretazioni un po’ forzate che si trovano 
presso i commentatori. In generale, si adotta il ripiego di leggere Appennino, 
ma di intendere un monte Pennino a W. del lago. Appennino è infatti la 
lezione della maggior parte dei codd. Questa trovata risale al Vellutello, seb¬ 
bene si trovi già nell’ediz. bolognese del Landino. Sì, il monte Pennino si 
è potuto trovare, ma è di proporzioni troppo modeste per caricarsi di mille 
fonti e più\ esso sorpassa di poco i mille metri (1073), e dà origine sempli¬ 
cemente al torrente Costa, che si getta in Valtoscolana. E non appare perciò 
troppo facile ammettere che Dante chiamasse un monte così poco rappresen¬ 
tativo all’onore di nutrire un lago come il Garda. Quale carta del tempo 
poteva per l’appunto segnalare un monte siffatto ? E se Dante visitò e co¬ 
nobbe la regione, come ha potuto distinguere proprio questo monte fra tutti 
gli altri ? Si noti infine che questo Pennino non si può neppure in senso 
largo considerare fra Garda e Valcamonica, ma tntt’al più fra il Garda e il 
L. d’Idro. Anche al Torkaca si era presentata codesta difficoltà di poter 


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894 


A. MAQNA6HI 


Anche l’uso di Appennino in senso proprio non è nè frequente, 
nè sicuro. Non vi può esser dubbio che ricorra in questo senso 

dove parla deH’Archiano.(P?/r^-> V, 96): 

Che sovra l’Ermo nasce in Apennino (1); 

♦ 

ma non si è altrettanto sicuri che cosi debba intendersi Inf., 
XVI, 96, poiché se ammettiamo che Monte T 'eso sia il Mon¬ 
viso, e che il Montone sia il primo fiume che ha corso proprio 
invcr ter ante 

dalla sinistra costa d’Appennino, 

riesce abbastanza giustificata la domanda se, come abbiam già 
visto nei commentatori antichi, anche per Dante il Monviso 
non stesse a dividere in due tratti, a destra e a sinistra del 
Po, una catena considerata come unica. È vero che al di qua 
del Monviso si tratta di affluenti di destra, ma nel De v. Eloq. 

Dante seguendo Lucano chiama dextrum latus dell’Appennino 

♦ 

quello che ha per grundatorium il Tirreno e laevum quello 
dell’Adriatico (I, 10). (È notevole che tranne i due luoghi ricor¬ 
dati, nella D. Commedia l’Appennino è indicato sempre per 
circonlocuzione). Questo stesso luogo poi del De vulgari Elo- 
quentia , in cui Dante divide il Latium in dextrum et sinistrimi 
e assegna la funzione di spartiacque a ÌYiugum Apennini non 
sembra possa riferirsi ad un Appennino come intendiamo noi 
oggi. « Dextrum quidem latus Tirrenum mare grundatòrium 


considerare un monte così basso, come quello da dui possono uscire le fonti 
che alimentano il lago. Ma, non volendo d’altra parte ricollegare questo Ap¬ 
pennino con le Alpes Poenae di Tolomeo (Bassermann), e parendogli assurdo 
pensare agli Appennini al di qua del Po, egli proponeva un’interpretazione 
non mancante di originalità : Appennino si deve sciogliere in a pennino =* a 
pendio, in discesa, da riferirsi a loco, che diventa così il soggetto delle due 
terzine. Ma io penso che si possa con sforzo minore adottare la soluzione 
sopra proposta. 

(1) Lo stesso dicasi di De vulg. Eloq., I, 14, quando parla del dialetto di 
Romagna, il primo di cui vuol trattare dopo aver passato l’Appennino. 



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LA * DEVEXIO APENNINI „ DEL * DE VULG. ELOQUENTIA ICC. 895 

«habet; laevum vero.in Adriaticum cadit. Et dextri regiones 
« sunt Aphlia, sed non tota, Roma, Ducatus, Tuscia et Januensis 
« Marchia. Sinistri autem pars Apuliae, Marca Anconitana, Ro- 
« mandiola, Lombardia, Marchia Trivisiana, cum Venetiis. Forum 
« Julii vero et Istria non nisi laevae Italiae esse possunt : nec 
« insulae Tirreni maris, vìdelicet Sicilia et Sardinia, non nisi 
« dextrae sunt, vel ad dextram Italiae sociandae ». Se infatti al 
lato sinistro appartengono Lombardia, Marca Trivigiana e Ve¬ 
nezia, è da ammettersi come probabile che Dante pure inten¬ 
desse come Appennino anche quella catena da cui nascono i 
fiumi che attraversano queste regioni. Si noti poi per il Friuli 
e per l’Istria da una parte, e per le isole del Tirreno dall’altra, 
sembra che Dante faccia una speciale distinzione : sono sempre, 
naturalmente, nel paese del si, ma le prime sono dette esplici¬ 
tamente dalla parte sinistra dell ''Italia, e le seconde a destra 

àélYItalia, non più dell’APFENNiNO : e questa distinzione avrà 

» • 

certamente il suo significato. Infatti è ovvio che le isole ven¬ 
gano considerate come indipendenti ; quanto al Friuli (e con¬ 
seguentemente l’Istria) è verosimile che Dante lo considerasse 
non più legato all’Appennino, perchè, secondo doveva presen¬ 
targli l’idrografia dell’estuario padano-veneto, il Friuli forse 

« 

era per lui la prima regione in cui scorrevano fiumi che net¬ 
tamente non avevano nulla a che fare col Po : data l’incertezza 
del corso inferiore dell’Adige, le cui foci furono sempre più o 
meno collegate col Po, e posto che il Friuli aveva allora una 
estensione maggiore dell’attuale, è probabile che l’unità idro- 
grafica della valle padana fosse concepita da Dante fra l’Ap- 
pennino e la cerchia delle Alpi fino alle sorgenti dell’Adige, il 
cui bacino superiore poteva in senso largo apparirgli confinante 
col Friuli stesso. 

« 

Appare perciò abbastanza chiaro che Dante non distingue le 
Alpi dall’Appennino ; che Alpe è adoprato in senso generico di 
montagna, e che la voce Apennino serve a indicare tanto 
questa catena come la catena alpina ; come del resto fanno gli 
altri scrittori del M. Evo. Il chiamare, come egli fa, Apennino 


« 


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396 


A. MAONAGHI 


la sezione di Alpi fra Garda e Val Camonica dovrebbe liberarci 

0 

da ogni dubbio in proposito ; e a più forte ragione dovremo 
ammettere ch’egli intendesse chiamare con questa denomina¬ 
zione quel tratto di Alpi alle quali in tutti i tempi è stato dato 
il nome di Appennine o Perniine. E se ad ammettere che la 
devexio Apennini dovette corrispondere nella sua mente al 
declivio delle Alpi Pennine — prolungate probabilmente sino 
ad una parte delle Leponzie, in modo da chiudere a S. la valle 
del Rodano — non bastasse codesta concorde testimonianza 
degli scrittori medievali, noi non dovremmo far altro, come già 
accennai, che collocarci al suo punto di vista e chiederci se 
avremmo commesso la stranezza di limitare con un confine 
diverso la lingua &'oif a S., e la lingua del .sì a N. 

Alberto Magnaghi. 




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L’Europa occidentale secondo Onosto (cfr. il Mappamondo di Orosio nella 
ricostruzione di K. Miu.rk in Die (iltesten Weìtkartcv, VI Heft, Die 
recomtruierte Knrten). 


Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n* 10-*i). 


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LE TRE FASI 

DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 

9 


1 . 

La mancanza di elementi e di dati autentici e sicuri ci vieta 
di determinare con precisione quanto, della dottrina politica di 
Dante, sia frutto originalmente nuovo delle esperienze dell’esilio 
e delle meditazioni suggerite al Poeta dagli studi, dalle letture 
e sovratutto dagli avvenimenti politici, di cui si trovò ad essere 
partecipe e spettatore, durante gli anni delle sue peregrinazioni 
per le terre d’Italia; e quanto invece non sia che sviluppo o 
chiarimento cosciente di tendenze spirituali o di germi di pen¬ 
siero, già operanti e presenti nell’animo Suo, durante gli anni 
fiorentini, o già in Lui mossi e ispirati dalla sua breve, ma 
intensa e fortunosa partecipazione alla vita politica della sua 
città. Delle idee politiche di Dante anteriormente all’esilio, ben 
poco sappiamo : quel poco, che ci è possibile arguire ed indurre 
dalla sua nota appartenenza alla fazione dei Bianchi; dai non 
molti atti pervenutici della sua partecipazione ai consigli e al 
governo di Firenze, tra ÌM300 e il 1302; dai motivi, in parte 
conosciuti, in parte supposti, della sua condanna; dai rari accenni 
di Lui al suo modo di pensare prima dell’esilio; dai più nume¬ 
rosi e più precisi, ma non sempre altrettanto attendibili e sicuri, 
accenni di biografi e commentatori, quasi tutti posteriori. Ma è 
pur sufficiente, però, a permetterci qualche ipotesi non del tutto 
infondata. 



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398 


FR. ERCOLE 


Dante, certo, uscì di Firenze Guelfo, e Guelfo Bianco. Sino a 
qual punto il suo guelfìsino fiorentino, e le sue intime convin¬ 
zioni e aspirazioni politiche, coincidessero col guelfismo della 
maggior parte dei suoi concittadini, e con le convinzioni e aspi¬ 
razioni del suo stesso partito, sarebbe ben diffìcile stabilire. Che, 
però, quella coincidenza non dovesse essere, sin d’allora, asso¬ 
luta e totale, neppure in confronto a quel partito dei Bianchi, 

% 

di cui Egli doveva seguire le sorti, è cosa, che par lecito affer¬ 
mare, senza troppa tema di avventatezza. Il tentativo, fatto recen¬ 
temente, e non senza abilità, di presentarci un Dante gregario 
disciplinato e passivo di parte Bianca, privo, finché rimase a 
Firenze, di una propria personalità politica, che lo distinguesse, 
almeno neH’intimo delle convinzioni e delle aspirazioni, dal resto 

dei suoi compagni di parte, non mi sembra del tutto riuscito (1). 

• • 

Certo, il suo modo di concepire e di sentire i problemi politici, 
interni ed esterni, di Firenze aveva molti punti di contatto con 
quello, che formava la base del partito dei Bianchi: sovrattutto, 
Egli ne condivideva la ostilità alla politica estera di espansione, 
caldeggiata dai Neri, e la resistenza alle pretese pontificie di 
invadenza nelle cose interne del Comune fiorentino e ai tenta¬ 
tivi degli Angiò di Francia e di Napoli, di servirsi del guelfismo 
tradizionale di Firenze come di uno strumento per i loro pro¬ 
positi di egemonia su Firenze stessa e sulla Toscana. Ma a chi 
consideri la tenacia e la irriducibilità dell’odio, onde Dante per¬ 
seguì poi, per tutta la vita, la memoria di Bonifacio e la casa 
di Francia, vien fatto di pensare che probabilmente, sin d’allora, 
la sua avversione alle pretese pontificie e alle invadenze angioine 
fosse attinta a ben più profondi e consci motivi, di quelli, cui 
si ispiravano i suoi compagni di parte, e che ad osteggiare le 
aspirazioni dei Neri all’egemonia fiorentina in Toscana e in 
Italia, Egli fosse spinto da impulsi, non in tutto simili a quelli 
che determinavano l’adesione dei Bianchi ad un programma di 


(1) Cfr. Barbadoro, La condanna di Dante e le fazioni del suo tempo, 
in Studii danteschi , dir. da M. Barbi, voi. II. 



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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


399 


raccoglimento. E può sembrare non del tutto assurda l’ipotesi 
che il dissidio insanabile apertosi, dopo le prime comuni traversie 
e i primi e vani tentativi di riscossa, tra Dante e i suoi com- 
pagni di esilio, rappresenti la fatale maturazione, affrettata e 

inasprita dagli eventi, di un latente contrasto di sentimenti e 

% 

di idee fra Lui e il resto dei Bianchi, che, dapprima non avver¬ 
tito da Lui e dagli altri, avrebbe poi forse finito, anche senza 
l’esilio, col rivelarsi in qualche modo alla Sua coscienza. 

Pare insomma doversi ammettere che alcuni, almeno, fra i 
più caratteristici atteggiamenti e stati d’animo del Poeta, non 
soltanto verso Firenze e il suo governo, ma, in genere, verso 
i principali aspetti e problemi della vita politica e sociale con¬ 
temporanea, quali trovano aperta e matura espressione nel 
Poema e negli altri scritti di Dante, risalgano, in gran parte, ad 
atteggiamenti e a stati d’animo venutisi, più o meno conscia¬ 
mente, formando e affermandosi in Lui, già negli anni anteriori 
all’esilio. 

Radici assai lontane e profonde dovevano, per esempio, avere, 
nello v spirito di Dante, e l’avversione-alla classe di mercanti, di 
banchieri e di parcenus arricchiti, e recentemente inurbatisi, 
dominante nella sua Firenze, e il nostalgico rimpianto per la . 
Firenze del Popolo vecchio, chiusa entro la cerchia antica e 
ancora pura insino all’ultimo artista, che erompono eloquenti in 

più luoghi, notissimi, del Poema (1). Agli Ordinamenti di Giu- 

« « 

stizia del 1293, Egli aveva, per sincero desiderio di attività e di 
bene, e per senso, in Lui istintivo, di ordine e di ossequio alle 
leggi e agli ordinamenti positivi del suo Paese, lealmente e aper¬ 
tamente aderito, facendosi di popolo e iscrivendosi a un’Arte: ma 
che fosse adesione entusiastica e spontanea, parrà diffìcilmente 
credibile a chiunque ne consideri, e l’origine famigliare, e le in¬ 
coercibili tendenze aristocratiche, e il fascino, che sempre su di 
Lui esercitò il senso della continuità storica e della tradizione 


(1) Cfr. specialro. Inf. XVI. 64 sgg., e Par. XV. 96 sgg., XVI. 49 sgg. ecc. 



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400 


FR. ERCOLE 


domestica, e la insuperabile repugnanza per la gente nova e i 
subiti guadagni. Certo, l’ideale di nobiltà, che Egli vagheggiò, 
e a cui si tenne fedele per tutta la vita, non era l’ideale della 
vecchia e resistente nobiltà feudale e del tradizionale ghibelli¬ 
nismo: non la nobiltà, che è puro e semplice retaggio degli an¬ 
tenati, e passivamente si eredita con le ricchezze accumulate da 
quelli: ma la nobiltà, che è perfezione individuale, cioè faticosa 
conquista dell’individuo, attraverso l’autonomo sviluppo delle più 
alte facoltà intellettuali e morali : non dunque l’aristocrazia della 
nascita, ma quella del merito o della virtù personale (1): a co¬ 
stituire e formare la quale, però, se la discendenza dai maggiori 
non è sufficiente, nulla è, d’altro lato, tanto normalmente effi¬ 
cace, per Dante, quanto l’esempio dato dai maggiori, vale a dire 
l’influsso educativo della tradizione domestica (2). Ma, appunto 
per questo, non potè mai apparirgli come forma ideale di go¬ 
verno cittadino quella data ai Fiorentini da Giano della Bella 
(alla cui memoria, Dante non dedica che un fugacissimo accenno, 
nel Paradiso , non scevro forse di una celata ombra di rimpro- 
vero per avere, onde raunarsi col popolo, disertate le tradizioni 
degli avi (3)), che, con le sue costrizioni e i suoi ostracismi di 
classe, escludeva dal reggimento della pubblica cosa uomini come 


(1) Specialm. Conv. IV. 7. 2; 10. 18; 20. 3 sg.; 29. 1 sgg., e, in genere, 
tutto il quarto libro, passim : cfr. il mio saggio Per la genesi del pensiero 
polit. di D. I. 1m base aristotel.-tomist., in questo Giorn., 72, 257 sgg. : 
v. Par. XVI. 1 sgg. 

a 

(2) Cfr., per es., Conv. IV. 24. 12: « come quello che mai non fosse stato in 
« una cittade, non saprebbe tenere le vie, sanza insegnamento di colui che l’hae 

< usata ; cosi l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita, non 

< saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse mo- 
« strato »; 12. 15 sgg.; 7. 9: « così quelli che dal padre o d’alcuno suo 

« maggiore [è stato scorto e errato ha il cammino], non solamente è vile, ma 

% 

* vilissimo... », ecc.; Purg. XVI. 85 sgg.; Mon . I. 15. 9 sgg. — E notevole 
che, dopo avere, nel Convivio, eliminato dalla definizione di nobiltà la nozione 
d élì'anticha ricchezza (Conv. IV. 3. 6 sgg.; 10. 11 sgg.), Dante ritorna nella 
Monarchia a quel concetto, appellandosi ad Aristotele e a Giovenale: Mon. 
II. 3. 4 sgg. 

(3) Par. XVI. 131 sg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


401 


Guido Cavalcanti, mentre ne apriva l’adito a individui spesso 
privi di ogni' altra virtù, che non fosse quella del denaro di re¬ 
cente acquistato, e non d’altro capaci, che delle arti più mate¬ 
riali e meccaniche. 

Chè, se è diventata pressoché di moda la rappresentazione di 
un Dante, condotto, nella seconda metà della sua vita, dai disin¬ 
ganni e dai dolori della sua vita politica prima, e dopo l’esilio, 
a rinnegare il presente, e a rifugiarsi, per non disperar nel fu¬ 
turo, nella nostalgia del passato, e nella vana aspettazione di un 
impossibile ritorno di istituzioni e di idee ormai tramontate per 
sempre; questa rappresentazione va radicalmente corretta, non 
soltanto nel senso che, in realtà, il passato, che Dante sognò e 
credette possibile risuscitare, non era il morto e irrevocabile 
passato del medioevo, ma un passato rivissuto e trasformato nel 
suo spirito, nel quale erano insiti i germi dell’imminente Rina¬ 
scimento e della nuova e moderna concezione dell’uomo e della 
vita umana (1) ; ma anche nel senso che, di questa sua innega¬ 
bile tendenza a idealizzare il passato, la causa vera e prima va 
assai meno cercata nei disinganni e nei dolori degli anni ma¬ 
turi, che in una organica incapacità di comprendere e far propri 
i sentimenti, le passioni e gli istinti dell’età, in cui visse e di 
cui soffrì, già presente in Lui sin dagli anni giovanili. Un uomo 
più o meno fuor del suo tempo, uno spostato fra i suoi contem¬ 
poranei, più o meno incompreso da essi, e, a sua volta, inetto 

a comprenderli, probabilmente Dante fu sempre, anche prima 

« 

dell’esilio, in quella Firenze pulsante di traffici e di industrie, 
in cui maturavano i primordi del capitalismo moderno, e dava 
i primi segni di attività e di vita la borghesia moderna, con un 
processo, del quale Egli mostrò di non avere avvertito, nè la 


(1) Cfr. i miei scritti Medio Evo e Rinascim. nella dotir. polit. di D., 
in Giorn. Dant. dir. da L. Pietrobono, a. XXIV, quad. Il, pp. 141 sgg.; 
Dante e Machiavelli, in Politica, a. Ili, nn. 26*27, pp. 163 sgg.; Ciò che D. 
dice alVetà nostra, ivi, n. 29, pp. 133 sgg. 

Giornale utor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n‘ 10 - 81 ). 26 


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FR. ERCOLE 


fatalità, nè lo spirito animatore (1). Dei profondi motivi econo¬ 
mici della lotta senza tregua risorgente tra il capitale fondiario, 
rappresentato dai Grandi, e il capitale mobiliare e pecuniario 
rappresentato dal Popolo, e di quelli stessi, che formavano il 
substrato della divisione apertasi fra i Guelfi popolari in Guelfi 
Neri e in Guelfi Bianchi, Dante, pure trascinato a viverne gli 
episodi e a subirne le conseguenze, non si rese mai conto, e non 
vi partecipò mai col proprio interessamento. Onde, se Egli si 
trovò d’accordo coi Bianchi nell’avversare il programma di 
espansione, propugnato, anche a costo di intaccare più o meno 
radicalmente la piena autonomia e autarchia cittadina, dai ceti 
più ardimentosi e pugnaci del popolo grasso, non è probabil¬ 
mente perchè, a sostenere il programma di rigida fedeltà alle più 
chiuse e grette tradizioni municipalistiche, fosse spinto dagli 
stessi motivi, prevalentemente economici, che guidavano la 
maggior parte dei Bianchi: ma perchè, in una politica fiorentina 
intesa all’intreccio di sempre nuovi rapporti con amici spesso 
più potenti di lei, onde abbattere la potenza delle città rivali e 
aflèrmare la propria, Egli, già sin d’allora, non vedeva che occa¬ 
sioni di guerre e di disordini tra città italiane, che elementi di 
conservazione o di inasprimento di un generale e miserevole 
stato di anarchia e di guerra perpetua, di cui non Gli pareva di 
scorgere altro effetto che il danno comune (2). Laddove i Bianchi, 
insomma, continuavano a non vedere che la propria città, e, 
pur concependo la politica di questa in funzione dei propri inte¬ 
ressi di classe, a concepire in funzione della propria città il 
resto d’Italia e del mondo, Dante dovè assai presto, sia pure 
inconsciamente, esser tratto a trascendere, oltre la classe, la 

f 

città, e, pur geloso della indipendenza e autonomia cittadina, di 
fronte ad ogni invadenza altrui, a concepirne l’attività e gli in- 


(1) Cfr. il mio scritto La lotta delle classi alla fine del medio evo, in 
Politica, a. II, n. 18, pp. 213 sgg. 

(2) V. il mio articolo Dante e l'unità nazionale, in Idea Nazionale, 
11 maggio 1921. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


403 


teressi, come non necessariamente antitetici, ma coordinati a 
quelli delle altre città italiane e alle superiori esigenze di ciò, 
che nel Convivio Egli chiamerà la civiltà umana : la f/iustizia 
e la pace: una giustizia, che non è puramente quella propria 
d’ogni singola città, ma è comune a tutti gli uomini, e una pace 
che non è la pace interna ad ogni singolo Stato, ma è la pace 
esterna, a tutti comune. Anche l’aspirazione alla giustizia e alla 


pace deve perciò ritenersi assai antica nello spirito Suo. 

E, certo, agli anni fiorentini risale la recisa repugnanza dan¬ 
tesca per ogni forma di diretto dominio politico ecclesiastico: e 
specialmente all’influsso esercitato sull’animo Suo dalla lotta a 
coltello combattutasi, nel 1300 — l’anno della sua partecipazione 
al governo cittadino —, tra il Comune di Firenze e Boni¬ 
facio Vili (1). La ferma resistenza del Comune agli intrighi di 
Bonifacio Vili per annettere la Toscana allo Stato della Chiesa 
e alla pretesa di lui di ingerirsi, in forza della plenitudo potè - 
statis conferitagli da Dio super Reges et Regna , nelle faccende 
interne di Firenze, lo ebbe, e durante i mesi del suo Priorato, 
e in seguito, cosi convinto e tenace assertore, da esporlo, come 


il più temibile nemico, all’ira vendicatrice del Pontefice. Le vi¬ 
cende di quella lotta, e specialmente gli atti del processo inten¬ 
tato dal Papa contro Lapo Saltarelli, nei quali la teoria della 
prossima bolla Unam Sanctam era nettamente preannunciata, 
lo avevan cosi posto di fronte al problema dei rapporti fra l’au¬ 
torità della Chiesa e l’autonomia civile e politica degli Stati 

autarchici; ed è certo che Egli l’aveva, sin d’allora, entro di sè 

* 

risolto in senso nettamente antiteocratico (2). E, sin d’allora, 
la Curia di Roma gli era apparsa il più pericoloso centro di infe¬ 
zione di quella cupidigia di dominio e di ricchezze, il cui dila- 


(1) Cfr. Levi, Bonif. Vili e ìe sue rélaz. coi Cotti, di Firenze, in Arch. 
Soc. Rom. st. patr., V, 1882, pp. 399 sgg. ; Del Lungo, Da Bonifacio Vili 
ad Arrigo Vìi, Milano, 1899. 

(2) Cfr. Nardi, Il concetto delVlmpero nello svolgim. del pens. dant., in 
questo Giorn., 78, pp. 48 sgg. 


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FR. ERCOLE 


gare pel mondo era la causa principale delle fazioni, delle 
discordie, delle violenze, onde la vita, non soltanto di Firenze, 
ma di tutti i paesi, era senza tregua turbata e insanguinata. Sin 
d’allora, senza dubbio, Egli dovè pensare che la giustizia e la 
pace, cui tendeva come a supremo bene comune, con tutte le 
forze dell’animo, non avrebbero mai regnato nel mondo, sino a 

é 

che lo spirito di cupidigia e di dominazione politica non fosse 
uscito dalla Chiesa di Cristo. 

Delle quali giustizia e pace, Egli aveva, non meno certamente, 
ben prima di mover per l’esilio, già sin dai suoi studi giova¬ 
nili nelle scuole della sua Firenze, e dal suo passaggio a Bologna, 
imparato a scorgere la garanzia suprema e provvidenziale nella 
Ragione scritta, nel codice di leggi lasciato da Giustiniano, nel 
diritto romano, insomma. La conoscenza, che Dante dimostra, 
negli scritti dell’età matura, dei testi del diritto giustinianeo, 
non è soltanto il frutto di un posteriore accostarsi di Lui a 
fonti dapprima completamente ignorate, e deve farsi, in parte 
almeno, risalire alla sua cultura giovanile. La quale, se fu 
sovrattutto letteraria e filosofica, non potè certo prescindere da 
qualche più che elementare addottrinamento giuridico, essendo, 
ai suoi tempi, e a Firenze non meno che altrove, il diritto e la 
tradizione giuridica elemento essenziale di ogni forma della cul¬ 
tura italiana, e presupponendo necessariamente qualche grado 
di informazione giuridica la sua stessa partecipazione agli uffici 
direttivi del governo cittadino. Ora, il diritto romano presuppo¬ 
neva l’Impero. Tra l’idea del diritto romano, come diritto uni¬ 
versale e comune, coesistente e superiore alle singole leggi per¬ 
sonali e locali, e l’idea dell’Impero, come organo universale e 
comune del diritto e della giustizia, il rapporto era, anche nelle 
città più fedeli alle tradizioni del guelfismo, troppo intimo e 
stretto, sin dai primordii del rinascimento giuridico, perchè la 
conoscenza dell’una non dovesse indurre necessariamente la co¬ 
noscenza dell’altra. La tradizione romanistica aveva già, dunque, 
offerto a Dante, sin dai suoi anni fiorentini, nell’idea dell’Im¬ 
pero. quale organo del diritto comune, superiore, almeno in 


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LE TEE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


405 


teoria, ad ogni governo particolare e locale, il presupposto pri¬ 
mordiale e il punto di partenza necessario della sua futura dot¬ 
trina politica (1). 


2 . 

La quale era però pur sempre, in quegli anni, futura, perchè 
tutti quei germi di pensiero, quelle tendenze spirituali, quegli 
iniziali e originari atteggiamenti pratici, tuttora più o meno 
vaghi ed incerti, non avevano ancora raggiunto -piena coscienza 
di sè, e sovratutto non avevano ancor trovato, nell’idea dell’Im- 
pero, il nucleo o il centro d’attrazione e di riferimento comune, 
capace di farli veramente assurgere, nell’unità di un. sistema, a 
dignità di autonomia. Onde nessuna ipotesi è meno accettabile di 
quella, che vorrebbe assegnare la composizione della Monarchia 
al 1300, o poco dopo, e vedervi una immediata reazione al pro¬ 
gramma d’universale dominio pontificio affermato da Bonif. Vili. 
Nella lotta tra Bonifacio e Firenze, l’idea dell’Impero era quasi 
del tutto assente: e vacante era, del resto, l’Impero. Ciò che 

si opponeva alla plenitudo potestatis asserita, in luogo dell’Im- 

% 

pero, da Bonifacio, non era la plenitudo potestatis dell’Impe¬ 
ratore, erano i diritti dell’autonomia fiorentina ; quei diritti, che, 
molto probabilmente, il Comune di Firenze avrebbe opposto, con 
non minor vigore, alla plenitudo potestatis imperiale, se ci fosse 
stato allora un Imperatore disposto a farla valere. E forse non 
è troppo azzardato supporrg che, in tale ipotesi, Dante si sarebbe, 
allora, schierato per il proprio Comune e contro l’Impero. 
Giacché il concetto che Dante ebbe dell’Impero, prima dell’esilio, 


(1) Cfr. i miei scritti Impero e Papato nella tradiz. giurici, bolognese e 
nel dir. pubbl. ital. del Rinascim., Bologna, 1911, pp. 20 sgg. ; Studii sulla 
dottr. polit. e sui dir. pubbl. di Bartolo, I, in Riv. ital. per le scienze giu - 
ridiche, 1917, pp. 17 sgg.; Sulla cultura giurid. di D., in Bull. Soc. dant., 
1912, pp. 176 sgg.; e Solmi, in Bull. Soc. dant., 1907, pp. 100 sgg. ; 190«, 
pp. 236 sgg.; 1911, pp. 255 sgg. 


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FR. ERCJOLE 


non era probabilmente molto diverso da quello, che era proprio 
della maggior parte dei suoi concittadini, anzi della maggior 
parte degli Italiani: il concetto di un potere, riconosciuto in 
teoria, o in astratto, come simbolo della ideale unità giuridica 
della Cristianità e della perennità e maestà della legge comune ; 
non sentito e voluto, come una forza viva e attualmente ope¬ 
rante. Che, anzi, non ci mancano indizi a farci supporre che, 
sinché rimase a Firenze, Dante non si sia completamente sottratto 
all’influsso della tradizione curialista e guelfa, che, pur ricono- 
scendo resistenza giuridica flell’Impero, ma negandogli la diretta 
origine dalla volontà divina, gli attribuiva un significato e una 
funzione secondaria e subordinata, di fronte alla Chiesa fondata 
da Dio. Dante ci confessa infatti, nel secondo libro della Mo- 
narchia , di avere un giorno anch’Egli condiviso l’opinione, ca¬ 
ratteristicamente guelfa, che il popolo romano avesse conquistato 
per forza d’armi il dominio del mondo, e quindi l’Impero non 
avesse altra origine e altra giustificazione storica che la vio¬ 
lenza, cioè il peccato (1). 

Ma forse una anche più significativa conferma di ciò ci offre 
il Poeta, se, come io credo probabile, sia da accogliersi l’inter¬ 
pretazione proposta dal Parodi di due fra le più apparentemente 
oscure e tormentate terzine dell’ultimo del Purgatorio (2). Si 
tratta delle parole, che dirà a Dante Beatrice nel Paradiso 
Terrestre, quasi a corollario della dimostrazione poco prima 
espostagli del significato della pianta dispogliata, cioè del ius 
humanum : 

Perchè conoschi, disse, quella scuola, 
ch'hai seguitata, e veggi sua dottrina, 
come può seguitar la mia parola : 

(1) Moti. II. 1. 2: < adrairabar equidem aliquando Romanorum populum 

< in orbe terrarum sine ulla resistentia fuisse prefectum, cum, tantum super* 
« ficialiter intuens, illum nullo iure sed armorum tantummodo violentia obti- 

< nuisse arbitrabar ». 

(2) Parodi, L'albero dell'Impero, nel voi. Poesia e storia nella Divina 
Commedia, Perrella, 1921, pp. 527 sgg. 



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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


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e veggi nostra via da la divina 
distar cotanto, quanto si discorda 
da terra il ciel che più alto festina (1). 

In queste parole si nasconderebbe, secondo il Parodi, un 
nuovo rimprovero di Beatrice, dopo i tanti e acerbi, che essa 
gli ha già, al suo apparire nel Paradiso Terrestre, rivolti per 
il traviamento di lui dopo la sua morte: ma, mentre i rimpro- 
veri precedenti si riferivano al traviamento morale, questo si 
riferirebbe a un traviamento intellettuale. Io ti ho — essa gli 
direbbe, in sostanza — con così alte, e, a tua confessione, per 
te cosi difficili parole, spiegato il significato della pianta dispo¬ 
gliata, dimostrandoti che il ius humanum è anch’esso di origine 
divina, e quindi è di origine divina anche l’Impero, che è da 
Dio destinato a reintegrarne, dopo il fallo d’Adamo, il vigore, 
perchè tu ti renda conto, constatando la debolezza mentale, che 
te ne è rimasta, pur dopo esserne guarito, del profondo errore, 
in cui tu eri un giorno caduto, seguendo, dopo la mia morte, 
la scuola di coloro, che ti avevano insegnato non esserci altro 
diritto di origine divina, se non quel diritto, di cui è organo la 
Chiesa, e che quindi l’Impero, organo del ius humanum, non 
deriva da Dio, ma dal peccato. La scuola, cui allude Beatrice, 
sarebbe adunque, non già, come altri pensa, la scuola di Vir¬ 
gilio, seguita da Dante, dall’inizio del viaggio all’ingresso nel 
Paradiso Terrestre, cioè gli insegnamenti della ragione umana, 

incapaci di guidare da soli l’uomo alla comprensione delle più 

» 

alte verità divine, contrapposta alla propria, cioè agli insegna- 
menti della rivelazione e della fede (2): ma, proprio, la scuola 
dei teologi e filosofanti, cui Dante ci dice di avere, in Firenze, 
frequentato dopo la morte di Beatrice (3). In altri termini, la 


(1) Purg. XXXIII. 85 sgg. 

(2) V. del resto, Busnelli, Dalla scuola di Virgilio alla scuola di Bea¬ 
trice, in Racc. di studi di storia e crit. letter. dedic. a Fr. Flamini, Pisa, 
1918, pp. 53 sgg. 

(3) Conv. IT. 12. 7. , 


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FB. EBOOLK 


scuola teologico-giuridica della tradizione agostiniana, usa a con¬ 
testare la naturalità del ius humanum e la diretta origine 
divina dell’Impero, che in Firenze Guelfa aveva senza dubbio 
uno dei suoi centri principali, e di cui dovevano essere, a Fi¬ 
renze, seguaci, in gran parte, gli stessi giuristi: quei giuristi, 
ligi alle affermazioni canonistiche e curialiste antimperiali, alla 
cui vacua presuntuosi formalistica Dante non risparmierà, 
nel trattato politico, gli strali della sua ironia (1). 

Kd io sarei disposto ad accogliere l’interpretazione del Parodi, 
se Kgli non inclinasse a protrarre la soggezione di Dante a 
quell’errore, cioè alla concezione guelfa e curialista del tu .v 
humanum e dell’Impero, ben oltre gli anni fiorentini e lo stesso 
esilio, e a scorgerne le tracce persino nella prima cantica del 
Poema ! 


No: quando Dante cominciò a dettare l 'Inferno, Egli sapeva 
già che il ìm humanum , la umana civiltà, si fonda sulla 
Natura, cioè sulla volontà di Dio: e sapeva anche che l’Impero 
è stato posto in essere da Dio: aveva superato quell’errore. 

Il suo pensiero politico partiva ormai da presupposti, non ago¬ 
stiniani, ma tomistici (2). E tutta la costruzione allegorica del 
Poema, quale appare, nelle sue basi, già nel Prologo, non si 
spiega,' se non ammettendo che Egli si fosse liberato da. ogni 
soggezione ai preconcetti del guelfismo circa l’origine dell’au¬ 
torità imperiale. Anzi, la genesi» stessa di quella costruzione 
allegorica nella mente del Poeta presuppone già svoltasi e risol- 
tasi in Lui una profonda crisi spirituale, di cui il fattore riso¬ 
lutivo fu appunto offerto da una radicale trasformazione nel 
modo di concepire l’Impero e la sua funzione nel mondo. 


(1) Mon. II. 10. 9. 

(2) Cfr. la mia Base aristotel.-tomist., cit., pp. 1 sgg. e Medio Evo e Ri- 
nascim., ecc., pp. 159 sgg. 


% 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


409 


3. 

% 

La prova più aperta che quella trasformazione è posteriore 
alla condanna di Dante all’esilio ci è data dal Convivio. Nel Con¬ 
vivio, infatti, la nuova idea dell’ Impero, quella da cui muoverà 
il Poema, non entra che di straforo e per incidenza, nel quarto 
libro. Ciò dimostra che, quando, nei primissimi anni dell’esilio, 
Dante fermò il disegno e iniziò la stesura del Convivio , non 
annetteva all’idea dell’Impero alcuna particolare efficacia per 
il rinnovamento morale e politico della umana civiltà, e non 
aveva affatto la coscienza di avere un nuovo programma poli¬ 
tico, in rapporto all’Impero, da esporre ai suoi contemporanei. 
Questo programma si stava, bensì, elaborando in Lui, e proprio 
mentre Egli stava scrivendo il Convivio ; ma la elaborazione ne 
era tuttora, in gran parte, inconscia. Soltanto più tardi, durante 
la stesura del quarto libro, la nuova idea, inconsciamente ma¬ 
turatasi, si sarebbe presentata, in tutto il suo fulgore, alla co¬ 
scienza di Lui, afferrandone per sempre nel suo fascino lo 
spirito. Nell’accingersi a fare amorevole elargizione ai suoi con¬ 
temporanei, per aiutare gli uomini corrotti a rimettersi sul cam¬ 
mino della vera felicità, cioè della virtù, e per rialzare, di fronte 
ai suoi concittadini, la sua fama, ingiustamente avvilita dalla 
iniqua condanna, e render possibile il suo ritorno nella patria 
diletta, delle briciole da Lui amorosamente raccolte al banchetto 
di verità e di sapienza ammannitogli dai filosofi, Egli non era, o 
non credeva di essere, che l’espositore di ciò, che i suoi Maestri 
in filosofia morale, e, sovrattutto, attraverso San Tommaso, il 
filosofo dei filosofi, il Maestro di color che sanno, il Maestro e 
Duca della ragione umana e della nostra vita, Aristotele, gli 
avevano insegnato. 

Il Convivio doveva infatti formare, nell’intenzione di Dante, 
sotto l’aspetto di un commento dottrinale a una serie di canzoni 
allegoriche, o, comunque, tratte a significazione allegorica, una 


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410 


FR. ERCOLE 


grandiosa e completa esposizione enciclopedica di filosofia mo¬ 
rale. Dante perciò, dopo avere, nel secondo e terzo libro del 
Trattato, svolto, con commossa eloquenza, e dai più svariati 
punti di vista, l’elogio di quella « bellissima e onestissima figlia 
«de lo Imperadore de l’Universo », che è la filosofia, e, nel 
quarto, dimostrato che, nobiltà equivalendo a perfezione in cia¬ 
scuna cosa, secondo natura, nobile e perfetto non può essere 
l’uomo, se non in quanto viva secondo la propria natura, cioè 
secondo ragione, e quindi secondo virtù, e che perciò dalla 
nobiltà umana provengono, come da seme necessario, tutte le 
buone tendenze che fanno l’uomo felice in ciascuna sua ope¬ 
razione, ossia tutte quante le virtù; avrebbe dovuto, secondo 
il piano prefìsso all’opera, negli undici libri seguenti (chè tanti 
Egli ne promette), parlare, in genere, di tutte le virtù, comprese 
le spirituali o intellettuali, che guidano, nell’etica aristotelico- 
tomistica, alla più eccelsa beatitudine e perfezione della vita 
contemplativa, o, come par più probabile, giacche Egli stesso 
preannuncia a soggetto del quattordicesimo libro la Giustizia, e 
del quindecimo la Liberalità; soltanto di ciascuna delle undici 
virtù distinte e numerate « dalla divina sentenza di Aristotele » 
sotto il titolo di virtù morali : quelle virtù, che conducono l’uomo 
alla perfezione e beatitudine della vita pratica o attiva (1). 

Quando Dante concepiva il vasto piano del suo Convivio , e 
ne iniziava l’esecuzione, era dunque convinto che ciascun uomo 
può, purché conquisti, mediante il dominio della ragione sugli 
appetiti, l’abito delle virtù morali e intellettuali, conquistare 
nella vita attiva o civile, e in quella contemplativa, la felicità 
terrena, in ciascuno dei suoi gradi. Il che vuol dire che Egli 
aveva ormai superato ogni influsso pessimistico agostiniano, nel 
modo di concepire la natura umana e la umana civiltà, ed era 
ormai tutto dominato dall’influsso tomistico. I libri del Convivio , 
che Egli riuscì a comporre, sono tutti pervasi da un sereno 


(1) Cfr. per tutti, Pellegrini, Il Convivio, nel voi. Dante, Treves, 1921, 
pp. 68 sgg. 


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LE TUE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 411 

spirito di eudemonismo, nettamente aristotelico e antiagostiniano. 
Il fine naturale di ciascuna delle comunità autarchiche — città 
e regni —, in cui la umana civiltà si divide, è di garentire, 
attraverso il reciproco ossequio della giustizia, e quindi della 
pace, a ciascuno dei suoi componenti, il bene vivere, cioè il 
viver felice nell’abito delle virtù : ed è un fine, che può.esser na¬ 
turalmente raggiunto (1). Il Dante del Convivio non è l’inconso¬ 
labile fedele di Beatrice immortale, che, perduta ogni speranza 
di conseguire, da solo, senza la divina presenza di lei, senza la 
guida dei suoi occhi venuti di cielo in terra a miraeoi mostrare, 
la perfezione morale nella felicità terrena, non spera in altra 
perfezione e in altra felicità, che in quella, a cui il culto di lei 
lo condurrà dopo la morte: è un Dante, che la Donna Gentile, 
cioè la Filosofia, ha consolato, ridestandogli la fiducia nell’atti- 

K. 

tudine della propria ragione a condurlo alla perfezione morale, 
e quindi alla felicità terrena (2). 

Occorre però andar cauti nell’interpretare quella, che da alcuni 
si insiste a chiamare la tendenza razionalistica del Convivio. Di 
razionalistico, nel Convivio , non v’è che quel tanto di raziona- 
lismo, che, in confronto alla corrente mistico-agostiniana, era 
insito nello stesso tomismo : cioè la fiducia nella capacità natu- 
rale della ragione umana, pur dopo il peccato di origine, a com¬ 
prendere una verità, che, per quanto circoscritta e limitata di 
fronte alla verità divina, è pur sempre una verità, che ha un 
proprio valore di autonomia. Parlare di razionalisrpo dantesco 
in altro senso, e supporre, nel processo interiore dello spirito di 

m 

Dante, un periodo, in cui Egli avrebbe creduto in una illimita¬ 
tezza e onnipotenza della ragione umana a invadere persino il 
campo della Teologia, come scienza della verità rivelata (3), vai 


(1) V. i passi citati nella ricostruzione da me tentata in Base aristot.-tomist. 
cit., pp. 5 sgg., 15 sgg., 33 sgg.; 245 sgg. 

(2) Cfr. Conv. II. 12. 

(3) Nardi, Op.cit., p. 43: con maggior prudenza, fra altri, Pietrobono, 
Il Poema Sacro, I, pp. 139 sgg. 


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412 


FR. ERCOLE 


quanto fraintendere i presupposti stessi del Concino. Nel quale, 
la distinzione fra i documenta philosophica e i documenta 
recelata (1), tra la ragione e la fede, fra il Virgilio, insomma, 
e la Beatrice della Commedia, ben lungi dall’essere negata o 
assorbita in un simbolo strettamente unitario, quello della Donna 
Mentile, è implicitamente sottintesa. Nulla è più frequente, nel 
Convivio , che l’accenno all’impedimento, che non è un difetto 
naturale, ma una limitazione imposta alla Natura da Dio, per 
cui. gli occhi intellettuali dell’uomo sono, sinché l’uomo vive 
sulla terra, chiusi alla piena e perfetta conoscenza delle verità 
trascendenti e divine: il quale impedimento non è però neces¬ 
sario all’uomo superare, per raggiungere la sua perfezione o 

9 

beatitudine naturale sulla terra (2). Onde l’« umano desiderio 

9 

« è misurato in questa vita a quella scienza che qui avere si 
« può, e quello punto non passa se non per errore, lo quale è 
« di fuori di naturale intenzione... Onde con ciò sia cosa che co- 
« noscere di Dio e di certe altre cose quello *esse sono non sia 
« possibile a la nostra natura, quello da noi naturalmente non 
« è desiderato di sapere... » ($). L’uomo, dunque, non ha bisogno, 
per .esser felice in terra, di conoscere quella verità, la cui com¬ 
prensione trascende i limiti naturali della sua facoltà intellet- 
tiva, e della cui visione dovrà consistere la beatitudine della 
vita eterna, dopo la morte del corpo. Il che non vuol certo dire 


(1) Mon. III. 16. 8. 

(2) Conv. II. 4. 16; III. 8. 15 ; 15. 6; 4. 9 sg., ecc. Che, in alcuni luoghi 
del Convivio, a proposito di certe questioni, come di quella relativa al numero 
dei cieli e ai motori, D. sottoponga ad analisi razionale, rifacendosi alla dot* 
trina di Aristotele, anche argomenti chiariti dalla fede, ossia dalla rivelazione, 
prova soltanto il suo entusiasmo di filosofo, desideroso di strappare alle forze 
della ragione tutto ciò che essa può dare, non prova aifatto la sua pretesa 
di sostituire la ragione alla fede, di fronte ai cui responsi senz'altro si in* 
china (cfr. Conv. II, 3. 4). Lo spirito del Convivio è prettamente tomistico : 
e aristotelico-tomistico è il concetto, con cui si apre il Convivio, essere la 
« naturai sete » degli uomini il sapere (Conr. I. 1): s’intende la sete di fe¬ 
licità o di perfezione terrena. 

(3) Conv. III. 15. 9 sg. 


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LE TEE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


413 


. che l’uomo possa raggiungere la beatitudine ultraterrena o 
• eterna, ignorando quelle verità nella vita terrena : ma basta che 
egli, quelle verità, non già conosca, chè non potrebbe, ma creda ; 
e creda, non già in forza di una sua virtù naturale — in forza, 
cioè, di quelle virtù intellettuali, mediante cui egli raggiunge 
quella scienza della verità, che rientra nella sua naturale capa- 
cità intellettiva —, ma in forza di una virtù sovrannaturale, 
qual’è la fede (1). È, in sostanza, quello che si dirà nell’ultimo 
capitolo della Monarchia. L’uomo deve, per esser felice in terra, 

conquistare, attraverso lo sviluppo della propria naturale facoltà 

« 

intellettiva, la scienza della verità, che gli è possibile raggiun¬ 
gere: riceve invece, per esser felice in cielo, direttamente da 
Dio, per infusion della grazia, la fede. 

Che, del resto, il simbolo di Beatrice sia completamente assor¬ 
bito, nel Convivio , da quello della Donna Gentile, è smentito dallo 
stesso Dante, là dov’Egli dichiara di non intendere « derogare 
« in parte alcuna alla Vita Nuova », ma soltanto integrarla (2) : 
ed integra, mediante la temperata virilità del Convivio , l’ap¬ 
passionato fervor giovanile della Vita Nova, in quanto, alla 
rinuncia, implicita in questa, alla felicità terrena per quella 
celeste, alla ragione per la fede, sostituisce la dimostrazione 
non essere quella rinuncia necessaria al culto fedele di Beatrice, 
perchè l’uomo può, se vuole, conquistare, per virtù della Donna 

m 

Gentile, la felicità terrena, prima di meritare, per virtù di Bea¬ 


ti) Per es. Conv. II, 5: < Detto è che, per difetto di ammaestramento, li 

< antichi la veritade non videro de le creature spirituali, avvegna che quello 
« popolo d’Israel fosse in parte da li suoi profeti ammaestrato * ne li quali, 

-* per molte maniere di parlare e per molti modi, Dio avea loro parlato ’, sì ' 

< come l’Apostolo dice. Ma noi semo di ciò ammaestrati da colui che venne 
-< da quello, da colui che le fece, da colui che le conserva, cioè da lo Impera- 
* dorè de l’universo, che è Cristo, figliuolo del sovrano Dio e figliuolo di 
« Maria Vergine... lo quale fu morto da noi, perche ci recò vita. ‘ Lo qual 
« fu luce che allumina noi ne le tenebre ’, sì come dice Joanni Evangelista, 

« e disse a noi la veritade di quelle cose che noi sapere senza lui non po- 
« tevamo... ». 

« 

(2) Conv. I. 1. 16. 


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414 


FR. ERCOLE 


trice, quella celeste. Il Dante del Concino non ha, in altri ter¬ 
mini, abbandonato Beatrice, in quanto a lei pur sempre si affida, 
come a quella, che lo guiderà, per mezzo della grazia divina, 
alla beatitudine dell’al di là: ma, per la beatitudine in questa 

i 

vita, si affida, senza riserve, alla Donna Gentile, ossia alla Filo¬ 
sofia, perchè crede che sia possibile a ciascun uomo, seguendo 
gli insegnamenti della ragione, raggiungere, anche in questa, la 
beatitudine, che essa può naturalmente dare : e raggiungerla, non 
soltanto attraverso l’abito delle virtù intellettuali, ma anche, e 
prima, attraverso l’abito delle virtù morali. 

È invero evidente, nel Convivio , l’importanza attribuita alla 
vita pratica, alle virtù morali (1). La dottrina, che Dante vi 
espone, è essenzialmente morale: mira, assai più che a render 
sapienti gli uomini, a renderli virtuosi : o, meglio, si serve della 
sapienza, per guidarne la volontà: per trarli fuori, con la luce 
emanante dell’etica aristotelica, dalle tenebre del disordine e 
del vizio, in cui sono immersi (2). Ciò che Egli se ne ripromette, 
è il rinsavimento morale degli uomini, che ora, nel più gran 
numero, « vivono secondo senso e non secondo ragione, a guisa 
« di pargoli », e il loro ritorno sulla via della verità e della 
virtù : il riaccendersi in loro del lume della ragione, sinora spen- 
tovi dal cieco prevalere degli appetiti e delle passioni : « Questo 
« sarà quello pane orzato, del quale si satolleranno migliaia, e a 
« me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, 


(1) 'Cfr. per es. Marigo, Mistica e scienza nella Vita Nova di D., Padova, 
1914 ; Amore intellettivo nella evoluz. filosof. di T)., in Racc. di studi di 
stor. e crit. dedic. a Fr. Flamini, Pisa, 1918, pp. 439 sgg., e la recens. di 
Parodi, in Bull. Soc. dant., 1919, pp. 1 sgg. Che un contrasto ci sia, tra l’im¬ 
portanza che alla vita pratica attribuisce il Convivio, e le aspirazioni con¬ 
templative della Vita Nova, a me pare, malgrado le acute osservazioni del 
Parodi, non potersi dubitare. Nè credo possa negarsi nella Vita Nova una 
tendenza mistica del tutto estranea al Convivio. Il Parodi ha ' invece, senza 
dubbio, ragione nell’insistere sul carattere prettamente tomistico del Convivio, 
e nell’affermare il proprio scetticismo di fronte alle pretese infiltrazioni aver- 
roistiche nel Convivio stesso. 

(2) Cfr. Conv. I. 4. 3 sgg. ; 11. 5 ; III. 13. 4 sgg. 


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« LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 415 

« sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà 
« lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato 
« sole che a loro non luce » (1). 

• 4. 

Ma, intanto, e proprio in quegli anni, tra il 1302 e il 1306, 
i più decisivi per la formazione del Suo pensiero politico, 

mentre lo studio, ripreso con rinnovato ardore, degli storici e 

/ 

dei poeti di Roma, e specialmente di Virgilio, Gli faceva appa¬ 
rire sotto una luce nuova, e forse dapprima appena sospettata, 
le gesta del popolo romano; le vicende dell’esilio, ponendolo a 
contatto con centri, in cui le tradizioni del ghibellinismo erano 
ancor vive e tenaci — particolare efficacia dovette esercitare su 
di Lui, tra il 1303 e il 1304, l’ospitalità offertagli, a Verona, dal 
gran^Lombardo, « che in su la scala porta il santo uccello » — 
Lo inducevano a porsi, in tutta la sua complessità e interezza, il 
problema dell’Impero, reso di attualità dalla risonanza delle pole¬ 
miche italiane e francesi suscitate dalla bolla Unam Sanctam , 
e dalla lotta fra Bonifacio e la Corte di Francia, e, sottoponendo 
a una radicale revisione le idee vaghe ed incerte avutene sino 

9 

allora, a cercarne la soluzione in un suo più diretto e imme¬ 
diato accostarsi ai testi del diritto romano giustinianeo, alla 
glossa, agli scritti dei giuristi contemporanei — alcuni dei quali 
suoi amici fedeli —, alla tradizione imperialistica. Cosi gli si 
veniva svelando alla coscienza, non senza meraviglia e stupore, 
e quasi vergogna per l’ignoranza trascorsa, un concetto dell’Im¬ 
pero, delle sue origini, della sua immanente efficienza, dei suoi 

\ 

rapporti con l’Italia, ben diverso da quello, che ne aveva recato 
da Firenze. 

La conquista del "mondo per parte del popolo romano gli 
appare ormai, con tanta evidenza, l’effettuazione di un disegno 


(1) Conv. 1.13.12. 




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416 


FR. ERCOLE' 


della Provvidenza divina, da fargli ora sembrare risibili ca¬ 
villi quelli di coloro, che si ostinano a negare il diritto del 
popolo romano a dominare su tutti gli altri popoli (1). Ma, 
se l’Impero è stato, per diretto mandato divino, fondato dai 
Romani, o Latini, esso spetta tuttora a coloro, che sono dei Ro¬ 
mani i diretti successori, agli Italiani, la cui comune latinità e 
discendenza da Roma e dalla civilitcut romana è già chiaramente 

enunciata nel De Vulgari Eloquenlia , appunto nei primi anni 

♦ 

dell’esilio (2). L’Impero ha dunque pur sempre in Italia il suo 
centro. E di ciò gli offre conferma il diritto pubblico del tempo, 
secondo il quale, alla corona del regno d’Italia, e non alla co¬ 
rona del regno di Germania, è congiunta la designazione all’au¬ 
torità imperiale. Poiché l’Imperatore è il successore e continua¬ 
tore di Augusto, a qualunque nazionalità appartenga e ondunque 
egli venga, esso è prima di tutto italiano, perchè l’Impero spetta 
a colui, ch’è il re dei Romani, cioè degli Italiani. L’Impero non 
è perciò, in tutta la sua efficienza, secondo il disegno divino, 
se non in quanto è esercitato dall’Italia. Ma, se l’Impero è ita¬ 
liano, esso è insieme universale, nel senso più ampio e preciso 
del termine. Dal testo giustinianeo e dalla glossa, Dante apprende 
che esso non ha limiti, nè di tempo, nè di spazio : è eterno, e 
durerà siho alla fine di secoli, e il suo confine è l’oceano: che 
l’Imperatore è dominus totius mundi , non solo per quanto 


(1) Mon. II. 1. 3: « Sed postquam medullitus oculos mentis infili et per 
« efficacissima signa divinam providentiam hoc effecisse cognovi, admiratione 
« cedente, derisiva quaedam supervenit despectio », ecc.; e Conv. IV. 5. 8: 
« Veramente potrebbe alcuno gavillare... », ecc. Probabilmente, a modificare le 
sue idee sul popolo romano e a guarirlo dai preconcetti agostiniani, influì 
anche il più profondo e immediato contatto col tomismo: è degno di nota il 
fatto che, nel terzo libro del De regim. princip., c. 4 sg., attribuito a S. Tom¬ 
maso, l’acquisto del mondo per parte del popolo romano è considerato da un 
punto di vista e con criteri press’a poco simili a quelli danteschi. 

(2) Cfr. per tutto ciò il mio scritto La unità pólit. della naz. italiana e 
VImpero nel gens, di D., in Ardi, storico itah, 1917, pp. 106 sgg: anche 
Il sogno italico di D., in Nuovo Convito, 1917, nn. 6-7; Il Canto dell*Italia 
in Nuovo Giorn. dant., dir. da G. L. Passerini, 1919, p. 18 sg. 




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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


417 


riguarda ramministrazione, la protezione, la giurisdizione, ma, 

• % 

almeno secondo qualche giurista, sinanco per diretto dominio 
su i beni particolari di ciascuno degli abitatori dell’orbe: che 
la sovranità su tutti i popoli e su tutti i principi della terra è 
imprescrittibile, onde non vi ha motivo giuridico o storico suf¬ 
ficiente a giustificare la piena indipendenza d’un paese o d’una 
regione dalla autorità imperiale: che, quindi, i principi e i go¬ 
verni della terra, che quell’autorità non riconoscono, o si com¬ 
portano come se essa non fosse, sono da considerarsi usurpatori 
del proprio ufficio, e sinanco del proprio territorio : che soltanto 
da Lui, e in nome suo, può applicarsi il diritto e amministrarsi 
la giustizia : che, anzi, non v’è, fuori dell’Impero, nò diritto, nè 
giustizia. L’Imperatore soltanto ha diritto di far leggi, che val¬ 
gano per tutti i regni e per tutte le repubbliche; ma non è 
legato dalle leggi, nè particolari, nè generali: egli solo è su¬ 
premo giudice inappellabile (1). È, insomma, la incarnazione o 
• * 

personificazione del diritto : « quello che esso dice a tutti è legge, 
« e per tutti dee essere obedito, e ogni altro comandamento da 
« quello di costui prendere vigore e autoritade » (2). 

Ed ecco, a un tratto, quasi di straforo, insinuarsi nel Con¬ 
vivio, e proprio mentre Dante sta svolgendo, dai presupposti 
eudemonistici dell’etica aristotelica, il concetto della identità fra 
nobiltà e perfezione, e quindi fra conquista della virtù e con¬ 
quista della felicità, la nuova idea dell’ Impero, a limitare radi¬ 
calmente l’ottimismo, da cui il Convivio aveva preso le mosse. 
L 'umana civiltà non può conseguire quello, che è il suo fine 
naturale, la vita felice degli uomini, se non vi sia, al di sopra 
delle famiglie, delle vicinanze, delle città e dei regni, cioè della 
gerarchia di comunità naturalmente formantisi dall’istinto sociale 
degli uomini, un potere universale e supremo :. se non vi sia 
« a perfezione de la universale religione de la umana spezie... 


(1) V., oltre gli scritti cit. in n. a p. 405, recentemente Vento, La filosofia 
polii, di D. nel « De Mon. », Torino, 1921, pp. 7 sgg. ; 163 sgg. 

(2) Conv. IV. 4. 7. 

Giornate etor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n> 19-81). 27 



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418 


FR. ÈRCOLI 


« uno, quasi nocchiero, che, considerando le diverse condizioni 
« del mondo, ne li diversi e necessari offici ordinare abbia del 
« tutto universale e impugnabile officio di comandare » : in 
altri termini, l’Imperatore. E ciò, perchè, in ciascuna di quelle 
comunità naturali, la conquista della felicità è impedita — e, 
s’intende, impedita a coloro, che dovrebbero naturalmente con¬ 
seguirla, cioè a coloro, che sarebbero individualmente disposti 
ad agire secondo i dettami della ragione — dalle guerre, dalle 
discordie, dai disordini, che lo spirito di cupidigia e di dominio 
scatena fra gli uomini, piegando la volontà dei più a volere il 
male, anziché il bene del prossimo. Troppi uomini, cedendo alla 
resistenza, che, per colpa della ferita inferta dal peccato di 
Adamo alla natura umana, gli appetiti inferiori oppongono alla 
ragione, sono tratti dalla propria incontinenza a violare i diritti 
altrui, perchè i pochi, che pur sappiano domare in sè gli appe¬ 
titi, possano conseguire, nella felicità, il premio della loro virtù. 

L’Imperatore è appunto colui, che deve mantenere « li re con- 

» 

« tenti ne li termini de li regni, si che pace intra loro sia, ne 
« la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze si 
« amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, 
« lo qual preso, l’uomo viva felicemente ; che è quello per che 
« esso è nato ». Il che egli può ottenere, in quanto, tutto pos¬ 
sedendo, non ha nulla da desiderare, e quindi si trova nella 
impossibilità di voler mai nulla, che sia di altri, o che altri dan¬ 
neggi: ossia nella necessità di voler sempre secondo giustizia, 
e di servirsi con giustizia dell’onnipotenza, derivantegli dall’uni¬ 
versale dominio, per imporre la giustizia agli ingiusti (1). È 
dunque la personificazione della giustizia, o della volontà giusta : 
e, come tale, il cavalcatore de la umana volontade : colui, 
che fa sì che sia giusta la volontà di tutti gli altri uomini, o, 
meglio, che la volontà dei giusti non si spunti contro quella 
degli ingiusti (2). Tale egli è, non già perchè egli sia un uomo 


(1) Conv. IV. 4. 1 sgg. 

(2) Conv. IV. 9. 10. 


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LE THE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


419 


diverso dagli altri (1). Egli è, come tutti gli uomini, soggetto 
alla resistenza degli appetiti inferiori e alla possibilità di cederle : 
e non è, quindi, nè infallibile — tant’è vero che Dante stesso 
gli contesta la competenza a pronunciar definizioni di carattere 

teoretico : anzi, lo spunto e l’occasione a introdurre nel Convivio 

♦ 

l’esposizione della teoria imperiale è a Dante offerta dalla ne¬ 
cessità di confutare una definizione di Federico II (2) —, nè 
impeccabile. Ma, se può peccare di incontinenza pura e sem- 

I 

plice nel concupiscibile e nell’irascibile, non può peccare di ma¬ 
lizia ingiuriosa verso altrui, o di ingiustizia: volere comunque 
il male altrui. Giacché, mentre, in tutti gli altri uomini, per la 
reciproca limitazione nel possesso e nell’uso dei beni, e per la 
limitatezza dei mezzi di offesa e di difesa, di cui ciascuno dispone, 
l’amore disordinato del bene proprio tende a diventare amore 
del male altrui, e l’odio disordinato del male proprio tende a 
trasformarsi in odio del bene altrui, onde in ogni incontinente 
c’è, in potenza, un ingiusto ; manca nell’universale Monarca, che 
non ha nè ricchezze nè onori altrui da poter desiderare, nè 
offese o ingiurie altrui da poter temere, ogni motivo per la de¬ 
generazione dell’incontinenza in ingiustizia. Appunto perchè 
possa esserci un uomo, in cui questa degenerazione sia impos¬ 
sibile, Iddio ha, per la felicità del genere umano, preordinato 
il popolo romano alla conquista del mondo, fondando, per mezzo 
del popolo romano, l’Impero: perchè, in altri termini, in un 
uomo possa congiungersi « la filosofica autoritade con la impe- 
« riale a bene e perfettamente reggere » (3) ; o, che è lo stesso, 
la necessità morale di volere, nei rapporti con gli altri, ciò che 
la ragione indica doversi, come giusto, volere, fondersi con la 
forza necessaria ad imporre questa volontà ad ogni ingiusta e 
renitente volontà altrui. 


(1) Cfr. il mio Pròlogo del Poema Sacro, Palermo, tip. Giannitrapani, 
1921, pp. 24 sg. 

(2) Conv. IV. 3. 9. 

(3) Conv. IV. 6. 18. 


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420 


FB. ERCOLE 


« 

Ma tutto ciò vai quanto dire che, dunque, la Filosofia, la 
Donna Gentile, non è per sè sufficiente a guidare l’individuo 

alla felicità sulla terra ; e che non v’è fedele e leale osservanza 

♦ 

degli insegnamenti della ragione, che sia, da sola, capace di ga¬ 
rantire a un individuo la felicità. L’autorità del sommo Filosofo, 
di Aristotele, Maestro della umana condotta, è, senza l’autorità 
imperiale, « quasi debile, non per sè, ma per la disordinanza de 
« la gente », e non raggiunge il. suo pieno vigore, se non sia 
integrata dalla presenza dell’autorità imperiale (1): perchè, se 
gli insegnamenti della ragione possono, piegando la volontà a 
dominare, secondo prudenza, gli appetiti, mediante l’abito della 
temperanza e della fortezza, indurre l’individuo alla volontà di 
regolarsi, nei suoi rapporti con gli altri, secondo giustizia, non 
possono, da soli, porre l’individuo in grado di piegare a giustizia 
la volontà ingiusta degli altri ; e il giusto, che è vittima dell’in¬ 
giustizia altrui, non può esser felice. L’abito della giustizia pre¬ 
suppone, oltre che la volontà, la forza : ma una forza, di cui non 
sia possibile alla volontà di abusare. Ora, soltanto un individuo 
non può abusare della propria forza: l’universale Monarca. 

è 

Tutti gli altri principi e governanti della terra, in quanto, per 
la limitatezza dei loro domini, e la presenza di nemici e rivali, 
sono esposti alle tentazioni della cupidigia e dell’ira, possono 
abusare della forza, e di fatto ne abusano : perciò non possono ga¬ 
rantire la giustizia. « Oh, miseri, che al presente reggete ! E oh ! 
« miserrimi che ratti siete!... chè nulla filosofica autoritade si 
« congiunge con li vostri reggimenti... Ponetevi mente, nemici 
« di Dio, a’ fianchi, voi che le verghe dei reggimenti d’Italia 
€ prese avete — e dico a voi, Carlo e Federigo regi, e a voi 
« altri principi e tiranni — ; e guardate a chi a lato vi siede per 
« consiglio, e annumerate quante volte lo die questo fine de 
« l’umana vita per li vostri consiglieri vi è additato » (2). 


(1) Conv. IV. 6. 17. 

(2) Conv. IV. 6. 19: v. per Firenze, IV. 27. 11. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


421 



Dante aveva dunque ormai, nell’idea dell’Impero, trovata la 
soluzione dell’angoscioso problema, di cui la sempre più amara 
esperienza degli uomini e delle cose gli rendeva ogni giorno più 
presente e pungente l’assillo: esiste, fra gli uomini, la giustizia? 
E, se esiste, perchè sempre trionfa, fra gli uomini, l’ingiustizia? 
Dante ha la coscienza di esser stato ingiustamente condannato 
dai suoi concittadini : si vede rispondere con dinieghi non meno 
iniqui, o con proposte ricattatorie, inaccettabili alla sua dignità 
di uomo e di cittadino, ad ogni tentativo per tornare nella patria 
diletta : si accorge, suo malgrado, non esservi nei suoi compagni 
di parte e di sventura maggior volontà di giustizia, di quanto 
non fosse nella volontà dei comuni avversari, e se ne deve irre¬ 
parabilmente staccare : vede, nelle sue affannose peregrinazioni 
da una città all’altra e da una all’altra corte, dominare, in tutte, 

9 

gli stéssi istinti di cupidigia, di violenza, di rapina, il cui do¬ 
minio in Firenze gli chiude le porte della sua città: sa, da un 
pezzo, che lo spirito di cupidigia impera anche là, dove dovrebbe 


esser più ignoto, nella Curia romana, presso la corte del Vicario 
di Cristo, e inquina di sè, in tutti i luoghi, la vita interna della 
Chiesa e dei suoi organi: assiste, ovunque vada, al fermentare 
di odi inestinguibili e all’irrompere di discordie e di guerre in¬ 
terne ed esterne, e pur sempre fratricide, perchè svolgentisi fra 

Italiani e Italiani, cioè fra i membri di una stessa civilitas, fra 

• * 

i successori di una comune eredità di gloria, l’eredità del po¬ 
polo romano: si sente, insomma, nella sua coscienza di latino, 
e nella sua antica incrollabile volontà di giustizia e di pace, 


ogni giorno più solo, in un mondo di cupidi e di violenti, pei 
quali ogni concittadino è un nemico. È dunque da rinnegarsi 
come falsa e illusoria la dolcissima e consolatrice verità inse¬ 
gnata dai filosofi : consistere la felicità sulla terra nell’abito della 
virtù ? Quale felicità garentisce quest’abito, in un mondo, in cui 



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422 


FB. ERCOLE 


la volontà del male è sempre più forte di quella del bene ? O è 
piuttosto da credere che la infelicità sulla terra è, per una insu¬ 
perabile necessità, contrariamente a ciò che afferma Aristotele, 
il vero e unico premio della virtù? E che, poiché neppure gli 
ingiusti e i peccatori sono felici, la felicità terrena non può 
esistere ? 

No: se, intorno a Lui, dilaga dovunque il predominio delle 
peggiori passioni, e i pochi buoni sono ovunque impotenti a 
porvi rimedio ; se, cioè, oggi, la virtù è impotente a raggiungere 
il suo fine, non è perchè Aristotele abbia errato nell’additare 
nell’abito della virtù, e quindi della giustizia, l’unica via per 
giungere alla felicità: è soltanto perchè, oggi, la giustizia è 
priva dell’organo necessario, che Dio le ha ordinato : perchè non 
c’è l’Imperatore : perchè, insomma, l’Iippero è vacante, se pure 
vi siano in Germania principi, che si arrogan titolo di Impera¬ 
tori. È vacante, non già perchè, come vuole la teoria curialista, 
all’Imperatore siano stati più o meno negati l’investitura e il ri¬ 
conoscimento papale; ma perchè l’Impero deve, per essere, essere 
esercitato dall’ Italia, e in nome degli Italiani, eredi del popolo 
romano; e perchè l’Impero non è, se non in quanto sia effettiva¬ 
mente universale. Un potere, che si eserciti fuori d’Italia, e su 
alcuni determinati popoli o paesi, anziché su tutta la Cristianità, 
non è il potere imperiale. L’Impero ha, di fatto, cessato di esi¬ 
stere, da che esso ha cessato di avere in Italia la sua sede : da 
che, come si dice nel De Vulgari Eloqueniia , la curia d’Italia, 
per quanto ne esistan pur sempre le membra, è corporalmente 
dispersa, per la mancanza del capo (1) : da che gli Italiani hanno 

perduto, di fatto, nel loro re, l’Imperatore. 

« 

. Perciò Federigo II di Svevia fu 1 ’«ultimo Imperadore de li 
« Romani ; ultimo, dico, rispetto al tempo presente, non ostante 
« che Ridolfo e Andolfo e Alberto poi eletti siano, dopo la sua 
« morte e li suoi discendenti » (2). Nè è vero che la constata¬ 


ci) De Vulg. Eloq. I. 18. 3. 
(2) Conv. IV. 3. 6. 



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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


423 


zione della vacanza imperiale sia fatta nel Convivio senza alcun 
segno di rimpianto (1). L’idea che, con la morte di Federigo II 
e di Manfredi, siano cessate le grandi tradizioni di cortesia e di 
saggezza dell’aristocrazia italiana e ogni lieto vivere cittadino, - 
che troverà aperta espressione nel Poema, fa già indirettamente 
capolino nel De Vulgari Eloquentia (2), ed è sottintesa nel¬ 
l’ultimo libro del Convivio. Da allora, hanno avuto inizio i mali 
presenti d’Italia : e sovrattutto la universale dappocaggine e viltà 
d’animo dei governanti italiani. I quali sono tali, perchè è fa¬ 
tale che, mancando il Monarca, i governi delle città e dei regni 
cadano nelle mani dei peggiori: perchè, mancando il Monarca, 
l’Italia, e, con l’Italia, il mondo, sono senza guida, e non possono 
conoscere giustizia. « Quasi dire si può de lo Imperadore, volendo 
« lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo caval- 
« catore de la umana volontade. Lo quale cavallo come vada sanza 
« lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente 
« ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua gover- 
« nazione è rimasa » (3). 

Senonchè è evidente, che, una volta pervenuto ad una così 
salda e profonda convinzione che, non potendo la virtù raggiun¬ 
gere sulla terra il suo. fine, se non in quanto regni sovrana su 

* 

tutti gli uomini la volontà dell’Imperatore, la causa primordiale 
e fondamentale della presente infelicità è l’assenza di quella, 
Dante non poteva tardare a perdere ogni fiducia nella efficacia 
del suo Convivio, quale Egli l’aveva originalmente concepito, a 
rinnovare moralmente i suoi contemporanei. Poiché non c’è 
l’Imperatore, a che spingere gli uomini, con la esposizione della 
dottrina morale di Aristotele, a cercare, nella vita attiva o civile, 
ciò che essa non può assolutamente dare, sinché duri l’assenza 
di quello? A che indirizzarli alla faticosa conquista dell’abito 
delle virtù morali, in un mondo, in cui l’abito della fondamen- 


(1) Parodi, Poesia e storia, ecc., p. 402. 

(2) De Vulg. Eìoq. I. 12. 4. 

(3) Conv. IV. 9. 10. 


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424 


FR. ERCOLE 


tale fra quelle virtù, la giustizia, è impossibile, anche ai vir¬ 
tuosi? A che parlare di nobiltà, come sinonimo di perfezione 
intellettuale e morale, a uomini, a ciascuno de’ quali è, dalla 
malizia altrui, vietato il pieno e assoluto sviluppo delle proprie 
migliori facoltà ? E come sperare che, in un mondo siffatto, in 
cui la volontà dei cupidi e dei violenti è fatalmente destinata 
a prevalere su quella dei giusti, gli uomini possano serbar gra¬ 
titudine a chi si ostini a mostrar loro una via impraticabile? 
Dante si è accorto, ormai, che, a trarre gli uomini fuori dalle te¬ 
nebre del vizio, non basta il lume della filosofìa di Aristotele : e 
che, a satollare la fame di giustizia degli uomini, occorre, per ora, 
un’altra pregiudiziale verità: la necessità di ripristinare l’Im¬ 


pero. Egli lascia perciò in tronco il Convivio, da cui sente di 
non poter sperar nulla, nè per sè, nè per gli altri, e si dà tutto 
alla nuova idea, da cui sta per uscire il Poema. La Donna Gen¬ 
tile, simbolo della ragione, che guida gli uomini alla conquista 
delle virtù, cede il passo al poeta di Roma e di Augusto, a Vir¬ 
gilio, simbolo della ragione, che dimostra agli uomini, non poter 
la conquista delle virtù garentire la felicità, se non quando ci 
ci sia l’universale Monarca. 



Vediamo infatti ciò che Dante ci narra nel Prologo del Poema, 
cioè nell’antefatto della mirabile visione (1). 

Egli si smarrì, un giorno — e ci dirà poi che fu « prima che 
« l’età sua fosse piena », negli anni della giovanezza —, in una 
selva oscura e paurosa, che rappresenta l’abito della vita disor¬ 
dinata e viziosa, ed è insieme il simbolo, oltre che del travia- 


(1) Riassumo rapidamente nelle pagine immediatamente seguenti la tesi 
da me svolta nel Prologo del Poema Sacro, cit., pp. 7 sgg.; 37 sgg., rin¬ 
viando alla documentazione e bibliografìa ivi offerte: agli scritti ivi citati a 
h. 61 (p. 47), aggiungi Sanesi, Per la interpretazione della Commedia (Note), 
Paravia, 1902, pp. 37 sgg., 91 sgg. 



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LE TRH FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


425 


mento morale di Lui, di quello degli uomini, fra cui viveva, del 
mondo, della umana civiltà disviata e corrotta. Più tardi, Egli ci 
fa sapere avere il suo ingresso nella selva coinciso col momento, 
in cui Beatrice, morendo, gli era scomparsa dal guardo. Nella 
selva egli si era smarrito, perchè, scomparsa Beatrice, che l’aveva 
con gli occhi giovanetti « in diritta parte volto », indirizzandolo 

A 

all’abito della vita speculativa, aveva lasciato quest’abito, e si 
era dato al mondo e ai suoi disordini. Ma, a un tratto, nella 
piena maturità degli anni e della ragione, riconquistò la coscienza 
di sè e del proprio stato, e, fermo di abbandonare l’abito con¬ 
tratto delle operazioni viziose, si rimise, fuor della selva, in 
cammino, alla conquista, mediante l’abituale dominio della ra¬ 
gione sugli appetiti, della vera felicità, rappresentata dalla vetta 
di un colle baciato dal sole, cui si sale per un’erta, simboleg- 
giante l’abito delle operazioni virtuose : un’erta, però, alla quale 
non si accede, se non superata una piaggia, che, a sua volta, sim¬ 
boleggia lo stato di transizione dall’abito del vizio a quello della 
virtù. Senonchè, per salire alla vetta del colle, Egli non riprese 
la via abbandonata alla morte di Beatrice, l’abito delle virtù 
intellettuali, ma tentò di insistere in quella dell’abito delle virtù 
morali : non lasciò, in altri termini, la vita attiva, o civile, nella 
quale si era prima smarrito, e continuò a cercare la felicità 

nell’abito dell’azione, anziché nell’abito della speculazione, con- 

• \ 

vinto che, per conquistarla, bastasse all’individuo la volontà di 
agire, dominando gli appetiti, secondo i dettami della ragione. 
Ma si era messo così per una via impraticabile : la piaggia era, 
quand’Egli vi mise il piede, deserta : non c’era nessuno, e nes¬ 
suno quindi c’era sull’erta del colle: il che vuol dire che a 
nessuno era, prima di Lui, riuscito di raggiungere l’erta, e chi 
l’aveva tentato, era stato respinto nella selva. Anche a Lui, infatti, 
mentre, già prossimo a conquistar l’abito dell’agire virtuoso (al 
cominciar dell’erta), stava pur lottando con i risorgenti stimoli 
dell’incontinenza di concupiscibile e d’irascibile (la lonza e il 
leone), e stava per averne, con l’esercizio della temperanza e 
della fortezza, ragione, si frappose, a rendergli vano ogni sforzo, 


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426 


FR. ERCOLE 


l’ostacolo della lupa : ossia, non la propria incontinenza, da Lui 
già pressoché superata, ma la incontinenza altrui, degenerata 
in malizia, « di cui ingiuria è il fine » (violenza e frode) : non, 
insomma, la propria ingiustizia, ma quella degli altri : la quale, 
sopraffacendolo, compromise la sua stessa vittoria sulla incon¬ 
tinenza propria. Onde stava per cedere, e, ripiegando Egli 
stesso al male la propria volontà, per ruinar nella selva del di¬ 
sordine e del vizio, quando gli apparve, fioco per lungo silenzio , 
Virgilio : cioè gli si ridestò, a un tratto, come da lungo letargo, 

la ragione, a rivelargli una verità, sino allora non sospettata: 

* 

questa, che Egli, da solo, non avrebbe mai potuto, pur volendo, 
vincere la malizia, di cui ingiuria è il fine (la lupa), perchè, da 
solo, non sarebbe mai riuscito a imporre la propria volontà di 
giustizia alla mala volontà altrui : che, quindi, per vincer la ma¬ 
lizia ingiuriosa, cioè per permettere a ciascun individuo di buona 
volontà la conquista della felicità nella vita civile, occorre che ci 
sia il Veltro, a porre in fuga la lupa, imponendo la giustizia agli 
ingiusti: in altri termini, l’Imperatore universale, organo supremo 
della giustizia e del diritto fra gli uomini: ma un Imperatore, 
non teorico e ipotetico e lontano da quell’Italia, in cui è la sede 
dell’Impero, bensì effettivo e reale, riammesso nella piena e asso¬ 
luta efficienza dei suoi attributi e delle sue facoltà: un Impe¬ 
ratore, non a parole, ma a fatti, re dei Romani, e in nome dei 
Romani (o Italiani), universale padrone del mondo. Il Veltro, 
invero, benché « sua Nazion sarà tra Feltro e Feltro », cioè, 
secondo l’acuta ed esatta interpretazione del Solmi (1), benché 
il suo Stato abbraccierà l’universo, porterà, prima di tutto, sa¬ 
lute all’Italia, e a quell’Italia che è la diretta continuatrice di 
Roma, e dall’Italia caccerà la malizia dal mondo. Tra i suoi 
attributi sarà perciò, oltre sapienza ed amore, anche virtù : 
ossia onnipotenza: quell’onnipotenza, che gli deriverà dall’uni¬ 
versale dominio. 


(1) Solmi, Sulla traccia del Veltro, in JRiv. d’Italia, marzo 1913. 


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LE TBE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


427 


Dante ha, dunque, in. un certo momento della sua vita — é, 
probabilmente, poco prima di troncare il Convivio : certo, dopo 
il disegno e l’inizio di questo : forse, proprio mentre ne dettava 
il quarto libro —, appreso una verità, che prima ignorava : una 
verità, che, non appena balenatagli alla coscienza, mutò radical¬ 
mente il corso dei suoi pensieri e propositi, e gli apparve così 
gravida di provvidenziali conseguenze, per sè e per tutto il 
mondo, da giudicarla direttamente ispirata alla sua ragione da 
un atto di grazia divina. È, infatti, all’intervento di tre donne 
benedette del Cielo, e sovrattutto alla misericordia di Maria Ver¬ 
gine, tratta, dalla pietà dell’impedimento, ond’Egli sta per esser 
ributtato, malgrado ogni suo buono iniziale proposito, in preda 
all’agire peccaminoso e irrazionale, a frangere un duro giudizio 
di Dio, che Egli deve l’invio di Virgilio, a salvarlo dalla morte 

imminente, « sulla fiumana ove il mar non ha vanto ». 

# * 

Ha appreso che, sinché duri l’assenza dell’Imperatore, la vita 
civile sarà sempre l’opposto di ciò che dovrebbe essere per na¬ 
tura : non il colle luminoso della felicità sulla terra, cui conse¬ 
guirà, dopo la morte del corpo, la beatitudine eterna ; ma la selva 
selvaggia della cupidigia e dell’ira, ove lo spegnersi dell’anima 
razionale sotto il predominio dei sensi prelude, nella infelicità ter¬ 
rena, a quell’altra maggiore infelicità, che è la eterna dannazione: 
e che quindi, sinché duri quell’assenza, non v’ha, per gli uomini 
di buona volontà, che una via, per evitare la dannazione eterna, 
che è la morte dell’anima: abbandonare la vita civile, l’abito 
dell’azione, il contatto con gli altri uomini, e darsi alla solitu¬ 
dine della, vita contemplativa, all’abito della contemplazione : 
prendere, insomma, Valtro viaggio , sotto la guida di Virgilio 
(la ragione) e di Beatrice (la fede). Il che vai quanto dire che, 
mancando l’Imperatore, non può esistere, sulla terra, felicità per 

f 

alcuno : neppure per quelli che prendono Valtro viaggio. Giacché, 
se questo assicura, a chi lo tiene, la salute eterna, non può 
affatto assicurare, da solo, e in quanto la vita attiva o civile 
sia deserta d'ogni virtù — in quanto il mondo sia nella selva, 
anziché sull’erta del colle —, la felicità terrena. Due vie condu- 


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428 


FB. ERCOLE 


cono alla vetta del colle, che è la felicità sulla terra : la specu¬ 
lazione e l’azione: ma vi conducono entrambe, in quanto siano 
entrambe battute : se una — quella della vita attiva — è deserta, 
l’altra può condurre al Paradiso Celeste, ma senza poter passare 
dalla vetta del colle : cioè senza poter condurre chi la segue alla 
felicità terrena. Perchè nessun uomo, per quanto dedito alla 
speculazione, può vivere in terra senza agire, e senza entrare 
in rapporto con i suoi simili : perchè l’assoluto straniarsi e iso¬ 
larsi dal mondo è cosa innaturale all’uomo, che non può esser 
beato fuori della umana civiltà. Onde non possono esistere 
uomini esclusivamente speculativi, come non possono esistere 
uomini esclusivamente attivi. Può, sì, in ciascuno prevalere l’una 
o l’altra forma di attività spirituale: ma, come qualche atto di 
speculazione è inevitabile anche a chi ha l’abito dell’agire, cosi 
qualche atto di azione è inevitabile anche a chi ha l’abito dello 
speculare (1). Il colle luminoso, che è il simbolo della felicità 
terrena conseguibile dagli uomini dopo il fallo della umana ra¬ 
dice, rappresenta entrambe le vite, l’attiva e la contemplativa; 
come entrambe le rappresenta la divina foresta del Paradiso 
Terrestre, cioè il simbolo della felicità terrena, quale l’avrebbero 
goduta gli uomini, « se innocente fosse rimasta la umana radice ». 
La beatitudine di questa vita non si coglie, se non da chi colga 
il frutto, così dell’azione, che della speculazione. Dire che, in 
assenza del Veltro, la vita civile è, per il predominare in essa 
della ingiustizia, incapace di garentire agli uomini la felicità 
sulla terra, vai quanto dire che, in assenza del Veltro , gli uo¬ 
mini non possono meritare la felicità celeste, se non a patto 

« 

di rinunciare alla terrena. 

La verità, che Virgilio ha rivelato a Dante, è dunque pretta- 

m 

mente pessimistica, e parrebbe dover condurre per forza al 
misticismo: cioè alla rinuncia alla felicità terrena per quella 
celeste: alla rinuncia a quella ragione che può condurre, prima 


(1) Cfr. la mia Base aristot.-tomist., ecc., pp. 30 sgg., e Prologo del Poema 
Sacro, pp. 131 sgg. e passi ivi cit. 


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LE FRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


429 


che a Beatrice, alla vetta del colle (la Donna Gentile), per quella 
ragione che non ha altro compito che di condurre a Beatrice 
(Virgilio). Dante sarèbbe dunque partito, nel Convivio , dal to¬ 
mismo aristotelico, per sboccare, nella Commedia , nell’ascetismo 
agostiniano. 

Ma Dante non è mai stato un mistico : o se, per breve tempo, 

10 fu, lo fu soltanto negli anni della Vita Nova. Egli non ha 
rinnegato, passando dal Convivio al Poema, il tomismo: nè ha 
rinnegato, affidandosi a Virgilio, la Donna Gentile. La Commedia 
è un superamento, non una sconfessione del Convivio. Il Dante 
della Commedia crede .ancora, con tutta l’anima, alla possibilità, 
malgrado il peccato di Adamo, della felicità sulla terra. Se il 
peccato di Adamo ha, opponendo alla ragione la resistenza 

. i 

degli appetiti, reso più aspra e difficile la conquista di quella 

felicità, non ha organicamente inabilitato l’uomo a conseguirla. 

« 

11 « dilettoso monte », per la cui erta Dante tenta di salire, 
all’uscir dalla selva, è « principio e cagion. di tutta gioia.»: 
di una gioia, che è, per chi l’abbia saputa. conquistare, piena ed 
intera. L’uomo può dunque ancora, se vuole, e sa volere, vivere 
secondo ragione, esser totalmente felice sulla terra. Giacché ciò 
che, in assenza del Veltro, impedisce all’agire razionale il proprio 
fine, non è una organica incapacità, al fine, di quell’agire: è 
soltanto la volontà irrazionale dell’uomo. Se Dante, infatti, uscito 
dalla selva dell’agire irrazionale, col riaccendersi nella sua co¬ 
scienza della volontà di agire razionalmente, non riesce a con¬ 
quistare, nell’abito delle virtù morali, l’attitudine alla felicità 

terrena, non è perchè alla sua volontà sia impossibile la vittoria 

♦ 

sulla incontinenza (la lonza e il leone) : è soltanto perchè gli si 
oppone la mala volontà di coloro, che quella vittoria non hanno 
saputo, perchè non hanno voluto , conseguire (la lupa). 

Ma tanto poco il Dante della Commedia è un mistico, che 
non accetta neppure, per la svalutazione in essa implicita della 
felicità terrena di fronte all’ultraterrena, la soluzione offerta dal 
tomismo all’iato o al contrasto, che il prevalere dell’ingiustizia 
sulla volontà dei giusti apre, tra la volontà razionale e il suo 


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430 


FR. ERCOLE 


fine. Quella soluzione, il tomismo la affida alla grazia ed al me¬ 
rito, cioè la rimanda all’al di là. Il giusto può rassegnarsi all’in¬ 
giustizia, ossia alla infelicità, che il suo agire razionale non 
riesce ad evitargli in terra, perchè sa che, mediante la grazia 
ed il merito, ne avrà il premio nella beatitudine celeste. Dante 
respinge questa rassegnazione. Egli vuole, invece, che quel con¬ 
trasto si risolva già in questa vita terrena, senza che occorra 
commetterne all’azione della grazia la risoluzione nella vita 
futura. Il mezzo per risolverlo, anzi per superarlo, è l’Impero: 
ossia non la grazia , ma la ragione : la volontà razionale di 
un uomo, cui sia impossibile volere irrazionalmente il male 
altrui (1). 

La rinuncia alla felicità terrena, che è il presupposto dell’acro 
viaggio, è perciò tutt’altro che la rinuncia di un mistico : è una 
rinuncia condizionata: condizionata all’assenza dell’Imperatore. 
Ed è inoltre una rinuncia transitoria : perchè durerà solo quanto 
durerà quell’assenza. Anzi, è una rinuncia, che prelude alla ri¬ 
conquista. Il pessimismo della verità rivelata da Virgilio a Dante 
è infatti immediatamente superato dalla promessa ottimistica 

che il Veltro verrà . 

# 

« 

Donna è gentil nel ciel che si compiange 
di questo impedimento ov’io ti mando, 
sì che duro giudicio là su frange (2). 

4 

L’attuale condanna di tutti gli uomini, anche dei virtuosi, alla 
• infelicità terrena, non corrisponde a un immutabile disegno della 
volontà divina. Dio ha fondato l’impero universale, perchè fosse 

9 

eterno. Già lo profetò, n q\Y Eneide, Virgilio, « in persona di Dio 
« parlando : ‘ A costoro, cioè a li Romani, nè termine di cose nè 
« di tempo pongo : a loro ho dato imperio sanza fine ’ » (3). L’Im- 


(1) Medio Evo e Rinascivi, nella dottr. politica di D., cit., p. 56 sgg. ; 
Dante e Mach., cit., p. 164 sgg. 

(2) Inf. II. 94 sgg. 

(3) Conv. IV. 4. 11. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 431 

% 

pero può dunque essere temporaneamente sospeso o vacante : 
ma deve risorgere in tutta la sua pienezza. Il colle della vita 

felice cesserà di essere impedito dalla lupa, e tornerà, a Dante 

% 

e a tutti gli uomini, accessibile, perchè tornerà ad esserci 
F Imperatore. 

Appunto per annunziare al mondo la necessità e. la certezza 
di questo ritorno, Virgilio, il cantore dell’Impero nascente, guida 
Dante all’acro viaggio'. Valtro viaggio, che non è soltanto il 
simbolo dell’unica via aperta, nell’assenza dell’universale Mo¬ 
narca, ai mortali, per giungere, malgrado la infelicità sulla terra, 

alla beatitudine dell’al di là: ma è insieme il mezzo, sovranna- 

. 7 

turale e miracoloso (esso è infatti predisposto in Paradiso), di 
cui la Provvidenza si serve, per preparare nel mondo le vie al 
ritorno del cavalcatore della umana volontà. L’ altro viaggio 
non mira soltanto alla individuale salvazione dell’anima di Dante : 
esso è fatto anche « in prò’ del mondo che mal vive », per ri¬ 
velargli a quale unica condizione potrà tornare a vivere bene. 
Il suo fine è proprio quello additato nell’Epistola a Cangrande: 

« removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere 

* 

« ad statum felicitatis... » (i). Dante è perciò un nuovo Enea 
ed un nuovo Paolo : anche Egli va sensibilmente ad immortale 
secolo, per apprender, come quelli, nel viaggio oltremondano, e 
annunciare alle genti, cose, che saran cagione di nuova gloria 
al popolo romano e alla Chiesa di Cristo, e di salute al. genere 
umano. È il Battista del Veltro venturo (2). 

7. 

L’inizio della Commedia è dunque, senza alcun possibile 
dubbio, posteriore al Convivio: anzi, Dante non può aver posto 


(1) Ep. Xm. 15 : onde esattamente si aggiunge: « Genus vero philosophie 
« sub quo hic in toto et in parte proceditur, est morale negotium, sive ethica, 

« quia non ad speculandum, sed ad opus inventum est totum et pars... >,ecc. - 

(2) Pròlogo del Poema Sacro, pp. 33 sgg. : cfr. Gentile, La profezia 
di D., in N. Antol., 1° maggio 1918, e ora in Frammenti ecc., 1921. 


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432 


FR. EBOOLE 


mano alla Commedia , se non dopo aver lasciato in tronco il 
Convivio. L’idea fondamentale del Poema presuppone il supe¬ 
ramento dell’idea, sotto la cui ispirazione era stato concepito il 

Convivio : ma un superamento, che non include alcuna nega- 

♦ 

zione di quella. Al contrario, essa sboccia proprio da quella. 
L’intuizione, da cui sorge, non il proposito di narrare in una 
visione d’oltretomba la gloria di Beatrice, già presente nell’animo 
suo da parecchi anni, ma il concretarsi della vaga e confusa 
visione, balenatagli un giorno, in ciò che sarà la Divina Com¬ 
media , è già tutta in germe nel quarto libro del Convivio. Quel 
proposito risaliva, certamente, alla mirabile visione , con cui si 
chiude il libro di Vita Nova. Ma, tra le cose viste confusamente 
in quella, che gli avevan fatto proporre a sè stesso di « non 
« dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più 

«degnamente trattare di 'lei », non c’era, certo, la consolatrice 

» 

novella del Veltro. Probabilmente il Poema, in quella prima 
embrionale" intuizione, di origine e di carattere, mistica, fu conce¬ 
pito come il Poema della liberazione individuale di Dante, e del 
solo Dante, dalla servitù del peccato, per opera di Beatrice: il 
ritorno di Dante a quella mistica aspirazione a trascender la 
vita del senso nella contemplazione, che Egli aveva attinto, 
durante la vita di Beatrice, agli occhi di Lei, e da cui l’allon¬ 
tanarsi di Lei dal suo sguardo mortale l’aveva disviato. Poi eran 
venuti gli studi degli anni maturi, e la definitiva conversione 
di Dante all’aristotelismo tomistico, da cui sorge il Convivio , e 
quindi una ben diversa concezione del rapporto tra la virtù 
umana e naturale e la grazia divina: ed eran venuti insieme 
gli anni della sua partecipazione alla vita politica e attiva. Di 
qui, dalle delusioni di questa e dai dolori dell’esilio, la crisi, la 
cui soluzione gli era stata offerta, entro le linee e i presupposti 
del tomismo , cioè fuori della corrente mistica, ormai superata, 
dall’idea dell’Impero (1). 


(1) Non erodo perciò possa accogliersi, senza molte riserve, la tesi eloquen* 
temente svolta dal Cesareo, L’ispiraz. di D. nella Div. Comm., in Rassegna 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


433 


Ma cosi, sotto T influsso di questa idea, il. Poema della sua 
liberazione individuale dalla selva del peccato era tratto ad 
assumere un significato e una finalità etica e sociale, trascen¬ 
dente l’individuo, del tutto estranea alla intuizione primitiva. 

» ■ 

Il soggetto del Poema, allegoricamente inteso, era pur sempre, 
come si dirà nella Epistola a Cangrande, « homo prout merendo 
« aut demerendo per arbitrii libertatem est iustitie premiandi 
« vel puniendi obnoxius... » (1): ma la « iustitia premiandi vel 
« puniendi », in cui Dante crede, non è ora soltanto più quella, che 
verrà dopo la morte, la giustizia divina, ma anche quella, che 
deve regnare in terra, nella vita mortale, la giustizia umana. 
La virtù deve poter conseguire il suo premio, anche in terra : . 
e la terra deve cessare di essere, quale apparirà al Poeta dal 
settimo cielo, l’« aiuola che ci fa tanto feroci », e tornare ad 
essere l’aiuola della pace e della beatitudine naturale ed umana. 
Dante va, nella Commedia, contemplando e speculando, a rag¬ 
giunger Beatrice : ma sempre con gli occhi al dolce mondo, alla 
vita, che deve essere davvero serena. 

Ma ciò vuol dire che, tra l’interruzione del Convivio e l’inizio 
del Poema, non possono esser passati degli anni. Ormai gli era 
apparsa, e, com’Egli pensava, per merito di Beatrice — che 
l’aveva, dunque, salvato due volte: una prima volta, traendolo 
fuor della selva, col ridestargli, per mezzo della grazia, la vo- 
lontà di agire secondo ragione e secondo virtù (2) ; una seconda 
volta, trattenendolo dal ripiombar nella selva, con l’inviargli 
Virgilio —, la certezza di tale verità, da sentirsi ormai maturo 
e degno a « dicer di lei quello che non fu mai detto d’alcuna » (3). 
L’allegoria etico-politica della Commedia , o quella, che, con frase 


% 

Moderna, sett. 1921, p. 491 sgg., la quale mira a identificare la ispirazione 
fondamentale del Poema con la mirabile visione, con cui si chiude la Vita 
Nova . 

# 

(1) Ep. XIII. 11. 34. 

(2) Prologo del Poema Sacro, pp. 7 sgg. 

(3) Vita Nova, 42. 

Giornale tlor. — MhceUn n la dantesca (Suppl. n l 19 - 21 ). ' ‘2S 


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434 


FU. ERCOLE 


non del tutto felice, fu detta la macchina del Poema, dovette 
perciò essere concepita tra il 1305 e il 1307: e quasi certamente 
iniziatane la composizione della prima cantica avanti il 1308. 

Glie questa non sia una temeraria induzione, ci è confermato dal 
fatto che, se è pressoché perfetto raccordo fra la dottrina politica 
adombrata nel Prologo e n o\Y Inferno, e la dottrina sull’Impero 

♦ 

-svolta nel quarto libro del Convivio, non altrettanto perfetto è 
l’accordo fra quella dottrina politica, e la più matura elabora¬ 
zione di essa, che il Poeta verrà più tardi, sotto l’influsso di 
eventi e di meditazioni posteriori, svolgendo, nello Epistole scritte 
durante l’impresa di Arrigo VII e nel trattato di Monarchia. 
IV Inferno corrispondi* ad una fase del pensiero politico di Dante 
— a cui appartiene il quarto libro del Conririo —, che non è 
in tutto identica alle successive: quella, che potremo dire la fase 
prima , o iniziale, posto che di un pensiero politico di Dante non 
può parlarsi, se non dal momento, in cui esso si incardina in¬ 
torno all’idea dell’Impero. 

Ciò però non va inteso nel senso, in cui mostra di intenderlo 
il Parodi: pel quale, l’Impero non sarebbe presente, ne\Y Inferno, 
che per alcuni particolari della costruzione, della finzione alle¬ 
gorica, della decorazione, e come speranza o attesa vaga e 
indeterminata, e non ne formerebbe all'atto uno dei presup¬ 
posti essenziali. Il che equivale a dire che, secondo il Parodi, 
il vero e proprio pensiero politico di Dante sarebbe sorto 
soltanto più tardi, durante l’impresa di Arrigo, e per influsso 
di questa: e quindi l’unità fondamentale del Poema dovrebbe 
cercarsi all’infuori dell’idea dell’Impero. La Divina Commedia 
sarebbe fondamentalmente nient’ altro, che « il Poema della 
« ascensione e della liberazione individuale, che è simboleggiata 
« anzitutto dal Paradiso terrestre, piuttosto che il Poema della 
« perfezione sociale sotto le due Guide (il Papa e l’Imperatore), 
« che è rappresentata dal colle : il Poema dell’altro viaggio, non 
« quello del corto andar del bel monte, per il quale il Veltro 
« soltanto, cacciando la lupa, avrebbe potuto condur l’uomo ». 
Che il Veltro possa un giorno apparire a rendere accessibile il 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


435 


colle, sarebbe poco più che una pura e semplice speranza o 
aspirazione del Poeta, non un elemento essenziale e intrinseco 
alla concezione organica del Poema (1). 

In realtà, con questa interpretazione . del Poema, il Parodi 
viene, senza forse del tutto accorgersene, a concedere molto più 
che Egli non pensi, a quella tendenza a interpretare misticamente 
la Commedia , a far di Dante Poeta un mistico rinnegatone della 
fiducia razionalistica, a cui è ispirato il Convivio , verso la quale 
Egli pur mostra, con tanta efficacia, una istintiva repugnanza. 

Certo, alla felicità promessa dal colle, Y altro maggio sosti¬ 
tuisce, come meta terrena, la felicità rappresentata dal Paradiso 
Terrestre: cioè la liberazione da quella servitù del volere al 
peccato, che sarebbe inattingibile nella prima, per l’assenza del 
Veltro: una liberazione puramente individuale, che prescinde 
dalla infelicità, in cui la servitù del peccato immerge tutti o 
quasi tutti gli altri uomini. Ma il Paradiso Terrestre è una meta, 
che un vivo non può raggiungere che contemplando, in visione, 
cioè rinunciando alla pienezza del vivere : non è quindi che in 
parte, e in senso relativo, una liberazione dalla servitù del pec- 
cato. Se l’individuo, che la raggiunge, conquistasse davvero la 
piena libertà dal peccato, non avrebbe bisogno, per non peccare, 
di rinunciare ad agire. Non ne avrebbe avuto bisogno, infatti, 
se avesse potuto continuare a vivere, come Adamo, prima del 
peccato, nel Paradiso Terrestre: che non rappresenta una libe¬ 
razione, perchè rappresenta la libertà stessa piena e attuale (2). 
La vera liberazione dalla servitù del peccato, la rappresenta, 
rappresentando la vita felice degli uomini attraverso l’abito di 
tutte le virtù, comprese le pratiche, il colle luminoso: quella 
liberazione, che, nel Paradiso Terrestre, non sarebbe stata ne¬ 
cessaria, perchè gli uomini vi avrebbero goduta la libertà, senza 
bisogno di vincere l’ infìrmitas peccati, e che è invece neces- 


(1) Parodi, Op. cit., pp. 400 sgg. ; 480 sgg. 

(2) Purg. XXVII. 133 sgg. 



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FR. ERCOLE 


saria nella vita attuale, su per l’erta del colle, nella quale la 
virtù è una faticosa conquista della volontà sul peccato. 

Ma Dante sa che il Veltro verrà: che, cioè, non sarà più ne¬ 
cessario rifugiarsi nella rinuncia della contemplazione per Vivere 
senza peccato, perchè, tornato il Veltro, sarà possibile a ciascun 
individuo, che la voglia, la conquista di tulle le virtù. Non ci 
dirà, infatti, Dante stesso, nelle Epistole e nella Monarchia , che 
la libertà morale esiste veramente, tra gli uomini, soltanto se 
esista il Monarca ? Che, anzi, il compito essenziale del Monarca,. 
è di restituire, reintegrando la giustizia nel vivere civile, agli 
uomini la libertà di volere e di fare il bene? (i). Ma questo con¬ 
cetto è implicito nel Prologo del Poema. Che altro significa la 
selva, in quanto simbolo della vita disordinata e irrazionale, se 
non la rinuncia a quella libertà del volere, che è, dopo il pec¬ 
cato, dominio della ragione, mediante l’impero della volontà, 
sulla resistenza dell’appetito ? E che altro significa il minar nella 
selva, da cui è appena uscita, della volontà buona di Dante, se 
non che, nel mondo, nel contatto con gli altri uomini, la volontà 
del bene si infrange ineluttabilmente contro quella del male, e 
la malizia degli ingiusti finisce col piegare a malizia anche la 
retta volontà dei giusti? Onde l’avvento del Veltro a porre in 
fuga la malizia significa il ripristino, il riacquisto della libertà 


del volere (2). 

La verità è che, come già nel quarto libro del Convivio, così 
ne\Y Inferno, la teoria politica di Dante è saldamente costituita 
e presupposta nei suoi elementi essenziali, tranne uno (quello 
che riguarda i rapporti tra l’Impero e il Papato); e che quasi 
tutte le idee, che troveranno poi più ampia e matura espo¬ 
sizione e dimostrazione filosofica nel trattato della Monarchia, 
sono già presenti alla coscienza del Poeta : cosi la dottrina mo¬ 
rale circa l’anima umana e le due guise di perfezione o di feli¬ 
cità, terrena e ultraterrena, per cui essa è creata: cosi la dot- 


(1) Cfr. Epist. VI. 22 sgg. ; Moti. I. 12. 9 sgg. ; 15. 9 ecc. 
|2> Prologo del Poema Sacro, p. 11 sgg.; 30 sgg. 


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LB TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


437 


trina politica della necessità dell’Impero o dell’autorità imperiale 

per il raggiungimento della perfezione o. felicità terrena: così 

» 

la dottrina storica circa la missione provvidenzialmente asse- 

0 

gnata al popolo romano, come fondatore dell’Impero: cosi, infine, 
l’idea, che, essendo l’Impero stato fondato per-diretta volontà 
divina, l’autorità imperiale deriva da Dio. Come mai, se questa 
idea non fosse già stata presente allo spirito di Dante, vedremmo 
gli uccisori di Cesare quasi parificati, nella massima pena infer¬ 
nale, al traditore di Cristo? (1). 

È vero che dalla Profezia di Virgilio non risulta dovere il 
Veltro venire da Dio. Il Veltro verrà : ma non si dice nè quando, 

nè donde. Ma che la ripristinazione dell’autorità imperiale, ado in- 

• • 

brata dalla venuta del Veltro, sia da Dante concepita come l’at¬ 
tuazione di un disegno divino, ce lo conferma subito il canto 

« 

seguente, ove Virgilio dirà essere Enea disceso da vivo nell’ In¬ 
ferno, come quegli, che fu « dell’alma Roma e di suo Impero Ne 
« l’empireo del per padre eletto » (2) : il che vuol dire che la 
fondazione di Roma .era stata ab aeterno preordinata da Dio. 

Esso quindi sarà per preordinazione divina ripristinato: e non 

• • 

per volontà della Chiesa. 

Infatti chi ne profetizza, per primo, a Dante la ripristinazione, 
non è Beatrice, simbolo della verità rivelata, ossia di quella 
verità, di cui è organo la Chiesa, e che presuppone la grazia : 
ma Virgilio, poeta pagano (come da un popolo pagano l’Impero 
fu fondato), simbolo della ragione, ma di una ragione illuminata 
o ispirata, mediante le tre donne benedette, da Dio. 

La conferma più esplicita che il Veltro sarà un messo di Dio, 
ce l’offre però il caratteristico parallelismo fra la scena allego¬ 
rica del Prologo e quella dello Stige. Come Dante potrebbe, da 
solo, con l’impero della volontà razionale, vincere la lonza e il 
leone (la incontinenza di concupiscibile e d'irascibile), ma non 


(1) Inf. XXXIV. 61. sgg. Si noti anche che nessun Imperatore romano è 
fra i dannati: v. Ricci, Roma nel pens. di D., Roma, 1921, p. 15. 

(2) Inf. II. 19 sg. 


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FR. ERCOLE 


può, da solo, con la sua volontà, vincere la lupa (la malizia in¬ 
giuriosa altrui); cosi, durante l'altro viaggio, attraverso VInferno, 
Dante e Virgilio, possono, da soli, ammansandone i guardiani, attra¬ 
versare i cerchi della incontinenza di concupiscibile e d’irasci¬ 
bile (1), ma non possono, da soli, abbattere la porta serrata della 
città di Dite (il regno della malizia di cui ingiuria è il fine), non 
polendo da soli domarne la feroce e astuta guardia diabolica (2). 
Gli è clic, se, ad abbattere l’assalto di Filippo Argenti — la pura 
e semplice incontinenza d’irascibile —,è bastata la volontà di 
Dante, come, a rintuzzare la « ira accolta » di Flegias, è bastata 
una parola di Virgilio (3), l'ira maliziosa dei diavoli è un impedi¬ 
mento. che neppure Virgilio è in grado di superare. Per superarlo, 
occorre « che altri qui giunga » : elio arrivi, su per le torbide 
onde. Chi aprirà, con una verghetta, le porte di Dite, vincendo, 
senza guerra, Poi tracotanza dei diavoli (4); come, nella vita se¬ 
rena, l’impedimento frapposto all'erta del colle dalla lupa sarà 

superato dal Veltro. Non v’ha quindi da esitare a scorgere, nel 

\ 

Messo inviato ad aprire le porte di Dite, una prefigurazione del 
Veltro. Ma, se cosi è, poiché « da ciel messo » è colui che viene 
ad aprire le porte di Dite, un messo del cielo sarà anche il 
Veltro (5). 

Il rinnovamento morale del mondo o della umana civiltà, scopo 
sapremo dell’altro viaggio, la rigenerazione dei costumi, anche 
di quelli della gente di Chiesa, Dante l’attende dunque, già nel- 
l’ Inferno, non, come sarebbe da aspettarsi da chi fosse tuttora 
più o meno ligio alla tradizione guelfa, dalla Chiesa, o da un 
moto interno di riforma di questa, ma unicamente dalla restau¬ 
razione della autorità imperiale. La cupidigia de’ beni materiali 
continuerà a inquinare di sé, non soltanto la vita civile, ma 
anche quella religiosa, sinché non sarà venuto il Veltro. 


(1) Inf. III. 81 sgg.; V. 16 sgg.; VI. 21 sgg.; VII. 13 sgg. 

(2) Inf. Vili. 67 sgg.; IX, 1 sgg. 

(3) Inf. Vin. 18 sgg.; anche VII. 8 sg. 

(4) Inf. IX. 9 sg. ; 64 sgg. 

(5) Prologo del Poema Sacro, pp. 58 sg. 


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LE TRE FA8I DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


439 


Nè è vero che, quando, nel secondo canto dell 'Inferno, Dante 
afferma che Roma e l’Impero 

far stabiliti per lo loco santo, 

u’ siede il successor del maggior Piero... (1), 


Egli si ponga in cosi aperta e recisa contraddizione col trat¬ 
tato di Monarchia , come pensa il Parodi, o volontariamente e 
ingenuamente ammetta una delle prove più formidabili di quella 
dipendenza dell’Impero dalla Chiesa, che si sforzerà di distrug¬ 
gere più tardi (2). In quei due versi, non si vuol già dire che 
l’Iraperò deve la sua autorità alla Chiesa, o è, in sè, Virtualo 
dalla Chiesa, nel senso che questa sia causa della virtù o auto¬ 
rità di quello (3). Se così fosse, i due versi sarebbero in con¬ 
traddizione, oltre che col futuro trattato politico, anche col Con - 
vivio, ove si diceva che « lo fondamento radicale de la Imperiale 
« maiestade », è, non la Chiesa, o la grazia, ma « la necessità 
« de la umana civilitade », cioè la vita felice degli uomini se¬ 
condo natura, in terra (4). Si vuol dire, insomma, che il popolo 
romano non fu soltanto preordinato da Dio a fondare, conqui¬ 
stando il mondo, l’Impero, per la reintegrazione della giustizia 
razionale o naturale, nella vita civile o terrena : bensì anche, e 
insieme, a preparare, nella giustizia e nella pace universali 
reintegrate, la condizione necessaria per l’avvento della Reden¬ 
zione, cioè per la restituzione della grazia alla umanità allon¬ 
tanatasi da Dio: che in altri termini, Cristo aspettò a nascere, 
e quindi a redimere gli uomini dalla morte eterna, fondando la 
Chiesa, che il popolo romano avesse già fondato l’Impero. 

È un concetto già chiaramente espresso nel Convivio (5), e 


(1) In/. II. 23. 

(2) Parodi, Op. cit. } pp. 397 sgg., e in Bull. Soc. dant., dicembre 1919, 
pp. 122 sg., e La Monarchia, nel voi. cit., Dante, Treves, 1921, p. 95, ecc. 

(3) Cfr. Mon. III. 13. 3 : v. Nardi, Op. cit., pp. 35 sg. 

(4) Conv. IV. 4. 

(5) Conv. IV. 5. 3 sgg. 


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440 


FR. ERCOLE 


non affatto rinnegato o smentito nella Monarchia (l): ed è un 
concetto, in cui, già nella formulazione del Convivio e dell’/n- 
ferno, ini sembra evidente il carattere antiguelfo, in quanto 
presuppone che la Chiesa, lungi dall’avere essa dato vita all’Im¬ 
pero, non avrebbe potuto sorgere, se prima non fosse sorto 
l’Iraperò. Alla concezione tradizionale del popolo ebraico, come 
del popolo eletto della Legge divina, predestinato a preparare, 
nella Redenzione, l’avvento del rimedio contro la perdita della 
grazia, e quindi a riaprire agli uomini la possibilità di meritare, 
nel Paradiso Celeste, la beatitudine eterna, Dante aggiunge, già 
nel Convivio, la concezione del popolo romano, come di un altro 
popolo .eletto, il popolo eletto della Legge naturale o razionale, 
predestinato a preparare, nell’Impero, l’avvento del rimedio 
contro la perdita della giustizia naturale o razionale, e quindi 
a riaprire agli uomini la possibilità di conquistare, nella umana 
civiltà, non il Paradiso Terrestre, per sempre perduto, ma il 
colle della vita virtuosa, cioè la beatitudine naturale in terra. 
Onde, come la Redenzione di Cristo presuppone l’opera del po- 


(1) Mon. I. 16: « Iiationibus omnibus supra positis cxperientia meinora- 
« bilis attestatur, status videlicet illius mortalium quem Dei Filius, in salutem 
€ hominis hominem assumpturus, vel erpectavit,vel cum voluti ipse disposati ». 

11 Parodi dà eccessivo valore « alla pia restrizione: quando volle... », ecc. Sta 
di fatto che, in relazione alla finalità del trattato e allo spirito che lo in¬ 
forma, di cui diremo, D. accentua, assai più che non avesse fatto nel Con¬ 
vivio, nella Monarchia, il concetto che l’Impero è sorto e si è costituito senza 
alcun bisogno della grazia, ossia della Chiesa: che, anzi, la Redenzione non 
poteva aver luogo, se non quando la pacificazione del genere umano, ottenuta 
per mezzo della fondazione dell’Impero, avesse disposto la terra a riceverla. 
Ma questa idea era già più che implicita nel Convivio (IV. 5. 7 sgg): e co¬ 
mune alla Monarchia e al Convivio, a parte la diversità della formulazione 
e dell’accento, è l’idea che, per quanto destinata a soddisfare a una necessità 
naturale, la fondazione 'dell’Impero universale per parte del popolo romano 
non potè essere una formazione naturale, tale cioè che il popolo romano 
potesse condurla a termine, senza esservi particolarmente preordinato da Dio, 
senza essere continuamente sorretto e aiutato da un particolare concorso di 
volontà divina (cfr. Conv. IV. 4 e 5 ecc.; Mon. II. 3. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 

12 ecc.): v. il mio Medio Evo e Rinascivi., pp. 164 sg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


441 


polo romano, cosi la Chiesa presuppone, non fonda essa, l’im¬ 
pero. Ma, affinchè la umanità riacquisti la grazia, occorre che 
il Figlio di Dio discenda in terra, e ne punisca in sè il peccato, 
non potendo la Redenzione essere se non opera diretta della 
grazia (1); mentre, a ripristinare nella umanità la giustizia pu¬ 
ramente naturale, è sufficiente l’opera umana, se pure prede¬ 
stinata da Dio. Perciò Dio ha fondato la Chiesa per mezzo di 
Cristo, e ha fondato la Monarchia universale per mezzo del po¬ 
polo romano, cioè di uomini : perciò Dio governa la Chiesa per 
mezzo di un vicario di Cristo, cioè per mezzo della grazia, e 
governa l’Impero per mezzo di un uomo, l’Imperatore, cioè per 
mezzo della ragione : perciò il fondamento della Chiesa è Cristo, 
cioè la grazia, e il fondamento dell’Impero è V umana ci città, 
il ius humanum, la giustizia naturale e razionale (2). 

La quale deve essere, agli occhi di Dante, garentita dal¬ 
l’Imperatore, ai fini stessi della Redenzione: giacché, se nulla 
varrebbe agli uomini giusti esser felici in terra, ove non pos¬ 
sano, poi, dopo la morte del corpo, esser felici in cielo, la feli¬ 
cità celeste deve esser preparata e preannunziata dalla felicità 
terrena. In una umana civiltà, in cui, per l’assenza dell’Impe¬ 
ratore, l’abito delle virtù morali è inattingibile, la Redenzione 
è venuta invano per la maggior parte degli uomini. I più fra 
gli uomini, infatti, cadendo schiavi delle passioni irrazionali e 
disordinate, non solo non sanno conquistare la felicità in terra, 
ma — salvo i pochi, che, prima di morire, si pentano —», dan¬ 
nandosi per colpa del peccato attuale, perdono anche la felicità 
eterna, malgrado Cristo li abbia redenti. Infinita è quindi la 
turba di gente, che, vacando l’Impero, Dante vedrà affollarsi nel 


(1) Conv. IV. 5. 3 : « Volendo la immensurabile bontà divina fumana 
« creatura a se riconfermare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo 
* uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e con- 
« giuntissimo consistono de la Trinitade, che il Figliuolo di Dio in terra 
« discendesse a fare questa concordia » : Par . VII, 79 sgg. 

(2) Conv. IV. 4. 1 sgg. e cfr. Mon. III. 10. 7. 


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442 


FR. ERCOLE 


vestibolo infernale e sulla trista riviera d’Aeheronte, avviata alla 
eterna dannazione: mentre non più di cento .spiriti vedrà giun¬ 
gere, sul vasello dell’angelo nocchiero, sulla spiaggia del Pur¬ 
gatorio (1). Quando la vita civile é, anziché il colle della vita 
virtuosa, la selva della vita viziosa, essa non è, per la maggior 
parte degli uomini, che l’anticamera dell’Inferno. Il che vai 
quanto dire che la Chiesa, fondata da Cristo, per condurre, me¬ 
diante l’insegnamento delle verità rivelate e l’infusion delle virtù 
teologiche, gli uomini alla felicità eterna, non può assolvere, per 
la maggior parte degli uomini, il suo compito, se non in quanto 
possa assolvere il proprio compito l’Impero, fondato da Roma, 
per garentire, attraverso gli insegnamenti della ragione, agli 
uomini l’esercizio delle virtù acquisite. 

Niuna meraviglia perciò che, vacando l’Impero, i cerchi del- 
l’Inferno siano affollati,, oltre che di anime di laici, anche di 
anime di gente di Chiesa, di chierici, cardinali e papi (2). Gli 
è che, come Dante dirà tra qualche anno, esprimendo un con¬ 
cetto, già senza dubbio chiaro in Lui, sin da quando scriveva i 
canti degli avari e dei simoniaci, « solio augustali vacante », non 
solo « totus orbis exorbitat », ma anche « nauclerus et remiges 
« in navicula Petri dormitant » (3) : vale a dire, coloro, cui spetta 
il governo della Chiesa, si lasciano adescare dai blandimenti 
della cupidigia, diventando essi stessi strumenti di corruzione 
e di rapina: onde l’Italia, in cui la Chiesa ha il suo centro, è, fra 
tutti i paesi, quello, che dell’universale corruzione civile ed eccle¬ 
siastica più duramente soffre le conseguenze. 

Se però è già ben chiara \\a\Y Inferno l’idea che l’Impero, 
essendo sorto prima che la Chiesa sorgesse, ed avendo da Dio 
una funzione propria da assolvere, nettamente distinta da 
quella della Chiesa, per quanto, in un certo senso, coordi¬ 
nata e subordinata a questa, non deriva dalla Chiesa la sua 


(1) Inf. III. 52 sgg.; 70 sgg. ; Purg. II. 43 sgg.; Purg. XVI, 121 sgg. ecc. 

(2) Inf. VII. 40 sgg.; IX. 1 sgg. ecc. 

(3) Ep. VI. 1. 3. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


443 


autorità; non può dirsi affatto che Dante, quando concepì l’alle¬ 
goria fondamentale e centrale del Poema, e mentre ne venne 
componendo la prima cantica, avesse già coscientemente matu¬ 
rata nel proprio spirito quella teoria sui rapporti di reciproca 
autonomia e indipendenza fra l’autorità del Papa e quella del¬ 
l’Imperatore, che formerà oggetto di speciale dimostrazione nel 
trattato politico, anzi darà materia a un libro di questo: l’idea 

che, anche dopo avvenuta la Redenzione, e fondata da'Cristo la 

« 

Chiesa, l’autorità dell’Imperatore romano continui a dipendere 
immediatamente da Dio, e non pel tramite di alcun altro Mi¬ 
nistro o Vicario di Dio. L’idea era tutt’altro che ignota alle fonti 
giuridiche, cioè, sovrattutto, alla glossa, a cui Dante aveva cer¬ 
tamente attinto il concetto dell’Impero universale; ed è noto 
che quella, che sarà la soluzione dantesca del problema relativo 
ai rapporti fra i due governi del mondo cristiano, appare già, 
durante il sec. XIII, tracciata, nelle sue linee essenziali, nel 
De regimine cìvitatum di Giovanni da Viterbo, oltre che negli 
scritti dei più noti giuristi postaccursiani, fra i quali un amico 
del Poeta, Cino da Pistoia (1). Quella soluzione era, del resto, 
implicita nei presupposti stessi della costruzione allegorica del 
Poema, quali li abbiamo posti in luce, e nella stessa dottrina 
del quarto libro del Convivio: ma dobbiamo pur supporre che 
essa non si fosse ancora resa esplicita alla coscienza di Dante. 

Ci obbligano a supporlo, non soltanto il silenzio del Convivio 

« 

su tutto ciò che riguarda i rapporti tra l’Impero e la Chiesa, o, 
meglio, tra l’autorità del Pontefice e quella dell’Imperatore — 

J 

silenzio, dal quale non è lecito trarre deduzioni troppo decise 
e sicure —, ma, sovrattutto, le frequenti e furibonde invettive 
del VInferno contro i Pontefici, nelle quali non si fa mai colpa 
ai Pontefici, così severamente giudicati e dannati, di aver con¬ 


fi) Cfr. i miei scritti Sulla cultura giurid.di 1). cit., pp. 176 sgg. ; Im¬ 
pero e Papato nella tradiz. giurid. bologn. e nel dir. pubbl. ital. del lii- 
nascim., Bologna, 1911, pp. 1 sgg.; Studi strila dotti , polit. e stri dir. pubbl. 
di Bartolo, cit., p. 13 sgg.; 79 sgg., e autori ivi citati. 


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444 


FK. ERCOLE 


fuso in se i due reggimenti, di avere usurpato un potere non 
proprio, bensì unicamente di aver violata ed offesa la giustizia 
col loro spirito di avarizia e di cupidigia, di essersi fatto « Dio 
« d’oro e d’argento... » (1). La colpa, per cui è n q\Y Inferno ma¬ 
ledetto il nome di Bonifacio Vili, non è d’aver negato l’Impero, o 
di aver cercato di renderlo uno strumento passivo della propria 
sete di dominio politico, tentando di assidersi, in luogo dell’Im¬ 
peratore — in un momento, del resto, in cui l'Impero era va¬ 
cante — « super reges et regna » : è di aver tolta « a inganno », 
per simonia, cioè per cupidigia, « la bella Donna », affidata alle 
sue cure, e fattone strazio (2). La stessa donazione di Costan¬ 
tino è ricordata come radice prima dell’attuale corruzione eccle¬ 
siastica, non in quanto da essa ebbe principio il potere politico 
della Chiesa, il suo sovrapporsi all’Impero, ma in quanto essa, 
dando luogo al primo ricco Pontefice, insinuò nella curia Ro¬ 
mana il veleno della cupidigia (3). 

Tutto ciò, messo in rapporto col silenzio del Con ci rio, induce 
a credere che il Poeta, tutto preso dall’idea che, la felicità ter¬ 
rena dipendendo unicamente dalla presenza dell’universale Mo¬ 
narca, unica causa dell’attuale infelicità e miseria fosse l’assenza 
di quello, non avesse ancora fermato il pensiero sul problema 
dei rapporti fra le due Guide del mondo cristiano. Quello che a 
Lui premeva} per allora, era che l’Impero si ripristinasse: che 
tornasse ad esserci l’Imperatore. Era convinto che la giustizia 
sarebbe tornata a regnare fra gli uomini, e quindi anche nella 

i 

Chiesa, non appena TImperatore fosse apparso, a porre in fuga, 
con la san presenza, la malizia, di cui ingiuria è il fine: anche 
quella della Curia e del clero. Era convinto, in altri termini, 
che, se, ora, la Chiesa si compiaceva innaturalmente di un pre¬ 
dominio politico, a cui non è destinata da Dio, era soltanto in 
causa della vacanza dell’Impero: e che, una volta ripristinato 


(1) Cfr. Inf XIX. 52 sgg.; 90 sgg. 

(2) Inf. XIX. 55 sgg.; XXVII. 70 sgg. 

(3) Inf XIX. 115 sgg.: cfr. Parodi, Op. cit., pp. 398 sg. 



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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI J>ANTE 


445 


l’Impero nella intera pienezza dei suoi diritti, i rapporti del¬ 
l’universale Monarca col Vicario di Cristo sarebbero tornati ad 
essere, comunque, di pacifica e fraterna collaborazione alla fe¬ 
licità terrena ed ultraterrena del genere umano. La confusione 
dei due poteri non gli appariva, allora, nemmeno indirettamente, 
come causa dell’assenza dell’Imperatore, e quindi dei mali del¬ 
l’Italia e del mondo: ma, al contrario, come l’effetto pernicioso 
e fatale di quell’assenza. L’idea che la ripristinazione dell’auto¬ 
rità imperiale, cioè la venuta del Veltro a reintegrare la giu- 

« 

stizia nella umana civiltà , potesse trovare un ostacolo o un 
impedimento, non tanto nella cupidigia o nella malizia degli 
uomini, quanto nella resistenza della Chiesa e dei suoi organi, 
non gli era ancora balenata alla coscienza. 


8 . 

♦ 

La Divina Commedia fu dunque concepita come una profezia : 
la profezia della ripristinazione dell’ Impero romano e italiano : 
ma la profezia di un evento, il cui verificarsi era affidato a un 
incerto futuro. Perciò regna, per tutta la prima cantica del 
Poema, sul Veltro promesso da Virgilio, il più assoluto silenzio. 
Il Veltro verrà : ma Dante non sa nè come, nè quando. Certo 
Egli non crede, nè spera, nel titolare in carica, dal 1298, del¬ 
l’Impero, Alberto d’Austria, che Dante non riconosce neppure 
come Imperatore (i). L’Impero è, per Lui, vacante : poiché 
Alberto, come il padre suo Rodolfo, venendo meno al compito, 
non tedesco, ma italiano ed umano, assegnatogli da Dio, e non 
curandosi neppure di venire in Italia, a Roma, a cingere la 
corona imperiale, mostra nel fatto di non considerarsi che 
re di Germania, comprando, a prezzo della più umiliante dedi¬ 
zione dei diritti e della dignità dell’Impero alle pretese di Bo¬ 
nifacio Vili, la pace interna al di là delle Alpi, e abbandona 


(1) Conv. IV. 3. 6. 


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FK. ERCOLE 


senza freno e senza difesa l’Italia, culla e centro dell’autorità 
imperiale, alle cupidigie terrene della Chiesa corrotta e alla 
anarchia di fazioni e di tirannidi dilaniantisi in una incessante 
guerra civile. 

Nessun segno appariva di un prossimo rinsavimento di Chi 
pure aveva avuto da Dio la missione di governare il mondo : 
nessun indizio che stesse per salire al trono imperiale un degno 
continuatore dell’opera lasciata interrotta dagli Svevi. 

Non è però improbabile che, nella seconda metà del 1307, 
cioè quando Dante aveva appena posto mano, o stava per por 
mano al Poema, la notizia, comunque pervenutagli, della fulminea 
morte, a soli 26 anni, del primogenito di Alberto gli apparisse 
come un monito dell’ira divina, e come un annunzio di un non 
lontano rivolgimento di sorti. Nella quale impressione dovè, senza 
dubbio, circa un anno dopo, mentre Egli era tutto immerso nella 
composizione dell’ Inferno, anche più confermarlo la morte vio¬ 
lenta di Alberto per mano di Giovanni Duca di Svevia. Qual più 
nuovo ed aperto giudizio di Dio — e tale da incutere salutare 
timore nel successore — di questo, che, colpendo, a poca di¬ 
stanza di tempo, il nepote ancor giovanetto e innocente, e il 
figlio dell’imperator negligente (Rodolfo), non meno del padre 
immemore della missione imperiale, pareva quasi voler distrug¬ 
gere il se?ne, il sangue della stirpe ignava ed indegna?... (1). 

Ed ecco, che, pochi mesi dopo la morte di Alberto, 1’elezione 

di Arrigo VII, favorita da Clemente V, seguita immediatamente, 

% 

al di qua delle Alpi, da un miracoloso fiorire di voci, che sembran 
presagi, fa balenare all’animo del Poeta una trepidante speranza : 
la speranza che l’incarnarsi del Veltro in un Monarca restau¬ 
ratore fosse assai men remoto di quanto aveva sino allora 
creduto. Non si andava da mille parti dicendo che il nuovo Impe¬ 
ratore si proponeva di riprendere la politica dei migliori Impe- 


(1) Purg. VI. 97 sgg.: cfr. la mia lettura sul Canto dell'Italia, in Nuovo 
Giorn. dant., dir. da L. Passerini, a. Ili, quad. I, 1819. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


447 


ratori e di scendere in Italia? Non dava Clemente V a vedere 

* 

che la Santa Sede si preparasse a facilitargli l'impresa italiana ? 

La prima allusione di Dante al prossimo avvento di Arrigo 
sarebbe, secondo il Parodi, da riportarsi addirittura al canto XXVI 
dell ’Inferno (1). Il che, se fosse vero, porterebbe ad ammettere 
che, nella primavera del 1309, se non anche più tardi, il Poeta 
fosse tuttora occupato a comporre gli ultimi canti de\V Inferno. 
Che, però, nella terzina del XXVI ò,e\Y Inferno, 


... se presso al mattiti del ver si sogna, 
tu sentirai di qua da picciol tempo 
di quel che Prato, non ch'altri, t’agogna... 


si profetizzi proprio la cacciata dei Neri da Prato (aprile 1309), 
è tutt'altro che certo ; e che nella frase, cosi generica e impre¬ 
cisa, non ch'altri, si alluda ad Arrigo, parrà tutt’altro che prò- 
babile a chiunque consideri la inverosimiglianza che Dante con¬ 
cepisse la auspicata punizione di Firenze ribelle per parte 
deH’Imperatore-Veltro, alla stessa stregua di una vendetta contro 
Firenze per parte della vicina Prato. Per me, non so scorgere, 
nella vaga minaccia del XXVI d q\V Inferno, nulla di più di una 
semplice allusione alle ostilità e alle inimicizie, che Firenze, con 
la sua politica di violenze e di ingiustizie, si tirava addosso da 
tutte le città vicine, persino dalle più finitime e affini, come 
Prato, e al prossimo danno, che da tale stato di cose stava per 
venirle. Nè escluderei che si tratti di una generica allusione 
agli eventi del 1308, cui alluderà con maggior precisione, Forese 
Donati nel XXIV del Purgatorio (2). 

La verità è che la prima allusione dantesca alla non ancor 

» 

certa, ma già considerata non improbabile, discesa di Arrigo, ci 
è offerta dal canto VI del Purgatorio, nella celebre' invettiva 
ad Alberto Tedesco (3). L’invettiva, che, fingendosi pronunciata 


(1) Parodi, Op. cit., pp. 372 sgg. ; 44G sgg. 

(2) Purg. XXIV. vv. 83 sgg. 

(3) Cfr. il mio scritto Sulla data di composizione del c. VI e sulla cro¬ 
nologia del Purgatorio, in Nuovo Giorn. dant., a. Ili, quad. 3, 1920, di 



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FR. ERCOLE 


noi 1300. si dirigo ad Alberto, è in realtà diretta al successore» 
di lui, e ci rappresenta il documento solenne dello stato d’animo, 
in cui venne a dibattersi il Poeta, tra reiezione di Arrigo (no¬ 
vembre 1308) e quella dieta di Spira (agosto 1309), in cui l’im¬ 
presa italiana fu ufficialmente decisa e annunciata: uno stato 
d’animo di angosciosa e trepidante attesa, che, se non è ancora 
aperta e sicura fiducia, è però già ansiosa speranza. Giacché 
tutto il tono dell’invettiva, e la stessa minaccia al successore di 
Alberto, implicitamente contenuta nel verso « Tal che il tuo suc- 
« cessor temenza n’aggia », inducono ad escludere che, quando 
il Poeta traeva, dall’abbraccio fraterno dei due mantovani, lo 
spunto per la appassionata apostrofe all’Italia dei suoi giorni, 

preda al disordine e alla guerra civile, il successore di Alberto 

* 

avesse già decisa la spedizione in Italia. Certo il Poeta sperava 
già, sin d’allora, in Arrigo, come speravano tanti dei suoi con¬ 
temporanei: anzi la genesi stessa dell’invettiva è da porsi in 
relazione con l’onda di speranze, che, all’annunzio dell’elezione 
di Arrigo, si era quasi miracolosamente sparsa per tutta la pe¬ 
nisola. Ma la speranza non era ancora così forte, e sovrattutto 
così fondata su notizie sicure, da escludere o sopraffare il timore. 
Dante temeva ancora che il successore di Alberto, distretto 
anch’egli dalla cupidigia di costà , fosse per seguire l’esempio 
di Rodolfo e di Alberto. Perciò, non contento di atterrirlo col 
ricordo del giudizio divino caduto sul sangue dei predecessori, 
gli pone sott’occhio le miserevoli e tragiche conseguenze della 
negligenza di quelli, e l’abiezione, in cui è precipitato in Italia il 

nome imperiale (1). Ma l’invocazione a Dio, che la descrizione 

« 

di tanta rovina gli strappa dall’animo... : 


E se licito m’è, o sommo Giove, 
che fosti in terra per noi cruci fisso, 
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove ? 


cui mi permetto riferir qui le conclusioni e riportare, nelle pagine seguenti, 
più di un periodo: ad esso rimando anche per i rinvii bibliografici. 

(1) Purg. VI. 97 sgg. 




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0 è prepprazion che ne l’abisso 

del tuo consiglio fai, per alcun bene 
in tutto da l’accorger nostro scisso?... (1), 

mi par dimostrare che, per allora, Dante, più che in Arrigo, 
sperava in Dio: in Dio, che ad Arrigo inspirasse la coscienza 
del proprio dovere. Si sente in questi versi l’aspettazione vaga, 
ma conscia, di un bene, che deve essere tanto più prossimo, 
quanto più è ormai intollerabile il male presente: e, ad ogni 
modo, tanto più certo, se Dio non ha del tutto distolto lo sguardo 
dall’Italia e da Roma, quanto più, se ancora tardasse, potrebbe 
giungere ormai vano. Non la sola Italia ne ha bisogno: ma la 
stessa Chiesa degenerata e corrotta : la stessa Chiesa, il cui capo 
ha dovuto lasciar Roma, e ridursi in Francia a scontare, con la 
dedizione a Filippo il Bello, la sua pretesa di sostituirsi all’Im¬ 
peratore nel governo del mondo. Che altro invero può essere 
quel bene, il cui maturarsi Dante scruta nell’abisso del consiglio 
divino, se non la venuta del Veltro, a far morir con doglia la 
cupidigia ovunque dilagante, e dilagante anche là, dove meno 
sarebbe da attendersi : presso « la gente che dovrebbe esser de- 
« vota E lasciar seder Cesare in la sella ? ». E, anche a questa, 
il Poeta mostra gli effetti della sua aberrazione, c la invita a 
« intender ciò che Dio le nota » : come non iscorgere in questo 
accenno un indiretto incitamento a Clemente V a non pentirsi 
della strada da poco intrapresa, a non ritogliere la sua amicizia 
ad Arrigo, a rimettere ad Arrigo il compito di restaurare l’or- 
dine e la giustizia in Italia e nel mondo? Ov’è notevole, però, 
il primo apparire nel pensiero dantesco di un concetto estraneo 
al Convivio e all’ Inferno : il concetto che la rovina attuale 
d’Italia e del mondo non dipenda unicamente dall’assenza del¬ 
l’Imperatore, ma anche dall’avere, in suo luogo, la Curia di Roma 

» 

« posto mano alla predella » (2). L’idea che la vacanza attuale 


(1) Pury. VI. 118 sgg. 

(2) Purg. VI. 91 sgg. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n' 1®-#I). 'J9 



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450 


FR. ERCOLE 


dell’Impero, e quindi il disfrenarsi della lupa, abbia avuto per 
causa determinante la briga di Federico II con il Papa, cioè la 
resistenza della Chiesa all’Impero, comincia a farsi strada nella 
mente del Poeta. 

11 che non toglie però che Egli sia pur sempre convinto che, 
a ripristinare la giustizia e la normalità dei rapporti fra le due 
Guide, sarà di per sè sufficiente la sola venuta in Italia del 
Veltro-Arrigo. Dante non prevede che la resistenza della Chiesa 
possa opporre un ostacolo o un intoppo all’impresa restau¬ 
ratrice. La stessa immagine di Roma, che «dì e notte chiama: 

% 

« Cesare mio, perchè non m’accompagne ? » (1), presuppone nel 
Poeta un sentimento di fiducia nella disposizione degli Italiani, 
e della stessa gente di Chiesa, ad accogliere colui, che deve 
essere della miseranda Italia lo « sponsus... qui ad nuptias pro- 
« perat... » : anzi, ad affrettarne col desiderio l’avvento, e ad 
andargli incontro, come al proprio re nazionale, cosi come il 
Poeta, al primo annunciarsi di quell’avvento, li inviterà ad an¬ 
dare (2). La coscienza del Poeta, mentre Egli detta l’invettiva 
del VI del Purgatorio , che gli Italiani non attendano se non 
di esser salvati, è cosi sicura, che non vi compare neppure quel¬ 
l’ombra'di dubbio, che pur trapelerà, l’anno seguente, tra le escla¬ 
mazioni liriche di giubilo della Epìstola ai principi e ai popoli 
d’Italia (3). La « gente che dovrebbe esser devota » lascierà la 
predella , a cui ha posto mano — tornando così ad esser de¬ 
vota —, non appena Cesare, non più lontano ed immemore, avrà, 
« inforcato li arcioni » della nobile fiera, divenuta, per l’assenza 
del cavalcatore, indomita e selvaggia. Tanto sicuro ne è Dante, 
che, nel canto seguente, dirà che Rodolfo imperatore poteva , 
sol che fosse venuto, com’era suo dovere, « sanar le piaghe 
« eli’ hanno Italia morta » (4). Egli crede perciò che potrà , benché 


(1) Purg. VI. 112 sgg. 

(2) Epist. V. 2. 5; 6. 19. 

(3) Cfr Epist. V. 4. 13 sgg. ; 6. 18 sg. 

(4) Purg. VII. 94 sg. 


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tardi,- ricreare l’Italia il successore d’Alberto, riparando alla 
negligenza del padre, se, atterrito dal giudizio di Dio, corrà a 
compiere la missione, che Dio gli affida. 


9 . 

• • 

Dieci canti dopo quello, in cui Dante dà sfogo alle proprie 
angosce e alle proprie speranze nell’apostrofe all’Italia, cioè nel 
canto di Marco Lombardo, lo stato delle cose in Italia non ap¬ 
pare diverso, nè sul punto di essere immediatamente corretto, 
da quello che si lamenta nel sesto del Purgatorio. Il mondo è 
tutto diserto d’ogni virtù, è coperto e gravido di malizia (1): 
il che vuol dire che la lupa continua indisturbata ad impedire 
l’abito delle virtù morali o pratiche, e che il Veltro non è ancora 
apparso. Senonchè è evidente che, nel frattempo, tra rincalzar 
delle voci, che annunziano prossima la partenza per l’Italia del 
nuovo Imperatore, e 1’accendersi di sempre più ferme speranze 
nel cuore del Poeta, il Poeta ha meditato anche più profonda¬ 
mente, che prima non avesse fatto, sulla « cagion che il mondo 
« ha fatto reo » (2). E si è accorto che quella cagione non è, 
come aveva a lungo creduto, soltanto la mancanza dell’Impero, 
ma una anche più radicale e deleteria violazione dell’ordine 

é 

imposto da Dio all’ umanità, per aiutarla a superare le conse- 
seguenze della colpa originale : si è accorto, insomma, che, della 
corruzione e degenerazione della vita civile e della Chiesa, la 
causa,-assai più che nella pura e semplice assenza, del Veltro, 
va cercata in un fenomeno, che è di quella assenza, a sua 
volta, la causa primordiale : la confusione nella Chiesa di Roma 
dei due reggimenti: l’usurpazione compiuta dalla Chiesa di un 
potere non suo: del potere imperiale. Vediamo perciò, nel di- 


(1) Purg. XVI. 58 sg. 

(2) Purg. XVI. 67 sgg. : cfr. Parodi, Op. cit., p. 406 sgg. 



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FR. ERCOLE 


scorso di Marco Lombardo, apparire, per la prima volta, net¬ 
tamente formulata l’idea, che diventerà uno dei cardini del 
programma politico dantesco, della distinzione e reciproca indi- 
pendenza delle due Potestà: 


Soleva Roma, che il buon mondo feo, 

due Soli aver, che l’una e l’altra strada 

* • 

facean vedere, e del mondo e di Deo. 

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 
col pasturale, e l’un con l’altro insieme 
per viva forza mal convien che vada... 


1 >i qui, la mala condotta , non di un solo, ma di entrambi i 
reginlina , che ha fatto reo il mondo. 

Perciò, a porre in fuga la lupa, e a riaprire agli uomini di 
buona volontà il cammino della felicità in terra, non basta che 
il Veltro venga: occorre anche che il « pastor che procede » 
rinunci alle sue pretese di usurpazione, riconosca l’Imperatore, 
affidi a lui il governo civile del mondo (1). 

Ne segue che il canto di Marco Lombardo non può esser stato 
composto dopo l’ottobre 1310, cioè dopo la apparizione di Arrigo 
sulle soglie d’Italia, perchè, se fosse stato scritto quando Arrigo 
era già in via per l’Italia, il sole temporale non vi si direbbe 
spento da quello spirituale. È vero che il discorso di Marco 
Lombardo si fìnge pronunciato nel 1300: ma come non pensare 
che, se, mentre Dante lo scriveva, il sole del regimen tempo¬ 
rale fosse già effettivamente spuntato, e già diretto a raggiun¬ 
gere Roma, se ne sentirebbe nelle parole di Marco qualche eco 
o qualche segno? Il canto deve essere, anzi, anteriore anche 
alla dieta di Spira, e quasi certamente alla stessa enciclica di 
Clemente V Divinae Sapientiae, del luglio 1309: la quale, se 
pure con riserve e affermazioni, che Dante avrebbe recisamente 
respinto, dimostrava, se non altro, nella Chiesa, il proposito di 


% . 


(1) Ptirg. XVI. 98 sgg. 


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riconoscere la necessità del regimen temporale, e quindi, pure 
insistendo ad affermare una supremazia su di esso, a cui non 
aveva, secondo Dante, diritto, di por fine alla funesta confusione 
in sè stessa dei due reggimenti. Del che una conferma potrebbe 
forse trovarsi nell’accenno di Marco Lombardo a quella briga 
di Federico II, che segnò l’inizio della rottura fra i due reggi¬ 
menti e della funesta vittoria dell’uno sull’altro (1). Appunto 
perchè alle conseguenze di quella briga non si è ancora posto 

rimedio, perchè l’un reggimento continua a usurpare l’altro, che 

% 

è assente (dunque l’Impero è vacante, cioè l’Imperatore è sempre 
distretto dalle cose di Germania, e non ha ancora deciso la spe¬ 
dizione in Italia !), Dante, per bocca di Marco Lombardo, di¬ 
mostra tutto il male che ne deriva: affinchè coloro, cui spetta, 
e che possono farlo, vi pongano in fine rimedio. Rompa il suc¬ 
cessore di Alberto, di cui tanto si spera, gli indugi: si decida 
Clemente V a spianargli la via : e Vantica età cesserà di ram¬ 
pognare la nova;, il secolo cesserà d’esser selvaggio (2): l’erta 
del colle della vita felice tornerà accessibile. 

Selvaggio , per intanto, appare ancora il secolo, nel canto ven¬ 
tesimo : e indisturbata vi appare tuttora, sotto la veste di ava¬ 
rizia (peccato che « usa in papi e cardinali il suo soperchio »), 
l'antica lupa, insaziata di preda, a impedire il cammino della 
felicità (3). Senonchè, nel ventesimo, si ha, per la prima volta, 
la sensazione che ir Poeta, non soltanto speri, ma attenda ormai 

la venuta del Veltro, che deve cacciarla per ogni villa: che, 

« « 

insomma, la spedizione italiana sia già stata decisa, per quanto 
non ancora iniziata: 

« 

0 ciel, nel cui girar par che si creda 
le condizion di qua giù trasmutarsi, 
quando verrà per cui questa disceda?... 


(1) Purg. XVI. 115 sgg. 

(2) Purg. XVI. 121 sgg.; 135. 

(3) Purg. XX. 10 sgg. 


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FR. KRCOLK 


c, più giù, nello stesso canto: 

0 Segnor mio, quando sarò io lieto 
a veder la vendetta, che, nascosa, 
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?... (1). 


Certo si tratta di impressioni, e non di dati di fatti documen¬ 
tabili: ma non so come potrebbe negarsi che in questi versi si 
senta tremare l’ansia impaziente di chi attende il verificarsi di 
un evento lungamente sognato, e finalmente promesso come certo 
. e prossimo, ma che pur tarda assai più, che l’ardore del desi¬ 
derio non comporti. Il canto ventesimo del Purgatorio è dunque 
verisimilmente da porsi tra l’agosto del 1309 e l’ottobre del 1310: 
e, con ogni probabilità, più verso la prima data che verso la 
seconda. L’Imperatore ha deciso di venire in Italia, ma non v’ha 
indizio che sia per mettersi in via. 

Ma il canto ventesimo ci dice assai di più: ci dà, a ben guai- 
dare, la ragione dell’atteggiamento di benevola attesa e fiducia, 
assunto, dall’autunno 1310 al giugno 1312, da Dante verso la 
('uria di Clemente V, quale risulta dalle tre Epistole scritte 
durante l’impresa d’Arrigo in Italia. Questo atteggiamento parve 
al Gorra e ad altri sufficiente ad indurne una divergenza di 
opinioni tra le Epistole e il Purgatorio, circa i rapporti fra 
l’Impero e la Chiesa (2). In realtà, quell’atteggiamento non è 
che la logica conseguenza di un particolare, stato d’animo del 
Poeta verso Clemente. V e la Chiesa, già maturo in lui, quando 
Egli, poco dopo l’agosto del 1309, scriveva il ventesimo del 
Purgatorio. Caratteristica invero è la conclusione della tre- 
menda requisitoria posta in bocca ad Ugo Capeto contro i suoi 
successori sul trono di Francia, e specialmente contro Filippo 
il Bello: 


Perchè men paia il mal futuro c il fatto, 
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, 
e nel vicario suo Cristo esser catto. 


(1) Pnry. XX. 13 sgg.; 94 sgg. 

(2) Cfr. la confutazione della tesi del Gorra, in Parodi, Op, cit., pp. 421 sgg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


455 


Veggiolo un’altra volta esser deriso ; 
veggio rinovellar l’aceto e il fiele, 
e tra vivi ladroni esser anciso. 

Veggio il novo Pilato sì crudele, 

che ciò noi sazia, ma sanza decreto 

0 _ 

porta nel Tempio le cupide vele. 

0 Segnor mio, quando sarò io lieto 
a veder la vendetta, che, nascosa, 
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?... (1). 


Dunque, qui si attende una vendetta divina dei torti inflitti 
da.Filippo il Bello alla Chiesa. Ora, chi altri può essere l’atteso 
vendicatore, se non il Veltro-Arrigo? Ma il Veltro si presenta 
qui, non solo come Colui, che dovrà cacciare la cupidigia dal 
mondo, e quindi anche dalla Chiesa, ma anche come Colui, che 
dovrà vendicare la Chiesa dalle oscene violenze della corte fran¬ 
cese: che dovrà liberarla dal giogo, sotto cui la corte francese 
violentemente la opprime. E basterebbe questo ad escludere che 
il canto possa esser stato scritto dopo il giugno del 1312. Il 
Papato non è qui la fuia, che delinque col gigante', è la vittima 
nolente di quello. Ma c’è di più. Come mai questa specie di 
rivendicazione di Bonifacio Vili, dell’odiatissimo, fra i papi, da 
Dante: di colui, che, non molti canti prima, nel ventisettesimo 
deir/?f/er??o, era stato infamato come il fraudolento istigatore 
del Montefeltrano, come il « principe dei novi Farisei », come 
il nemico di ogni cristiano? (2). 

La spiegazione si deve cercare proprio negli avvenimenti con¬ 
temporanei, e, più specialmente, nella storia ‘del papato di Cle¬ 
mente V, dal suo inizio al 1312: quella storia, che fu opportu¬ 
namente rievocata dal Gorra (3), ma dalla cui rievocazione mi 


(1) Pure/. XX. 85 sgg. : v. il mio scritto cit., Sulla data d. composiz. del 
c. VI, ecc., pp. 14 sgg. 

(2) Inf. XXVII. 83 sgg. 

(3) Cfr. specialmente Gorra, 7). c Clemente V, in questo Giorn., 69, 

193 sgg. 

♦ 



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450 


FR. ERCOLE 


sembra sia da dedursi una interpretazione dello stato d’animo 
dantesco, relativamente a Clemente V e ai suoi rapporti con 
Arrigo, prima del 1312, opposta a quella, che il Gorra ha cre¬ 
duto dedurne. 

È ben vero che il Papato di Clemente V fu. sin dal suo inizio, 
caratterizzato da una ininterrotta e affannosa sequela di impo¬ 
sizioni al Papa per parte di Filippo il Hello: ma è anche vero 
clic? Clemente V oppose a quelle imposizioni una lunga resistenza, 
e non cedette che a stento e con riserve e restrizioni continue (i). 
Vasto era il programma, che Filippo il Bello si era proposto di 
imporre al Papa francese: il trasporto definitivo della sede pon¬ 
tificia da Roma in Francia: la condanna e l’abolizione dell’or¬ 
dine dei Templari: la convocazione di un concilio generale in 
Francia: la condanna di Bonifacio Vili, con esumazione e com- 
bustione delle ossa; la canonizzazione di Celestino V: l’assolu¬ 
zione del Nogaret pei fatti di Anagni. Ora, è un fatto che, sino 
al luglio del 1308, cioè sino al concistoro di Poitiers, Clemente V 
cercò di sottrarsi alla maggior parte di queste pretese regie, 
quasi tutte lesive della indipendenza e sovranità spirituale del 
Pontefice e della Chiesa : e sovrattutto respinse, da prima, ener¬ 
gicamente, ogni proposta di un processo alla-memoria di Boni¬ 
facio, e non tenne celata la sua profonda avversione al Nogaret. 
Poche settimane dopo, però, incominciava a cedere alle pressioni 
del re. Già al principio di agosto, annunziava il trasporto della 
curia ad Avignone. Cosi si induceva a indire l’inizio del pro¬ 
cesso alla memoria di Bonifacio, nel febbraio del 1309, e a fis¬ 
sare Vienna, ai confini del territorio francese, come sede del 
Concilio, promettendo che si sarebbero discusse le accuse ai 
Templari ; e, infine, dopo lunghe esitanze, si lasciava indurre a 
trattare la questione riguardante Guglielmo di Nogaret, e a pren¬ 
dere in considerazione la canonizzazione di Celestino V. 


(1) Cfr. fra gli altri, Fjnke, Das Papstum unii der Untergang des Templen- 
orders, Munster, 1907, I, 223 sgg. ; Liserand, Clem. V et Pini. Le Bel, 
Paris, 1910. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


457 


Ma, intanto, mentre, nel fatto, si rendeva mancipio della corte 
francese, aveva, nel novembre del 1308, favorito la elezione di 
Arrigo a Imperatore, e, nel luglio del 1309, lanciava la enciclica 
Divinae Sapientiae , apertamente diretta a facilitare al nuovo 
Imperatore l’impresa restauratrice dell’autorità imperiale: dai 
quali atti, non era difficile trarre l’impressione che egli mirasse, 
ponendo fine alla lunga vacanza dell’Impero, a contrapporre 
Arrigo a Filippo, onde, valendosi del dogma della universalità 
dell’Impero e quindi della soggezione all’Imperatore del re di 
Francia, ad ottenere da quello aiuto e sostegno contro le impo¬ 
sizioni di quésto. 

Ora, come non pensare per lo meno verisimile che, proprio 

sotto l’influsso di questa impressione, Dante scrivesse, dopo il 

■ 

luglio del 1309, la profezia di Ugo Capeto, e gli ponesse in bocca 
la minaccia di una prossima vendetta divina contro colui, che, 
sforzando, con la sua tirannica volontà, il Pontefice a indire un 
processo contro la memoria di Bonifacio Vili, e imponendo, sin 
da prima, che il processo dovesse finire con una condanna, pa- 
reva rinnovare contro Bonifacio morto lo schiaffo, con cui aveva, 
in lui vivo, offesa la Chiesa ad Anagni (come non sentire, anche, 
nelle terzine dantesche, lo sfogo di un sentimento di reazione 
contro la pretesa di Filippo di assolvere il Nogaret?), e, impo¬ 
nendo al Pontefice la persecuzione dei Templari, con l’evidente 
scopo di impossessarsi dei loro beni, e, ad ogni modo, preten¬ 
dendo di guidare egli, malgrado la resistenza del Pontefice, 

« 

l’azione della Chiesa, mostrava a chiare note di volere arbitra¬ 
riamente « metter nel tempio le cupide vele » ? Nulla vieta in¬ 
fatti di supporre che a Dante fosse giunta notizia dei lunghi 
tentativi di Clemente V per resistere alla prepotenza francese: 
tentativi, della cui sincerità tanto meno Egli poteva allora 
dubitare, quanto più le manifestazioni ufficiali di benevolenza 
di Clemente verso Arrigo parevan fatte apposta per indurlo a 
credere che Clemente cercasse appunto di liberarsi, mediante 
Arrigo, dalla tirannia di Filippo. Sta di fatto che la stessa im¬ 
pressione si riceve da molte altre fonti contemporanee: per 



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458 


FR. ERCOLE 


esempio, - dalla cronaca di Dino Compagni e dal racconto del 
Villani (1). 

È ben vero che la concezione dei rapporti tra Impero e 
Papato, quale era esplicitamente espressa nella enciclica Dicinae 
Sapientiac , e in quella posteriore Kcsultat in gloria, del set¬ 
tembre 1310, non corrispondeva adatto a quella, che già allora era 
propria del Poeta, e la cui traduzione nella realtà Egli appunto 
sperava dalla venuta e dalla vittoria del Yeltro-Arrigo. Invero, 
già nel canto di Marco Lombardo, e probabilmente prima del 
luglio 1309, Dante aveva annunciato, senza ambagi e riserve, la 
propria concezione, non soltanto della comune origine divina dei 

due regìhiina, che risaliva, come ahbiam visto, ai primi anni del- 

* 

l'esilio, ma anche della loro piena e assoluta indipendenza reci¬ 
proca; la quale non trovava alcun riscontro nè nel tono, nè nel 

♦ 

contenuto delle manifestazioni di Clemente V; e neppure, quel 
che più conta, in quelle di Arrigo, in cui si riaffermava, pur tra 
le proteste di amicizia e di colleganza fra i due poteri, la vecchia 
tesi curialista della supremazia del potere papale su quello ini- 
penale. In realtà, Arrigo VII aveva, sul principio, seguito* la po¬ 
litica remissiva, verso il Papato, di Rodolfo, di Adolfo, di Alberto : 
e, appena eletto, aveva sentito la necessità di un atto, che sonasse 
riconoscimento della supremazia pontificia. Non altro, infatti, 
significava la missione da lui inviata, nel giugno del 1309, al 
Papa, con l’incarico di esibire a Clemente V il decreto di ele¬ 
zione e di giurare in mano di lui fedeltà e obbedienza alla 
Chiesa. Rene interpretò in tal senso l’atto il Pontefice, il quale 

' rispose, con parole eloquenti nella loro ferma chiarezza, esercì- 

« 

tando, di fronte ad Arrigo, quello stesso diritto d’esame e di 
approvazione o di rifiuto dell’eletto alla dignità imperiale — per 
cui a questo non spettava, prima della conferma pontificia, alcuna 
effettiva autorità, neppure forse, almeno neirintenzione del papa, 


(1) Cfr. le significative parole di Dino Compagni, Cronaca (ediz. Del Lungo, 
III), c. 23, e di F. Villani, Cronaca, Vili, 91-92. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


459 


sul regno di Germania, e a lui, piu che di eletto, conveniva il ti¬ 
tolo di semplicemente designato alla conferma papale —, che 
Bonifacio aveva orgogliosamente, in senso negativo, esercitato 
di fronte ad Alberto. Nè altro significava la solenne promissio 
giurata da Arrigo, nell’ottobre 1310, a Losanna, sulle soglie 
d’Italia, nelle mani dei legati pontifici, in cui l’Imperatore si 
impegnava a prestar sempre devozione e assistenza alla Chiesa, 
e confermava tutti i privilegi concessi ai Pontefici dai suoi pre¬ 
decessori (1). Ma tutto ciò non aveva, per Dante, in quel mo¬ 
mento, grande importanza. Giacche Egli era pur sempre con¬ 
vinto che il Veltro, una volta in Italia e a Roma, avrebbe, con 
la sua presenza, ripristinato i rapporti tra i due governi, secondo 
quella, che era la intenzione divina. A lui bastava di sapere che, 
alla missione del Veltro, la Chiesa non avrebbe opposto ostacoli. 
E questa fiducia Egli sovrattutto, in quel momento, fondava, ben 
più che sulle manifestazioni di Clemente e su quelle di Arrigo, 
sulla convinzione che, per colpa della vacanza imperiale, da 
troppo tempo durata, la Chiesa avesse finito col ridursi, contro 
la sua volontà , benché in conseguenza della cupidigia in essa 
dilagante per l’assenza del cavalcatoy'e della umana volontà , in 
una innaturale condizione di servitù o di oppressione : fosse vit¬ 
tima della prepotenza iniqua ed esecranda di Filippo il Bello, 
nemico insieme dell’Impero e della Chiesa, il « mal di Francia », 
il « re della vita viziata e lorda » ; e attendesse quindi da Arrigo 
la liberazione. 

t 

Alla vigilia della comparsa di Arrigo in Italia, cioè presumi¬ 
bilmente nell’autunno del 1310, pare invece scritto il canto ven¬ 
titreesimo del Purgatorio', o, almeno, la profezia di Forese alle 
donne fiorentine : 


... Tempo futuro m’è già nel conspetto, 
cui non sarà quest’ora molto antica, 


(1) Cfr. il mio Imp. e Papato, ecc., pp. 6 sgg. 


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FK. ERCOLE 


460 


nel qual sarà in pergamo interdetto 
a le sfacciate donne fiorentine 
l’andar mostrando con le poppe il petto 


Ma se le svergognate fosser certe 

di quel che il del veloce loro annuanna, 
già per urlare avrieu le bocche aperte: 
chi*, se l’antiveder qui non m’inganna, 
prima fien triste che le guance impeli 
colui che ino si consola con nanna... (1). 


L’analogia evidente fra le minaccio a Firenze, contenute in 
questi versi, e quelle della Epistola ai Fiorentini ribelli, indusse, 
fra altri, il Parodi nella persuasione che la profezia di Forese 
sia press’a poco contemporanea a <\u<ì\Y Epistola, e quindi da 
attribuirsi alla primavera del 1311 (2). A me non sembra però 
necessario portare cosi innanzi la- composizione del canto. In 
realtà, anche prima dell’arrivo di Arrigo, già nel periodo tra 
maggio e ottobre 1310, si erano avuti troppi segni di diffidenze 
e riserve italiane verso l’Imperatore (e basta, a convincersene, 
scorrere le risposte, piene di riserve e di condizioni, di molti 
Comuni ai messi di Arrigo annunciatiti prossimo l’arrivo del¬ 
l’Imperatore) (3), perchè la fede di Dante nella unanime dispo¬ 
sizione degli Italiani a ricevere Arrigo non dovesse almen tur- 

% 

Farsene; e, sovrattutto, le disposizioni evidentemente ostili di 
Firenze verso Arrigo eran già note a Dante sin dall’estate 
del 1310. Egli sapeva che Firenze si preparava a resistere ad 
Arrigo: ma era certo che. ove dalla resistenza essa non avesse 
desistito, ne avrebbe pagato amaramente il fio, perchè era certo 


(1) l'urtj. XXIII. 9S sgg. 

(2) Parodi, Op. cit., 390 sg. 

(3) Constit. Henr. VII: Actn lepat. in ìomb. missae, maggio-agosto 1310, 
in Montini. Gemi. Hist., 3, IV, a. V, n». 371-374: cfr. del resto, Barbi, in 
Bull. Soc. liunt ., 1892, pp. 23 sgg.; Gentile, Profezia di I)., cit.; e v. il 
mio Imp. e Papato , pp. 34 sgg. e, ora, Pistelli, Per Ja "Firenze di ])., 
1921, pp. 19 sgg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


461 


che Arrigo sarebbe riuscito nella sua impresa ; e avrebbe quindi 
punito i ribelli: « nam prope est qui liberàbit te de carcere 
« impiorum ; qui, percutiens malignantes, in ore gladii perdet 
« eos, et vineam suam aliis locabit agricolis, qui fructum iustitie 
« reddat in tempore messis... Nec sedueat alludens cupiditas, 
« more Sirenum nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortifi- 
« cans. Preoccupetis faciem eius in confessione subiectionis, et 
« in psalterio penitentie iubiletis, considerantes quia \ potestati 
« resistens Dei ordinationi resistit et qui divine ordinationi 
« repugnat, voluntati omnipotentie coequali recalcitrat; et ‘ du- 
« rum est contra stimulum calcitrare ’ » (1). Sono parole scritte, 
appunto, pur nel momento del giubilo per l’imminente arrivo 
deH’Imperatore-Veltro, nell’autunno del 1310, e nello scriver le 
quali è più che verisimile Dante pensasse sovrattutto a Firenze. 
Nè a questa ipotesi osta la determinazione del tempo, in cui la 
profezia, che si finge pronunciata nel 1300, annuncia doversi 
verificare la minacciata punizione: 


prima Tìen triste, che le guance impeli 
colui che mo si consola con nanna... 


Nell’autunno del 1310, i bambinelli del 1300 non eran certo 
giunti a pubertà : e Dante pensava, allora, che la vittoria del 
Veltro, e quindi la punizione di Firenze preparantesi a ribellar- 
glisi, sarebbe stata, se Firenze non avesse mutato consiglio, così 
prossima (Arrigo era in via), da giunger prima che la pubertà 
di quei bambinelli sopravvenisse. 

Del resto, il miglior commento alla profezia di Forese, ci è 
forse offerto da Dante stesso, nel canto seguente, nelle accorate 
parole che Egli gli rivolge: 

... però che il loco u’ fui a viver posto, 
di giorno in giorno più di ben si spolpa, 
ed a trista ruina par disposto... (2): 


(1) Epist. V. 2. 6; 4. 13 sgg. 

(2) Purg. XXIV. 74 sgg. 


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FR. ERCOLE 


462 

appunto perché si dispone a resistere al Veltro. Ed un prean¬ 
nunzio della rovina incombente su Firenze « Dei ordinationi 
« resistens », Forese Donati gli addita nella tragica fine di colui, 
che della ostinata malvagità fiorentina ebbe « più colpa»: 

. Non hanno molto a volger quelle rote, 

e drizzò gli occhi al ciel, che ti fìa chiaro 
ciò che il inio dir più dichiarar non puote (1). 

E, anche qui, nessun accenno, neppure indiretto, ad un timore 
di Dante, che Firenze possa trovare, nella sua criminosa inten¬ 
zione di resistere al Veltro imperiale, un sostegno o un incen¬ 
tivo nella politica della Chiesa o nell’azione di Clemente V. 
Dante non sembra concepire neppure, in questo momento, la 
possibilità che il Pontefice sia per resistere ad Arrigo. Egli è 
convinto che Imperatore e Papa andranno « per un cammino » (2). 


IO. 

« 

E la stessa convinzione risulta evidente dai non molti, e, del 
resto, assai prudenti, accenni ai rapporti tra il Pontefice e Arrigo, 
che si incontrano nelle tre Epistole , scritte tra il settembre 
del 1310 e l’aprile del 1311. 

Le tre Epistole costituiscono un documento di prim’ ordine 
per la ricostruzione del pensiero politico dantesco, in uno dei 
momenti decisivi della vita del Poeta, non tanto perchè esse 
rappresentino una fase particolare e distinta di quel pensiero, 
dal punto di vista dottrinale e teorico, quanto perchè ci testi¬ 
moniano lo stato d’animo del Poeta, durante l’impresa d’Arrigo, 
di fronte agli ostacoli e alle difficoltà subito frappostesi all’im¬ 
presa, cui Egli si era dato con la fede più certa e invincibile, 
e certi caratteristici atteggiamenti pratici di Lui. 


(1) Purg. XXIV. 83 sgg, 

(2) Purg. XXX. 144. 


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LE TUE FASI PEL PENSIERO POLITICO PI DANTE 



Dal primo punto di vista, non si può dire che le Epistole 
aggiungano nessun nuovo elemento dottrinale alla concezione 
politica sull’Impero e i suoi rapporti col Papato, quale essa si 
era venuta fissando, nello spirito di Dante, sin da quando Egli 
svolgeva, nel canto di Marco Lombardo, le linee fondamentali 

della sua teoria sulla indipendenza e autonomia dei due poteri. 

. 

Le Epistole , insomma, appartengono, col Purgatorio, sino ai 
canti dell’Eden, a quella, che possiamo dire la seconda fase del 
pensiero politico dantesco. 

Nelle Epistole , non si dice nulla, a parte il tono lirico e ispi¬ 
rato dello stile, proprio dello stato d’animo del Poeta nel det- 

i 

tarle, che già non fosse stato detto nel quarto libro del Con¬ 
vivio, e nel canto sesto e sedicesimo del Purgatorio, e non 
costituisse il presupposto di tutta la costruzione allegorica del 


Poema, già nettamente tracciata nel Prologo. 

Il concetto dominante del quale è chiaramente enunciato, in 
una formola sintetica efficacissima, nel periodo, con cui si inizia 
VEpistola ai Fiorentini ribelli: «Eterni pia providentia Regis, 
« qui dum celestia sua bonitate perpetuat, infera nostra despi- 
« ciendo non deserit, sacrosancto Romanorum Imperio res hu- 
« manas disposuit gubernandas, ut sub tanti serenitate praesidii 
« genus mortale quiesceret, et ubique, natura poscente, civiliter 
« degeretur... » (Jl ). Dio ha dunque preordinato il popolo romano 
alla fondazione della Monarchia universale, perchè gli uomini 
possano, nella pace e nella giustizia, che la Monarchia univer¬ 
sale può sola garentir loro, vivere felici, secondo vuole la loro 
natura — s’intende, in quanto non corrotta o deviata dal pec¬ 
cato, alle cui conseguenze la Monarchia universale deve appunto 
offrire il rimedio —, nella umana civiltà : perchè, in altri ter¬ 
mini, non sia loro impedito l’accesso al colle della vita felice. 
Questa verità, che è insieme, come era già apparsa nel Convivio 
e nel Prologo , una verità di ragione e una verità rivelata alla 


(1) Episi. VI. 1. 1. 1 sgg. 


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464 


FR. ERCOLE 


ragione dai segni miracolosi, onde Dio ha accompagnato, sin dal¬ 
l’inizio, la predestinazione del popolo romano, cioè la sua mis¬ 
sione di popolo eletto, è confermata dall’esperienza : ossia dalla 
incapacità, in cui si trova il genere umano, di vivere felice in 
terra, da quando, per colpa di Lucifero, insidiante sempre alla 
felicità terrena ed ultraterrena degli uomini, il Re dei Romani, 

o degli Italiani, ha cessato di garentire alla umana civiltà, cioè 

« 

a ciascuna delle comunità autarchiche, in cui la umana civiltà 
naturalmente si divide, il mantenimento della pace e della giu¬ 
stizia. La quale esperienza conferma anche quella divina prede¬ 
stinazione del popolo romano, e quindi italiano, al governo del 
mondo: perchè essa dimostra che, come, quando esisteva l’Im¬ 
peratore, o Monarca, l’Italia era il paese, in cui, più che in ogni 
altro, regnava la giustizia e la pace, ossia la vera felicità, cosi, 
da quando manca il Monarca, l’Italia è il paese, in cui, più che 
in ogni altro, regna la ingiustizia e la guerra, ossia la infelicità : 
« Hoc etsi divinis comprobatur elogiis, hoc etsi solius podio ra- 
« tionis innixa contestatili* antiquitas, non leviter tamen veritati 
« applaudii quod, solio augustali vacante, totus orbis exorbitat, 
« quod nauclerus et remiges in navicula Petri dormitant, et quod 
« Italia misera, sola, privatis arbitriis derelicta omnique publico 
« moderammo destituta, quanta ventorum fluentorumque con- 

« cussione feratur verba non caperent, sed et vlx Itali infelices 

# — 

«lacrimis metiuntur... » (i). Perciò l’Imperatore universale è, o 
deve essere, prima che il « solatium mundi », la « gloria » del 
popolo italiano, anzi lo sposo dell’Italia: perciò gli Italiani deb¬ 
bono salutare nel Monarca il proprio re: colui, per mezzo del 
quale essi sono chiamati a governare, attraverso il governo im¬ 
periale da lui esercitato, gli altri popoli del mondo (2). Chi non 


(1) Epist. VI. I. 3 sgg. 

(2) Epist. V. 2. 5 ; 6. 19 : « Evigilate igitur omnes et assurgite regi vestro 
« sibi non solum ad imperium, sed, ut liberi, ad regimen reservati » : v. la mia 
Unità politica, ecc., pp. Ili sgg. L’interpretazione che dà di questa frase 
il Pistelli, in Studi dant., dir. da M. Barbi, II, p. 150, benché egli dica di 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


465 


ricorre, leggendo queste frasi delle Epìstole, al Veltro del Pro¬ 
logo, che non caccerà la lupa dalla umana civiltà, se non in 
quanto avrà prima salvata l’Italia, e quell’Italia, che è la conti- 
nuatrice e l’erede di Roma? E tutto quanto nelle Epistole si 
dice, intorno alla onnipotenza e universalità dell’Imperatore; al 
dominio, che all’Imperatore spetta, su tutte le cose del mondo, 
non solo le pubbliche, ma anche le private, le quali si tengono 
« vinculo suae legis, non aliter »; alla imprescrittibilità della 

sovranità imperiale; alla garanzia, che dall’autorità imperiale 

♦ * 

deriva alla libertà morale degli uomini (1), non è che sviluppo 
e determinazione di concetti già ben presenti nella mente di 
Dante, sin da quando dettava il quarto del Convivio, e concepiva 

9 

l’allegoria del Poema. 

Ignoto al Convivio e all’ Inferno è invece il concetto che da 

Dio, « velut a puncto bifturcatur Petri Caesarisque potestas », 

ossia che Cristo, « cum... homo factus evangelizaret in terris, 

# 

« quasi dirimens duo regna, sibi et Caesari universa distribuens, 

« alterutri iussit reddi que sua sunt... » (2) : ma esso, come si 
disse, aveva già fatto, nell’immagine dei due soli — che non è 
affatto, se non apparentemente, smentita nelle Epistole (3) —, , 
la sua comparsa nel sedicesimo del Purgatorio. 


non esser persuaso della mia, si riduce, in sostanza, a quella proposta da me, 
e lo conferma il chiarimento offerto dal Pistelli stesso, Per la Firenze di 1)., 
cit., p. 38, ove il senso esatto della frase è, come io avevo già affermato, ri¬ 
condotto al verso dc\V Inferno : * in tutte parti impera e quivi regge * 
(Inf I, 127). « L'Imperium comprenderà tutti, ma il regimen avrà sede in 
« Italia, a Roma, e gli Italiani dovranno parteciparvi direttamente, non solo 
« come sudditi, ma anche come reggitori, allo stesso modo che Dio impera 
< in tutto l’universo, ma regge soltanto in Paradiso ». E verissimo: ma è da 
aggiungere che gli Italiani potranno partecipare direttamente al regimen 
dell’Impero, solo in quanto VImperator è il rex degli Italiani. A nessun’altra 

forma di governo diretto degli Italiani sul mondo Dante poteva pensare, se 

* 

non a questa. Il Pistelli ed io siamo dunque, in fondo, d’accordo. 

(1) Epist. V. 7* 20 sgg.; VI. 2. 5 sgg.; 3. 11 sgg. ; 5. 22 sgg. ecc. 

(2) Epist. V. 5. 17; 9. 27; VI. 2. 8 ecc. 

(3) Cfr. Parodi, Op. cit., pp. 434 sgg. ; 494 sgg. 

Giornale »tor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n* 19-21). 80 


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466 


FR. ERCOLE 


La deferenza tra XInferno, e lo stesso Purgatorio, sino al 
ventiquattresimo canto, da un lato, e le Epistole dall’altro, sta sol¬ 
tanto qui: che,mentre,nell’ Inferno, l’avvento del Veltro è annun¬ 
ciato, come un evento di là da venire, in epoca indeterminata 
ed incerta, e, nel Purgatorio, è atteso e sperato, come un evento 
ormai probabile e prossimo; nelle Epistole, il Veltro è ormai 
presente. Arrigo è il Veltro: colui, che è venuto a portare la 
giustizia e la pace in Italia, e a diffondere, dall’Italia, la pace 
e la giustizia nel mondo. Basta, a persuadersene, pensare alle 
parole, con cui s’apre VEpistola ai Principi e ai Popoli d’Italia : 

i 

« Ecce nunc tempus acceptabile, quo signa surgunt consolationis 
« et pacis. Nam dies nova splendescit ab ortu auroram demon- 

« strans, que iam tenebras diuturne calamitatis attenuat ; iamque 

« 

« aure orientales crebrescunt : rutilat celum in labiis suis, et 
« auspitia gentium blanda serenitate confortat. Et nos gaudium 
« expectatum videbimus (vedremo comparire e trionfare l’atteso 
« Veltro), qui diu pernoctavimus in deserto, quoniam Titus exo- 
« rietur pacifìcus, et iustitia, sine sole quasi eliotropium hebe- 
« tata, cum primura iubar ille vibraverit, revirescet, etc... » (1). 
E più avanti : « vos autem qui lugetis oppressi : ‘ animum suble- 
« vate, quoniam prope est vestra salus... ’ », ecc. (2). Onde la esal¬ 
tazione addirittura messianica di Arrigo, considerato quasi come 
un secondo Redentore: come colui, che verrà a redimere gli 
uomini dalla infelicità terrena, dopo che Cristo li ha redenti 
dalla infelicità eterna : « Romane rei baiulus hic divus et trium- 
« phator Henricus, non sua privata, sed publica mundi commoda 
« sitiens, ardua queque prò nobis aggressus est sua sponte penas 
« nostras participans, tanquam ad ipsum, post Cliristum, digitum 
« prophetie propbeta direxerit Jsaias, cum, spiritu Dei revelante, 
« predixit: ‘Vere languores nostros ipse tulit et dolores nostros 
« ipse portavit’ » (3). Naturale ci appare quindi lo stato di rapi- 


(1) Epist. V. 1. 1 sgg. 

(2) Epist. V. 5. 15 sgg. 

(3) Epist. VI. 6. 25. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


467 


mento mistico, in cui lo immerse il suo primo incontro con 

Tauspicato redentore della umana civiltà: « Nam et ego qui 

« 

« scribo, tam prò me quam prò aliis, velut decet imperatoriam 
« maiestatem benignissimum vidi et clementissimum te audivi, 
« cum pedes tuos manus mee tractarunt et labia mea debitum 
« persolverunt. Tunc exultavit in te spiritus meus, cum tacitus dixi 
« mecum: ‘ ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi... ’ » (1). 
Certo v’ha, in queste Epistole, un tono di enfasi ieratica, che può 
repugnare, anzi, di fatto, repugna al lettore moderno: ma esso 
si spiega e si giustifica, pensando allo stato d’animo di chi assiste 
al verificarsi di una propria profezia. L’accento profetico fu più 
volte notato nelle Epistole , ma forse sarebbe più esatto dire 
che Dante, nello scrivere le Epistole , specialmente la prima, 
non aveva affatto la coscienza di profetare il futuro : il suo stato 
d’animo è di Chi assiste ad un gaudio attuale, non di Chi l’an¬ 
nunzia nell’avvenire. Il profetargli l’aveva già fatto: nel Poema. 
Ora egli esulta, e si sente ispirato da Dio, perchè crede che 
l’evènto, di cui si era reso, quando nulla pareva annunciarne 
probabile o prossimo il verificarsi, banditore, sta per essere 
realtà: è, anzi, già realtà. Il Veltro è venuto: la lupa è sul 
punto di esser messa in fuga : il colle della vita felice sarà tra 
breve accessibile, e la giustizia regnerà sulla terra: « Immensa 
« Dei dilectione testante, relieta nobis est pacis hereditas, ut in sua 
« mira dulcedine militie nostre dura mitescerent, et in usu eius 
« patrie triumphantis gaudia mereremur. At livor antiquissimi 
« hostis, humane prosperitati semper et latenter insidians, non- 
« nullos exheredando volentes, ob tutoris absentiam nos alios 
« impius denudavit invitos. Hinc diu super flumina confusionis 
« deflevimus, et patrocinia iusti regis incessanter implorabamus, 
« qui satellitium sevi tyranni disperderet et nos in nostra iustitia 
« reformaret ». (Come non ricorrere col pensiero, a queste parole, 
alla scena del PrologoV). « Cumque tu, Cesaris et Augusti sue- 


(1) Epist. VII. 2. 9 sg. 


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468 


FR. ERCOLE 


« cessor, Apennini iuga transiliens, veneranda signa Tarpeia 
« retulisti, protinus longa substiterunt suspiria lacrimarumque 
« diluvia desierunt : et, ceu Titan preoptatus exoriens, nova 

I 

« spes Latio seculi melioris effulsit » (quel Lazio, di cui Egli 
aveva profetato nel Veltro il Salvatore) « ...tunc hereditas nostra, 
« quam sine intermissione deflemus ablatam, nobis erit in in- 
« tegrum restituta ; ac quemadmodum, sacrosante Jerusalem 
« meinores, exules in Babilone geraiscimus, ita tunc cives et 
« respirantes in pace, confusionis miserias in gaudio reco- 
« lemus... »(1). La fede nel successo di Arrigo è, in Dante — e 
non può non essere, posto il suo stato d’animo di cantore e pro¬ 
feta del Veltro —, assoluta. 

Senonchè, è anche evidente, a chi legga VEpistole, che quella 
fede fu ben presto posta a prove assai dure, quali il Poeta, 
quando profetava il Veltro, non aveva certo mai supposto pos¬ 
sibili. Egli credeva, allora, che, a restaurare la giustizia e la 
felicità nel mondo, bastasse la presenza, in Italia, dell’Impera¬ 
tore, e che .tutti gli Italiani gli sarebbero andati incontro al suo 
primo apparire. Ma Arrigo non era, si può dire, ancora apparso 
sulle soglie d’Italia, che già non poche illusioni su una fulminea 
vittoria del Veltro dovevano esser cadute dallo spirito di Dante. 
Qualche non lieve apprensione traspare, come già abbiamo detto, 
tra le espressioni di giubilo della prima epistola: nella quale è 
chiaro il proposito del Poeta di scuotere l’animo degli Italiani, 
di dissiparne diffidenze ed ostilità, che gli sembrano criminose 
e inconcepibili, di richiamarli, anche con minaccie, al dovere: 

«nolite, velut ignari, decipere vosmetipsos tamquam som- 

# 

« pniantes... et dicentes : Dominum non habemus..'. » (2). Crescono 

le preoccupazioni, le ansie, i timori, e insieme le minaccie e le 

% 

imprecazioni, di fronte, da un lato, alla pervicace resistenza di 
Firenze, dall'altro, alle incertezze e lentezze di Arrigo, nelle 
altre due Epìstole. E assistiamo all’insinuarsi del dubbio nello 


(1) Epist. VII. 1. 2 sgg.; 8. 30 sgg. 
(2> Epist. V. 7. 20. • • 




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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 469 

spirito esaltato del Poeta: è, proprio, questo Arrigo temporeg¬ 
giatore ed esitante, che neppure osa e sa infrangere Toltraco- 
tanza fiorentina, e, invece di correre a Roma a cingere la corona 
imperiale, si indugia, impigliandosi in meschine gare e.contese 

locali, nell’alta Italia, il Veltro promesso da Virgilio?: « Veruni 

• • * 

« quia sol noster, sive desiderii fervor hoc submoneat sive facies 
« veritatis, aut morari iam creditur aut retrocedere supputatur, 
« quasi Josue denuo vel Amos filius imperaret, ineertitudine 
« dubitare compellimur et in voce Precursori irrumpere sic : 

« Tu es qui venturus es, an alium expectamus? » (1). Il dubbio 

• * 

dura ben poco, però, e, malgrado ogni smentita della realtà, è 
subito soverchiato dal riaccendersi della fede incrollabile: « Et 
« quamvis longa sitis in dubium que sunt certa propter esse pro- 
« pinqua, ut adsolet, furibunda deflectat, nichilominus in te cre- 
« dimus et speramus, asseverantes te Dei ministrum et Ecclesie 
« filium et Romane glorie promotorem... » (2). Comunque, Dante 
ha dovuto ormai convincersi che la vittoria del Veltro non potrà 
esser pacifica e senza colpo ferire. Arrigo vincerà, perchè è il 
Veltro, ma la lupa, la cupidigia, la malizia, non si lascerà cac¬ 
ciare di villa in villa, senza opporre una ostinata resistenza. 

La causa delle crescenti difficoltà, dei sempre più gravi osta- 
coli frapponentisi all’impresa di Arrigo, è però pur sempre, anche 
nelle Epistole, unicamente la lupa: cioè la cupidigia o la ma¬ 
lizia ingiuriosa, scatenata da Lucifero nella umana civiltà : in- 
somma la « culpa vetus... que plerunque supinatur ut coluber et 
« vertitur in se ipsam » ; il « livor antiqui et implacabilis hostis », 
che, dopo avere, in odio al genere umano, determinata la va¬ 
canza dellTmpero, e quindi la confusione dei due governi nelle 
mani del Papa, tenta oggi con ogni mezzo di impedirne, o, al¬ 
meno, ritardarne, la ripristinazione (3). Alla suggestione diabo¬ 
lica cedono i Fiorentini, schiavi della cupidigia, nel resistere ad 


(1) Epist. VII. 2. 7. 

(2) Epist. VII. 2. 8. 

(3) Epist. V. 6. 18; VII. 1. 3. 


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FR. ERCOLE 


Arrigo (1), non già alle arti di Clemente V : chò, anzi, resistendo 
alla volontà dell’Imperatore, resistono anche a quella del Pon¬ 
tefice, tentando, come Dante vuol credere, invano, di piegarla a se 
stessi : « Vere in paternos ardet ipsa concubitos, dum improba 
« procacitate conatur summi Pontificis, qui pater est patrum, 
« adversum te violare assensum... » (2). Giacche Arrigo è colui, 
« quera Petrus, dei vicarius, honorificare nos monet; quem Cle- 
« mens, nunc Petri successor, luce apostolice benedictionis illu- 
« minat; ut ubi radius spiritualis non sufficit, ibi splendor mi- 
« noris luminaris illustret... » (3). Onde negare la universalità 
dell’Impero romano vai quanto negare la universalità della 
Chiesa : « Quid, fatua tali oppinione summota, tanquam alteri 
« Babilouii, pium deserentes imperium nova regna temptatis, 
« ut alia sit Fiorentina civilitas, alia sit Romana ? Cui* apostolice 
« monarchie similiter invidere non libet, ut si Delia geminatur 
« in celo, geminetur et Delius? » (4). 


11 . 

Ma gli eventi stavano per opporre una cruda smentita alla 
credenza di Dante nel proposito sincero di Clemente V di favo¬ 
rire l’impresa restauratrice di Arrigo. Tra il giugno e il luglio 

del 1312, proprio quando l’impresa di Arrigo, nella incoronazione 

0 

di Roma, sembrava prossima al momento decisivo e saliente, 
quando cioè più aperto avrebbe dovuto rifulgere, a confusione 
di tutti i nemici dell’Impero e della Chiesa, l’accordo fra i due 
supremi reggitori del mondo cristiano, si verificava in tutta la 
sua evidenza il voltafàccia di Clemente. Il Pontefice, pur senza 
venire a un manifesto atto di rottura con l’Imperatore, mostrava 


(1) Epist. VI. 2. 5; 3. 12; 5. 22 sgg. 

(2) Epist. VII. 7. 26.. 

(3) Epist. V. 10. 30. 

(4) Epist. VI. 2. 8. 



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471 


ormai a chiare note l’intenzione di ostacolarne l’impresa, me- 

% 

diante taciti o palesi accordi con i nemici di Arrigo, anzi con 
i ribelli all’autorità imperiale, primo fra tutti, il re di Napoli, 
Roberto d’Angiò. Clemente V aveva dunque ingannato Arrigo, 
allettandolo all’impresa italiana con la promessa della sua soli¬ 
darietà e del suo appoggio, per lasciarlo poi, nel momento più 
grave e difficile, solo, di fronte alle crescenti resistenze e alla 
oltracotanza angioina. L’ambiguo contegno di Clemente, rivelan¬ 
dosi ormai, o palesemente o covertamente, ostile ad Arrigo, as¬ 
sumeva agli occhi di Dante l’aspetto di un vero e proprio tradi¬ 
mento. Onde lo sdegno del Poeta dovè essere tanto più profondo 
e appassionato, quanto più Egli stesso sentiva di esser stato 
tratto in inganno dal Papa guascone. E, come VInferno era stato 
tutto dominato dall’odio del Poeta per Bonifacio Vili, così il 
Paradiso sarà dominato dal rancore dantesco pel Papa, che in¬ 
gannò l’alto Arrigo (1). E Clemente andrà quindi, ne\Y Inferno, 
a far compagnia a Bonifacio. Nulla di strano, come ad altri 
parve, o di irriverente alla memoria di Dante (2), nel supporre 
• che Egli abbia potuto, dopo il voltafaccia di Clemente, o, meglio, 
dopo la morte di lui, riprendere in mano VInferno, per scara¬ 
ventarvi il Pontefice traditore. Chi aveva finto di farsi predire 
nell’ Inferno, nel 1300, la dannazione di Bonifacio, ancor vivo, 
poteva anche fare la bizzarria di far posto, nell’ Inferno, già da 
qualche anno compiuto, al successore di quello. Nè è necessario 
supporre che lo facesse proprio ab irato : cioè subito dopo il 
tradimento, durante la vita di Clemente, o subito dopo la morte 
di lui. Non è improbabile che l’idea di aggiungere Clemente ai 
papi simoniaci del diciannovesimo d eMInferno gli sia venuta 

più tardi: cioè proprio, mentre scriveva il trentesimo del Pa- 

% 

radiso. E infatti curiosa e caratteristica l’allusione che. nel tren- 

« 


(1) Par. XXII. 82. 

(2) Cfr. Vòssler', Die Gotti. Komòdie, ecc., Heidelb., 1907, I, p. 13; 2, 307: 
v. del resto, tra altri, Proto, L'apocalissi nella Div. Comm., Napoli, 1905, 
pp. 222 sgg., e Parodi, Op. cit., p. 485. 




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FR. ERCOLE 


tesiino del Paradiso , si fa alla dannazione di Clemente, a pro¬ 
posito dell’alto Arrigo, venuto a drizzare Italia, prima che 
questa fosse disposta a riceverlo: 

E tia prefetto nel foro divino 

« 

allora tal, che palese e coverto 
non anderà con lui per un cammino. 

Ma poco poi sarà da Dio sofferto 
nel santo officio; ch’el sarà detruso 
là dove Simon mago è per suo merto, 

e farà quel d’Alagna intrar più giuso... (1). 

Non so davvero con quanti altri dannati il « pastor senza 
legge » divida il macabro privilegio di vedere, nel Paradiso, 
ricordato, e quasi rinnovato, il modo e la forma della propria 
dannazione infernale ! Giacche è evidente, negli ultimi versi del 
trentesimo del Paradiso , il rinvio alla profezia di Niccolò III : 

Ma più è ’1 tempo già che i piè ini cossi 
e ch’io son stato così sottosopra, 
ch’el non starà piantato coi piè rossi: 

che, dopo lui, verrà di più laida opra 
di ver ponente un pastor sanza legge, 
tal che convien che lui e me ricopra (2). 

Nella quale profezia di Niccolò III, però, manca qualsiasi ac¬ 
cenno all’inganno teso da Clemente ad Arrigo, vituperandosene 
soltanto la simoniaca fornicazione col re di Francia : 

Nuovo Jason sarà, di cui si legge 
ne’ Maccabei ; e come a quel fu molle 
suo re, cosi fia lui chi Francia regge. 

Per qual motivo, se l 'Inferno fosse stato iniziato dopo il 1314, 
e quindi il canto diciannovesimo composto dopo la morte di Ar¬ 


ti) Par. XXX. 142 sgg. 
(2) Inf. XIX, 79 sgg. 


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473 


rigo e quella di Clemente, il Poeta, dannando Clemente, avrebbe 
taciuto di quella, che ne era, allora, a’ suoi occhi, la colpa mag¬ 
giore, e di cui era cosi fresca in lui la impressione — l’inganno 
teso ad Arrigo —, e avrebbe invece atteso a ricordar quella 
colpa solo in uno degli ultimi canti del Paradiso ? La verità è 
che, nell’ Inferno, composto, come cercammo di dimostrare, tra 
il 1307 e il 1309, doveva mancare ogni allusione alla morte e alla 
condanna di Clemente : ma che il Poeta, giunto, nella composi¬ 
zione del Paradiso , dopo il 1314, al momento di celebrare l’as¬ 
sunzione in Paradiso dell’alto Arrigo, e già colpito nella fantasia 
dal, fatto che la morte di Clemente aveva di poco seguita quella 
di Arrigo, dovè, a un tratto, avvertire la opportunità che, nel 
giudizio divino, alla salvazione di Arrigo corrispondesse la dan¬ 
nazione di colui, che era stata la causa precipua della disavven¬ 
tura di quello, cioè della non disposizione degli Italiani a rice¬ 
verlo. E tanto più l’idea di questa opportunità dovè arridere al 

Poeta, quanto più il canto dei simoniaci, quale Egli l’aveva già 

« 

da qualche anno composto, pareva proprio fatto apposta, per 
renderla attuabile: sia perchè Clemente gli appariva, di fatto, 
nell’acquisto del pontificato e nell’esercizio di esso, simoniaco 
non meno di Niccolò e di Bonifacio, anzi, forse, più simoniaco 
di quelli; sia perchè la maniera già immaginata per farsi pre¬ 
dire, nel 1300, da Niccolò la dannazione di Bonifacio, gli offriva 
mirabilmente il destro di introdurre, senza sforzo, nel canto, anche 
la profezia relativa a Clemente. Ma è naturale che, aggiungendo 
al canto dei simoniaci la condanna di Clemente, Dante evitasse, 
per non turbare l’armonia della prima cantica, che ignorava 
completamente Arrigo, ogni esplicito accenno all’inganno del 
Guasco; il quale, del resto, era stato una conseguenza o una 
manifestazione della sua simonia. Onde io credo più che proba¬ 
bile che, nei vv. 145-48 del trentesimo del Paradiso, sia da 
scorgersi il germe dei vv. 79-87 del diciannovesimo del VInferno; 
i quali devono perciò ritenersi scritti, o poco dopo, o contempo¬ 
raneamente a quelli: cioè qualche anno dopo il 1314. 

Ma torniamo al 1312. Il Pontefice, la Guida spirituale del 


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FR. ERCOLE 


mondo cristiano, non era dunque la vìttima 'nolente, ma il com¬ 
plice di Filippo il Bello e della odiata casa angioina: il Papato 
non subiva la violenza della corte francese, ma prostituiva ad 
essa la Chiesa : non era schiavo coatto, in Avignone, della sa¬ 
crilega tirannia di Filippo, ma persisteva volontariamente nel 
proposito, non meno sacrilego e criminoso, di privare la Chiesa 
della sua sede predestinata, Roma, per porre la Chiesa al ser- 
vizio di un re ribelle all’Imperatore. Il Veltro, per porre in fuga 
la malizia di cui ingiuria è il fine, e ripristinare il regno della 
giustizia nel mondo, non aveva dunque soltanto da vincere gli 
ostacoli oppostigli dai nemici dell’Impero: doveva vincere anche 
gli ostacoli oppostigli dalla più grave resistenza e ribellione del 
Pontefice. La vendetta di Pio, preannunciata nel ventesimo del 
Purgatorio , doveva perciò esser diretta, non soltanto contro 
Filippo e, in genere, contro tutta la casa di Francia, ma anche 
contro chi aveva fatto della Chiesa la druda di quello. Onde il 
Veltro, atteso, nel ventesimo del Purgatorio , come colui, che 
vendicherà la Chiesa dagli oltraggi di Filippo, si trasforma, nel 
trentatreesimo, nel Du.v o Cinquecento diece e cinque , messo 
da Dio, ad ancidere « la fuia Con quel gigante che con lei de- 
« linque » (i). 

Il trentatreesimo del Purgatorio è, dunque, senza alcun pos¬ 
sibile dubbio, posteriore al giugno del 1312: cioè, all’inganno del 
Guasco. Ma, non meno certamente, è anche anteriore all’agosto 
del 1313: cioè alla morte di Arrigo. Giacche il Messo di Dio, 
il Cinquecento diece e cinque , il Dux, è Verede dell'aquila , pre¬ 
conizzato da Beatrice come colui, che verrà a por fine alla va¬ 
canza imperiale, e quindi — non potendo supporsi che Dante,, 
scrivendo dopo la morte di Arrigo, considerasse come non inter¬ 
rotta quella vacanza dall’elezione di quell’albo Arrigo , che porrà 
in Paradiso — è Arrigo, e non può essere che Arrigo: e, inoltre, 
Arrigo vivente , poiché se ne annunzia il prossimo trionfo. In ben 
pochi altri problemi danteschi, anzi, l’ipòtesi ha valore di cer¬ 


ti) Purg. XXXIII. 37 sg. 


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475 


tezza, come in quello che riguarda la identificazione del Cinque¬ 
cento diece e cinque con Arrigo VII (1). Il che vuol dire che 
Yinganno del Guasco non bastò a togliere a Dante la fede in 

m 

Arrigo : come, del resto, non la tolse del tutto a molti fra i suoi 

contemporanei. Arrigo è pur sempre, per Dante, anche se tra- 

• ♦ 

dito dal Papa, il Veltro promesso da Virgilio. Egli sa, ora, che, 

a vincer la lupa, non basta che l’Imperatore-Veltro sia sceso 

% 

in Italia: non basta neppure che sia stato incoronato a Roma: 
perchè gli si oppone la mala volontà della Chiesa, trasformata 
dalla cupidigia, in essa trionfante, nel mostro apocalittico : ma è 
pur sempre certo che il Cinquecento diece e cinque Arrigo, in¬ 
carnazione del Veltro, supererà gli intoppi e gli sbarri : perchè 
egli è sempre per Lui l’atteso, rinviato da Dio, l’« Agnus Dei 
« qui tollit peccata mundi » (2). La sua vittoria è, anzi, pros¬ 
sima : giacche è da accogliersi come assai fondata l’ipotesi del 
Davidsohn, che nella misteriosa ed enigmatica cifra Cinquecento 
diece e cinque si alluda all’anno 1315 come ultimo limite di 
tempo, più o meno precisamente fissato, all’avverarsi della pro¬ 
fezia di Beatrice (3). L’Italia è ancora, insomma, per Dante, 
quando scrive l’ultimo del Purgatorio, disposta a ricevere il 
Veltro. Soltanto la morte di Arrigo varrà a togliergli l’illusione. 

Non gli toglierà però la fede in una prossima incarnazione 
del Veltro : nella comparsa di un nuovo restauratore dell’ Im¬ 
pero, destinato a riprendere l’impresa tentata da Arrigo, e a 
condurla finalmente a termine. Beatrice gli promette che Egli 
non morrà, prima che la vendetta di Dio sia compiuta : 

la vendetta 

a 

che tu vedrai, innanzi che iti muoi... (4). 


(1) Cfr. fra i molti, Proto, Op. cit., pp. 166 sgg. ; Moore, The Dux Pro- 
fecy, in Studies in D., Oxford, 1903, 3, a. ser. ; Parodi, Op. cit., pp. 380 sgg.; 
459 sgg. 

(2) Epist. VII. 2. 10. 

(3) V. Bull. Soc. dant., N. S., IX, 129 sgg.: cfr. Parodi, Op. cit., pp. 380 sg. 

(4) Par. XXII, 14 sg. 


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FR. ERCOLE 


E già prima Folco di Marsiglia gli aveva annunziata vicina 
{tostò) la liberazione di Roma daH’adulterio fra la Santa Sede 

e la corte di Francia (1): e tosto attenderà San Pietro il nuovo 

« 

soccorso della Provvidenza divina alla Chiesa ed al mondo (2). 
Si tratta però di un tosto vago ed indefinito: di una aspetta¬ 
zione, che non si concreta in nessun personaggio e in nessun 
evento determinato. E anche più evidente è la indeterminatezza 

dell’attesa nella profezia di Beatrice: 

# 

... prima che gennaio tutto si sverni 
per la centesma ch’è là giù negletta, 
raggeran sì questi cerchi superni, 
che la fortuna che tanto s’aspetta 
le poppe volgerà u’ son le prore, 
sì che la classe correrà diretta; 
e vero frutto verrà dopo il fiore... (8) : 

la volontà dei buoni tornerà, malgrado ogni avversa volontà dei 
mali, veramente e compiutamente libera di volere il bene; e 
a quanti ‘escono, con la grazia di Dio, dalla selva del peccato 
attuale, tornerà accessibile il colle della vita virtuosa e felice. 
La promessa che gli ha fatto, in terra, per bocca di Virgilio, 
la ragione, è confermata, in Paradiso, per bocca di Beatrice, 
dalla fede. Ma l’avverarsi della promessa è rinviato al futuro: 
il giorno della giustizia verrà, ma verrà prima che passino i 
secoli e i millenni. Il Poeta è ormai rassegnato a non assistere 
coi suoi occhi mortali alla venuta del Veltro. Al Purgatorio , 
la cantica della fede nel Veltro presente , segue il Paradiso , 
la cantica della speranza nel Veltro futuro : si torna, insomma, 
nel Paradiso., al Veltro indeterminato del Prologo. 

Senonchè, il Veltro del Paradiso non è puramente e sempli¬ 
cemente il Veltro del Prologo : <**, innanzi tutto, il Cinquecento 


(1) Par. IX. .139 sgg. 

(2) Par. XXVII. 61 sgg. 

(3) Par. XXVII. 142 sgg. 


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477 


iUcce e cinque del Paradiso terrestre. Il vendicatore promesso 
da Beatrice, il liberatore annunziato da Folco di Marsiglia, il N 
soccorritore atteso da San Pietro, dovrà, prima di cacciare la 
lupa di villa in villa, vincere ed abbattere gli intoppi e gli 
sbarri frappostisi ad Arrigo, e che Arrigo non potè superare : 
dovrà liberare il «Vaticano e l’altre parte elette Di Roma» 
dall’adulterio : dovrà ancidere « la fuia Con quel gigante che 
« con lei delinque » : dovrà, in una parola, domare la resistenza 
del Papato. 

Ma c’è di più. Quando Dante scriveva VInferno e il Purga¬ 
torio, sino ai canti dell’Eden, riteneva che unica causa dei mali 
del mondo, del dilagare della ingiustizia nella umana civiltà, 
fosse l’assenza del Monarca universale, la vacanza dell’Impero, 
la mancanza del sole temporale. Marco Lombardo lamenta che 
il potere spirituale ha spento quello temporale: lo ha, cioè, 

usurpato, per l’assenza di quello, sostituendosi ad esso, e cor- 

# 

rompendo quindi se stesso. Manca, insomma, il governo del¬ 
l’Impero : non manca, per quanto degenerato e corrotto, quello 
della Chiesa. La Chiesa è mal governata, per T insinuarsi e il 
prevalere, nel suo governo, della cupidigia: ma un governo 
della Chiesa pur sempre sussiste. Quando invece Dante scrive 

il Paradiso , Dante ritiene che la causa della mala condotta del 

* % • 

mondo, della universale infelicità, è l 'assenza, la mancanza,' non 
di uno solo, ma di entrambi i governi : 

Tu, perchè non ti facci maraviglia, 
pensa che in terra non è chi governi; 
onde si svia l’umana famiglia... (1). 

Il miglior commento a queste parole di Beatrice ce l’offre, 
nello stesso canto, San Pietro: 

... Se io mi trascoloro 

i 

non ti maravigliar; chè, dicend’io, 
vedrai trascolorar tutti costoro. 


(1) Par. XXVII. 139 sgg. 


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KR. ERCOLE 


Quelli che usurpa in terra il luogo mio, 
il lungo mio, il luogo mio, che caca 
ne la presenza del Figliuol di Dio, 

« 

fatt’ha del eimiterio mio cloaca 

del sangue e de la puzza; onde ’1 perverso 
che cadde di qua su, là giù si placa (1). 

Il Pontefice dunque, fornicando, per cupidigia di beni mon¬ 
dani e di dominio politico, col re di Francia, non soltanto usurpa 

» 

il potere imperiale, ma usurpa anche quello spirituale’, non sol¬ 
tanto quindi è vacante l’Impero, ma è anche, di fronte a Dio , 
cacante la Chiesa. Non c’è, a guidar gli uomini alle due bea¬ 
titudini, terrena e celeste, nè l’uno nè l’altro governo : in terra 
non e chi governi. È quindi naturale che, nell’Inferno, Lucifero 
si plachi: perchè è come se la Redenzione non fosse venuta. 
Nessuno può salvarsi. Non l’un sole ha spento l’altro : ma sono 
spenti entrambi: è ciò che si dice nella Epistola ai Cardinali 
italiani, subito dopo la morte di Clemente V : Roma è « utroque 
« lumine destituta » (2) : Roma, destinata da Dio ad esser sede 

W 

dei due soli, non è sede nè dell’uno nè dell’altro. Perciò, sono 
vacanti entrambi i regimino. La Cristianità è senza guida. Non 
soltanto è impedita la strada del mondo, ma anche quella di Dio. 

Il pensiero politico di Dante ha dunque subito, quand’Egli 
pone mano al Paradiso , un ulteriore sviluppo. Il Paradiso 
rappresenta una nuova fase del pensiero dantesco: la terza fase. 
Ma questa fase era matura, nella mente di Dante, già prima 
che Egli iniziasse la terza cantica: era già matura negli ultimi 
canti del Purgatorio. Essa era sorta sotto l’influsso dell’in¬ 
ganno del Guasco. 

Non soltanto, infatti, l’ultimo canto del Purgatorio è senza 
dubbio posteriore al giugno del 1312 : ma anche il trentadue¬ 
simo. Tutta la scena allegorica svolgentesi, nell’Eden, intorno 


(1) Par. XXVII. 19 sgg. 

(2) Epist. XI, 10. 21. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


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alla pianta del Paradiso terrestre, presuppone già verificatasi, 
nello spirito del Poeta, una profonda revisione delle proprie idee 
politiche; o, più che una revisione, un approfondimento di 
quelle. La visione dell’Eden è ben più che un puro e semplice 
sfogo della terribile ira dantesca contro il Papa guascone tra¬ 
ditore dell’alto Arrigo: sotto Y enigma forte (1) si nasconde un 
ben più profondo pensiero. 


12 . 

La novità, di fronte alle fasi anteriori del pensiero etico-politico 
dantesco, non va, nei canti dell’Eden, cercata nel simbolo della 
pianta dispogliata. Già l’abbiam detto, e non ci resta ora che 
confermarlo. Il germe di quel simbolo è già tutto nella dottrina 
svolta nel quarto libro del Convivio , e nei presupposti stessi 
della allegoria fondamentale del Poema, quale è già fissata, sin 
dal Prologo. La pianta del Paradiso terrestre altro non è, in¬ 
fatti, se non il simbolo del vincolo sociale, che, a garanzia della 
felicità comune in terra, stringe insieme gli uomini nella umana 
civiltà , e che presuppone e condiziona insieme quella naturale 
libertà del volere, che è dèlia felicità di ciascuno il presupposto 
e la ragion d’essere fondamentale (2). 

La pianta si trova in quel Paradiso terrestre, che rappre- 
senta la piena ed intera « beatitudo huius vitae », di cui il ge¬ 
nere umano godrebbe totalmente tuttora, ove non fosse stato il 
peccato originale. Essa esisteva nel Paradiso terrestre, sin dal 
momento della creazione; ed era, allora, nel momento, in cui 
vi comparve il primo uomo, non già dispogliata, com’è ora. ma 
tutta maravigliosamente fronzuta e fiorita. L’aver perso fiori e 
fronde, essa deve soltanto al peccato di Adamo (3). Il quale 


(1) Purg. XXXIII. 50. 

(2) Cfr. il mio scritto La base aristotel.-tomist., cit., pp. 280 sgg. : v. Purg. 
XXII. 34 sgg.; XXXIII. 52 sgg. 

(3) Purg. XXXn. 37. 


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FR. ERCOLE 


consistè nel l’aver « morso quella », ossia neU’aver voluto di- 
scindere « col becco d’esto legno dolce al gusto » (1). 

La pianta è, insomma, letteralmente l’albero della tradizione 

» 

biblica o cristiana: l’albero della scienza del bene e del male, 

■ * 

dei cui frutti Iddio aveva comandato ad Adamo di non gustare. 

Anche per Dante, infatti, il peccato di Adamo fu un peccato di 

% 

disobbedienza (2) : di disobbedienza a un comando di Dio : al 
famoso interdetto dell'albero , in cui Dante ci dice essere mo¬ 
ralmente significata la giustizia di Dio (3). Ma perchè la giu¬ 
stizia divina si era appunto manifestata 'in quell’interdetto? 
Perchè 

qualunque ruba quella o quella schianta 
con bestemmia di fatto offende a Dio 
che solo a l’uso suo la creò santa?... (4) 

Quale sia il vero e profondo simbolo dell’albero, ce lo dice 
Dante stesso, ponendo in bocca 2\V animai binato , al grifone, 
a Cristo, in risposta a chi lo loda di non toccar col becco nulla 
di quel legno, il verso, eloquente nella sua brevità, « Si si con- 
« serva il seme d’ogni giusto » (5). Il che vuol dire che il fonda¬ 
mento, la base, il principio della giustizia si conserva, in quanto 

♦ 

non si ruba o schianta frutta o fronda dell’albero, che, quindi, 
significa il iuSj il cinculum humanae societatis , il diritto posto 
da Dio, attraverso la Natura, tra gli uomini e nelle cose: quel ius , 
che è da Dante concepito, appunto perchè naturale, come divino 
ed umano insieme: umano, perchè voluto dalla Natura fra gli 
uomini e per gli uomini ; divino perchè tutto ciò che è voluto dalla 
Natura, è voluto da Dio. Il quale ha perciò interdetto all’uomo 
di violarlo, non già perchè esso rappresenti direttamente la giu¬ 
stizia divina o il diritto divino — cioè quella volontà divina, 


(1) Purg. XXXII. 43 sgg.; XXXIII. 61. 

(2) Cfr. Purg. XXIX. 24 sgg.; Par. VII. 25 sgg. ; XXVIII. 15 sgg. 

(3) Purg. XXXIII. 70 sgg. 

(4) Purg. XXXIII. 58 sgg. 

(5) Purg. XXII. 48. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


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che si manifesta direttamente, e non per mezzo della Natura —, 
ma perchè è appunto volontà diretta e immediata di Dio, che 
ciò, che è voluto dalla Natura, sia dall’uomo rispettato, come se 
fosse voluto da Dio. Perciò si dice della pianta, simboleggiante 
quel ius naturale, che Dio « all’uso suo la creò santa », e che 
chi la viola « con bestemmia di fatto offende a Dio ». E perciò 
vediamo che quella pianta, mentre ha la sua radice nella terra, 
tocca quasi con la cima il cielo, in modo che « la coma sua... 
« tanto si dilata Più quanto più è su » (1) : a significare quel 

doppio e simultaneo carattere di divinità e di umanità, che è 

• • 

insito nel ius naturale , mentre.il simbolo del ius veramente 
divinum, da cui la santità del ius humanum e naturale de¬ 
riva, non potrebbe trovarsi che tutto e interamente nel cielo. 

Il peccato di disobbedienza di Adamo consistè dunque nel- 
l’aver violato quella legge divina, che sancisce la inviolabilità 
della legge naturale ed umana : o, meglio, il peccato originale è 
assunto esso stesso a simbolo: a simbolo della violazione, per 
parte del primo uomo creato da Dio, della legge naturale ed 
umana. Ma violare la legge, o il ius naturale ed umano, il di¬ 
ritto, vai quanto infirmare nella sua più essenziale condizione 
di vita e di sviluppo la umana civiltà , e quindi vai quanto infir¬ 
mare il mezzo dato da Dio, attraverso la Natura, al genere umano, 
per raggiungere la felicità terrena. Il che equivale a dire che la 
umana civiltà , quella umana civiltà, che presuppone il diritto, 
ossia l’organizzazione giuridica della società umana, avrebbe do¬ 
vuto sussistere anche nel Paradiso terrestre. Ma il genere umano, 
violato il ius naturale, dispogliata la pianta che lo simboleggia, 
non può più vivere civilmente, ossia non può più vivere felice sulla 
terra : perde quel Paradiso terrestre, che era la sede voluta da 
Dio per la piena ed intera felicità terrena, che è, anzi, il simbolo 
della umana civiltà , attraverso a cui quella felicità si conquista; 
quella umana civiltà , che avrebbe dovuto eternamente svolgersi 


(1) Purg. XXII. 40 sgg. 

Giornale etor. — Miscellanea dantesca {Suppl. n‘ 19.21), 81 



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FR. ERCOLE 


e funzionare, nell’universale e spontaneo ossequio degli individui 
alle sue leggi, fra gli uomini, se Adamo non avesse peccato, 
ma che non si svolge più, tra queiruniversale e spontaneo os¬ 
sequio, secondo la volontà naturale e divina, da che Adamo 
peccò. La conseguenza del peccato originale non fu infatti, come 
aveva creduto la tradizione agostiniano-patristica, di rendere 
necessaria la umana civiltà, ossia, in sostanza, lo Stato; ma fu 
piuttosto, come aveva iiitravvisto, aristotelicamente, la tradi¬ 
zione tomistica, di rendere la umana defila, o lo Stato, inat¬ 
tuabile, o insufficiente al proprio fine (1). 


Ed insieme con la possibilità di 


vivere civilmente, il genere 


umano, violato il ius naturale, perde anche necessariamente il 


massimo dono dato da Dio all’umana creatura: vale a dire la 


naturale libertà del volere. Tra il ius naturale, ossia la natu¬ 
rale civiltà umana, e la libertà del volere, corre infatti un rap¬ 
porto inscindibile, per cui essi si presuppongono a vicenda. Non 
si può vivere nella umana civiltà, se non esercitando la libertà 
del volere; ma non si può esercitare la libertà del volere, se 
non mediante la umana civiltà. Onde può dirsi che la pianta, 
in quanto simbolo del vinculum humanae societatis , è anche 
il simbolo della libertà del volere: di quella libertà, che non è 
tale, se non è usata con freno : cioè obbedendo. Adamo peccò 

4 

infatti, non solo in quanto disobbedì al comando di Dio, vio- 

% 

landò il ius naturale, ma anche in quanto, disobbedendo, non 
soffrì alla volontà quel freno, che Dio pose « a suo prode », 
ossia in quanto « trapassò il segno » (2) : in quanto abusò della 
libertà del volere, e, abusandone, la infirmò nel suo limite na- 
turalmente necessario. Non si tratta di due colpe distinte, ma 
di due lati o aspetti di una colpa sola. Onde, dopo il peccato 
di Adamo, il genere umano, come non è più felice, così non è 


0) Cfr. il mio Medio Evo e Rinascivi, nella dottr. polii, di D., passim 
ove mi sembra di aver confutato la tesi, anche recentemente oppostami dai 
Nardi, Op. cit., pp. 1 sgg. 

(2) Par. VII. 25 sgg.; Par. XXVI. 115 sgg. 


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LE THE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


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più libero: anzi non è più felice, perchè non è più libero. 
Perdendo il Paradiso terrestre, il genere umano ha perduto 
anche la vera e naturale libertà dell’anima razionale: di quel- 
l’anima, di cui dice Beatrice, nel Paradiso, che « solo il pec- 
« cato è quel che la disfranca » (1). 

E, col Paradiso terrestre, il genere umano ha insieme per¬ 
duto il Celeste : perchè, peccando di disobbedienza a un co¬ 
mando di Dio, Adamo ha privato il genere umano di quella 
grazia divina, che era l’unico mezzo, sovrannaturale, mediante 
cui al genere umano era dato trascendere, dalla felicità terrena, 
goduta, durante la vita corporea, nel Paradiso terrestre, alla 
felicità ultraterrena della vita spirituale, nel Paradiso celeste. 
La condizione imprescindibile imposta all’uomo, per poter con¬ 
tinuare a meritare la grazia, per la beatitudine dell’al di là, 
era dunque il persistere della volontà umana nell’attitudine a 
conseguire, obbedendo alla umana civiltà, la beatitudine terrena. 

La Redenzione, cioè la restituzion della grazia, e quindi la 
riammissione alla possibilità di meritare, malgrado V ir firmi ias 
derivante all’uomo dal peccato d’origine, e lasciata da Dio so¬ 
pravvivere alla Redenzione, il Paradiso Celeste, doveva perciò 
necessariamente presupporre la reintegrazione, malgrado quella 
infirmilas, della umana civiltà, cioè il riacquisto della possi¬ 
bilità, per gli uomini, di conseguire la felicità terrena. 

La concordia fra l’uomo e Dio presuppone, in altri termini, 
la concordia fra l’uomo, in quanto vive sulla terra, come uomo, 
in quanto cioè esercita le sue virtù naturali, con il ius humanum , 
ossia con la umana civiltà. Non può meritare la grazia divina 
ehi viola il diritto umano. Che altro significa il grido dei cir¬ 
costanti, nella visione offertasi a Dante nel Paradiso terrestre, 
all’albero : 

Beato sei, grifon, che non discindi 
col becco d’esto legno dolce al gusto, 
poscia che mal si torce il ventre quindi (2) ; 


(1) Par. VII. 70 sgg. , 

(2) Purg. XXXII. 43 sg. 


i 


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FR. ERCOLE 


e clic altro significa la risposta dell’animal Binato: «Si si con- 
« serva il seme di ogni giusto », se non che Cristo, l’Uoino-Dio, 
ha, redimendoli dalla colpa d’origine, cioè dalla perdita della 
grazia, riaperto agli uomini la felicità eterna, a patto che essi 
sappiano , rispettando il diritto umano , la umana civiltà , con¬ 
quistare la ter renai Perciò il Grifone trae il carro, — simbolo 
di quella Chiesa, che Egli, prima di risalire al» cielo, lascia agli 
uomini, come rimedio alla infirmitas derivante dal peccato, 
sotto, non più la sua diretta ispirazione, ma la indiretta ispi¬ 
razione della fede o della rivelazione (Beatrice, postasi, dopo la 
partenza del Grifone, a guardia del carro) —, ai piedi della ve¬ 
dova frasca, legandone ad essa il timone con una fronda di . 
quella (1); e, soltanto quando il carro della Chiesa è cosi legato 
all’albero del ius humanum , l’albero si innova compiutamente 
di fiori (2) : a significare che la umanità non può, mediante la 
Chiesa, cioè mediante la grazia, riprendere la sua attitudine a 
meritare agli uomini la felicità eterna, nell’al di là, se non in 
quanto la Chiesa stessa, non come organo della grazia, ma come 
organizzazione composta naturalmente di uomini, si ponga sotto 
il patrocinio di quel ius humanum , di quel diritto naturale, 
di quella umana civiltà , che deve condurre l’umanità stessa 
alla felicità terrena ; si ponga, sotto il patrocinio di quel- 
• l’altro rimedio, non sovrannaturale e gratuito, ma naturale ed 
umano, che Dio stesso ha lasciato alla infìrmitas derivante 
dalla colpa d’origine, per la restaurazione della giustizia, cioè 
del ius humanum , nella umana civiltà : sotto il patrocinio, 
insomma, dell 'aquila romana, o dell’Impero universale, fondato, 
con forze umane, ma per’ predestinazione divina, dal popolo 
romano. 

C’è, dunque, nella visione del Paradiso terrestre, anche il 
simbolo del secondo remedium cantra infirmitatempeccati (3) : 


(1) Cfr. Parodi, Op. cit., p. 523 n. 1. 

(2) Purg. XXXII. 49 sgg. 

|3) Mon. III. 4. 14. 


» 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DA*NTE 


485 


% 

dell’Impero: ma esso non è, checche ne dica il Parodi, la pianta, 
è proprio l’aquila, Vuccel di Giove (1). Nè mi riesce di com¬ 
prendere la distinzione, che il Parodi vorrebbe affermare, tra 
una Chiesa ideale (Grifone) e un Impero ideale (Albero), da un 
lato, e una Chiesa storica (Carro) e un Impero storico (Aquila), 
dall’altro. Questa distinzione è estranea al pensiero di Dante: 
pel quale non v’è che una Chiesa, ideale e storica insieme (il 
Carro, di cui è guardia Beatrice, la fede o la rivelazione), il 
cui fondamento è Cristo (il Grifone), e la cui forma è la vita di 
Cristo (2), e un Impero, ideale e storico insieme, l’Impero ro¬ 
mano (l’Aquila), il cui fondamento è il ius humanum , la umana 
civiltà (l’Albero) (3), la cui forma è la necessaria identità tra 
la legge dell’Imperatore e la legge naturale (4). Tra il Carro e 
il Grifone (tra la Chiesa e Cristo) corre lo stesso rapporto, che 
tra VAltiero e VAquila (tra la umana civiltà e l’Impero): la 
Chiesa conduce gli uomini a Cristo, come l’Impero li conduce 
alla umana civiltà’, e, come l’Impero non può condurre gli uo¬ 
mini alla umana civiltà , se non permettendo alla Chiesa di 

condurli a Cristo ; così la Chiesa non può condurre gli uomini 

% 

a Cristo, se non permettendo allTmpero di condurli alla umana 
civiltà’, il che vai quanto dire che, come la umana civiltà deve 
ubbidire a Cristo, attraverso la Chiesa, per quanto riguarda la 
beatitudine eterna, cosi la Chiesa deve ubbidire alla umana 
civiltà, attraverso l’Impero, per quanto riguarda la beatitudine 
terrena. Ma l’uno e l’altro, la Chiesa e l’Impero (il Carro e 
Y Aquila), sono appunto necessari, perchè Vumana civiltà, il ius 
humanum e naturale (l’ Albero ), fu, in origine, quando nè la 
Chiesa nè l’Impero erano, violato da Adamo, violando insieme 
il diritto umano e il comando divino (5). 


(1) Cfr'. Parodi, Op. cit., pp. 513 sgg. 

(2) Mon. III. 10. 7 ; 3. 10 sgg. 

(3) Mon. III. 10. 7; Conv. IV. 1. 1. 

(4) Epist. VI. 5. 22. 

(5) Mon. III. 4. 14 : « si homo stetisset' in statu innocentie, in quo a Deo 
« factus est, talibus directivis non indiguisset ». 


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FR. ERCOLE 


Nè è vero che, come dice il Parodi, questa interpretazione, 

la quale vede nell’albero il simbolo del ius humanum o della 

« 

umana civiltà, ma nega die esso rappresenti l’Impero, sciupi 
nel suo profondo significato la originalità della concezione dan¬ 
tesca (1). La verità è che l’originalità e l’audacia di Dante non 

♦ 

sta nell’aver affermato la necessità e la origine divina dell’Im¬ 
pero - l’uno e l’altro concetto eran tutt’altro che originali e 
nuovi —, ma nell'avere affermato la base o il fondamento di 
quella necessità, e di quella stessa origine divina, nella natu¬ 
ralità, e quindi nella divinità, o, meglio, nella corrispondenza 
al volere divino, del diritto naturale ed umano, del vivere ci¬ 
vile. dello Stato, insomma: nell’aver affermato, cioè, che l’Im¬ 
pero è necessario, non già perchè il peccato abbia reso neces¬ 
sario il vivere civile o lo Stato, ma perchè il peccato ha reso 
il vivere civile o lo Stato insufficiente al proprio fine, che non 
è posto in essere dal peccato, ma dalla Natura e quindi da 
Dio. La vera audacia di Dante non è dunque da cercarsi tanto 

nella sua idea dell’Impero, quanto nell’idea, che le sta a base, 

% 

della umana civiltà, o del ius humanum. E appunto questa 
idea che fa della sua teoria sull’Impero, cosi caratteristicamente 
medievale, il preannuncio dello Stato e della civiltà moderna. 

Senonchè è da aggiungere che, sin qui, la visione allegorica 
del Paradiso terrestre non dice nulla che, in altra forma, non 
fosse stato detto nel Convivio, e nel canto di Marco Lombardo, 
e non costituisse il presupposto di tutta la costruzione allego¬ 
rica del Poema, cioè il presupposto d t\V altro viaggio. L’ele¬ 
mento nuovo comincia in quella parte della visione, in cui il 
Poeta adombra la causa, che ha portato all’attuale assenza del¬ 
l’Imperatore universale, e quindi all’attuale trasformarsi, mal¬ 
grado la Redenzione, della umana civiltà, impedita dal preva¬ 
lere della malizia, nella selva selvaggia, e che culmina nella, 
profezia del Cinquecento diece e cinque. Quella causa è, ora, 
per la prima volta, additata nella donazione di Costantino. 


(1) Parodi, Op. cit., p. 527 n. 1. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


487 


E invero, pure ammettendo — e non si può non ammettere 
— che l’inganno del Guasco abbia determinato, dopo il giugno 
del 1312, nel Poeta, deluso nella sua fiducia, lo stato d’animo, 
sotto il cui influsso Egli doveva dettare la apocalittica visione 
degli ultimi due canti del Purgatorio, non si può, senza frain¬ 
tendere quella visione e lo spirito che la anima, concluderne, 

come alcuni ne hanno concluso, che Dante abbia voluto, per 

» 

cosi dire, accentrare e impersonare nella figura e nella po¬ 
litica del Papa guascone, l’ostacolo, che Egli vedeva, contro 
ogni sua aspettazione, frapporsi alla missione del Veltro-Arrigò. 
Ben più profonda è la revisione del proprio programma poli¬ 
tico, a cui il Poeta dimostra, nella visione del Paradiso ter¬ 
restre, di essersi indotto, sotto la tragica influenza della crisi 
spirituale, che le vicende di Arrigo han determinato nell’animo 
Suo. Certo, Egli, dopo il voltafaccia pontificio % del giugno 1342, 
si accorge di essersi ingannato sul conto di Clemente, e si sente 
spinto a giudicarne tanto più aspramente la .condotta, quanto 
più ripugna al suo senso morale ciòcche ora gli pare un tra¬ 
nello teso da Clemente ad Arrigo, e, oltre che ad Arrigo, anche 
a se stesso. Ma Egli va assai più in là: e si accorge di essersi 
ben più profondamente ingannato, nel credere che, comunque, 
allo stato attuale delle cose, la Chiesa potesse sul serio favorire 

l’impresa di Arrigo, cioè la restaurazione dell’Impero, perchè 

% 

si accorge che la causa della corruzione della Chiesa, del con¬ 
fondersi in essa dei due reggimenti, del suo fornicare con i li¬ 
belli dell’Impero, non era stata soltanto, come aveva creduto 
sino allora, la mancanza dell’Imperatore, Vabsentia tutoris (1), 
la lontananza dall’Italia e da Roma del titolare della corona 
imperiale; o, meglio, che questa stessa assenza o lontananza è 

s 

determinata, oltre che dalla colpevole negligenza dei succes¬ 
sori degli Svevi, da una causa più lontana e remota, che è, essa, 
la vera e propria « cagion che il mondo ha fatto reo », e di cui 


(1) Epist. VII. 1. 3. 


N 


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FR. ERCOLE 


la mala condotta delle due guide non è che una conseguenza: 
che insemina la venuta del Veltro sarà vana, se esso non riesca, 
innanzi tutto, ad eliminare quella causa. La quale trascende le 
persone di Clemente e di Filippo — tanto è vero che, nella vi¬ 
sione del Paradiso terrestre, non son già la fida e il gigante , 
che trasformano il carro della Chiesa nel mostro dalle sette 
teste, ma essi compaiono sul carro già trasformalo (1) — ,e ri¬ 
sale assai più indietro nel tempo: assai più indietro di Boni- 
facio Vili, e persino di quella briga di Federico II, che, pure, nel 
sedicesimo del Purgatorio , era stata da Marco Lombardo indi¬ 
cata come l’inizio del seroi selvaggio (2). Che, anzi, probabil¬ 
mente, nel momento iu cui scriveva la visione del Paradiso 
terrestre, Dante avrebbe considerato quella briga da un punto 
di vista diverso, da quello, in cui l’aveva considerata nel sedi¬ 
cesimo del Purgatorio. Quella briga gli sembra ormai fatale al 
genere umano, non tanto perchè da essa ebbe inizio la vacanza 
deirimpero, sino alla comparsa in Italia del Veltro-Arrigo, quanto 
perchè essa aveva impedito agli Svevi di compier l’opera feli¬ 
cemente iniziata : di riuscire, cioè, a ripristinare quella nor¬ 
malità di rapporti fra i due regimino , che, già da un pezzo, 

anche prima degli Svevi, era radicalmente guasta e infirmata. 

« 

K infatti tutta la storia del mondo cristiano, da Cristo ai suoi 
giorni, che Dante riprende in esame, e le cui vicende allego¬ 
ricamente riassume ed espone nelle vicende del carro: ed è questa 
storia, che gli rivela la vera causa di tutti i mali, che afflig¬ 
gono l’umanità, che pur Cristo redense: la causa, che del carro 
(la Chiesa) lasciato da Cristo in guardia a Beatrice (la rivela¬ 
zione o la fede), e da Lui legato all’albero del ins Jimnanum 
o della umana civiltà, ha fatto il mostro trascinato dal gigante 
per la selva (3): che ha, insomma, rispogliato quelhalbero, ri¬ 
ducendo la umana civiltà alla selva della malizia e della infe- 


(1) l J urg. XXXII. 148 sgg. 

(2) Purg. XVI. 115 sgg. 

(3) Purg. XXXII. 109 sgg. 


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licita: che, infine, la terra destinata da Dio aH’uomo, perchè, 
malgrado la colpa di origine, vi raggiungesse, mediante i due 
remedia contra infìrmitatem peccali , nella pace, la felicità 

9 

terrena, ha ricondotto ad essere, quale l’aveva lasciata Adamo, 
«l’aiuola che ci fa tanto feroci» (1). 

9 

La quale causa altro non è, se non quella simboleggiata nello 
scender dell’aquila (simbolo dell’Impero) 

* 

... giù ne l’arca 

del carro e lasciar lei di sè pennuta: 
e qual esce di cuor che si rammarca, 
tal voce usci del cielo e cotal disse: 
o navicella mia, coni’ mal se’ carca !... : 

cioè la donazione di Costantino. 

La posizione centrale e fondamentale, che questa occupa nella 
visione, non può invero esser revocata in dubbio, ove si ponga 

mente, oltre che alla visione nel suo insieme, alla profezia del 

% 

Cinquecento diece e cinque , che sarà un erede dell’« aquila 

« Che lasciò le penne al carro », e alle parole di commento, che 

su di essa pronuncierà Beatrice nel canto seguente (2). 

+ , 

E ben vero che la visione è, come credo abbia esauriente- 
mente dimostrato il Proto (3), diretta a riprodurre, nelle vicende 
del carro, le persecuzioni della Chiesa, quali Dante aveva de- 

4 

sunto, adattandone e trasformandone i simboli ai propri in¬ 
tenti, dall’Apocalissi, attraverso il commento tomistico : e cioè, 

« 

la persecuzione dell’Impero gentile ai cristiani (la prima di¬ 
scesa dell’aquila), quella dell’ereèia (l’assalto della volpe), e 

quella del diavolo (il drago), che, non essendo riuscito a di- 

* 

strugger la Chiesa, nè con l’una, nè con l’altra, entra diretta- 
mente in azione, e, con l’astuzia velenosa (la coda), corrompe 
la Chiesa, introducendo in essa il desiderio delle cose terrene 


(1) Par. XXII. 151. 

(2) Purg. XXXIII. 37 sgg.; 58 sgg. 

(3) Cfr. Proto, Op. cit., pp. 50 sgg.;‘71 sgg. ecc. 



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490 


FK. BUGOLE 


e del dominio secolare: ed è quest'anima, coni*' nell’Apocalissi, 
la persecuzione più grave, in cui il Diavolo riesce vittorioso: 
infatti esso giunge a rompere il vaso della Chiesa, e a trasfor- 
marlo, da corpo di Cristo, qual’era prima, in corpo del Diavolo, 
ossia nella bestia delle sette teste dei vizi e delle dieci corna 
contro i comandamenti della legge, che Cristo era venuto a 
compiere nel mondo. 

Ma è anche vero che Dante ha introdotto, nella riproduzione 
delle tre persecuzioni, un elemento estraneo all’Apocalissi — la 
donazione di Costantino —; e, quel che più conta, gli ha attri¬ 
buito, sulla vittoria del drago nella terza persecuzione, un’effi¬ 
cacia preponderante, anzi decisiva : giacché è soltanto perchè 
la Chiesa era già pennuta delle penne lasciatele dall’aquila, che 
essa, coprendosene poi tutta, come la terra di gramigna, finisce 
col trasformarsi nel mostro (i); e, se è vero che, senza l’assalto 
del drago, essa non si sarebbe mal servita di quelle penne, nè 
se ne sarebbe tutta ricoperta, è anche vero che il drago non 
sarebbe riuscito a trasformare il carro nel mostro, se l’aquila, 
prima, non lo avesse di cosi funesto dono caricato. Fuor di 
allegoria,' è per colpa di Costantino, che il Diavolo è riuscito a 
corrompere la Chiesa. Nè certo, ove Dante si fermasse qui, ci 
sarebbe nella concezione dantesca molto di originale, e, sovrat- 
tutto, di nuovo, di fronte ‘allò fasi anteriori del suo pensiero 

politico. Già nell’ Inferno, infatti, appare il concetto della do- 

% 

nazione di Costantino, come causa, o, almeno, come coefficiente, 

della* corruzione della Chiesa, e del suo trasformarsi nella bestia 

* / 

apocalittica (2). Era, del resto, un vecchio concetto gioachimita, 
e famigliare alla letteratura degli spirituali (3). Ma Dante va 
assai oltre questo concetto. 


(1) Purg. XXXII. 136 sgg. 

(2) Inf. XIX. 115 sgg. 

(3) Specialm. Tocco, L'eresia nel Medio Evo, Firenze, 1884, pp. 141 sgg.; 
Parodi, in Bull . Soc. dant., N. S., XII, 187 sgg.; Pietrobono, Il Poema 
Sacro, I, 23 sgg.; Vento, Op. cit., 315 sgg. ecc. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


491 


Non è invero senza motivo che la dote di Costantino, di cui 

si dice, nel diciannovesimo <\q\V Inferno, che « di tanto mal fu 

. -» 

« matre », diventi, nel ventesimo del Paradiso , addirittura 
l'evento, onde il mondo fu distrutto (1). Come mai la donazione 

di Costantino ha distmtto il mondo? ossia ha reso inattuabile la 

0 

umana civiltà sulla terra? Perchè essa ha radicalmente infir¬ 
mato il rimedio lasciato da Cristo per la restaurazione della 

« 

umana civiltà, o del ius humanum , ed ha, quindi, una seconda 
volta, violato quella umana civiltà o quel ius humanum : ha, 
insomma, rispogliato l’albero, che Cristo aveva, mediante l’Im¬ 
pero, rinverdito. L’albero fu infatti dirubato due volte (2) : una 
volta, da Adamo, violando il ius humanum.', una seconda volta, 
da Costantino, infirmando quella universalità dell’Impero, che è 
la condizione essenziale perchè l’Impero possa reintegrare il ius 
violato da Adamo. Adamo rubò la pianta : Costantino la schiantò, 
in quanto ruppe Vunità dell’Impero: entrambi offesero, con be¬ 
stemmia di fatto, il comando divino, che sancisce la intangibi¬ 
lità del ius humanum, o della umana civiltà. Il commento più 
esplicito alle parole di Beatrice ci è offerto dal trattato della Mo¬ 
narchia : « sicut Ecclesiae fundamento suo contrariari non licet... 
« sic et Imperio licitum non est, contra ius humanum (cioè contro 
« il suo fundamentum) aliquid facere. Sed contra ius humanum 
« esset, si seipsum Imperium destrueret... Cum ergo scindere Im- 

« perium esset destruere ipsum... manifestum est quod Imperi 

♦ 

« auctoritate fungenti scindere Imperium non licet...» (3). 

E, quel che è anche peggio, la donazione di Costantino, in- 

* 

firmando il rimedio lasciato da Cristo per la festaurazione del 
ius humanum, ha infirmato anche l’altro, la Chiesa, per la 
restituzion della grazia: ha, in altri termini, condotto la Chiesa 
a « contrariari fundamento suo », che è Cristo (4). Cristo aveva 


(1) Par. XX. 55 sgg. 

(2) Purg. XXXIII. 57 sgg. 

(3) Mon. EH. 10. 8 sgg. 

(4) Mon. III. 10. 7. 



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492 


FR. ERCOLE 


infatti legato la Chiesa a una fronda dell’albero, significando la 
sua volontà che essa fosse soggetta, rispettando il ius humanum , 
nelle cose di quaggiù, all’Impero. La donazione ha rotto quel 
vincolo : ha slegato la Chiesa dall’albero, ormai rispogliato. Ma 
la Chiesa, che è andata contro il proprio fondamento, cioè Cristo, 
non è più In Chiesa , come l'Impero, che ha scisso se stesso, 
non è più l'Impero. Infatti l’uno e l’altra han finito col non 
aver più a Roma il centro a loro assegnato da Dio: e, in quanto 
non risiedono a Roma, non sono. Quando Dante scriveva il 
canto dei simoniaci, pensava che la donazione di Costantino 
avesse, se non proprio introdotta, facilitata, da parte del dia¬ 
volo l’irrompere della corruzione o della cupidigia nella Chiesa : 
ora pensa che, per colpa di quella donazione, la Chiesa di Cristo 
è come se più non esistesse. 

*1 

Sappi die il vaso che il serpente ruppe 
fu e non è... (1): 


non è più, tant’è vero che essa finirà col partire da Roma, e col 
ridursi mancipia del re di Francia: tant’è vero che, Beatrice, 
posta a guardia del carro, si è allontanata, il che vuol dire che 
l'ispirazione divina, la parola di Cristo, si è eclissata dalla 
Chiesa, e non tornerà se non quando sarà venuto il Veltro o il 
Cinquecento diece e cinque (2). Perciò dirà più tardi S. Pietro 
che il luogo suo vaca nella presenza di Cristo : in quanto Cristo 

si è allontanato dalla Chiesa, o, meglio, la Chiesa si è allonta- 

« 

nata da Cristo. 

L'umana civiltà è quindi, per colpa della donazione costanti¬ 
niana, ritornata press’a poco nello stato, in cui l’avéva lasciata 
il peccato originale : perchè, per quanto redenta da quel pec¬ 
calo, in quanto peccato, mancano i due rimedi necessari a 
vincere Vinfirmitas indotta nell’animo umano da quello, in 


(1) Purg. XXXIII. 84 sgg. 

(2) Purg. XXXIII. 10 sgg.: cfr., sull’allontanamento di Beatrice e i dieci 
passi, Parodi, Op. cit., 888 sgg. 



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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


493 


quanto pena di quello: è, in altri terniini, per tutti gli uomini, 
la selva selvaggia del peccato attuale. E tale rimarrà, sino a 
che non venga un erede « dell’aquila Che lasciò le penne al 
« carro », un diretto successore di Costantino, un Imperatore, 
prima che a cacciare la lupa dal mondo, cioè a esercitare nel 
mondo la giustizia, a riparare il male fatto da Costantino, an¬ 
nullandone gli effetti : annullando la donazione e restaurando 
l’unità dell’Impero, che Costantino aveva infranta: il che vai 
quanto dire, a restaurare, oltre ' l’Impero, anche la Chiesa. 


13. 

Ora, poiché il concetto della donazione costantiniana, come 
dell’atto, che infirmò entrambi i remedia contra inflrmitatem 
peccati , appare per la prima volta, attraverso il simbolo del¬ 
l’albero che l’aquila ha, per la seconda volta, dirubato, scin¬ 
dendo con la donazione l’Impero, nella visione del Paradiso 
terrestre, e non può quindi farsi risalire, nella storia interiore 

del pensiero dantesco, oltre la crisi del 1310-1313, anzi oltre il 

♦ 

giugno 1312, ne segue che il trattato di Monarchia, in cui quel 
concetto ritorna chiaramente enunciato (1), offrendo uno degli 
argomenti fondamentali alla tesi svolta nel terzo libro, non potè 
esser composto che contemporaneamente, o dopo, gli ultimissimi 
canti del Purgatorio. 

È perciò da respingersi, già per questo motivo, se anche altri, 
e molti, non ci fossero, a indurre alla stessa conclusione, ogni 
ipotesi tendente ad attribuire la composizione della Monarchia 
ad anni anteriori al 1312. Tutto quanto si disse sin qui, del 

resto, mira a dimostrare come, durante i primi anni dell’esilio, 

• • 

quando Dante componeva il Convivio , e quando, più tardi, con¬ 


ti) Cfr. Mon. U. 12. 8 : « 0 felicem populum, o Ausoniam te gloriosam, 
€ si vel numquam infirmator ille Imperli tui natus fuisset, vel numquam 
« sua pia intentio ipsum fefellisset... » ; III. 10. 2 sgg. 


% 


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494 


FR. ERCOLE 


copi l’allegoria centralo del Poema, e scrisse le prime due can¬ 
tiche, sino ai canti- dell’Eden, il pensiero politico dantesco in¬ 
torno all’Impero e ai suoi rapporti con la Chiesa, per quanto 
già potenzialmente presente nei suoi presupposti fondamentali, 
non fosse ancor giunto, pure avvicinandovi man mano, sotto il 
premere degli eventi e delle meditazioni del Poeta, a quel grado 

di maturazione definitiva, da cui doveva uscire il trattato sulla 

* 

Monarchia. 

Il tentativo, fatto recentemente (1), di dimostrare la- Mo¬ 
narchia posteriore al Convivio, ma anteriore d\VInferno, si 
basa su di un’asserita antitesi fra una tendenza razionalistica 

del Convivio , che sarebbe tuttora presente nella Monarchia , e 

« 

una tendenza antirazionalistica o mistica del Poema, di cui ab¬ 
biamo già posta in luce la inconsistenza. VInferno non è, come 
dicemmo, una sconfessione del Convivio, in quanto il Convivio 
postula la sufficienza della ragione a condurre l’uomo alla pura 
e semplice felicità terrena, perchè questa sufficienza è il presup¬ 
posto, non meno dell’allegoria fondamentale del Poema, che del 
Convivio : ed è perciò il presupposto anche della Monarchia. 
Nè, in. questa, la dimostrazione filosofica dell’indipendenza del¬ 
l’Impero dalla Chiesa è mai basata sulla negazione del limite, 
che la fede oppone alla ragione. In ciò il trattato politico si 
trova perfettamente sulla stessa linea del Poema, e quindi anche 
del Convivio. La Chiesa esiste, appunto, perchè esiste la verità 

rivelata, la grazia, la fede: nè Dante si è mai sognato di rico- 

« 

noscere all’Impero il diritto di invaderne il campo, in nome 
della ragione. Ma, d’altro lato, l’Impero esiste, perchè la ra¬ 
gione, come tale, basta a se stessa, è sufficiente al proprio fine, 
e la Chiesa non ha diritto di limitarne, in nome della fede o 
della verità rivelata, la sufficienza. È la nota contrapposizione 
dei documenta revelata ai documenta philosophica. L’affer¬ 
mazione del Gentile che il Virgilio della Monarchia non at- 


(1) Dal Nardi, Op. cit., pp. 32 sgg-. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


495 


tenda nessuna Beatrice (1), è da respingersi, ove con essa si 
voglia dire che, nella Monarchia , la ragione umana sia conce¬ 
pita come sufficiente anche ad intendere i documenta re-ve¬ 


lata : e basterebbe a 'smentirla il ricorso al testo (2). Onde è 

vano cercare nell’imperniarsi della Commedia sui due simboli 

» 

distinti e coordinati, Virgilio e Beatrice, l’indizio di un preteso 
ritorno, nella Commedia , ad una concezione medievale della 
subordinàzio.ne della teologia alla filosofia, che sarebbe stata su¬ 
perata nel trattato politico. Anche nella Commedia , Virgilio non 
ha alcun bisogno di Beatrice, per condurre Dante al Paradiso 
terrestre: cioè alla felicità terrena: ossia a quella, che Dante 
dirà nella Monarchia la piena ed intera attuazione dell’intel- 
lettò possibile (3). E, viceversa, anche nella Monarchia , Virgilio 
non potrebbe, da solo, cioè senza i docuìnenta revelata , di cui 
è organo la Chiesa, condurre Dante alla felicità ultraterrena. 
Se la Monarchia è — ed è senza dubbio — « il primo atto di 
« ribellione alla trascendenza scolastica » (4), in quanto afferma 


l’immanenza del fine terreno dell’uomo, e quindi la sua sottra¬ 
zione all’azion della grazia (5), lo è soltanto nel senso che essa 
offre lo sviluppo, specialmente nel primo libro, di una elabo¬ 
rata e complessa dimostrazione filosofica a un concetto, che era 
già tutto, in germe, presente nel Poema, anzi costituiva del 
Poema il presupposto : e basterebbe a provarlo, oltre tutta l’al¬ 
legoria etico-politica centrale, l’idea del Limbo dantesco: l’idea 
che anche i non credenti in Cristo, i nati prima di Cristo, co¬ 
loro cui era negata la grazia, fossero capaci di virtù, di tutte 
le virtù morali e intellettuali, purché sapessero piegare la vo¬ 
lontà alla ragione, e perciò di felicità terrena, in sè piena, cui 


(1) Gentile, La filosofia ital., in Generi letterari, Vallardi, p. 140: ma 
il G. non dà alla frase il significato, che sembra volerle attribuire il Nardi. 

(2) M'on. III. 16. 7 sgg. 

(3) Cfr. Parodi, in Bull. Soc. dant., 1919, pp. 133 sgg. 

(4) Gentile, Op. cit., p. 140 ; I probi, della scolastica e il pens. ital., Bari, 
1913, pp. 46 sg. 

(5) V. Medio Evo e JRinascim. nella dottr. polii, di D., cit., pp. 165 sg. 



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496 


FR. ERCOLE 


non mancava, ad esser perfetta, che la fede e la speranza nello 
al di là (l). Chi non presente, in questa audacissima conce¬ 
zione, in cui, rasentando il limite dell’ortodossia, dai presupposti 
aristotelici del tomismo eran tratte le conclusioni estreme, 

più che il preannuncio di ciò che si dirà nella Monarchia : 

• » 

che l’Impero garantisce la felicità terrena anche ai- Garamanti 
e agli Sciti, ossia a popoli non cristiani, e quindi negati alla 
felicità ultraterrena? (2). Nessun regresso segna dunque il 
Poema-di fronte alla Monarchia : ma questa, in quanto serrata 
e organica dimostrazione filosofica di una tesi, in quello soltanto 
intuita nelle sue linee generali e fondamentali, segna senza 
dubbio un progresso di fronte al Poema. La Monarchia fu 
perciò certamente composta dopo l’ Inferno. 

Nè meno certamente credo possa affermarsi che la Monarchia 
è posteriore alle Epistole, e quindi ai canti dèi Purgatorio , sino 
al ventiquattresimo: cioè ai primi anni dell’impresa di Arrigo. 
È ben vero che, come dicemmo, le tesi, che formano oggetto di 
dimostrazione di ciascuno dei tre libri della Monarchia, anche 
quella del terzo, sono tutte presenti alle Epistole : ma è anche 
vero che alle Epistole è ignoto il concetto della donazione di Co¬ 
stantino, come atto infirmatore dell’unità dell’Impero. Inoltre, l’an¬ 
damento scientifico, il tono di oggettività, la studiata astrazione 

i 

da luoghi e da tempi determinati, propri del trattato, contrastano 

troppo con il tono apocalittico, entusiastico, enfatico, e con le fina- 

% 

lità precise e immediate, proprie delle Epistole, perchè si possa 
supporli contemporanei. Perchè, del resto, nei primi anni dell’im¬ 
presa di Arrigo, Dante avrebbe sentito la necessità di scrivere 
la Monarchia ? Non gli bastavan le Epistole , per manifestare ai 
contemporanei la sua fede nel Veltro-Arrigo, e i suoi sdegni e fu¬ 
rori contro i nemici e ribelli di lui ? Infine, ed è l’argomento che 
mi par decisivo, la Monarchia presuppone la conoscenza di 
scritti usciti dopo la incoronazione di Arrigo a Roma, e dopo 


(1) Inf. IV. 33 sgg.; VII. 7 sgg.; 28 sgg. 

(2) Mori. I. 14. 6 : v. Parodi, La Monarchia, nel voi. Dante, cit., p. 96. 


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LE TRE FARI DET, PENSIERO POLITICO DI DANTE 


497 


ringanno del Guasco, ossia dopo il giugno del 1312, relativi alla 
lotta svoltasi tra Arrigo e Roberto d’Angiò, — la lettera in¬ 
viata da Roberto ai propri ambasciatori presso il papa in Avi- 

» 

gnone, per dissuadere il Pontefice dal riconoscere come valida 
l’incoronazione di Arrigo, e una nota polemica compilata a di¬ 
fesa di Roberto, per dimostrare con argomenti giuridici l’inva¬ 
lidità della sentenza di deposizione o di confisca pronunciata 
da Arrigo contro l’angioino (1) —, nei quali le teorie antimperia- 
liste, già svolte ai tempi della lotta fra Filippo il Bello e Boni¬ 
facio, sono riprese con intenso vigore, e nei quali uno dei motivi 
addotti a contestare la persistenza e la universalità dell’Impero 
è appunto la donazione di Costantino (2). Onde non è improba¬ 
bile che da essi sia venuto allo spirito di Dante il primo appiglio 
a scorgere nella donazione l’origine prima degli ostacoli frap¬ 
postisi al Veltro-Arrigo, e quindi lo spunto per la concezione 

allegorica dei canti dell’Eden. 

« 

E dunque la Monarchia da ritenersi composta durante l’ul¬ 
timo periodo dell’impresa di Arrigo, tra il giugno 1312 e l’agosto 
1313, cioè contemporanea proprio agli ' ultimissimi canti del 
Purgatorio^ È certo possibile: ed è l’opinione, che già suffra¬ 
gata dall’attestazione del Boccaccio, esser stato scritto il trat- 
tato « nella venuta di Arrigo VII », ha raccolto il consenso di 
molti autorevoli dantisti, tra i quali, anche di recente, il Pa¬ 
rodi, che, almeno per quanto riguarda il secondo libro, ne scorge 
una prova nel passo : « ... cum gentes noverim contra Romani 
« populi preheminentiam fremuisse, cum videam populos vana 
« meditantes... cum insuper doleam reges et principes in hoc 
« unico concordantes, ut adversentur Domino suo et Uncto suo, 


(1) Cfr. specialm. Chiappelli, Sulla età del « De Monarchia », in Arch. 
stor. ital., 1909, e Solmi, Per la storia dei tempi e del pens. di D., in Bull.. 
Soc. dant., XVIII, pp. 249 sgg. 

(2) Cfr. specialm. lo scritto in difesa di Roberto, in Kern, Acta Imperii 
Angliae et Franciae ab ann. 1267 ad ann. 1313, Tubing., 1911, n. 295, 
pp. 244 sgg. 

Giornale star. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 19-ai ). u 



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498 


FU. ERCOLE 


« Romano principi....» (I). Senonchè, se il Parodi ha quasi cer¬ 
tamente ragione nel riferire gli accenni polemici del passo ai 
Francesi (<jentes ), ai Fiorentini ( populi ), e a Roberto d’Angiò e 
agli altri governi ( reges et principes), coalizzatisi contro Arrigo, 
e nell’osservare che Dante non avrebbe potuto usare l’espres¬ 
sione Uncio suo, se non a proposito di quell’unico, che durante 
la sua vita era stato incoronato imperatore a Roma, cioè ad 
Arrigo, nulla esclude però che quel passo possa esser stato 
scritto, pur riferendosi ad Arrigo e ai nemici di lui, dopo la 
morte di Arrigo. Ora, io credo appunto che il trattato della 
Monarchia sia stato composto dopo l’agosto del 1313: anzi 
presupponga il crollo definitivo della fede posta da Dante in 

Arrigo VII. Giacché una fede magnanima e incrollabile pervade 

% 

da cima a fondo tutto il trattato, certo : ma è la fede nell’idea 
dell’Impero, la fede nella necessità o nella fatalità dell’Impero, 
la fede quindi che l’Impero, come necessario, debba prima o 
poi essere ripristinato, non è la fede in un determinato Impe¬ 
ratore. L’Impero è, nel trattato, una necessità di ragione, non 
una realtà concreta : è una verità, una verità ignota ai più, 
latente, intentata, non un fatto. 

Mentre Arrigo era presente, Dante non avrebbe sentito il 
bisogno di dimostrare ai suoi contemporanei, filosoficamente, la 
necessità dell’ Impero. Sapeva, sì, che teorie avverse all’ Im¬ 
pero correvano, e se ne facevan forti i ribelli e i nemici di 
Arrigo; ma perchè mai si sarebbe Egli indotto, nell’incalzar 
degli eventi e nel premere della passione, a scrivere in difesa 
di Arrigo un trattato, se Egli aveva ancora tanta fede in Ar¬ 
rigo, da scorgere in esso il Cinquecento diece e cinque , desti¬ 
nato a infrangere ogni intoppo ed ogni sbarro? se la sua fede 
giungeva al punto, da porre un anno così prossimo, quale 
il 1315, come limite estremo della sua profezia di vittoria? La 
risposta agli attacchi teorici dei giuristi di Roberto e dei de- 


(1) Moti. II. 1 . 3: v. Parodi, La Monarchia, cit., pp. 90 sg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


499 


eretalisti della Curia pontificia, Egli, allora, l’attendeva, ben più 
che dalla sua penna, dalla spada e dalla giustizia di Arrigo. E 
i suoi sdegni e le sue speranze, liricamente affidava alla visione 
apocalittica del Purgatorio, in attesa di vederli tradotti nella 
realtà. 


La morte improvvisa di Arrigo lo pose a un tratto di fronte 
a un tragico dilemma: aveva Egli sbagliato? No: non aveva 
sbagliato. L’Impero era pur necessario e spettava per diritto 

umano e divino al popolo romano ed era indipendente dalla 

« 

Chiesa. Il Paradiso dimostra che la catastrofe dell’impresa, in 

• • 

cui Egli aveva creduto, non lo scosse nella profonda saldezza 
della sua convinzione. Se Arrigo non era riuscito a restaurare 
l’Impero, e a ricondurre la Chiesa sul cammino tracciatole da 
Cristo, ciò voleva dire soltanto che i tempi non erano ancora 
maturi: che l’Italia, centro dell’Impero, e dalla quale perciò do¬ 
veva muovere la restaurazione, non era ancora disposta a ri¬ 
cevere il Veltro. Ma il Veltro verrà: verrà, quando l’Italia sarà 
disposta. Occorreva, dunque, disporla. E Dante si avvide che, a 
disporla, non era stata sufficiente la sua profezia : nè eran state 
sufficienti le celebrazioni liriche e le minaccie apocalittiche 


delle Epistole. Giacché i suoi concittadini, gli Italiani, i re e i 
governanti della terra, continuavano a ignorare la verità: con¬ 


tinuavano a porger l’orecchio agli spacciatori di menzogne, ai 

negatori dell’Impero, ai denigratori del popolo romano, ai falsi 

# 

zelatori della Chiesa. Poiché, dunque, non era bastato affermare 


la verità, occorreva dimostrarla : dimostrarla al lume della 


ragione, poggiarla su così salde basi filosofiche, da aprir final¬ 
mente gli occhi ai ciechi : e confutare, tutte insieme, una volta 


per tutte, le argomentazioni avversarie, da qualunque parte 
venissero, così quelle messe avanti, nell’interesse del re di 
Francia, dai giuristi di Filippo il Bello, o nell’interesse di Roberto 
d’Angiò, dai giuristi di Napoli, come quelle messe avanti, nel¬ 
l’interesse della Chiesa, dai decretalisti. E allora Dante pose 
mano al trattato, nel quale Egli doveva « de suis enucleare la- 
« tibulis » la verità così lungamente e pervicacemente misco- 


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500 


I 


FR. ERCOLE 


nosciuta dagli uomini (1), e nel quale il suo pensiero politico, 

« » — 

venutosi, negli anni anteriori, man inano svolgendo e accre¬ 
scendo di nuovi elementi e fattori, doveva raggiungere, nella 

* 

calma e nella meditazione dell’indagine e dell’analisi filosofica 
e scientifica, e nella stessa fredda oggettività della polemica 
impersonale, la sua formulazione definitiva e organicamente 
completa. 

Nè mancano, nel testo stesso del trattato, indizi, che confer¬ 
mano la nostra convinzione doversene la composizione attribuire 
ad uno degli anni immediatamente posteriori alla morte di Ar¬ 
rigo; è molto probabilmente al 1314 o 1315. Intendo alludere 
alla presenza nel trattato di alcuni spunti o motivi caratteristi¬ 
camente comuni ai primi canti del Paradiso , e alla Epistola 
dantesca ai cardinali italiani, scritta in occasione della morte 

è 

di Clemente V. 

Uno di questi indizi fu già da altri notato (2). È infatti no¬ 
tevole che la definizione che, nel primo libro del trattato, si dà 
della libertà del volere, come del « maximum donum humane 
« nature a Beo collatum » (3), trovi la sua esatta corrispondenza 
in alcuni versi del Paradiso: 

Lo maggior don, che Dio per sua larghezza 
fesse creando ed a la sua bontate 
più conformato e quel ch’e’ più apprezza, 
fu de la volontà la libertate (4). 

Sarebbe difficile dire, se, nei versi del Paradiso , sia da scor¬ 
gersi l’amplificazione della frase enunciata nel trattato, o piut¬ 
tosto, in questa, un estratto del concetto più ampiamente svolto 

% 

nel Poema: più probabile, forse, è la prima ipotesi. Ma è certo 
che il primo libro della Monarchia e il quinto canto del Paradiso 


(1) Mon. I. 1. 2 sgg. 

(2) Per es. Chiàppelli, Op. cit., pp. 19 sgg. 

(3) Mon. I. 12. 6. 

(4) Par. V. 19 sgg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


501 


non possono essere stati scritti a distanza di anni, tanto più se si 

tien conto del fatto che, nei numerosi accenni alla libertà del 

^ • 

volere, che si incontrano e nel Purgatorio e nelle Epistole { 1), 
non si ha mai traccia del concetto espresso nel trattato e nel 
Paradiso. Il fatto stesso che, in molti manoscritti della Mo¬ 
narchia, le parole su riferite siano seguite dalla glossa (e che 
di una glossa inserita nel testo si tratti, io credo quasi certo) 
« sicut dixi in Paradiso comedie », dimostra che i contempo¬ 
ranei avevan ben visto in quelle parole la intima connessione 

* 

con i versi del canto quinto del Paradiso. 

Ma anche più significativo mi sembra un altro indizio. È noto 
che uno dei motivi più caratteristici del trattato politico è l’at¬ 
titudine nettamente e sdegnosamente polemica verso i cosiddetti 
Decretalisti, e l’opinione essere le Decretali una fonte secon¬ 
daria e subordinata del diritto canonico : « Sunt etiam tertii (fra 
« gli assertori della soggezione dell’Imperatore, come di ogni 
« altra autorità secolare, alla plenitudo potestatis del Pontefice), 
« quos Decretalistas vocant, qui theologie ac philosophie cuius- 
« libet inscii et expertes, suis Decretalibus, quas profecto ve- 
« nerandas existimo, tota intentione innixi, de illarum preva¬ 
le lentia credo sperantes, Imperio derogant. Nec mirimi, cuin 
« iam audiverim quendam de illis dicentem et procaciter asse- 
« rentem traditiones Ecclesie fidei fundamentum: quod quidem 
« nefas de oppinione mortalium illi submoveant, qui ante tradi¬ 
re tiones Ecclesie in Filium Dei Christum sive venturum sive 

# 

« presentem sive iam passum crediderint, et credendo sperave- 
« runt, et sperantes caritate arserunt, et ardentes ei coheredes 
« factos esse mundus non dubitat. Et ut tales de presenti gymnasio 
« excludantur, est advertendum quod quedam scriptura est ante 
« Ecclesiam, quedam cum Ecclesia, quedam post Ecclesiam... 
« Post Ecclesiam vero sunt traditiones quas Decretales dicunt: 
« que quidem, etsi auctoritate apostolica sunt venerande, fun- 


(1) Purg. XVI. 70 sgg. ; 


XVIII. 07 sgg.; 'Epist. 




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502 


KB. ERCOLE 


« damentali tamen Scripture postponendas esse dubitandum non 

* 

«est, cum Christus sacerdotes obiurgaverit de contrario...»(t). 
Ora, questo atteggiamento polemico verso i Decretalisti, e questa . 
distinzione tra il valore da attribuirsi al Vecchio e al Nuovo 
Testamento e ai padri della Chiesa, da un lato, e alle Decretali 
dall’altro, sono completamente ignoti, cosi alle due prime can¬ 
tiche del Poema, come al Convivio : del quale ultimo, basta ri¬ 
cordare il passo: « E che altro intende di meditare l’una e l’altra 
« Ragione, Canonica dico e Civile, tanto quanto a riparare a la 
« cupiditade, che, raunando ricchezze, cresce ? Certo assai lo ma- 
« nifesta e l’una e l’altra Ragione... » (2), ove il diritto canonico è 
assunto in blocco, senza distinguere le Decretali dalle fonti ante 
e cum Ecclesia. La distinzione lumeggiata nel trattato politico 

* 

è invece chiarissima nelle parole di Folco di Marsiglia, del nono 
del Paradiso: 

Per questo l’Evangelio e i dottor magni 
son derelitti, e solo ai Decretali 
si studia, sì che pare a’ lor vivagni (3) ; 


e ritorna, dopo tre canti, nell’elogio di San Domenico: 


Non per lo mondo, per cui ino s’affanna 
diretro ad Ostiense ed a Taddeo, 
ma per amor de la verace manna 
in picciol tempo gran dottor si feo... (4). 


Ma c’è di più. Il concetto che le « traditiones post Ecclesiam » 
debbono cedere il campo, come norme subordinate e secondarie, 
in quanto umane, agli insegnamenti direttamente ispirati da 
Cristo, prima e dopo la sua ascensione in cielo, e quindi, oltre 
che al Vangelo, anche ai « veneranda illa concilia principalia, 


(1) Mon . III. 3. 9 sgg. 

(2) Conv. IV. 12. 9. 

(3) Par. IX. 133 sgg. 

(4) Par. XII. 82 sgg. 


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LE TRE FASI DEL PENSIERO POLITICO DI DANTE 


503 


« quibus Cristum interfuisse nemo fidelis dubitat », e alle « seri- 
« pture doctorum, Augustini et aliorum, quos a Spiritu sancto 
« adiutos qui dubitat, fructus eorum vel omnino non vidit, vel 
« si vidit, minime degustavit » (1), riappare nella Epistola ai 
cardinali italiani: « A! mater piissima, sponsa Christi, que in 
«aqua et Spiritu generas tibi filios ad ruborem! Non caritas, 
« non Astrea, sed filie sanguisuge facte sunt tibi nurus; que 
« quales pariant tibi fetus, preter Lunensem pontificem omnes 
« alii contestantur. Iacet Gregorius tuus in telis aranearum : 
« iacet* Ambrosius in neglectis clericorum latibulis ; iacet Augu- 
« stinus abiectus, Dionysius, Damascenus et Beda ; et nescio 
« quod ‘ Speculum ’, Innocentium et Ostiensem declamant. Cur 
«non? Illi Deum querebant, ut fìnem et optimum: isti censa 
« et beneficia consecuntur... » (2). 

Come non avvertire, così nella Monarchia , come nei primi 
canti del Paradiso , e nella Epistola ai cardinali, la presenza 
di un identico stato d’animo, di una vera e propria idea domi¬ 
nante e comune : questa : che non tutta la Ragion canonica lia 
ugual valore, perchè, se alcune parti o fonti di quella Ragione 
sono di diretta ispirazione divina, sono parola di Cristo, altre 
sono opera umana? E che quindi, in quanto la Chiesa dà maggior 
valore a queste che a quelle, si allontana da Cristo, e non è 
più, quindi, la Chiesa, quale Cristo ha fondato? È, in fondo, 
l’idea adombrata nella visione del Paradiso terrestre, mediante 
il trasformarsi del carro e l’allontanarsi dal carro di Beatrice: 

w 


ed è l’idea riaffermata, nel Paradiso, da San Pietro, quando 
Egli lamenta che la Chiesa « vaca » ne la presenza di Cristo. 
Ma è soltanto durante la composizione del suo trattato politico, 
e accingendosi a confutare la tesi della plenitudo potestatis 
papale anche in materia secolare, di fronte al)’Impero, che 


Dante acquistò precisa coscienza doversi scorgere l’indizio più 


chiaro di quell’allontanarsi della Chiesa da Cristo, nella pielesa 



(1) Mon. III. 3. 13 sg. 

(2) Epist. XI. 7. 15 sg. 


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504 


KB. ERCOLE 


di anteporre le affermazioni e le disposizioni dei Pontefici, non 

» 

direttamente ispirate da Cristo, ai Vangeli e alle sacre scrit- 
. ture : nella pretesa cioè che non la. parola di Cristo, ma le 
« traditiones Ecclesiae » siano « fidei fundamentum » (1): il che 
equivaleva a sostituire, al fondamento divino della Chiesa, il 
fondamento umano: in altri termini, a strappare la Chiesa dalla 
via di Dio e a trascinarla sulla via del mondo: quella via, a 
cui la Chiesa è estranea, e a cui è guida l’Impero. Onde non fa 
meraviglia che, nella Epistola ai cardinali e nel Paradiso , la 
corruzione del clero e degli ordini monastici, e il loro rivolgersi 
a cure e a interessi mondani, sia messo esplicitamente in rap¬ 
porto all’abbandono, in cui son lasciati il Vangelo e gli scritti 
dei santi Padri, e alla passione, con cui invece si studiano e 
compulsano le Decretali e i commenti dei Decretalisti : cioè 
quelle fonti, cui nel trattato politico si nega ogni competenza 
a regolare, da sole, e in antitesi o in contrasto ai veri e propri 
documenta revelata , la vita della Chiesa (2). Ma tutto ciò in¬ 
duce evidentemente alla persuasione che VEpistola ai cardinali 
e i primi canti del Paradiso appartengano allo stesso momento 
del pensiero dantesco, da cui uscì il trattato sulla Monarchia. 

Francesco Ercole. 


(1) Mon. III. 3. 10. 

(2) Mon. III. 3. 10 sgg. 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

/ 

Gerione-Lonza, la Corda, il Giunco e “Veltro-Dux-Gran Lombardo/' 

PROEMIO 

Dante e la tradizione medievale dell’oltretomba. 

Dante non fu mai nè « spigolistro », nè « divoratore di libri » 
alla scolastica od aH’umanistica. Dopo essere « entrato nello 
Latino », egli si appropriò con somma diligenza la coltura cor¬ 
rente a’ suoi tempi ; non più. Se egli riusci a sbalordire i po¬ 
steri con una smagliante visione di sconfinata sapienza, è che 
seppe far fruttare la propria erudizione, come lo sanno i soli 
grandi. Sarebbe quindi vano cercare in Dante la risonanza di 
voci fioche e lontane ; del pari sarebbe ingiusto negare al sommo 
poeta ogni dimestichezza con una tradizione che (ira famiglia- 
rissima a tutti i suoi contemporanei, anche « idioti ». 

Al pari delle generazioni che lo precedettero e di quelle che 
vennero dopo di lui, Dante era abbastanza bene informato delle 

(*) In omaggio a quella libertà di opinione e di discussione, die è antica 
norma pel Giornale , e per riguardo all’autorità dell’egregio collaboratore, 
pubblichiamo questo suo scritto, lasciando a lui tutta la responsabilità delle 
sue ardite congetture e facendo da parte nostra le più ampie riserve. 

(N. d. Direz.). 


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506 


VL. ZABUGHIN 


cose dell’al di là. Era l’estrema « mansio » del genere umano, la 
dimora definitiva, la « patria ». Chierici ed illetterati facevano 
a gara per attingere sicure informazioni in merito. L’accesso 
dei regni d’oltretomba non era impossibile ; vi si andava, forse, 
più facilmente che in certi paesi selvaggi e lontani. Bastava ad¬ 
dormentarsi, tramortire, chiedere un passaporto per l’al di là al¬ 
l’autorità ecclesiastica, preposta alla custodia del pozzo di S. Pa¬ 
trizio. Un Santo, un Angelo, un diavolo aspettavano al varco, 
e la « calata virtuosa » all’Inferno cominciava. 

Le testimonianze di cotali « calate », « fededegne » e debita¬ 
mente autenticate, invadevano l’Italia in centinaia di codici la¬ 
tini e volgari. Anche oggi, dopo secoli di incuria umanistica ed 
altri secoli di arcigni sospetti di zelatori della Controriforma e 
dei loro epigoni, ne rinveniamo a diecine nelle librerie pub¬ 
bliche italiane. Erano tra i libri più ricercati tanto dal clero 
quanto dai fedeli. La loro fortuna, enorme all’età di Dante, non 
accenna a scemare se non nei decenni posteriori al Concilio di 
Trento. 

I pii lettori dell’incipiente Rinascimento venivano informati 
sull’al di là da « Leggendari » o Vite de’ Santi, da « Confessio¬ 
nali » o trattati dell’arte di ben fare penitenza. Le Vite de’ Santi 
si dividevano alla lor volta in due categorie nettamente distinte: 
le Vitae Patrum che la pia credenza faceva risalire a S. Giro¬ 
lamo; la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Le due raccolte 
produssero delle sottospecie derivate o miste. Sin dal sec. XI 
almeno le Vitae Patrum offrivano parecchi capitoli « escato¬ 
logici », più o meno estranei alla primitiva compagine del testo. 
La più antica, o m’inganno, di tali leggende aggiunte è la ce¬ 
leberrima Vita et Conversano S. Machurii Romani : vi tro¬ 
viamo un popolare e fortunoso viaggio di una brigata di monaci 
attraverso l’ Inferno ed il Paradiso deliziano. Accanto ad essa 
Vita troviamo le Visioni di Furseo e di Baronzio. La fortuna 
della seconda scema verso la fine del Medio Evo; quella della 
prima procede innanzi a passi di gigante. Dante la adopera 



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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 507 

francamente; in un cod. Riccardiano la rinveniamo addirittura 
a fianco delle Rime dantesche (1). 

Domenico Cavalca 0. P. accoglie, beninteso, nella propria ver¬ 
sione volgare tutte le interpolazioni che aveva trovate nei cor¬ 
renti codd. latini delle V. P. ; aggiunge del suo, togliendola alla 
L. Aur., la leggenda patriziana e due capitoletti, raffazzonati su 
modelli che derivano da S. Gregorio M. e che finora non potei 
scovare ne’ codd. latini (2). Il Barb. lat. 4107, certamente an¬ 
teriore alla morte del volgarizzatore, possiede tutte codeste 
giunte, e congeda il lettore con un’ importante avvertenza : 
« finisce la leggenda di sco Patritio. Et qui si compie lo quarto 
« libro de la vita patrum. E tucto lo libro predetto. Advegna 
« che inn (sic) alcuni luoghi ci siano alcune leggende che pro- 
« priamente non sono de la vita patrum ma sono tratte daltri 
« luoghi. Et maximamente la predicta leggenda di sco Pa- 
« trizio » (3). 

Non basta. Nel Quattrocento la grande raccolta si arricchisce • 


(1) F. P., ed. Rosweyd, rist. Migne, Lat. LXXIII-IV. Per i codd. inter¬ 
polati, p. es., Poncelet, Catal. codd. hagiographicorum Lat. Bibl. Vat., 
Bruxelles, 1910; Catal. codd. hagiographicorum bibl. rom., Bruxelles, 1909, 
s. v. S. Maccario (non saprei se Dante, Par. XXII, 49, pensi a lui od all’ere¬ 
mita della Leg. Aur., 18, 100-2 Graesse 3 ) Migne, Lat. LXXIII, 415-26, 
testo volgare del Cavalca ed. Del Lungo, Legg. sec. XIV, Fir., 1863, I, 
452-88. Fis. Fursci in parecchie redd., tra cui un compendio neWHist. eccl. 
di Beda: cfr. O’ Hanlon, Lives of thè Irish Saints, I, Dublin, 1875, 277-86; 
A A. SS. Hiberniae, Edinburgh, 1888; la vers. del Barb. lat. 518 (s. XII-XIII) 

m 

nel catal. vat. del Poncelet, 553-4. Il testo del Cavalca verrà pubblicato da 
me con la scorta del Barb. lat. 4107, sec. XIV ine. Vis. Baronti, AA. SS. 
Martii, III, 573-4. Per un’interp. escat. nel 1. Ili delle V. P., Monteverdj, 
in questo Giorrt., 61, 276-7. Vis. Fursei e Rime di Dante: Riccard. 1340, 
sec. XV. 

» 

(2) Il lavoro complessivo di A. Zàcchi sul Cavalca è in corso di stampa 
nell’Arcadia. Un’ed. critica del volgarizzamento delle V. P., seria e com¬ 
pleta, s’impone. 

(3) Barb. lat. 4107, 33 v., destra - 34 t\, sinistra; 34 v., sin. - 35 r., sin. (le 
due interp. « gregoriane »); 169 v., sin. -175 r., destra (Fis. Fursei ); 181 v., 
sin. sgg. (Legg. Patr.). 


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508 


VL. ZABUGHIN 


con la Vis. Tungdali, la regina delle visioni medievali, che non 
poteva mancare in un’opera cotanto letta (i). 

Tutti sanno che Iacopo da Varazze inizia la propria L. Aur. 
con una dissertazioncella De adventu Domini, che va annove¬ 
rata tra le fonti « teologiche » di Dante. Inoltre, egli sunteggia 
brevemente la Vis. Knrini et Leuciì e la legg. patriziana. 
È assai probabile, che proprio a lui l’Alighieri debba la grande 
dimestichezza che possiede con la prima di esse narrazioni, pa¬ 
rafrasata con evidente compiacenza (Inf. IV, 52-61); d’altronde, 
il poeta poteva averla letta anche presso il Bellovacense od in 
uno dei codici, punto rari, del 1 ’ Evangetium Nicodemi (2). 


(1) Nè bastò: le due copie delle V.P. del Cavalca, possedute dalla Comu¬ 
nale di Verona (codd. 164-6; 651-3) interpolano, la prima, « Vis. trium pue- 
rorum in Ierusalem * di pseudo-S. Cirillo gerosolimitano (Migne, Lat. XXXIII, 
1126-1153) la «mamma» della legg. patriziana, più il sermone di S. Tom¬ 
maso « della gloria et beatitudine del paradixo » ; la seconda, la Vis. Lazari , 
di cui riparleremo. Entrambe sono del sec. XV. La Fts. Tungd ali, per quanto 
io sappia, apparisce solo nelle stampe (per queste, Villàri, Antiche legg. e 
tradizioni, che illustrano la D. C., Pisa, 1865, 23 not. 1 ; Corazzimi, XXIII-V) 
(Fts. Tungd., ed. Corazzimi, Scelta di cur. lett. 128, Bologna, 1872). Pressoché 
contemporaneamente alla stampa del testo volgare, la Fis. Tungd. appariva 
anche in veste latina, nella compendiosa red. di Vincenzo Bellovacense, stac¬ 
cata dal contesto dello Spec. Hist. Da uno di codesti opuscoletti, e senza 
sospettarne la provenienza,, la riprodusse il Villàri, 1. c. Uno studio defini¬ 
tivo sulla portentosa fortuna della Fi».' Tungd., che si estende a pressoché 
tutti i paesi d’Europa, è da farsi. Per ora v. Mussafia, Sitzungsber. K. K. Ak. 
Wien., Phil. Hist. Classe, LXVIII, 1871, 157 sgg. e la pref. alla cit. ed. 
del volgarizzamento a cura del Corazzini ; cfr. anche l’edizione dell’originale 
A. Wagner, Erlangen, 1882. Alla lista delle tradd. elencate dal Corazzini e 
dal Mussafìa va aggiunta la serbo-croata nel cod. 324 della bibl. dell’Acca¬ 
demia jugoslava di Zagabria, ed. nelle « Starine » di detta Accademia, IV, 

1872, 110-8. Per le ripercussioni di essa vis. nella storia dell’arte francese 

* 

Male, L’art rei. de la fin du M. A. en France, Par., 1908, 509 sgg. Della 
fortuna delle varie redd. della vis. in Italia parlerò a dovere uc\Y Oltretomba 
classico, medievale, dantesco nel Binascimento (in corso di stampa nel 
voi. giubilare dantesco dellM rcadia). 

(2) Accenni escatologici nella L. A. non mancano anche all’infuori dei 
eapp. indicati (basti ricordare le legg. di S. Maccario, di S. Margherita, -di 
S. Giustina), (v. le figg. 112-6 del fase. I della mia racc. Dante e Vicono- 
grafia d'oltretomba, Milano-Roma, Alfieri-Lacroix, 1921). Per la diffusione 


i 


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509 


QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

Ecco poi le raccolte «tipo» L. Aur. Il Bari), lat. 2318 è un 
cod. latino-italiano scritto in Campania, forse a Teano, certo 
verso il 1314. È una raccolta di « legende sanctorum abreviate»; 
comprende la « Passio sive vita beati Lazari Masiliensis epi¬ 
scopi », che incontrerà nel Rinascimento un favore sempre cre¬ 
scente, verrà stampata e diventerà una delle fonti di M. G. Vida 
nella Cristiade. A 102 v. il compilatore avverte, che «secundum 
« sanctum Agustinum in sermone de verbo domini in monte 

« multa Lazarus enarravit de inferno et statu suo in morte»; 

« ' 

segue la notissima Vis. Lazari (1). Ma accanto a codesta leg¬ 
genda celebre ne troviamo una oscurissima: 106r. «legenda 
« beati exdre prophete ». È l’antichissima Apocalisse di Esdra, 
che offre il più vecchio esempio a me noto di un Inferno ste¬ 
reometrico. Presso i contemporanei di Dante essa leggenda do¬ 
veva godere una certa, sia pur modesta, rinomanza; vi si dice 


della L. A. basti citare i due cataloghi del Poncelet s. v.; Male, Art rei. du 
XIII siècle eri France 2 , Par., 1902, 412 sgg. L’ « avvento » del Signore for¬ 
nisce il soggetto della bella miniatura con cui si apre la copia quattrocentesca, 
allestita per la Certosa di Pavia, ora Braid. AE. XIV. 19, cfr. Carta, Codd. 
corali e libri a stampa min. della Bibl. Naz. di Milano, Poma, 1891, 39, 
ed il voi. dei facsimili, Roma, 1895, tav. IX. Per la Vis. Karini et Leucii 
Vino. Bell., Spec. Hist. VII, 5G; L. A., 54; Male, A. r. s. XIII, 263 
e not. 6; 264. 


(1) Ps. Adgustin., Migne, Lat. XXXIX, 1929-31 ; accenno in merito anche 

• \ 

presso P. Comest., Hist. Schol., Migne, Lat. CXCVIII, 1597. E la copia più 
antica che io conosca in Italia del testo staccato della < vis. ». Che essa sia 
stata vergata probabilmente a Teano, fanno fede un lezionario « in festo 
«beati Paridis epi. Theani » (75r.-79r.); la « translacio brachii b.ti-Teren- 
« ciani de tudertia civitate in Theanum ». Per la fortuna, della « Vis. Laz. » 
nel Quattrocento basti citare, oltre il cod. veronese prelodato, Magi. XXXVIII, 
114 (Fir. Naz., II, II, 452), con la V. Bari, e Gioas. ecc. ; Magi. XXXVIU, 4, 
(Fir. Naz., II, IV, 105), curiosa raccolta « tipo » L. A. ; entrambi testi vol¬ 
gari, a differenza del Barb. che offre il testo latino. Nell’appendice « sulle 
pene infernali », aggiunta dal Vérard all 'Art de bien viore et de bien mourir, 
(Parig. Naz. Frane. 20107, Male, A. r. fin M. A., 514-5) la materia delle 
visioni irlandesi, spartita secondo l’ordine dei sette peccati mortali, è messa 
in bocca a Lazzaro. Per il Liber de vita beati Lazari, cfr. la mia Storia 
del Rinascimento cristiano, di prossima pubblicazione (Treves ed., Milano). 


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510 


VL. ZABCGHIN 


che Esdra, moribondo, ottenne da Dio un privilegio specialis- 

% 

siino : che i suoi devoti non morissero in istato di peccato mor¬ 
tale (1). Cotale importanza magica, attribuita al culto di Esdra, 
fa fede di una certa diffusione di esso e della leggenda che ne 
è l’ispiratrice. 

L’istesso cod. offre la breve red. della legg. patriziana, presa 
a Jacopo da Varazze, ed altra materia, pure cavata dalla L. Aur. 

Saltiamo a piè pari un secolo e mezzo. Il Marc. Ital. V, 28 (5644) 
fu cominciato il 31 ottobre 1464 e fornito il 19 ottobre 1472 da 
un veneziano pio e poco frettoloso, che afferma di averlo rico¬ 
piato « per mio piaxer ». Vi troviamo,. 130 y., destra, la leg. di 
S. Maria Egiziaca, tolta alle V. P. : è una leggenda che elegge 
spesso una vita a sè, accanto a visioni d’oltretomba e che non 
manca in parecchie raccolte penitenziali; 139 r., vediamo la 
«istoria del venerabile monacho Efruseo (Furseo)»; 153 r., la 
legg. patriziana; 161 r., « el paradixo deliziano » (ossia la « vi¬ 
sione » del medesimo, da non confondere col « trattato » di cui 
Vincenzo Bellovacense offre un compendio e che tra poco pub¬ 
blicherò per intero) (2). 

Passiamo alle raccolte « penitenziali ». Anche qui basterà 
qualche laconico esempio. L’Ambros. Y. 34. Sup. è un codicetto 
cartaceo, di provenienza milanese e della primà metà del Tre¬ 
cento. Esso fa d’ogni erba fascio : comincia con un preteso pri¬ 
vilegio di Carlo M., rilasciato a re Desiderio • ( 1 r.~ 6 r.), elenca 


(1) Pubblico il testo latino di codesta leggenda (cod. cit. 106 r.-llOr.) nel¬ 
l’appendice délV Oltretomba classico ecc. Esso differisce profondamente da quello 
di TifcHENDORF, Apoc. apocr., Lips., 1866, 28 sgg.; è un capitolo di lezio- 
nario monastico al pari della vers. latina della Vis. Pauli. Per le varie red. 
antiche: B. Violet, Die Esra Apoc., Leipzig, 1910. 

(2) Il tutto comincia con una delle redd. della grande Vita della Vergine, 
diffusissima nel Rinascimento, fonte diretta del Mantovano e del Sannazaro 
nonché del Bona e del Vida (è il « libro della Vita di Maria e Gesù », fre¬ 
quente anche a stampa); finisce con una curiosa parafrasi moraleggiante del 
« Pater noster ». Par. del.: Del Lungo, Legg. cit. I, 489-504. Non dobbiamo 
confondere tale leggenda col « Liber qui dicitur Paradisus » (titolo di uno 
dei libri delle V. P.). 


1 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

le indulgenze concesse alle chiese di Milano (7 r.-23 v.), divaga 
in merito a quelle romane (24 r.-v.). Indi, dopo una preghiera 
a Gesù Crocefisso (24 v-2b r.), si dilunga sulla devozione am¬ 
brosiana delle sette chiese (25 r.-26 r.) ; poi, salta ad una curio¬ 
sissima visione d’oltretomba, registrata presso Avignone nel 1323 
(31 r.-33 r.). Passa, subito dopo, alle « duodecim virtutes missae » 
(33 *5.-34 r.) ed a due Penitenziali volgari (43 r.-47 v. ; 49r.-57r\). 
Alla medesima categoria appartiene il Barb. lat. 363, piccolo cod. 
pergamenaceo del Trecento (cm. 8-10,5). Esso contiene un’ampia 
red. della legg. patriziana (1 r.-24 u.), la visione del monaco di 
Eynsham (24 V.-105 v., unica copia che io conosca in Italia), indi 
una « contemplalo passionis domini nostri ihu xpi » (106r.-139t;.).' 
Affine a questi è il cod. S. Maria Novella 676 (Fir. Naz. Conv. 
Soppr. G. 3), che contiene la legg. di S. Onofrio, quella patri¬ 
ziana, un trattato « dei vizi e delle virtù » (1). 

Visioni d’oltretomba si fanno innanzi anche in raccolte desti¬ 
nate all’ « amena lettura », come pure in miscellanee scolastiche 
e mistiche ad uso di « pauperes clerici ». Basti un solo esempio 
della prima categoria. E degno di nota perchè tardo. L’Ambros. &. 
29 Sup. è Un bellissimo cod. pergamenaceo della prima metà 
del Quattrocento, vergato in nitida calligrafia con iniziali mi¬ 
niate, arieggianti la maniera gotica « toscana ». Vi troviamo, p. 1, 
anepigrafa, la Vis. Tungdali , p. 01, la legg. di S. Maria Egi- 


(1) Le bibl. d’Italia più ricche in fatto di simili opere e raccolte sono, se 
non m’inganno, l’Ambrosiana, la Comunale di Siena, la Riccardiana di Firenze. 
Il materiale da esaminare è spaventosamente ingente. Lo studierò, nei limiti 
. del possibile, nella Storia del Rinascimento cristiano. Ess. « escatologici » 
nello Specchio di vera penitenza del Passavanti, Monteverdi, cit. 271 sgg. 
Vis. avignonese del 1323 ; Hauréau, Notices et extr. des mss. ecc., II, 334 sgg.; 
Vis. monachi de Eynsham (non Evesham, come si dice spesso, a torto), ediz. 
Thurston, Anal. Boll. XXII, 1903, 225-319, con ottima pref. Al genere 
« penitenziale * appartengono pure, p. es., Magi. XXXVIII, 112 (Fir. Naz. II, 
II, 454, s. XV) con trattatello «delle pene dell’inferno e delle glorie del- 
Paradiso » ; il Riccard. 1680, s. XV, il Sublac. Ba^ia, 144 (140) s. XV, con 
la « Vis. Tungd. », sermo de die iudicii, synodale m. Petri de Sansone, tratt. 
penitenziali adespoti ; e faccio punto. 


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512 


VL. ZABDGHIN 


ziaca, p. 103, la Vis. Fursei. Mancano del tutto preghiere, me¬ 
ditazioni, genealogie dei vizi ed altra materia consimile, ognora 
presente nelle raccolte ad uso di « filotea ». Anche il lusso, col 
quale il cod. è allestito, prova, che stiamo dinanzi ad un libro 
di amena per quanto pia lettura (1). 

Per la seconda sottospecie offro un esempio italiano, uno fran¬ 
cese, uno tedesco. Codesta categoria di libri di devozione di¬ 
mostra che le visioni d’oltretomba erano una lettura gradita 
non già delle sole famiglie dell’umile laicato, ma accora del ceto 
ecclesiastico. Ecco il Vat. lat. 1058, cod. italiano bizzarro, del¬ 
l’estremo Dugento o dei primi del Trecento. E vergato da di¬ 
verse mani ed a varie riprese. Racchiude un’enciclopedia mi¬ 
stica spicciola: Ugo da S. Vittore, S. Bonaventura ed altri. Dopo 
una lunga e disordinata farragine di prose e di versi viene 
(95 v., sinistra) un « trattato-visione », che descrive il Paradiso 
e l’Inferno, ossia ciò che Vincenzo Bellovacense chiama « dieta 

« cuiusdam simplicis ac boni viri. cui nuper de fine mundi 

« quaedam revelata fuisse creduntur » (2). Ecco ancora il Palat. 
lat. 138 della Vaticana, cod. tedesco del Dugento (da 132 r. in 
poi del Trecento). È certamente allestito ad uso degli ecclesia¬ 
stici: contiene un « breviloquium in sacram scripturam », un 
anonimo trattato « de penitentia », una raccolta di prediche di 

fra Bernardo Rusticiano, la Vis. Tungdali (122 r.-131 r.) ed una 

* 

dissertafcioncella « de sacramento corporis domini » (3). 

Per ultimo, ecco il Reg. lat. 395, cod. francese del Dugento. 
Somiglia alquanto al precedente per la scelta della materia. Un 
trattato acefalo « de virtutibus », un « Penitenziale » « magistri 
« R. canonici sancti Victoris parisiensis », un « liber Iohannis 
« Belet de officiis ecclesiasticis », un « manuale magistri Petri 
« de Royssiaco cancellami carnotensis ». Poi, i capitoli di chiusa 


(1) A questa categorìa appartiene anche, in parte,- il noto cod. sforzesco 
della Vita Bari, e Gioas., Carta cit. descr., XXXVIII (pp. 77-81) e tav. XVI. 

(2) Spec. Hist. XXXI, 120, p. 1329, ed. Duaci, 1624. 

(3) Per il testo della Vis. Tungd. in esso cod. Mussafja cit. 157 sgg. 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 513 

del Liber Sententiurum di Pier Lombardo, dedicati, coni’é noto, 
ai Novissimi, e, per affinità di materia, subito dopo la Vis. Ka- 
rini et Leucii , in un testo affine al D c del Tischendorf, il tre¬ 
centesco Corsin. 41. E. 16 (1). 

Le visioni d’oltretomba erano ospitate, adunque, nelle cano- 
niche e nell’errabondo bagaglio librario degli studenti di teo¬ 
logia. Esse penetravano altresi nelle biblioteche monastiche. 11 
fondo Farfense della Naz. di Roma contiene ancor oggi la 
Vis. Tungdali (cod. 5 [270]), in compagnia di una « notula dia- 
logorum S. Gregorii », dell’ « Hist. Lausiaca », della « Vita Ha- 
monis Savigniensis in minori Britannia », sec. XIII. 

Il fondo Sessoriano della medesima biblioteca possiede la 
Vita II di S. Brandano, già appartenuta al monastero di S. Maria 
- dell’Acquafredda, dioc. di Como (cod. 114 [1412], sec. XIII). La 
libreria dell’abbazia di Subiaco offre, in una copia addirittura 
quattrocentesca, la « Visio cuiusdam militis Tugdaldii » (cod. 144 
[140]), assieme a materia penitenziale e la lodata Vita II di 
S. Brandano (cod. 292 [286]), in una copia del Trecento. Il cod. 
testé ricordato contiene ancora un’esposizione della Regola di 
S. Agostino, delle meditazioni sulla Passione, i « miracula san- 
« ctorum quae narrat b. Gregorius papa », dei sermoni eucari¬ 
stici, i « Miracula Mariae Virginis », la leggenda patriziana. 
Nella libreria di Montecassino rinveniamo un cod. del sec. XI (140) 
con la Vis. Fursei e la Vis. Vetiini. Il monastero di Bobbio 
possedeva pure essa Vis. Fursei in una copia del sec. XII (2). 
E faccio punto, per non tediare il lettore. 


(1) P. Lomb., Lib. Seni. IV, 43 sgg. ; Migne, Lat. CXCII, 943-62. 

(2) Il cod. bobbiese è ora Vat. lat. 5772, sec. XII ine. Un altro cod. 
della vita brandaniana, Bologna, Univ. 1513, sec. XV. Noto di sfuggita, che 
oltré essa Vita girava per le mani dei pii lettori italiani la cosidetta < Oratio 
S. Brandani », con brevissimi accenni in merito alla navigazione di lui, accenni^ 
che presuppongono nota la leggenda: Vat. lat. 2737, italiano, fine sec. XIV; 
Magi. XXIII, 23 (Fir. Naz. II, II, 125), sec. XV, con l’Ev. Nicod.; Laur. 
S. Croce PI. XVII dext. 12, Fir. Palat. 120, sec. XV. Il nome di Brandano visse 
in Toscana sino al maturo Cinquecento, come fa fede il noto < Brandano 

Giornale star. — Miscellanea dantesca (Suppl. u 1 19-21). 33 


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514 


VL. ZABDGHIN 


Le visioni d’oltretomba battono all’uscio delle celle dei teologi 


più solenni e s’infiltrano nelle somme e negli Specchi degli sco¬ 
lastici. L’esempio veniva da un uomo grande e venerato: S. Gre¬ 
gorio Magno, al quale, dirà S. Bonaventura, « il Signore rivelò 
molte cose ». Il volere illustrare l’immensa popolarità dei « Dia¬ 
loghi » e dei « Morali » nel Medio Evo occidentale ed orientale 
sarebbe portare nottole ad Atene. Mi limiterò a rammentare 
che nel sec. Vili la Vi*. Baronli sfoggia ostentatamente tutto 
un florilegio di reminiscenze gregoriane, che esse reminiscenze 
non si lasciano sommergere dal travolgente flutto delle pur sma¬ 
glianti visioni « irlandesi », che nel tardo Medio Evo e nel Ri- 
nascimento esse sono più vive che mai, sino à che, nel 1569, il 
canonico Bartolomeo Botta dichiara solennemente, chiosando la 


0 

Cristiade del Vida, che, per essere « pienamente istruiti » in 
merito all’al di là, « legatur ultra Vergilium Dantes poeta, et beati 
« Patricii vita, et dialogi Gregorii », il tutto a titolo di perfetta 
uguaglianza (1). 

Ora, S. Gregorio consacra definitivamente l’uso, non ignoto 
peraltro all’antica letteratura cristiana (esempio-ps. Dionigi Areo- 
pagita), di puntellare delle teorie teologiche in merito ai No¬ 
vissimi con testimonianze di rivelazioni estatiche. Ugo da S. Vit¬ 
tore, ragionando del Purgatorio, osserva, che il luogo ove le 


senese», la cui storia viene tramandata p. es. dal ms. S. Spirito 795 (Fir. 
Naz. Conv. Soppr.), e da parecchi codd. casanatensi, 3212, 2627, 1205, 1258. 
La gemina Vita brandaniana ed. Plummer, Vitae SS. Hiberniae, Oxf., 1910, 
I, 98 sgg.; Il, 270 sgg. 

(1) S. Bonavent. in Lib. IV Sent., dist. 44, p. 2, art. 2, q. 1 ; Opp. IV, cdiz. 
Quaracchi, presso Firenze, 1889, 926. Il numero dei codd. de’ « Dialoghi » 
vergati da pre-umanisti ed umanisti, sia che si tratti dell’originale lat.; sia 
della versione volgare del Cavalca, è imponentissimo: nel solo fondo Conv. 
Soppr. della Nazionale di Firenze potrei annoverare S. M. Novella, 545-7 ; 
Camaldoli, 548 e 949; S. Annunziata, 1503; Badia, 2681. Per la popolarità 
di S. Gregorio anche tra gli « illetterati » del Dugento cfr. la leggenda di 
S. Fina (Bibl. Com. di S. Gimignano, ras. B. I. IV, princ. sec. XIV, 4 v.-b r.). 
In Oriente il santo Pontefice è soprannominato addirittura « Dialogista ». 
Per il Botta v. il mio « Vergilio » II, cap. IV. 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 515 

anime subiscono le temporanee pene, è incerto « nisi quia multis 
« exemplis et revelationibus animarum in eiusmodi poena po- 
« sitarum saepe numero monstratum est in hoc mundo illam 
« exerceri, et fortassis probabilius erit ut in iis potissimum locis 
« singulae poenam sustinere credantur, in quibus culpam com- 
« miserunt, sicut multis saepe documentis probatuin est ». 
S. Tommaso riporta, senza battere ciglio, queste parole di Ugo. 
Non solo : egli cerca bensì, commentando gli ultimi capitoli del 
libro IV delle Sentenze, di schematizzare e spiritualizzare l’ol¬ 
tretomba tradizionale, ma non vi riesce appieno. Quand’egli 
parla di una cotale fioca luminosità dell’Inferno, preordinata ad 
accrescere i tormenti de’ dannati, dalle sue parole trasparisce 
evidente il ricordo dellTnferno vergiliano; quand’egli ragiona, 
« secondo alcuni », deH’aflastellarsi spaventoso dei corpi de’ dan¬ 
nati nel dolente regno, onde nella cava spelonca non rimarrà 
più nulla che possa essere trasparente, e quindi soggetto di luce, 
egli si avvicina di molto alle scene di orrore, descritte a colori 
cupi dalla fantasia «romanica» dei visionari irlandesi (I). 

Nel basso Medio Evo esistevano delle operette escatologiche, 
che tengono insieme del trattato e della visione. Tale è il ser¬ 
mone 41 « de diversis » di S. Bernardo. Vi sono anzitutto legati 
in una sola catena mondo, chiostro, Purgatorio, Geenna, Para¬ 
diso. Poi, la meditazione sui Novissimi vi tende a trasformarsi, 
con singolare spontaneità, in vera e propria visione (2). Ciò 
premesso, sembrerà naturale, che il domenicano fra Ebrardo 
Madack da Norimberga (sec. XV), autore di un Cordiale No- 
vissimorum, discorra di fattezze diaboliche, puntellando il proprio 
ragionamento con la testimonianza di un confratello, che ebbe 


(1) Hug. de S. Vict. De sacram. II, 16, 4; Mione, Lat. CLXXVI, 586 D; 
S. Thom. in Lib. IV Sent. dist. 21, q. 1 (Sum. Theol. Ili, Suppl.) ; Opp. XII, 
Romae, 1906, suppl. 252; ivi, Sum. Theol. Ili, Suppl., q. 97, 1, art. 4 ediz. 
cit. suppl. 241. Conviene citare anche la lunga e minuziosa disquisizione che 
Vincenzo Bellovacense fa in merito ai vari generi di * visio » nello Spec. 
Nat. XXVI, 63-111, specie 75 sgg. 

(2) Migne, Lat. CLXXXIU, 663 D-665 B. 


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516 


VL. ZABU0H1N 


l’occasione d’intravedere l’angelo stigio nel dormitorio, ripor¬ 
tandone un'impressione vaga, ma terribile (1). Non saremo me¬ 
nomamente turbati, trovando nel solenne trattato escatologico 
in rima di Marino Jonata (seconda metà sec. XV) e nel lavoro 
polemico Adrersus Graecos di Alberto Pigile da Kampen (1525) 
citata la « Visio triura puerorum in Ierusalem » attribuita fal¬ 
samente a S. Cirillo gerosolimitano e notissima in Italia lun- 
gliesso tutto il Rinascimento (2). 

Una controprova della diffusione tenacissima delle visioni pre¬ 
dantesche in Italia viene data dai poemi e dai trattati di cosid- 
detta « imitazione dantesca », dal romanzo di Ugo d’Alvernia e 
dai Mehabberolh di Immanuele Romano sino ad A. F. Doni e 
T. Tasso. In codeste opere, tutte senza veruna eccezione, le 
traccie della tradizione predantesca sono regolarmente più pro¬ 
fonde di quelle delle letture del poema divino ; ciò è esatto per 
i veri « epigoni » di Dante, tipo F. Frezzi, per i poeti d’oltre¬ 
tomba di stampo prevalentemente vergiliano, tipo M. Palmieri, 
per i caricaturisti dell’al di là, tipo Machiavelli ed A. F. Doni, 
per i cantori dell’oltretomba cavalleresco, tipo M. M. Boiardo 
e T. Folengo. 

_ _ # 

(1) Per fra Ebrardo Quetif-Echard, Script. 0. P., I, 780. Lessi il « Cor- 
diale » nell’Ambros. H. 162. Inf. (episodio cit. nel testo 128 r.). E una copia 
secentesca; cfr. P. 160. Sup. Ad esso « Cordiale » fa seguito un’operetta € de 
arte bene moriendi » del lodato Madack. 

(2) Roma e l'Or. VI, 1916, marzo, n. 63-4, p. 134-48. L’es. non è isolato: 
alla medesima vis. ricorre, nella seconda metà del sec. XV, Marino Jonata 
nel Giardeno (Napoli, 1490; Corsin. Ine. Col. 51. G. 21, d v v.). In Francia, 
Dionigi il Certosino (1402-71) riproduce, ne’ * quattuor novissima», tanto 
la leg. patriziana quanto la vis. Tungdali (Male, A. r. fin M. A., 510). 
Nella prima metà del sec. G. Gerson aveva pubblicato un curioso trattato 
« de distinctione verarum visionura a falsis » ( Opp ., Antv. 1706,1, 43-59, in 
occasione delle rivel. di S. Brigida, ma senza riferimenti alle correnti visioni 
medievali). Il segnale di una critica spietata della Leg. Aurea ed in genere 
delle credenze, ove la Riforma cattolica scovava il germe della superstizione, 
fu dato, se non erro, da G. Molano, l)e hist. 8. imaginum et picturarum, ecc., 
Lovanii, 1594. Nell’inventario secentesco della Vaticana l’opuscolo escatologico 
di Vat. lat. 1058 viene descritto come « quaedam in quibus adsunt plura 
« fabulosa et erronea de Paradiso » ecc. 



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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 



Allo stato presente dei miei studi in merito alla fortuna delle 
singole visioni predantesche nell’età di Dante e nel Rinasci¬ 
mento posso offrire ai lettori una tavola approssimativa, non del 
tutto infallibile, ma non del tutto fallace. 

Visioni notissime < Visioni abbastanza note ! Visioni rare 


V. 'Tungdali 

V. Oeni (leg. patriziana) 

V. Fursei 

V. trium puerorum in 
Ierusalem 

V. Karini et Leucii 
V. Lazari 

Vita Macharii Rom. 
Leg. del Par. deliz. 


. V. Pauli 
I V. Carpi 

| Vita IT S. Brandani ed 
Oratio Brandani 
Singole visioni dei Dia- 
1 loghi di S. Gregorio 

! Magno, di Bedu, di 

Vincenzo Bellovacen- 
se, meno le notissime 
• V. Fursei e Tungdali i 


Apoc. Esdrae 
Evang. Barn&bae 
V. monachi eynshamen 

sis 

V. Alberici 

V. S. Mechthildis et so 

roris Mechthildis (?) 

« 

V. Gerardescae 
V. Baronti (?) 


Collocai nella terza colonna le visioni di cui conosco un solo 
cod. dell’epoca da me studiata, o che vengono riferite da testi¬ 
monianze indirette: per S. Matilde'ed Alberico quella del Boc¬ 
caccio, per la Vis. Gerardescae quella, dubbia, della Vita Nuova 
di Dante; per la Vis. Baronti non dispongo di altro materiale 
all’infuori di qualche cod. delle Vitae Patrum , certamente letto 
nel basso Medio Evo (1). Posso assicurare, quasi senza pericolo 


(1) Dante doveva conoscere almeno di nome S. Matelda di Hakkeborn; la 
incontra nel Paradiso terrestre, secondo me, unicamente perchè morta pochis¬ 
simo tempo prima della data della visione. Però, l’unico documento che mi 
sia accessibile in merito alla devozione di essa Santa in Italia è la testimo- 
' nianza di Bocc., Dee. VII, 1 (Boll. Soc. Dunt., Vili, 1901,225-9; X, 1903, 
375). La « lauda » di « donna Matelda » stava al « lib. spec. gratie » un po’ 
come 1’ «oratio» alla «Vita* di S. Brandano. Cfr. Muller, Leben und 
Offcnbarungen der hi. M. und der Schio. M. Regensburg, 1881. Di recente le 
Rivelazioni della « Soror M. » furono ripubbl. in versione modernizzata tedesca: 
Fliess. Licht der .Gottheit, rid. Mela Escherisch, Berlin, 1909. Vis. Albe- 


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518 


VL. ZABUGUIN 


di dovermi ricredere, che tutte le altre visioni, messe dai critici 
moderni a paragone con la Commedia , erano fuori della visuale 
dei pre-umanisti e dell’Alighieri. Cosi la Vis. Ansellì schola- 
stici , cosi la gemina red. della Vis. Weitini. 


Dante non mostra alcun disdegno, nè alcun ritegno di fronte 
alle visioni medievali. I lettori trecentisti conoscevano la Vis. 
Tungdali meglio dell’immensa maggioranza dei moderni danto¬ 
logi ; essi non stentavano quindi a riconoscere nel nono cerchio 
dell’Inferno dantesco immagini ben note : i giganti Ferraguto e 
Chinelaco, il « lago de giazza », la « bestia alata » che « vi siede 
suso » ; essi facilmente potevano intuire il nèsso intimo tra l’An¬ 
gelo custode di Tungdalo ed il Messo dantesco; ritrovavano 

■ 

nell’amena valletta dell’Antipurgatorio tutto quanto il capitolo 

« 

dell’ incontro tra Tungdalo ed i re Concaber e Donatus ; rive- 

I 

devano nel Paradiso dantesco la « sedia vuota », tramandata 
attraverso le raffigurazioni dell’Ktimasia dall’età degli evange¬ 
listi a quella dei visionari irlandesi-(1). Ma allora, perchè mai 
costoro non ne ragionarono di proposito? Sembrami, per la stessa 
ragione, per cui Dante non cita mai Vincenzo Bellovacense, od 


vici: Bill. Cas. V 1 , Montecassino, 1894, 191-206; C. De Vivo, ìa Vis. di 

• * 

Alberico, ristampata, tradotta e comparata con la I). C., Ariano, 1899; 
cfr. il giudizio giustamente severo dei recensenti di questo Giornale, 36, 
235-6 ; Rass. bibl. lett. ital. VII, 248-9. Una vers. volgare di tale vis. è cit. 
dal Villari, 1 . c., LV ; nel Mezzogiorno essa dovette avere una diffusione 
che per ora mi sfugge, non avendo io potuto spingere le mie ricerche fin 
laggiù. Per S. Gherardesca: AA. SS. Maii, VII, 164B-180E (vere, mutila, 
ma l’unica che si conosca). Codesta legg. è una delle possibili fonti della 
V. N. di Dante. 

(1) L’uso della Vis. Tundg. da parte di D. fu rilevato di recente anche 
da N. Scarano, Prolegomeni al poema sacro, Campobasso, 1918, 25-55; 
cfr. Grandgent, Div. Comm. annot., Lond., s. a. I, XXV-VI. Assai probabil¬ 
mente il poeta si serviva di Vinc. Bell., Spec. Hist. XXVII (o XXVIII, 
secondo altra num.), 88-104; egli però poteva avere sottomano anche un 
testo più vicino all’originaria versione di « Marco > (Corazzini, XI sgg.). Per 
il cod. veronese, B del Corazzini, 1. c. XXV-VI. 


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QUATTRO GEROGLIFICI . DANTESCHI 


519 


un conferenziere moderno non nomina il Larousse, che pur ado¬ 
pera: si trattava di patrimonio intellettuale di dominio troppo 
comune, di uso troppo volgarmente quotidiano. Dante poteva 
avere presente tanto la redazione ampia e genuina di « Marco », 
che difficilmente poteva mancare nelle biblioteche monastiche 
di Firenze e che certamente esisteva sin d’allora alla Capito¬ 
lare di Verona; in ogni caso aveva famigliarissima la riduzione 
del Bellovacense. 

Procediamo innanzi. Benvenuto da Imola esprime il sospetto 
che nel verso Inf. II, 32, Dante ponga mente alla Vis. Palili , 
ma cerca di soffocarlo. Il medesimo sospetto viene a tre valen¬ 
tuomini moderni, se non m’inganno, ad ognuno indipendente¬ 
mente dagli altri (1). In realtà, la terzina Inf. II, 28-30 si lascia 
chiosare piuttosto dal testo apocrifo che non dal genuino tenore 
dell’epistola II ai Corinzi; ma ciò importa meno dell’indubbia 
dimestichezza del poeta con la vecchia leggenda, per la quale 

egli aveva la scelta di due versioni latine, entrambe accolte in 

• * 

lezionari monastici. Ivi egli attinge due episodi: Inf. XIII, 1 sgg. 

* 

e XXXII, 31 sgg. La presenza della salvatica vegetazione infer¬ 
nale neiroltretomba di Dante è dovuta nettamente ad essa vi¬ 
sione, giacché solo colà, come nella Commedia, V « albero oltre- 

% 

terreno » ha funzione. punitiva, è stromento di tortura, mentre 
presso Vergilio esso fa parte dello scenario puramente decora¬ 
tivo deH’Antinferno. Così pure il variare del grado di immer¬ 
sione dei dannati nel « fiume nero », cosi com’ò descritto dalla 
vecchia apocalisse, viene imitato dall’Alighieri nel ritrarre il 
ghiacciato stagno di Cocito: S. Paolo, rammentiamolo, vide delle 
anime immerse « infino le ginocchia, e tali infino al belico, e 
« tali infino a le ciglia»(2). Un passo ancora: Inf. XXIV, 82 sgg., 


(1) Gaspary, Gesch. der ital. Litt. Strassb., 1885, I, 303 ; Wessklofski, 
Opp. Ili (Pietrogrado, 1908) 65, in russo; Male, A. r. fin M. A., 504. 
Benvenuto, I, 84 Lacaita. 

(2) Villari, 1. c. 78 (anche nel testo greco, 57 Tischendorf); la «vege¬ 
tazione infernale * apparisce nelle sole verss. latine, sotto evidente influsso 



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520 


VL. ZABl'GHIN 


sembra derivato dalla 17.9. Carpi , ad onta dell’ostentata cita¬ 
zione lucanea; e dico sembra, perchè di lembi d’inferno zoo- 
morfo erano cosparse lo visioni predantesche di ogni risma e 
di ogni paese (1). 

Se le visioni di Paolo e di Carpo lasciarono, sicuramente la 
prima, probabilmente la seconda, un’impronta lieve e labile sul 

t 

monumentale ordito della Coni media, la Vita II di S. Brandano, 
ospite gradita, vedemmo, delle biblioteche monastiche, e la popo¬ 
larissima Vis. Farsci impressionarono il poeta in modo profondo. 
Alla prima risale l’ispirazione di Iaf. XXVI, 90 sgg. e Parg. I-II, 
ossia del « mito » dell’ultima navigazione di Plissé e della mira¬ 
colosa traversata del mare che cinge l’isola del Purgatorio e 
del Paradiso deliziano. La seconda è fonte della magnifica scena 
della « purgatio per ignem » sulla settima cornice del Purga¬ 
torio dantesco. Dante, al pari di Furseo, la compie, fendendo la 
vampa stessa e non già attraversando il « ponte » tradizionale, 

di gregoriana memoria. Inoltre, la 17.9. Far.sei fu « mamma » 

» 

di tutti i « contrasti » tra Angeli e demoni, che si svolgono attra¬ 
verso i secoli nella letteratura latina e volgare d’Italia. Presso 


classico. Il motivo dell’ « impiccagione infernale » nell’iconografia orientale è 
un « cavallo di ritorno » ; cfr. Dante e l'iconografia d'oltretomba, I, fig. 127 
(S. Maria Magg. in Tuscania); 59 (Giud. russo del Seicento); ne ragionerò 
anche fase. II della med. pubbl. Per le verss. neolatine della PYs. Pattiti 
Meyer, Romania, XXIV, 1895, 357-375; una vera. lat. del sec. Vili, Parig. 
Naz. lat. 7631, Male, A. r. fin M. A. 503-5; ivi, 512-3, notizie sulla for¬ 
tuna di essa vis. nell’arte francese. Bifacimento pre-umanistico bizzarro Keg. 
lat. 524, 190r.-191r. (Ponoelet, Cat. Vat. 353) fine sec. XIV; lo pubblico 
nell’appendice dell’Oltretomba classico, ecc. Cfr. ancora Brandes, Ueber die 
Quellen der mittelenglischen Paulusvision, Halle, 1883 ; per il Vat. Palat. 216, 
sec. IX-X, Beifferscheid, Sitzungsbef. K. K. Ak. Wien, Phil. hist. Cl. LVI, 
1867, 460-1; Fritzsche, Die lat. Vis. des M. A. bis zur Mitte des XIT J. 
Roman. Forsch., III, 1887, 345-6. Per i tre codd. fiorentini della vers. it. 
VlLI.ARI, 1. C., 77 «.1. 

(1) Vis. Carpi: Ps. Dionvs. ep. 8, 6; cfr. Vita di S. Maccario Rom., 9; 
Migne, Lat. LXXIII, 418 C; Del Lungo, cit., I, 461; V. Tungd. 53-5 Co¬ 
razzimi (la metamorfosi dei dannati in serpenti è una var. « riverniciata 
all’umanistica »). 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI , DANTESCHI 


521 


Dante essi « contrasti » serbano la compostezza leguleia e curia¬ 
lesca della Visione irlandese, senza mai degenerare nelle co¬ 
miche baruffe, festosamente narrate dalla gallica Vis. Baronii , 
ove i due attaccaticci diavoletti seguono l’anima sino in Paradiso 
e S. Pietro, esaurite tutte le ragioni, li deve minacciare con un 
formidabile colpo di chiavi alla testa (1). 

L’Alighieri segue davvicino e con rispettoso ossequio la leg¬ 
genda del Paradiso- deliziano nel ritrarre la foresta del suo Pa¬ 
radiso terrestre, salvo qualche variante secondaria, di cui ragio- 

# 

neremo altrove. Già sappiamo che egli sunteggia largamente la 
Vis. Karini et Leuciì. La Vita Nuòva fa fede dell’amorosa 
dimestichezza che egli ebbe vcoi Dialoghi di S. Gregorio (2). 

E la leggenda patriziana ? Certamente egli non la ignorava. La 
sua permanenza nel dolente regno dura ventiquattro ore, proprio 
quanto doveva durare quella dei pellegrini rinchiusi nel pozzo 
patriziano. Al pari di Oveni, il « cavaliere di Cristo », egli in¬ 
contra, giunto nel Paradiso terrestre, una « venerabile preci- - 
sione ». Sono però, o m’inganno, i soli due punti di contatto che 
si lascino ravvisare tra il poema e la popolarissima leggenda. 
Dante scarta risolutamente il concetto di Purgatorio sotterraneo 
e tiene i diavoli lontani dalle cornici del suo Sacro Monte. 

Il poeta non si spinse mai sino a compulsare i mistici mus¬ 
sulmani, non ricercò leggende di consultazione difficile a’ suoi 
tempi. Ma la tradizione corrente, Volgata, tanto iconografica che 
letteraria, trovò adito nel « sacrato » poema. Nell’ interpretare 
i « geroglifici » danteschi dobbiamo tenerla presente, tutta quanta. 
Per Dante e per i suoi* contemporanei essa aveva una granitica 

unità, saldata da più di un millennio di lenta evoluzione. È colpa 

• • 

della nostra scuola e della nòstra coltura odierna, se noi la igno- 

« 

riamo del tutto, o ne scorgiamo ogni tanto dei ruderi sparsi. 


(1) Dante e la Vis. Fursei: cfr. Dubl. Rev., CXIX, 1896, 348. 

(2) V. N. 23 (ossia quella che io chiamo « prima visione fiorentina » di 
Dante) deriva legittimamente da S. Greg. Diai ., IV, 7 sgg. 


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522 


VL. ZABUGII1X 


I. 


Gerione-Lonza, ed il Leviathan di Giobbe 


Tra i mostri e le personificazioni dell’Antinferno, Enea incontra 
una « forma tricorporis umbrae ». Servio spiega, secondo la testi¬ 
monianza dei codd. più antichi (secc. IX-X), « Eryli et Gerionis », 
o, secondo il Reg. lat. 1674, sec. X, « Eryli licet Geryonis ». 
Può darsi clic il grammatico abbia scritto proprio nel primo dei 
modi anzidetti, giacche riteneva che Krilo od Erulo, il mostro 
ucciso da Evandro, avesse tre anime « propter tria corpora » (1). 
Non è però escluso che in origine Servio intendesse dire « Erythii 
Geryonis » e che il testo sia stato alterato nell’alto Medio Evo. 
Comunque, l’oscuro Erilo non potè sostenere la concorrenza della 
celeberrima vittima della undicesima fatica di Ercole; i chiosa¬ 
tori del basso Medio Evo non accennano più che a quest’ultima. 
Chi fosse Gerione e come fosse ucciso dal Tirintio, Dante e l’età 
sua lo sapevano da una chiosa serviana ad Aen. VII, 662. Essi 
sapevano quindi che Gerione fu re in Ispagna, che fu detto 
« trimembre » perchè signoreggiò tre isole, che in guerra si 
serviva dell’aiuto di un cane bicipite, simbolo dell’imperio ter¬ 
restre e marittimo, che Ercole lo fini d’un.sol colpo «pila aerea », 

ossia sbarcando da un legno ben armato (2). Giovanni Saresbe- 

# 

riense sa dire ancora che del bottino spagnuolo di Ercole fecero 
parte i « cani di Gerione », razza formidabile di mastini, che 
l’eroe portò con sè nell’Asia, ov’essi servirono poi per la caccia 
al leone (3). Il racconto di Servio viene ripetuto ad un dipresso 
da Alberico, il cosiddetto « Mytliographus III Vat. », noto a Benzo 


(1) Serv. Aen. Vili, 564; II, 279, 20-1 Thilo; Pauly-Wissowa, Realenc. 
VI (Stuttgart, 1909) 561. 

(2) Serv. II, 178, 8 sgg. Thilo. 

(3) Ioann. Saresb., Polycr., I, 4; I, 23, 7 sgg. Webb. 


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QUATTKO GEROGLIFICI - DANTESCHI 


523 


d’Alessandria ed ampiamente sfruttato dal Petrarca noiV Africa. 
Isidoro conosce un’alba versione del mito: Gerione è per lui 
un mostro fittizio, che i autografi inventarono, quale « gerogli- 
fico » dell’affetto indissolubile di tre fratelli cosi concordi, che 
in essi sembrava albergare un’anima sola (i). 

Gerione adunque era immaginato nei bassi tempi dell’Impero 

« 

e nei secoli di mezzo sempre quale sovrano ricco, bonaccione 
e mostruoso, com’esso appariva altresi sul teatro romano. Nes- 
suno pensava a ravvisare in lui una « sozza immagine di froda », 
nemmeno gli scrittori cristiani, poco teneri in genere degli eroi 
e dei mostri della mitologia. San Girolamo rammenta esso Ge¬ 
rione in un piccolo catalogo di esseri mostruosi, che paragona 
in blocco all’eretico Vigilanzio: tale elenco si apre coi biblici 
Leviathan e Behemoth e si chiude proprio con l’oggetto del 
nostro studio. Sant’Agostino contrappone la coesione meccanica 
e materiale dei tre corpi di Gerione alla coesistenza unita, fuori 
dello spazio, delle tre persone della S. Trinità ; ma nè egli, nè 
l’autore della Volgata intendono demonizzare il mostro od attri¬ 
buirgli qualche demerito personale. Fulgenzio non ne ragiona 

affatto, chiosando allegoricamente Aen. VI ; i codd. dugenteschi 

• 4 . * 

di Vergilio a me noti compendiano in merito le notizie ser- 
viane (2). Non cosi nel Trecento. L’anonimo commentatore del 
Vat. lat. 1571, ricco di immaginose allegorie, e Zono de Magnalis, 
un po’ più borghesemente assennato^dicono ad uria voce, che 
il triforme Gerione simboleggia « agregationem pecatorum (sic) 
« ocultationem (sic) et perseverantiam », come scrive l’ano- 
nimo (3). Il Boccaccio va ancora più in là. Costui inventa tutto 
un « mito » nel quale il perfido Gerione fa la parte del classico 


(1) Albric. De imag. deor., 23, 328 Muncker. Isid. Etym. XI, 3,28, ripe¬ 
tuto da Rabano Mauro nel De Univ. VII, 2; Migne, Lat. CXI, 197. Sulla 
fede di quest’ultima fonte il brano è citato dal Boccaccio, G. D. XIII, 1, 
96 r. ed. Ven. 1511. 

(2) S. Hier. adv. Vigilant. I, 1; Migne, Lat. XXIII, 354 E-355 A; 
S. Aug. De Trin., Vili, 2; Migne, Lat. XLII, 948. 

(3) Vat. lat. 1571, 88 r.; Vat. lat. 5990, 96 v., destra-97 r., sinistra. 



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524 


VL. ZABUGHI5 


Procuste (1). Il « mito » boccaccesco è sospetto : esso poggia fran¬ 
camente sulla testimonianza di Dante e^on può quindi darci 
il filo conduttore nel labirinto delle fonti dantesche; assai meno 
riducibili a Dante sono le testimonianze dei nostri due « ludi- 
magistri ». Potrei giurare che Zono non conobbe Dante neppur 
di nome, come non lo conobbe l’anonimo, e neppur uno solo dei 
molti commentatori vergiliani del Trecento a me famigliala. 
Costoro hanno delle chiose affini a quelle dei commentatori 
danteschi, ma ciò dipende dal fatto che questi ultimi andarono 
a pescarle nella corrente Volgata scolastica vergiliana e non 
viceversa. 

È ovvio che la mente irrequieta dei grammatici del moribondo 
Medio Evo cercasse affannosamente la chiave di tutte le questioni 
vergiliane lasciate insolute dagli antichi. Perchè mai il poeta 
mandò re Gerione a « stabulare » all’ ombra dell’opaco olmo ? 
Essi non potevano sospettare che ciò accadde unicamente in 
omaggio ad una popolaresca .« calata di Ercole agli Inferi », 
fonte di Yergilio. Dovevano supporre per forza che Gerione 
fosse autore o simbolo di qualcosa di riprovevole. Cosi nacque 

l'«occultatio peccatorum, aggregatio et perseverantia », così 

« 

Gerione immagine di- frode. 

V’è di più. Dante toglie al mostro vergiliano il suo attributo 
immancabile, solenne, consacrato dalla tradizione iconografica, le 
tre teste od i tre corpi; gli affibbia invece, ed arbitrariamente, 
un fusto serpentino. Come mai ? 

L’ardimento era grande, e l’Alighieri lo sente. Cosi almeno 
intenderei il bizzarro giuramento di Inf. XVI, 127-9. 

Il poeta aveva già accolto nel proprio Inferno un Cerbero de¬ 
monizzato, che assai probabilmente immaginava quale mostro 
con tre teste umane, cosi come lo raffigurerà l’alluminatore to- 


(1) G. 1). I, 21; 13 r.-f. ed. cit. « Gerion miti vultu blandisque verbis et 
« oinni comitate consueverit- hospites suscipere et deinum sub hac benignitate 
« sospites occidere ». Il Grandgknt cita codesto brano Div. Com. annot. I, 
130-7, senza però notare che si tratta di mero ricamo sulle parole di Dante. 




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QUATTRO „ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 


525 


scano dell’Est. R. 4. 8 (Vili. C. 6) ed il tardissimo (set*. XVI) 
disegnatore delle « istorie » del Garabalung. 1). II. 41 (1). Inoltre, 
egli doveva avere qualche « premeditazione » in merito al tri¬ 
cipite Lucifero, simbolo della « Trinità del male », che ravvi¬ 
siamo in Italia in monumenti romanici (S. Pietro in Tuscania) 
o bizantino-gotici (musaico del Battistero di Firenze) e che non 
manca nella miniatura francese di maniera gotica: Dante ideò 
il suo servendosi un po’ , di quello del « bel San Giovanni », un 
po’, forse, di quello di San Gallo di Firenze, di cui ragiona il 

Boccaccio, un po’ di qualche altra immagine romanica o gotica 

% 

« tipo » quella di Tuscania (2). Ora, siccome le tre teste simbo- 
boliche di Lucifero gli premevano assai più di quelle di Ge- 
rione, mi pare che il poeta abbia sacrificate codeste in omaggio 
al « fren dell’arte ». 

Ed il fusto serpentina, donde mai sbalza fuori ? 

Dante descrive Gerione con una minuzia insolita. In tutta la 
Commedia non riesciamo ad intravedere se Vergilio apparisse 
nella selva con o senza barba, con o senza « superpelicium » 
magistrale. Dante svela il solo vestito simbolico, non le fattezze 
di Beatrice beata. Gerione invece è pennelleggiato dalla testa 
alla punta della coda, come madonna Natura presso Alano da 


(1) Saggio delle «istorie» di questo interessante cod. di origine veneta 
presso Locella, Francesca da Rimini, Esslingen, 1913, 104. Esaminai esso 
cod. alla bibl. Com. di Rimini ed avverto, che contrariamente alle afferma¬ 
zioni del T'ambellini, Propugn. N. S. IV, 1891, 159-98, i disegni colorati 
sono assai più tardi dell’unica miniatura a colori opachi superstite sul fron¬ 
tespizio. Furono eseguiti nel Cinquecento e serbano tracce dell’imitazione delle 
incis. venete (Verg. in toga, con fattezze simili a quelle del Battista; Dante 
con corona d’alloro). Cfr. ancora per il cod. Castellini, Iac. del Cassero ed 
il cod. dant. della bibl. di Rimini, Bibliofilia, Vili, 1907, 25 sgg. — Per le 
effigie di Ercole Gaditano sulle monete Stevenbor-Smith-Madden, Dici, of rom. 
coins, Lond., 1889, 453-4; Coben-Feuardent, Descr. hist. des monn., ecc., 
VI, Par., 1886, 28 (Imp. Postumo). 

(2) Dante e Viconogr. d’oltretomba, I, fig. 124, 117, 129. «Trinità del 
male» in Francia: Didron, Icon. chr.\ hist. de Dieu, Par., 1843, 520-1 e 
figg. 134-5. Per S. Pietro in Tuscania ancora Gottardi, Giorn. Dant., XXIII, 
1915, 208-19. Lucifero di S. Gallo: Bocc., Dee., Vili, 9. 


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526 


VL. ZAlUr.HIN 


Lilla o l’Armida del Tasso; privilegio codesto, ampiamente con¬ 
diviso dalla « serena » di Puro. XIX, che Dante ricopia scru¬ 
polosamente da un ultra-veristico campione di scoltura romanica 
(S. Ambrogio di Milano, Duomo di Modena, S. Zeno di Ve¬ 
rona, ecc.) (I). 

Qual’è l’origine della figura che Dante attribuisce a Gerione? 

Rammentiamo ai lettori un’immagine ben nota all’iconografia 
bizantina, romanica e gotica. Essa nasce, se non erro, a Bisanzio, 
tra le « istorie » del libro di Giobbe e sotto il diretto influsso 
del testo di quest’ultimo. Conviene tenere presente che nel 
cap. 40 di esso testo si ragiona di due mostri, Behemoth e Le¬ 
viathan, che la moderna critica occidentale identifica coll’ippo¬ 
potamo ed il coccodrillo (2). I Settanta traducono « Behemoth » 
con « le bestie » (è effettivamente un plurale), « Leviathan » con 
« il drago »; la Volgata lascia tali e quali i due nomi ebraici (3). 


(1) Per codesta sirena, oltre Kraus, Dante, Beri., 1897, 542 e not. 3*4 e 
Kraus, Gesch. der chr. Kunst, II 1 , Freib. ira Breisg., 1897, 403; cfr. anche 
v. d. Gabelentz, Die Kirchì. Kunst ini ital. Mittelalt., ihre Beziehungen zur 
Kultur und Glaubenslehre (Zur Kunstgeschichte des Auslandes, 55) Strassb., 
1907, 256-7. Buona raccolta di testi presso Battelli, B. Latini, i libri na¬ 
turali del « Tesoro », Fir., 1917, 70-2. Esempi grafici in Venturi, St. arte 
ital., Ili (Mil., 1904) fig. 101 (sir. con due rose simboliche, geroglifico di lus¬ 
suria); 103, 117 (sir. nettam. demonizzate), 142. Ma soprattutto v. le mera¬ 
vigliose sirene de’ capitelli di S. Pere de Galligans (Catalogna) Puyg-Coda- 

a 

falch, -Falouera y Sivilla, Goday y Casals, Arquitectura romanica a 
Catalunya, III, Bare., 1918, p. 251, fig. 300. I/alluminatore toscano di Dante, 
Marc. Ital. 6902 (IX, 276) 40 v. umanizza interamente essa sirena. Cfr. an¬ 
cora il cap. XIII dell’antico « Fisiologo », A. Karnejev, Materiali y i zamjetki 
po literaturnoj istorii Fisiologo (russo). Ed. Soc. Imp. degli amatori dell’an¬ 
tica lett., XCII, Pietr., 1890, 242-8. 

(2) Knabenbauer, Cursus s. Script. Iob, Par., 1886, 448-54; Vigouroux, 
Dict. de la Bible, I (Par., 1895) 1551-5; IV (Par., 1904) 214. Per gli antichi 
eruditi d’Occidente si trattava di elefante e di cetaceo: S. Thom., Iob, XL, 
lect. 2; Opp. XIV, Parmae, 1863, 137, 140. 

(3) Già Niccolò da Lira (Bibl. cum glosis, Ven., 1588, III, 77 v. F) sapeva 
che il plurale « Behemoth » può avere valore di singolare, significando « animai 
immensae magnitudini ». 




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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 527 

% 

In codesta guisa, il testo, che gli alluminatola bizantini tenevano 
sottocchio, suonava ad un dipresso così : 

« E nuovamente rispose il Signore, dicendo a Giobbe dalla 

«nuvola: .....ecco il principio della creazione.egli fu creato 

« per venir schernito dagli Angeli ; sali un erto monte per far 

« gioire gli animali nel Tartaro.se dilaga l’inondazione, non 

«la sentirà; spera che il Giordano entri nella sua bocca. 

« potrai tu pescare il drago con la lenza o metterai alle sue 
« nari un morso ? Oppure gli conficcherai un anello nel naso e 
« bucherai con un ago le sue labbra ? » (Job, 40, 1, 14-5, 18, 20-1). 

I pittori bizantini chiosano, come di consueto, alla lettera, il 
testo che stanno istoriando. Essi confondono il mostro terrestre 
con quello acquatico; raffigurano entrambi nella foggia di un 
unico « drago », con testa umana, però, in omaggio agli accenni 
biblici in merito al « naso » ed alle « labbra » di esso. I dise¬ 
gnatori greci della decadenza attribuiscono poi al mostro, a 
piacere, una o tre teste umane — talvolta tre faccie su una 
testa sola, com’era il caso del Lucifero di Tuscania e di quello 
dantesco. Lo dipingono schernito dagli Angeli, tirato con una 
corda, la cui estremità è assicurata all’anello confitto nel naso 
di Leviathan, in atto d’inghiottire il Giordano o di giacere co¬ 
modamente disteso su lancie ed alabarde, in omaggio ad un 
versetto bizzarro del testo biblico. Lo ritraggono pure in com¬ 
pagnia degli « animali », che si riducono per i pittori alle « tre 
« fiere » di Geremia, legittime progenitrici di quelle di Dante (1). 

Fin qui la « littera » onestamente chiosata. È un bello e strano 
motivo pittorico, come tanti altri. Ma nel Medio Evo greco e la¬ 
tino arte decorativa ed arte simbolica si tendevano la mano. 

# 

Ogni motivo poteva passare a capriccio da una categoria al- 


(1) S. Greci., Mor. in Iob\ Migne, Lat. LXXVI, 680, 682; Nic. de Lyra 
cit., 78 v. F. Cfr. Dante e l’icon. d’oìtr., I, fig. 49 (sirena-serpente) ; 58 a-c 
(serp. a testa umana). Impressionante il serpente con tre faccie umane, somi¬ 
gliantissimo al Lucifero dantesco ed al Satana di S. Pietro in Tuscania, 
Vat. Gr. 751, 152 v. 


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528 


VL. ZABUGHIN 


l’altra, orbene, Tunanime verdetto dei chiosatori medievali della 
Bibbia, occidentali ed orientali, scopre nei mostri di Giobbe un 
simbolo unico : quello del Gran Verme infernale. S. Gregorio 
Magno dice, recisamente, che entrambi raffigurano.il diavolo, 
che chi pesca alla lenza il Leviathan è Cristo, che la corda di 
essa lenza è la « genealogia umana del Redentore » ; alla sua 
estremità « hamus est Christus », ossia 1’ « umanità del Figliuol 
« di Dio ». Il Verbo attrae il Diavolo con l’esca della Sua carne 
e gli conficca nelle fauci l’amo della • Sua divinità. Fin qui 
S. Gregorio, la cui chiosa venne accolta nella « glosa ordinaria » 
di Walafrido Strabo e ne condivise la grandiosa popolarità. 
Niccolò da Lira aggiunge del suo, che « per sudes... eius nares 


« perforantes possunt intelligi Apostoli et alii Sancii ». 

Cosi chiosavano il cap. 40 di Giobbe in Occidente; poco di¬ 
versamente nell’impero bizantino. Colà, dopo una breve e facile 
evoluzione, il verme a testa umana viene assunto a simbolo 
unico di Satana e dell’Ade personificato ; in omaggio ad un co¬ 
stante vezzo artistico bizantino, la personificazione di esso Ade 
accompagna la figura di Satana, come la personificazione del 
Deserto la figura di Mosè nella « traversata del Mar Rosso ». 
Secondo le circostanze, l’Ade è raffigurato quale scimmione 

9 

sbarbato, quale diavolo nero a foggia umana o.quale verme: 
Satana, o quale « Angelo stigio », o quale vegliardo barbuto o 
sempre quale Verme. Adunque, dallo sposalizio di Satana (tipo 
miniatura di S. Giov. Climaco, sec. XI, Vat. Gr. 394 o mus. di 
Torcello) col Verme nasce un mostro o « cetaceo » dalla testa 
di uomo bianco di pelo e di barba, dal fusto serpentino grigio 
o color tabacco, « divoratore di anime ». Codesto Verme uma¬ 
nizzato migra ben presto in Occidente; può darsi che vi nasca 

è 

spontaneamente. Esso non va confuso col serpente edenico. In 
tutta l’arte bizantina, romanica e ne’ primordi di quella gotica 
esso serpente tentatore di Èva ha la testa... modestamente bel¬ 
luina; ne acquista una umana nella relativamente matura maniera 
gotica francese e la conserva ostinatamente sino a Michelangelo 
(volta della Sistina). Dante difficilmente avrà potuto conoscere 


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QUATTRO GEROGLIFICI - DANTESCHI 


529 


codesto modo di raffigurare il serpente edenico : quello del Bat¬ 
tistero di Firenze ha la testa... serpentina. Dobbiamo scartare 
subito anche le « mantecore » e le « cavallette » apocalittiche. 
Il Flamini ragiona diligentemente dell’aristotelica « mantecora » 
quale progenitrice del dantesco Gerione, ma, sembrami, a torto, 
-giacché mantecora e cavalletta apocalittica sono essenzialmente 
dei quadrupedi che non hanno la menoma affinità col serpente. 
La cavalletta di S. Giovanni lasciò in eredità al Gerione dan¬ 
tesco la sola appendice caudale di natura gamberina; ma esso 
Gerione la poteva ottenere quale legato testamentario dei dia¬ 
voli di Tungdalo. 

L’unica bestia simile al Gerione di Dante, che ricordi il « Fisio¬ 
logo », è l’echidna. Costei ha il corpo superiore di uomo, maschio 
o femmina; l’altro fusto di coccodrillo; è identica ai «draghi» 
dei miniatori di Giobbe. Però il capitolo in merito all’echidna è 
rarissimo noi testi occidentali del « Fisiologo », e manca presso 
tutti i bestiaristi latini a me noti (1). 

Orbene, Dante non aveva d’uopo l’essere grande « chierco » 
per rinvenire nell’arte che lo circondava diecine di modelli del 

suo Gerione. Sono « vermi » od « arpie » dalla testa umana o 

« 

canina, o scimmiesca, o diabolica ; taluni inoffensivi e decorativi, 


(1) Immagine classica, ostinatamente viva sino al Settecento, in tutto 
l’Oriente, è « Satana seduto sull’Ade ». In questo caso Satana è.il vegliardo 
canuto e l’Ade il Verme IDante e Vie. d’oltr., I, fig. 11 (Climaco), 127-9 
(Tuscania, Soleto, Firenze). Satana ed Ade giustapposti nella Vis. di S. Fran¬ 
cesca Romana (cfr. l’affr. di Tor de’ Specchi, ivi fig. 138). Satana-Ade quale 
serpe dalla testa d’uomo canuto : ivi, fig. 50-52 ; cfr. anche .le raffig. russe 
fig. 59-60). Mantecora: Flamini, Sign. e fine della D. C., Livorno, 1916, II, 
99-100; sulla fede di lui anche Grandoent, Dante, New York, 1916, 356-7; 
Power of Dante, Boston, 1918, 133-4. Mantecora presso B. Latini: Battelli 
cit. 181-2'(si legga ivi il testo corretto del volg. di B. Giamboni); ivi raf- 
figur. 182 fig. una mantecora scolpita dell’abbaz. di S. Antimo. Cfr. quella 
di S. Niccolò di Bari in Venturi cit. Ili, fig. 140. Echidna: Karnejev, cit. 
217-22; Pitra, Spie. Solesm. Ili, 247. Che il serpe edenico avesse « virgineum 
vnltum », dice anche Beda; ma gli alluminato» francesi se ne accorsero, auspice 
la Hist. Schol. cfr. Pbrdrizet, Étude sur le Spec. Hum. Saìv., Par., 1908, 
75-6 e bibl. cit. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Snppl. n* 19-21). 34 


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530 


VL. ZABUGHIN 




taluni ideati con premeditazione simbolica, nel qual caso essi 
invariabilmente rappresentano il diavolo od il peccato in ge¬ 
nere, od in ispecie la lussuria. Conosco, tra centinaia, un solo 
caso di serpente dalla testa umana, che raffigura Cristo vinci¬ 
tore del demonio. 

Cotale « giardino zoologico ». è sparso un po’ ovunque, nei 
secoli di dominio dell’arte bizantina, romanica e gotica. Arpie 
dalla testa umana si trovano sul pavimento istoriato del Duomo 
di Otranto ; nelle scolture della facciata di S. Pietro in Tuscania,~ 
nell’ornamentazione esterna della cripta di S. Zeno in Verona, 
certamente famigliare à Dante. 

Le arpie di S. Zeno vengono ricopiate, pochi anni dopo la 
morte del poeta, sul mausoleo di Can Grande, ove rinveniamo 
una caratteristica arpia con testa diabolica e due draghi attor- 
cigliati, pure con teste di demoni. In un libro corale miniato 
della Comunale di Verona (cod. 740), de’ primi del Trecento, 
vediamo, p. es., un’iniziale H con serpente rosso dalla testa ca¬ 
nina e dalle zampe giallastre, un’iniz. P con serpente alato, 
sempre dalla testa di cane; poi ancora un serpente verde con 
rotelle bianche, testa di cane e zampe rosse, un altro magnifico 
serpente con testa diabolica verde, corpo viola, zampe rosse ed 
ali gialle (1). Alquanto posteriori a codesto ms. sono due Bibbie 
miniate vaticane, una francese (Vat. Lat. 17), una italiana con 

lo stemma degli Orsini (Vat. Lat. 3550, metà circa sec. XIV). 

* 

Entrambe olirono una ricca mostra di serpenti a testa umana, 
di arpie con zampe di leone o di passerotto, di cavallette apo- 

4 

calittiche, di centauri arcieri — altro simbolo tradizionale del 
demonio, comune all’arte bizantina-e a quella romanica. Non 
si scandalizzi il lettore, se, scaltrito da lunga esperienza, metto 


(1) Speravo poter dare un ragguaglio di tutte le memorie artistiche di carat¬ 
tere « escatologico » o « dantesco » esistenti in Verona nella misceli, giubilare 
veronese in onore di Dante. Otranto: Garuti, Il pavim. a mus. della catt. 
di Otranto, Studi Med. II 4 , 1907, 513-4; codesta arpia è del sec. XII e fa 

x 

parte di un Giudizio Universale < stilizzato ». 



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QUATTRO * GEROGLIFICI „ DANTESCHI 531 


in un sol fascio arpie, serpenti, arte romanica, arte gotica. So 

m 

che, specie nelle miniature, ma talvolta anche nelle scolture, 
l’arpia ha la tendenza ad allungarsi in serpente, e quest’ultimo 
non disdegna di restringersi in arpia. L’unica divergenza che 
sinora potei ravvisare tra le due maniere artistiche ed i due 
generi zoologici si è quella che*nell’arte gotica serpenti ed arpie 
si trovano in ugual profusione, mentre, se non erro, nella roma¬ 
nica predomina alquanto l’arpia. Inoltre l’arpia predetta simbo¬ 
leggia quasi sempre la lussuria; il serpente a testa umana, la 
diavoleria in genere (1). 

Se Dante ospita le sue Arpie nel bosco dei suicidi, è che non 
seppe trovare altra vegetazione infernale ove annidarle ; ma 
quivi esse stanno a disagio anzichenò, nonostante rautorità di 


Vergilio, invocata per legittimare la loro presenza. Qui, come 

spesso altrove, l’esempio di Dante fu sterile. M. Palmieri della 

% 

Città di Vita restituisce le Arpie, insieme con le Sirene, al loro 
ufficio tradizionale, che esse esercitano con dignità nel Vat. Lat. 17 
od in una bizzarra scoltura del Duomo di Modena (fianco di 
piazza Maggiore) ove rinveniamo un gruppetto caratteristico di 
due arpie, maschio e femmina, cavalcate da cinocefali. 

Notiamo di sfuggita, che il modello iconografico del dantesco 
Genone può con uguale facilità venire ricondotto all’arte roma¬ 
nica ed a quella gotica. Il Braid. AD. XIII. 48, compendio rimato 


(1) Figg. 93-111 della mia pubbl. cit. Caratteristiche le arpie sul punto 
di diventare serpenti, come le vediamo sui capitelli di Lleyda (Catalogna): 
Puyg-Codafalch, ecc., cit. p. 196-7, fig. 217, 219. Una «cavalletta » in atto 
di allungarsi in serpente in un evangeliario miniato cassinese, s. XI, cod. 31 
della Capitolare di Trau, H. Folnesics, Die illum. Handschr. in Dalmatien 
(Beschr. Verzeichniss d. ili. Handschr. in Oesterr., VI), Leipz., 1917, p. 81 
e fig. 86. Serpente a testa umana, interessantissimo, nell’Evangeliario della 
Contessa Matilde di Toscana ( Gospels of M. Count. of Tusc., Oif., 1917, 
Roxburghe Club, tav.»V ; ivi, tav. Vili due mostri quadrupedi a teste umane, 
di maschio e femmina, il secondo con testa canina in coda, altri mostri del 
genere tav. VI e IX. Noto di sfuggita, che contro l’abuso di tali raffigura¬ 
zioni mostruose nell’arte rom. protesta S. Bernardo, Migne, Lat. CLXXXII, 
916 e Male, A. r. XIII s., 67. 


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532 


VL. ZABUGHIN 


della S. Scrittura, compilato in volgare lombardo da Pietro Be- 
scapò, allestito ed alluminato in Lombardia un anno prima della 

nascita di Dante, porta già evidenti stimmate di influsso franco- 

» 

gotico, che crea una fioritura novella attorno al primitivo ceppo 
romanico. L’istesso va detto di due codici veronesi, Com. 742,744, 
due libri corali allestiti prima dell’istituzione, nella diocesi di 
Verona, delle feste di S. Tommaso d’Aquino e del « Corpus Do¬ 
mini » (1). L’istesso ancora va detto delle parole di Dante ri¬ 
guardo alla tenzone tra Oderisi da Gubbio e Franco bolognese, 
entrambi operosi in Bologna. Mi pare ovvio supporre dal fatto, 
che il primo de’ due viene paragonato a Cimabue, il secondo a 
Giotto, un cotal fondo ideale, programmatico della tenzone. Assai 
probabilmente Oderisi pennelleggiava nella j>rima maniera bo¬ 
lognese, « filettata » e fondamentalmente romanica, Franco nella 
seconda, « piena », essenzialmente franco-gotica (2). 

I codici alluminati della stessa Commedia di Dante, così 

% 

come li volle, con grande verosimiglianza, il poeta stesso od i 
suoi più fidi, furono dapprima miniati secondo la maniera go¬ 
tica « lombarda » o « toscana ». Solo l’intensa produzione « in¬ 
dustriale » dei medesimi nelle botteghe fiorentine riuscì ad 
imprimere ad essi uno stile nuovo, ondeggiante tra il giottesco, 
il gotico, quello toscano del Binascimento. 

Scegliamo tre esempi di cotale produzione, varia e capriccio¬ 
samente sregolata. Difatti, merita la pena di vedere, come la 


(1) Nella «Città di Vita» di M. Palmieri (p. es. Fir. Naz. II, II, 41) 
rinveniamo, com’era giusto, le arpie accoppiate con sirene (CIIII r.-v.) ; queste 
ultime hanno, d’accordo con l’arte gotica, « labe... levate... et piedi di gallina ». 
Cfr. CXXI v., CXXIIII r.-v. Per la maniera franco-gotica nell’arte it. del minio 
Toesca, La pitt. e la min. nella Lombardia, Mil., 1912, 151-3 e bibl. ind. 

(2) Per il trapasso dalla maniera « filettata » a quella « piena e magnifica » 
nella min. bolognese anche Venturi, cit. Ili, 460-74. Per gli alluminatori 
« gotici » di Dante v. gli esempi che darò nel fase.“Il di Dante e Vicono- 
grafia d’oltr. Basti citare il «mancante » estense F. 6. 9 (Vili. F. 20) di 
schietta maniera franco-gotica, ma di mano e di pennello italiani; ÀmbroB. 
C. 198. Inf. che risale, se non m’inganno, ad un « canone iconografico * creato 
tra Verona o Ravenna, o dal poeta stesso, o dalla cerchia dei suoi intimi. 




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QUATTRO GEROGLIFICI . DANTESCHI 


533 


descrizione dantesca da noi studiata si sia ripercossa nell’im¬ 
maginazione di quei legittimi rappresentanti della massa « idiota » 
dei lettori di Dante, quali furono i suoi alluminatoli. Prendiamo 
a titolo di saggio il Marc. Ital. 6902 (IX, 276), iniziato da un 
tardo, ma assai arcaico giottista e compiuto da un modesto me- 
stierante nella seconda metà del Quattrocento, sempre in To¬ 
scana ; l’Est, già lodato, capolavoro di arte « popolaresca » fioren- 
tina; il Vat. Lat. 4776, il più «umanistico» dei tre, fatica 
rilevantissima di tre artisti fiorentini, uno dei quali lavorava 
con colori opachi, l’altro con colori leggieri, il terzo cercò senza 

frutto di tornare a quelli opachi, tutt’e tre nel corso del Quat- 

* 

trocento. Colui che c’interessa ora è il secondo, un fiorentino 
pieno di vivace ingegno, ricercatore di moto e di elfetti dram¬ 
matici (1). 

« 

Il mostro dantesco ha « faccia d’uom giusto ». E un motivo 
comunissimo, che arieggia quello dei « monacelli ipocriti », con 
testa e torso di frati chiercuti, l’« altro fusto » satiresco, con o 
senza « rotelle ». Il giottista del Marc, pennelleggia codesta 
testa di Gerione quale capo biondo-spiga di giovinetto, accon¬ 
ciato, si direbbe oggi, alla Raffaello, senza berretto ; l’istesso vien 
fatto dall’alluminatore dell’Estense. Quello del Vat. regala a 
Gerione un berrettino alla moda, come ne hanno di frequente 
le arpie gotiche. Nella seconda metà del sec. XV comincia a 
farsi strada il vezzo di raffigurare la testa di Gerione con ampia 
chioma e barba da filosofo (Ang. 1102, Urb. 365, Botticelli). Si 
torna così inconsciamente al vecchio modo di ritrarre il Le¬ 
viathan umanizzato (2). 

Il « fusto » di G'erione è di « serpente » con branche « pilose 
« infin l’ascelle ». Altro motivo comunissimo. I « vermi » di tal 
fatta erano dipinti per lo più in rósso e verde, colori del 
« fuoco » e del « gelo », pene fondamentali dellTnferno. Essi co¬ 


ti) Le «istorie» del Vat. saranno pubblicate integralmente nel fase. II 
della pubbl. cit., con raffronti di altri codd. toscani della D. C. 

(2) Le riproduzioni verranno pubbl. ne’ fase. II, III, IV, dell’Op. cit. 


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VL. ZABUGHIN 


lori, per effetto della legge medievale dei contrari, simboleggia¬ 
vano altresi la Speranza e la Carità. Tutti i « vermi » da me 
visti in opere d’arte medievale, hanno delle zampe di leone o 
di drago. Oltre la Volgata iconografica, Dante aveva certamente 
famigliare il testo Apoc. lofi. 13, 2 (seconda bestia dal corpo di 
leopardo, zampe di orso). Il primo miniatore del Marc, si scorda 
perfettamente delle zampe di Gerione; il collega quattrocentista 
pone riparo a tale dimenticanza. Nell’Est, il mostro ha delle 
zampe gialle con lunghissimi artigli, nel Vat. le ha leonine, 
« pilose » (l). Va notato che le zampe costituiscono un attributo 
consuetudinario non solo del Leviathan, ma del suo cugino, il 
cetaceo di Giona. Sul pulpito di S. Giovanni del Toro in Ra- 
vello, esso cetaceo, nettamente demonizzato, ha delle zampe ri- 
spettabili quanto quelle de’ confratelli nelle miniature bizantine. 

Dante non si sogna di rappresentarci un Gerione alato. Presso 
i suoi illustratori le ali diventano invece l’attributo pressoché 
più caratteristico dell’infernale « navigatore dell’aria ». Nel Marc, 
esse mancano ancora; nel Vat. sono già sviluppatissime, tipo 
«pipistrello». Sono insomma ali da diavolo occidentale; quello 
bizantino conserva le ali angeliche. I codici danteschi conoscono 
entrambe le foggie. 

Ed eccoci alle « rotelle » di Gerione. L’origine di questo par¬ 
ticolare risale almeno all’età degli iconoclasti. Nell’arte bizan¬ 
tina dei sec. X-XII ne sono già regolarmente provvisti tutti i 
« vermi », simbolici o decorativi, terrestri ed acquatici, serpi 
edenici, cetacei di Giona, mostri demonizzati di Giobbe, draghi 
infernali. Sono talvolta dei modesti puntini bianchi su superficie 
colorata, tal’altra cerchietti bianchi o chiari su sfondo scuro. 
Nell’arte gotica, in omaggio all’« angolosità» della medesima, esse 


(1) Unica eccezione è quella dell’Urb., il cui primo alluminatore ferrarese 
tende a trasforrnare.il mostro in semi-centauro con zampe quasicaTalline.il 

quattrocentista bolognese del ms. Angel. 1102 immagina un Gerione con 

» 

zampe formidabili, simili a quelle dell’Est., con la testa barbuta, con zuc¬ 
chetto quasi «magistrale». 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 535 


tendono a diventare «scaglie» rettilinee; così nella maggior 
parte dei codd. danteschi che comunque raffigurano draghi o 
serpenti. Manco a dirlo, esse rotelle sono d’obbligo anche per 

le arpie romaniche e gotiche. 

« • 

Solo verso la fine del Cinquecento tali rotelle acquistano, in 
Oriente, un vero significato simbolico. Quando, nelle leoni del 
Giudizio, il tradizionale fiume di fuoco cede man mano il posto 
ad una gigantesca figura del Gran Verme, che si snoda a mezzo 
il quadro, le rotelle di esso Verme portano i nomi ed i simboli 
dei vari peccati che si esaminano e si purgano nelle « mansioni » 
(letteralmente «telonia», barriere daziarie) dell’aerea peregri¬ 
nazione dell’anima, peregrinazione che corrisponde ad un dipresso 
alla traversata del fuoco presso Furseo, alla cancellazione? dei 
sette P presso Dante e che viene descritta con smagliante lusso 
di particolari ne\YAnima Peregrina » di fra Tommaso Sardi (1). 

Però, in Occidente si sapeva anche molto prima, che le « ro¬ 
telle » simboleggiassero la « varietas peccatorum ». Dante ne è 

% 

pienamente conscio. Egli sa, che la pelle macchiata o « gaietta » 
significa varietà, incostanza, frode : ne erano piene le carte. Per 
S. Girolamo la « varia pelle » del pardo era « geroglifico » del 
multilingue impero di Alessandro M. ; per Alano da Lilla essa 
indicava le «mille nocendi artes» del demonio, per Niccolò da • 


Lira significava il dolo e la malizia; per l’abate Gioacchino l’eresia, 


- miscela di verità e- di menzogna ; e non insisto oltre (2). 


(1) Fig. 59 del fase. I dell’Op. cit. Pokrovskij, Strascnyj Sud v pamjatni- 
kach viz. i russkago iskusstva, Rend. del VI Congr. Arch. di Odessa, 
Odessa, 1887, 285-381, spec. 369. Per la pelle « macchiata » del mostro cfr. 
quella dello « stellio », che « in nocte micat, sordens in luce diei » : Dir. 
Comm. con com. secondo la scolastica del P. Gioacchino Berthier, 0. P., I 
(Inf.), Friburgo (Svizzera) s. a. 299; altre notizie in merito a Gerione, ivi, 
298-301. Rammento di volo, che fonte della cancellazione dei sette P. è 
IV Reg. 5, 10, chiosato da S. Bernardo, In temp. resurrect. serm. 3, Mione, 
Rat. CLXXXIII, 288 D sgg. 

(2) Rab. Maur. Alleg. in s. Script., Migne, Rat. CXII, 1022 C ; Garner, 
Oieg., Ili, 20, Migne, Rat. CXCIII, 114 D « pardi nomine peccatorum ma- 
culis varius designatur ». S. Hier., Comm. in lerem., I, 5: Migne, Rat. XXIV, 



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VL. ZABUGHIN 


Gli alluminatoli danteschi stilizzavano Gerione ora a ino’ dei 
draghi «alla franciosa», con scaglie a sega sulla pancia, ora 

alla .sobria usanza italiana, con modeste rughe rettilinee sul 

% 

ventre ed una schiena dipinta ad occhi di pavone. Il Marc, dà 
al mostro una pancia a scaglie rosse, una schiena bianca e gialla 
con rotelle bleu; l’Est, dà al «fusto» della bestia colori assai 
più modesti, scaglie verdi, zampe gialle; il Yat. smorza ancora 
i toni, cerca il verismo, le mezze tinte morbide, che il cauto 
fiorentino predilige anche altrove (1). 

Siamo alla coda di Gerione. Già intravedemmo che le caval¬ 
lette apocalittiche ne lasciarono in eredità un campione ai diavoli 
di Tungdalo, armati, com’è noto, di « denti bianchissimi... e Ile 
« code come scarpioni » (2). 

La coda di Gerione ha però una preistoria iconografica assai 

• « 

curiosa. Cominciamo dal lodato musaico di Ravello, che offre un 
cetaceo di Giona con magnifica coda trisulca. Apriamo poi il 

Vat. Gr. 1155, Evangeliario bizantino della decadenza, decorato 

» 

con iniziali zoomorfe belle ed indubbiamente foggiate su modelli 
assai antichi. Vi troviamo l’uccello azzurro della leggenda, lupi 
demonizzati, serpenti. Questi hanno la Coda biforcata con una 
piccola testa ad ognuna delle due estremità della medesima, 
oltre, s’intende, quella che hanno «come devono». Variante 
dell’immagine della «Trinità del Male»? Capriccio decorativo? 
Non lo saprei. In Occidente ritroviamo cotali serpenti con una 
seconda testa in coda, però una sola e non più due (Vat. Lat. 
30 eco.). Codesta seconda testa nasce in Occidente non solamente 
per ragioni artistiche, ma in omaggio all’uso che il diavolo 
« irlandese» aveva di rivomitare le anime da lui inghiottite (Vis. 


742 A: E; Alani de Ins., Eluc.in Cani, cani., Migne, Lat . CCX, 80; 
Ni<\ DE Lyra, Bibì. cit., 118 v., G-H ( Ierem ., 5, 6); Exp. magni prophetae 
ab. Ioachim sup. Apoc., Ven., 1527, 163 r. 

(1) Va notato il graduale allontanarsi dall’ossequio alla lettera del testo 
dantesco. 

(2) Berthier, cit. 301; Vis. Tttngd ., 69 Corazzine 


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QUATTRO 8 GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

Tungdali, S. Francesca Romana, in pieno Cinquecento A. F. Doni). 

I diavoli umanizzati sfoggiano pur essi cotale seconda testa, una 
specie di mascherone che nell’arte gotica franco-italiana viene 
collocata sul basso ventre degli angeli neri (scolture gotiche 
francesi, affresco escatologico di S. Petronio in Bologna, eco.), 
nell’arte nordica popolareggiante (Germania, Russia) trasmigra 
invece sulle natiche (sp. min. russe sec. XVI-XVIII). Anche le 
arpie gotiche hanno in coda una seconda testa, specie canina. 

Dante ha resistito alla tentazione di dare una seconda testa 
« caudale » a Gerione, forse per la medesima ragione, per cui 
non volle regalargli tre teste da piantare sulle spalle. Conviene 
rammentare che troviamo parecchie immagini gotiche di serpenti 
con la coda biforcata, le cui estremità si perdono in rabeschi o 
ghirigori decorativi. La vera « coda di scarpione » è invece abba¬ 
stanza rara nei monumenti iconografici. 

Il miniatore del Vat. trascura affatto le pur precise indica¬ 
zioni del testo dantesco, fermandosi alla « coda aguzza » ; l’appen- 
dice gamberina apparisce invece in tutto lo splendore nel bolo¬ 
gnese Angel. 1102, od, in forma più «bizantina», nell’Urb. 
lat. 365 (1). 

Vi sono, nelle «istorio» de’ codici danteschi, dei Gerioni che 
nuotano e dei Gerioni che volano. Esempio classico dei primi, 
il Marc, e l’Urb. ; dei secondi il Vat. ed i disegni del Botticella 

II Gerione nuotatore nacque dalla vivace fantasia del Boccaccio 
(O. D. I, 21). Costui pretende che il mostro dantesco nuoti nel 


(1) Per il Vat. Gr. 1155, figg. 45-7 della pubbl. cit.; perii Vat. Lat. 39, 
ivi, fig. 76-7. La « mantecora » barese, di cui ragionammo, ha in coda una 
seconda testa umana. Le « amfimenie » sono note anche alla trad. letteraria; 
ne ragionano B. Latini e Dante: Battelli, cit. p. 81 '[cfr. Arch. Roìtianic., 
IV, 1920, 113-4 e 114 fig.]; lnf. XXIV, 87. Il verso dantesco viene illu¬ 
strato dal Botticelli con precisione da bestiarista consumato. Che i miniatori 
fiorentini non fossero d’accordo sulla coda di Gerione, risulta dal Palat. 313 
della Naz. di Firenze, ove il mostro è dipinto pressoché come sirena, con la 
solita testa di giovanotto, torso nudo, < fusto » inferiore uso pesce, senza 
zampe nè ali, senza biforcazione della coda, e dal Laur. Strozz. 152 (come 
sopra, ma con torso vestito e coda di scorpione). 


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VL. ZABCGHIN 


Oocito, lasciando scoperta la sola testa e nascondendo nell’onde 
l’orrido corpo. La trovata venne accolta per buona da Benve¬ 
nuto, provocò una stizzosa smentita del Landino e forni a 
T. Folengo lo spunto di uno degli episodi più gustosi dell’oltre- 
tomba descritto nel Balda a (1). 

Gerione è un « diavolo servizievole ». Il tipo non è raro nella 

« 

letteratura escatologica post-dantesca : lo ritroveremo nel romanzo 
di Ugo d’Alvernia, la cui stesura torinese può essere anteriore 
alla morte di Dante (2), presso B. Basini, L. Pulci, A. F. Doni. 
La sua origine si perde nel più remoto Medio Evo. A Bisanzio, 
tanto i demoni, quanto gli Angeli od il Santo protettore del- 
l’anima pellegrina prendono parte, spesso assai vivacemente, 
alle « tribolazioni aeree » di costei. Esattamente l’istesso accade 


nella Via. Baranti. Nella leg. patriziana i diavoli sono ancora 
torvi giustizieri del Purgatorio, ma vengono costretti da Colui 
che « puote ciò che vuole » a far da buone guide al cavalier 
Oveni, pur tormentandolo: stavolta Angeli e Santi sono del tutto 
assenti. Un altro passo innanzi vien fatto nella Vis. Anselli, 
che dobbiamo ricordare dopo la leg. patriz., benché anteriore a 
quest’ultima. Colà apparisce un demonietto puramente « servi¬ 
zievole », a cui Iddio comanda di condurre lo « scolastico » visio- 
nario a salvamento attraverso l’Inferno senza neppur torturarlo. 
Codesto movimento di elaborazione letteraria deve avere un 


movente teologico. Pier Lombardo dichiara francamente, che le 
anime purganti vengono castigate da coloro stessi che furono in 
terra i suggeritori dei falli commessi. S. Tommaso, pur ammet¬ 
tendo che Iddio lasciò Giobbe in balia dello spirito maligno, 
osserva, che ciò accadde mentre il savio antico era ancora vivo : 
sarebbe sconcio concedere al demonio già debellato da chi muore 


(1) G. D. 13 v. ed. cit. ; Benv. I, 557 Lacaita; Land., Coni. Dant., e diz. 
Ven., 1497, LXXIX v. Tra i codd. fiorentini il Palat. offre un Gerione nuo¬ 
tatore, lo Strozz. un « navigatore dell’aria ». 

(2) Ed. Renier, Scelta cur. lett ., 194, Boi., 1883. Il rifacitore ignora com¬ 
pletamente la terza Cantica, servendosi largamente delle prime due. 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

in istato di grazia un imperio sull’anima del trionfatore, sia pure 
un imperio precario e fallace. Il Santo sceglie una via di mezzo, 
lasciandosi nettamente guidare dalle visioni. Secondo lui, i pur- 
ganti vengono puniti dalla sola divina giustizia. Diavoli ed An¬ 
geli accompagnano le anime al luogo di espiazione. I dfavoli lo 
fanno per morbosa curiosità, si direbbe oggi, ma anche per cer¬ 
care di strappare all’anima trapassata parte almeno di quello, 
di cui essa rimase debitrice a Satana (1). 

Dante fa sì che Gerione, il Verme, il Leviathan, diventi umile 
esecutore degli ordini di Vergilio. La Frode si. lascia domare e 
cavalcare dalla Ragione. Eppure, esso Verme conserva il com¬ 
pito, assegnatogli dai visionari irlandesi e cotanto scultoriamente 
descritto da S. Francesca: quello di «mandare giù» le anime, 
divorandole presso la bocca d’inferno e ri vomitandole ai piedi 
di Lucifero. 

Dante insiste sull’affinità tra Gerione e lonza. Intendiamoci : 
egli ripensa alla lonza, ragionando di Gerione, ma non sembra 
aver preordinato Gerione, mentre ideava la lonza. Inf. I è per¬ 
fettamente muto riguardo alla « corda ». Si tratta adunque di un 
piccolo auto-commento a posteriori. 

L’origine di esso può risalire benissimo al grosso vocabolario 
allegorico di Rabano Mauro (autore che Dante cita Par. XII, 139). 
Costui dice, difatti, che « pardus » equivale simbolicamente a 
« quilibet vitiorum varietate plenus» ( Is . 11, 6), ma più special- 
mente « hypocrita » (Cant. cant. 4, 18). 

Ma il dotto amico Flamini obbietterà, che altro è « pardus », 
altro la lonza di Dante. Ecco: la lonza è una bestia che Dante 
giovinetto effettivamente vide in gabbia a Firenze, e che in 
gabbia si teneva anche alla corte sveva ed angioina. Però nè il 


(1) V. Baronti: AA. SS. • Martìi , III, 570-1 (« duo tetri daemones » e 
S. Raffaele); V. Ansetti, Migne, Lat. CLI, 647; anche quivi è rammentato 
il Leviathan, preso alla lenza da Cristo risorto; S. Thom., Quaest. de Purg., 
cit. art. 5; Opp. XII, (Romae, 1906), Suppl., 253. 


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540 


VL. ZABUQHIN 


poeta, ne i suoi contemporanei avrebbero potuto spiegare agli 
eruditi moderni, se si trattasse della « felis uncia » tibetana, 
della pantera, della leoparda. Il Bestiario toscano, edito dallo 
Stalli Garner e dal Mac-Kenzie, dice di essa lonza, che è « ani- 
« male crudele e fiera... sempre sta in calura d’amore et in desi- 
« derio carnale»; nasce da incrocio di leone con lonza o di 
leopardo con « leonissa ». Codesta lonza apparisce, come simbolo 
di lussuria, accanto alle Arpie ed alle sirene nel giardino zoolo¬ 
gico moraleggiante de’ codd. gotici. La legg. di S. Ranieri narra, 
appropriandosi indebitamente un noto episodio della Vita I di 
S. Brandano, come l’eroe dell’agiografo sia stato aggredito non 
più dai leoni della red. primitiva, ma da « iena» - « quas vulgus 
« vocat lonzas », e spiega la genealogia di tali bestie proprio 
come il bestiarista toscano or citato (1). L’anonimo ravennate, 
commentatore di Dante, che scopersi o per lo meno riesumai 
neU’Ambros. C. 198. Inf., e che può benissimo essere Menghino 
de Mezzano, dice della lonza: 

« Loncza (il testo ha leonza) idest leena que ceteris anima- 
« libus magis libidinem (sic) estuare (suppl. dicitur) et omnibus 
« animalibus amicatur preter draconum. Legiera et presta propter 
« scurilitatem et inconstantiam. Macolata propter notam infamiam. 
« E nomesse partia. Confitetur tali vitio contaminatum fuisse 
« scilicet libidine » (2). 

L’anonimo scriveva per desiderio di Bernardino d’Ostasio da 
Polenta, verso il 1355. E assai bene informato e punto servile 
verso i predecessori; le sue parole hanno quindi un valore non 
indifferente. Ora, egli identifica la « lonza » allegorica con la 
leonessa, ed ha pienamente ragione, giacché quest’ultima sim¬ 
boleggiava, oltre la Chiesa, sposa di Cristo, l’adultera Babilonia ; 


(1) Lonza: Flamini, cit. Il, 57 sgg. e bibì. ivi cit.; Best, tose., 74 (Studi 
rom.. Vili, 1912, 86); legg. di' S. Ranieri, Flamini, cit. II, 72-3 ed. AA. 

'SS. lumi, III, 436 B; S. Brandani Vita I, Plimmek cit. I, 142. (cap. 85). 

(2) Ambros. C. 198 Inf., carte non nura. Spero di poter offrire, in questo 
Giornale, un « profilo * del mio bizzarro « anonimo ravennate ». 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 541 

però, attribuisce a costei, direbbe uno scolastico, gli « accidenti » ■ 

della pantera, e non a torto, giacché quest’ultima era chiamata 

« 

così, dicevano gli indagatori di etimologie, perchè amica di tutte 
le bestie, mentre, secondo Plinio ed i suoi innumerevoli seguaci, 
la leonessa si credeva «avvezza a fornicare col pardo» (1). 

Ora, perchè mai Dante volle unire col tenue legame di una 
corda l’adultera «leonza» ed il fraudolento Gerione? Cominciamo 
col vedere cosa sia la « corda » che Dante porge « aggroppata 
« e ravvolta » a Vergilio. 


II. 

La corda, sìmbolo di peccato. 

Dice, ne’ Morali, S. Gregorio M., che la Sacra Scrittura in- 
tende con « corda » « aliquando dimensionum sortes, aliquando 
« peccata, aliquando fidem » (2). Esempi tipici del secondo signi¬ 
ficato sono, per il Santo, Is. 5, 18 e Ps. 118, 61, del terzo 
Eccl. 4, 12. Rabano Mauro, nel vocabolario lodato, distingue tra 
« funiculus » e «funis»; il primo può equivalere a « delectatio 
«prava» (Is. 5, 18) od a «subtilitas praedicationis », a « fides », 
a «cogitatio nostra»; il secondo simboleggia la «fides boni 
eventus », i « praecepta S. Scripturae », l’« asperitas saeculi » (3). 

Nella Volgata escatologica rinveniamo almeno un caso carat- 


(1) Rab. Mauk. De IJniv., Vili, 1; Migne, Lat. CXI, 220 A.; 218 B; 
Flamini, cit. II, 54 e note; Hcg. de S. Vict. de best. et al. reb., Migne, 
Lat. CLXXVII, 57 A-C; Garner, Greg., Ili, 13; 1. c. 110 D; Best, tose., 
p. 32-5; leopardo p. es. Hoc. de S. Vict. cit. 83 D. Per la pantera, Flamini, 
II, 58 e bibl. cit. In pieno Quattrocento, Marino Jonata si rammenta di essa 
pantera de’ bestiari medievali : Giardeno, ed. cit. (d v v.) II, c. 2 « non ave 
« tanti colori la panthera, quanti son lingendi et modi traditi che nel regno 
« s’usa da matino a sera >. 

(2) Mor. in lob, XXXIII, Migne, Lat. LXXVI, 684. 

(3) Migne, Lat. CXII, 936 D-937 A. 


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542 


VL. ZABUGHIN 


teristico dell’applicazione di ognuno dei tre « geroglifici » sug¬ 
geriti dal testo gregoriano. 

Nell’.4pocaW$$<? di Enoc gli Angeli misurano la dimora dei 

beati con una « corda » che corrisponde a pennello all’aureo 

« 

calamo, onde viene misurata la Gerusalemme celeste in Apoc. 
Ioh. 21, 15 (1). Nella legg. del Paradiso di Novgorod (sec. XIV), 
una delle tante diramazioni del mito brandaniano, la « corda » 
viene usata quale nitido simbolo di fralezza umana. S. Gregorio 
chiosava: «quia enim funis addendo torquetur ut crescat, non 
« immerito peccatum in fune figuratili’ ». Difatti, quando i pel- 
legrini oltre terreni giungono con la loro nave ai piedi del Monte. 
Santo, cominciano coll’inviare uno di loro ad esplorarlo. Costui 
gusta le dolcezze del Paradiso deliziano e non torna più. Così 
neppure un secondo messo. Allora i pellegrini ne mandano un 
terzo, legandogli una corda al piede. Quando nemmeno costui 
accenna a voler tornare spontaneamente, i compagni tirano la 
corda e lo fanno tornare a suo gran dispetto. Però, il messo 
cade morto sul ponte della nave (2). 

Non saprei se codesta « corda »-geroglifico di mortalità, di 
caducità, abbia dei legami con quella di Giobbe, con quella 
corda-simbolo della « genealogia Salvatoris secundum cameni », 
che il « Hortus deliciarum » di Herrade raffigura lunghesso la 
corda simbolica, con cui Cristo pesca alla lenza il demonio, quale 
serie di medaglioni coi ritratti degli « antenati del Signore ». 

I casi dell’uso di «corda» quale geroglifico di «fede» sono 
numerosissimi. Niccolò da Lira osserva, sempre a proposito del 

Leviathan, che Dio concesse talvolta alle Sue deboli ancelle di 

» 

legare il mostro, come fece S. Margherita. E l’esempio classico 
del genere. Nell’Ambros. C. 38. Sup. un pio trecentista illustra 
con ingenui, ma efficaci disegni a penna codesto « trionfo » della 
Santa sullo spirito maligno. Anche nelle min. de’ vari codd. isto¬ 


ri) Lacrence, The hook of Enoch, Oxf., 1821, 65-6 (c. 60, 1-8, qui la 
corda è unità di misura per i giusti). 

(2) Wesselofski, Sbornik Ak. Nauk, LIFT, 1892, 91 sgg. 




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QUATTRO GEROGLIFICI „ DANTESCHI 


543 


riati della L. Aurea S. Margherita apparisce quale vincitrice 
del Drago (1). Oltre costei ed altre Sante che seppero ridurre 
il mostro all’impotenza con la corda della fede, con la « triplice 
« corda, che non si spezza », tale grazia fu concessa a S. Silvestro 
Papa, la cui leggenda può dirsi una delle più insigni di tutto 
il M. Evo (2). 

Un curioso caso di contaminazione tra l’uso simbolico di 
« corda » quale « fede » e la classica reminiscenza del mito di 
Arianna trovasi in una visione carolingia, quella di Carlo il 
Giovane, riferita da Vincenzo Bellovacense. Quivi la « corda » 
diventa matassa luminosa e guida il pellegrino nell’oscurità del 
labirinto infernale (3). 

Quale dei tre significati, suggeriti da S. Gregorio, ha la « corda » 
dantesca? Non tengo conto delle distinzioni pili sottili di Rabano 
Mauro, perchè esse si riducono in sostanza a quelle « gregoriane » 
e perchè Dante panni che si ispiri piuttosto ai « Morali » che 
non alle « Allegoriae ». 

Dante non pensava di certo alla « corda » come ad « unità di 
misura»; non poteva attribuire ad essa il significato di «fede». 
Già altri notò sensatamente, che una cosa preziosa non si rav¬ 
volge negligentemente e non si fa gettare giù nel baratro infer¬ 
nale. Inoltre, come mai Dante avrebbe potuto tentare di « pren- 
« dere la lonza », ossia saziare la bramosia carnale, usando, quale 
strumento di caccia, una'corda, simbolo di fede? Come mai 
Vergilio pagano avrebbe osato fare cosi aspro governo di un 
simbolo della fede cristiana? Rimane dunque il significato di 
« funis » quale simbolo di peccato, e questo quadra a maraviglia. 


(1) Raffigurazione del tiortus Deliciarum: Herrade de Landspero, U. D. } 
ed. Straub-Keller, Strassbourg, 1899, pi. XXIV e XIV bis (e testo suppl. II, 2). 
Legg. di S. Margherita, testo pubbl. da A. Ceruti, Fropugn., Ili 1 2 3 , 1870, 
176 sgg. ; per la L. A. rammenterò di volo il cod. francese Reg. lat. 534, 
115 v. (Dante e Vicon. d’oltr. cit., I, fig. 113), ove la Santa trionfatrice del 
drago esce dalla schiena del mostro, formando con esso quasi un corpo unico. 

(2) Graf, Roma ecc., II, Torino, 1883, 81-94 e L. A. 12. 

(3) Spec. Hist., XXIV, 49-50; p. 979-80, ed. Duaci, 1624. 


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544 


VL. ZABUOHIN 


Dante stesso mette in rilievo che la lonza «alla pelle dipinta» 
doveva essere presa con la corda ; conveniva, cioè, avvinghiare 
quel peccato a ciò che il M. Evo concorde chiamava « varietas 
vitiorum ». 

Notiamo, che neanche qui Dante inventa o « mentisce ». 
S. Bernardo, nel serm. I in Annunt. Marine , mette la « corda » 
in diretta connessione con le « tre fiere ». Egli dice recisamente : 
«funiculus triplex diffìcile rumpitur (Eccl. 5, 14) curiositatis, 
« voluptatis et vanitatis. Haec sola mundus habet, concupiscentiam 
« carnis, concupiscentiam oculorum et superbiam vitae (7 Joh. 
« 2, 16). His abstractis et illectis Èva misericordiam omnem... 
« abiocit» (1). Anche il Deguilleville, che ignorava candidamente 
la Commedia , immagina dei peccatori, che nuotano nel « mar 
crudele » con i piedi legati da « erbacce », che sono poi i « fu- 
niculi » della Scrittura. 

Sta bene, ma perchè lanciare proprio codesta corda laggiù, 
dove «stabulat» il mostruoso re spagnuolo? Le ipotesi possono 
essere parecchie. Anzitutto, può trattarsi di un « rattoppo » che 
Dante dovè pur fare, quando ebbe l’infelice idea di rinunciare alla 
topografia morale consueta dell’Inferno, ossia al sistema degli 
otto (Giov. Cassiano) o dei sette peccati capitali (S. Gregorio) (2) 


(1) Si tratta, come ognun vede, della spartizione più antica dei peccati 
« capitali » anteriore a quella ottonaria di Giov. Cassiano ed a quella sette¬ 
naria di S. Gregorio M. I Ioh. 2, 16 fu stupendamente chiosato da S. Ago¬ 
stino (in Ioannis ep . ad Parthos, IT, 2, 10-14 ; Migne, Lat. XXXV, 1994-5). 
Quivi la triplice radice del peccato viene messa in connessione con le tre 
tentazioni di Gesù nel deserto. Cfr. ancora S. Auo., Enarr. in Ps. 118, c. 16; 
Miqne, Lat. XXXVII, 1545-6; Gl. ord. in- Is., 5, 18, Bibl. cit. IV, 15 r. A; 
per Niccolò da Lira il « funiculus » è più particolarmente la superbia (ivi, 
B-C); « funes peccatorum » anche Prov., 5, 22, ove la Gl. ord. scorge soprat¬ 
tutto l’eresia (I. c., Ili, 314 v. G). Che la « corda » debba essere per Dante 
alcunché di cattivo, di cui egli vuole sbarazzarsi, intuì giustamente Raffaele, 
G. D., XIV, 1906, 97-106. I più tra i moderni farneticano senza ritegno di 
« cingulum iustitiae » (Lajolo) o persino di grazia (Proto) ! 

(2) Ne ragionerò ampiamente nei capp. I e III dell’ Oltretomba- classico, ecc. 
Testi fondamentali per la « gerarchia dei peccati » : Io. Cassiani, Coll. V ; 



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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 545 

<3 persino alle nove «pene» d’Innocenzo III o di Sicardo per 
adottare la spartizione aristotelica delle « tre disposizion che 
« ciel non vuole ». Allora, per mettere il seguito in coesione 
logica con principio, egli dovè coinvolgere nel cattivo affare 
stipulato anche la povera lonza, torcendo con violenza a nuovo 
senso simbolico il tradizionale significato morale di costei. 
Fors’anzi il poeta si rammentò che la lonza «omnibus anima- 
« libus amicatur praeterquam draconi », onde a Gerione, il Drago 
per eccellenza, poteva riuscire gradita la corda con la quale si 
era fatta la caccia alla lonza. Meno sottile e più ovvio è però 
il supporre che Dante si sia semplicemente valso del testé rife¬ 
rito brano di S. Bernardo ed intendesse con « corda », senz’altri 
sottintesi, la somma — e la soma — dei peccati più gravi, di 
cui doveva liberarsi, affinchè la sua anima non cadesse vittima 
della Frode personificata. 


III. 

« 

Il giunco schietto, simbolo di divino conforto. 

Fonte diretta di Purg. I, 94 segg. è il profeta Isaia. « In cu- 
« bilibus, in quibus prius dracones habitabant, orietur viror 
« calami et iunci, et erit ibi semita et via, et via sanctorum vo- 
« cabitur » (1). 


Migne, Lat . XLIX, 609-10 sgg. ; Imtit ., V, 1-2; ivi, 201 C-204 B. S. Greg. 
Mor. in lob , XXXI; Migne, Lat . LXXVI, 621 A-B (superbia e sette-pec¬ 
cati « numerati >). Il numero settenario fu accettato da Pier Lombardo, e, 
sulle orme di lui, da S. Tommaso e da S. Bonaventura, da Dante e da Giotto 
(cfr., uno per tutti, S. Bonàvent. in lib . Sent ., II, diet. 42, dubia, Opp., 
ed. Quaracchi, 1885, II, 997 (dub. 3)). Però, Cecco d’Ascoli nell’* Acerba », il 
Boccaccio nell’ech X e persino il b. G. B. Spagnoli conservano l’antico nu¬ 
mero- ottonario, mentre M. Palmieri e Marino Jonata adattano il numero 
delle < colpe » a quello delle « pene », che per entrambi è di 18 (due volte 
nove, in omaggio alla div. in « intrinseche * ed « estrinseche »). 

(1) Is. t 35, 7. 

♦ 

* 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n* I#-*I). 35 


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VL. ZABUGHIN 


Per S. Girolamo i « giacigli dei draghi » sono le anime dei 
pagani, ostelli del demonio ; il calamo ed il giunco, strumento 
con cui veniva vergata la S. Scrittura, è la parola di Dio, in 
cui si riposano le stanche membra dei convertiti. La « glosa 
« ordinaria » di Walafrido Strabo amplifica tale concetto. Essa 
dice: « impletio scripturae, quae per calamum y et intentionis 
« adiutorium, quae per iuncum. Calamus enim et iuneus iuxta 
« aquas oriuntur et virent ». Per Niccolò da Lira i « cubilia 
« draconum » sono i templi pagani, il calamo ed il giunco, gli 
Apostoli e gli altri Santi ; ciò « secundum litteram ». Nel com¬ 
mento « morale » egli interpreta i « cubilia » come menti umane, 
il verdeggiante calamo quale « pulchritudinem mentis et exte- 
« rioris honestatis, ut sit locus aptus divinae habitationi » (1). 

Sarebbe assai utile sapere se Dante potè giovarsi di esso 
commento morale di Niccolò, autore di soli cinque anni più 
giovane del poeta (2). Nel caso nostro ciò non ha però ecces¬ 
siva importanza ; Dante non ignorava S. Girolamo e soprattutto 
la glosa ordinaria, che suo figlio Piero citerà con tanta pro¬ 
fusione ; e gli bastarono. Conviene notare che la Bibbia ragiona 
più volte del giunco aromatico, ebr. qdneh t che entra nella com¬ 
posizione di profumi sacri in parecchie religioni orientali (3). 
L’istesso Isaia ne parla, vaticinando la desolazione dell’Egitto 
per le armi di un re invasore (4). 

Non mi risulta che questo simbolo si trovi nella Volgata esca¬ 
tologica del Medio Evo. 

Dunque, niente affinità tra il « giunco schietto » ed il.« ramus 
« aureus », in cui la tradizione delle scuole ravvisava un gero- 


(1) S. Hier., Comm. in Is., Migne, Lat. XXIV, 289; Glos. ord., 1. c. IV, 
65 r. A; Nic. de Lyra, ivi B e D. 

(2) 1270-1340; Hurter, Nomenclator. litt., II, Oenip., 1906, 558-62. 

(3) Vigouroi'x, Dict. de la Bible, III (Par., 1903), 1629-31 ; Knabenbauer, 
Curs. cit., Comm. in Is. (Par., 1887), 591-2. 

(4) Per il significato politico della profezia G. Buchanan Grat, Comm. on 
thè hook of Isaiah, Edinb., 1912, 325; Gl. ord., 1. c. 39 r. F; Nic. de Ltra, 
ivi, H (Zs., 19. 6). 



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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 547 

glifico di dottrina puramente umana, recato in omaggio a Pro- 

# 

serpina, simbolo di « memoria ». Enea si arma del « ramo d’oro » 

« 

col preciso scopo di deporlo in una specie di ex-voto propizia¬ 
torio; Dante si ricinge del suo giunco e... se ne scorda intera¬ 
mente in seguito (1). 

Ancora, niente affinità tra « giunco » e la classica « vilis alga ». 
Il giunco è pianta rara, aromatica, sacra, simbolo della Scrittura 
rivelata e del divino conforto; non ha nulla da fare con l’umiltà 
o l’ubbidienza. 

In questo caso gli antichi commentatori rimasero vittime della 
loro oramai scarsa dimestichezza con la Bibbia e deH’incipiente 
« deformazione professionale » umanistica. 


IV. 

Veltro - Dux - Gran Lombardo. 

* « 

La Bibbia nomina il cane una quarantina di volte, ma, sic¬ 
come gli Ebrei sono cattivi cacciatori, non ragiona mai del cane 
da caccia. Essa tratta la fedelissima bestia quasi sempre col 
dispregio caratteristico per i popoli d’Oriente. Le Sacre Carte 
dovettero migrare in un ambiente ben diverso dalla plaga natia, 
perchè la biblica menzione dei cani divoratori delle carni stra¬ 
ziate de’ nemici ( Ps . 67, 24) o dei cani che leccano le ulceri 
del povero Lazzaro (Lue. 16, 21) venisse interpretata quale al¬ 
legorico ricordo degli Apostoli, dei martiri, dei buoni predicatori. 
Cotale metamorfosi, dovuta al trionfo del modo « indo-europeo » 
di considerare il cane su quello « semitico », è già compiuta 
quando S. Agostino viene a porgerne testimonianza. 

Chiosando il Salmo 67 e giunto al versetto 24 « ut intingatur 
« pes tuus .in sanguine, lingua canum tuorum ex inimicis ab 


(1) Norden, Aen. VI (Leipz., 1903) 185 sgg. Cfr. il mio Vergiho nel 
Rinasc., I, 99. 


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048 


VL. ZABUGHIN 


« ipso », il Santo fa questa dichiarazione : « idest ut qui prius 
« erant inimici fiant pes tuus praedicando usque ad sanguinerò... 

« ut canes prò Deo latrantes., canes laudabiles,, non detesta- 

« biles, fidem servantes domino suo, prò eius domo contra ini- 
« micos latrantes » (1). Insomma, si tratta, per S. Agostino, di 
cani messianici, mistici, di quelli stessi di cui la Bibbia ragiona 
(Indie. 7, 5-6) quando accenna ai trecento uomini che dove¬ 
vano venire prescelti a salvare il popolo d’Israele. Costoro, è 
noto, furono indicati da Dio con un contrassegno speciale : si 
dissetavano al fiume,-bevendo con la lingua, come cani. Non a 


caso poi il numero loro ammontava a trecento; esso numero si 
scrive con un « tau », simbolo*della Croce (2). 

Andiamo innanzi. L’interpretazione agostiniana venne accolta 
dalla glosa ordinaria e ne segui la fortuna. Rabano Mauro la 
ospita tanto nel solito vocabolario, ira i dodici significati sim¬ 
bolici, che attribuisce al cane, quanto nel De Universo. In 
quest’ultima opera egli osserva che « cane » può venire spe¬ 
cialmente chiamato l’Apostolo S. Paolo, che di infedele divenne 
zelante « latratore » del verbo divino (3). Ugo da S. Vittore svi¬ 
luppa ampiamente l’anagoge messianica del simbolo canino. Egli 
adatta ad una ad una le qualità naturali del cane, com’esse ve¬ 
nivano descritte da Plinio in poi, ai « buoni predicatori ». Tra 
queste « qualità moralizzate » giova riferirne una sola : la pro¬ 
verbiale sobrietà. Cosi, nota giudiziosamente Ugo, « chi sta a 
« capo di altri, chi sapientemente si dedica agli studi, deve evi- 
« tare ogni gozzoviglia » (4). 

La leggenda di S. Domenico ricama ampiamente su questo 
ordito già pronto in antecedenza. Ferreto de’ Ferreti adatta il 


(1) Migne, Lat. XXXVI, 833; cfr. Vioouroux, Dict. de la Bible, II, 
Par., 1899, 701-2. 

(2) Anche codesta cit. è ripetuta dalla Gl. ord., 1. c., Ili, 178 v. F. 

(3) Rab. Maur., Alleg., Migne, Lat. CXII, 883 A-C ; De Univ. Vili, 1 ; 
Migne, Lat. CXI, 223 D-224 C. 

(4) . De best., Il, 17, Migne, Lat. CLXXVTI, 65 C-66 A. Per la leggenda 



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QUATTRO GEROGLIFICI - DANTESCHI 


549 


simbolismo zoologico di questa alla persona del neonato Can 
Grande della Scala. Siamo giunti presso la culla del Veltro 
dantesco. 

Ma non basta ancora. Il Cane messianico non è solamente un 
« latratore del Verbo », un « canis laudabilis ». È anche, forse 
soprattutto, nemico dell’Avarizia. A questo punto dobbiamo inol¬ 
trarci sui prati fioriti della leggenda orientale. 

Il Nuovo Testamento pone recisamente la Carità al di sopra 
della Fede. La Chiesa medievale d’Oriente e d’Occidente con¬ 
serva rigorosamente tale valutazione morale. Nelle curiose Ge¬ 
nealogie delle Virtù , che fanno riscontro, in Oriente, al ]'iri¬ 
dar ium Consolatìonis e simili, il Digiuno, opera suprema di 
carità verso Dio, è simboleggiato da Cristo stesso, mentre la 
Fede ha per simbolo S. Paolo. Nelle miniature bizantine di 
Salteri di tipo monastico (p. es. Barb. Gr. 372 ed altri) vediamo 
il Re elemosiniere, un Re da corona, riccamente vestito, in atto 
di beneficare i poveri; dal suo capo spunta un triplice ramo di 
olivo. La Regina Elemosina apparisce ne’ libri alluminati di 
Giobbe, quale Virtù liberatrice dai mali: essa cavalca un leone, 
reca in testa l’albero di olivo simbolico, porta in ambe le mani 
due ramoscelli magici, uno rosso, uno bleu, che debbono simbo¬ 
leggiare la pienezza della grazia (1). Nei «racconti di padre 

• • 

« Pafnuzio », bizzarra miscellanea mistica russa del 1427, che 
comincia, come il Decamerone , con la descrizione di una pesti- 
lenza e che prosegue con visioni oltreterrene in parte ispirate 
a S. Gregorio M., rinveniamo una peregrinazione infernale del 
Granduca di Mosca Ivan Danilovic I, detto Kalità (il « saccoc- 
cione »). Costui, morto da poco, visita dapprima il Paradiso, poi 


domenicana Detzel, Chr. Ikon., II, Freib. in Br., 1896, 297-300; cfr. l’art. 
del p. Màndonnet sui Domini Canes nella Rev. de Fribourg, ott. 1912. 
Legg. dora. appi, a Can Grande: A. Scolari, Il Messia dantesco, Bologna, 
1913, 32. 

(1) Fase. I dell’ Op. cit., figg. 35 e 48 (quest’ultima può raffigurare anche 
la Fortezza?). 


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s'incanì in ina verso V Inferno, guidato da una monaca. A metà 
strada tra lo due mansioni oltreterrene, incontra un ricco letto, 
ove giace un cane, rivestito di pelliccia di zibellino. Siamo 
avvezzi a codesti giacigli, vuoti od occupati da esseri miste¬ 
riosi ; uno ne vediamo nella Vis. Alberici , uno, sotto l’in¬ 
flusso di questa, nella TVv. (lerardescae (1). Ma se nella 
T7.v. Alberici non riesciamo a sapere chi giaceva sul ricco pul¬ 
vinare, la monaca russa, loquace anzichenò, spiega al Granduca, 
che il cane sospeso tra Inferno e Paradiso era in terra un 
mussulmano misericordioso, che aveva in tale odio l’avarizia, 
da riscattare del suo i prigionieri cristiani e persino gli uccelli. 
Perciò Dio, non volendo accogliere in Paradiso un infedele, 
gli concesse letto e pelliccia, nonché un luogo di riposo senza . 
martiri (2). 

m é 

Alquanto diversa, ma afflile, è la leggenda di S. Cristoforo, a 

« 

tutti nota, auspice la L. Ai ir. E un «cananeo»; orala Vita di 

S. Maccario Romano s’incarica di far sapere a chi lo ignorasse, 

che cananeo vale quanto cinocefalo. Quindi, gli iconografi russi 

lo raffigureranno candidamente con testa di cane o persino di 

« 

cavallo. E risaputo che codesto « cananeo » fu preso dalla fis¬ 
sazione di voler servire il piu potente padrone del mondo; onde 
dal vassallaggio del diavolo passò per forza delle cose a quello 


(1) Wesselofski, Opp., IV 1 , 363 ; Sbornik Ak. Nauk, XLVI, 1890, 104-5; 
per S. Gherardesca AA. SS. Maii, Vii, 169 C, per Alberico, Bibì. Cadili. 

V‘, 203. 

% 

-(2) E quindi un « neutro », un « peccatore misericordioso », specie bizzarra, 

di cui il Wess. presenta nell’art. cit. molti individui tipici. Alla brigata di 

« 

costoro appartiene anche re Cromazio della 17s. Tungd. Nella Vis. Gregorii 
( Vita di S. Basilio Iuniore, Wessei.ofski, Sb. Ak. Nauk, LIII app.) vediamo 
dei « misericordiosi » rei di adulterio ; hanno vesti e faccie nere, che talvolta 
vengono alquanto rischiarate; la loro destra stilla olio lucente, la sinistra 
pece nerissima. La regina Elemosina ottiene per costoro un luogo di refrigerio 
(1. c. 361). Adultero, legato ad un palo tra Inf. e Par.: Sacharov, Eschat 
skazanija v drevnej russkoj pismennosti, 143 sgg. ; Pokrovskij, cit. 343 ed 
il man. russo di iconografia, ed. Busslajev, Opp., II (arch. e st. d’arte), 
Pietr., 1910, 133-55. Alla medesima categoria appartiene il « neutro » del 
Giudizio di Pisa. 


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QUATTRO GEROGLIFICI „ DANTESCHI 


551 


di Cristo e finì col portare materialmente Costui sulle spalle : 
altro simbolo eloquentissimo di Carità cristiana (t). 

Da S. Cristoforo un solo passo ci mena ai cinocefali, pacifici 
sudditi di un re lontano, infedele, ma amico dei cristiani. Nella 
legg. di S. Maccario essi cinocefali non molestano punto i mo¬ 
naci, giunti tra loro nel nome di Cristo; nel romanzo di Ugo 
d’Alvernia essi appariscono quali abitanti del regno di una 
specie di Presto Ianni (2). 

Però il simbolo di « cane messianico » ritiene ognora un senso 
recondito di « origine viziosa ». Il « canis laudabilis » è un 
ex-nemico convertito, come Paolo. Ove poi il dispregio biblico 

m 

per l’amico dell’uomo ritorna sovrano, in altri termini, quando 
il « cane » ritorna « detestabile », esso simboleggia francamente 
l’Antecristo, il diavolo, il peccato. Ricorderemo di volo il « currus 
« Avaritiae » nel prezioso manoscritto di Herrade da Landsperg 
(pi. LI e LI M *);.il cane vi figura tra i simboli-satelliti di esso 
vizio. Abbiamo già fatto ampia conoscenza di arpie cinocefali 
e di serpenti dell’ istessa razza, di arpie e mantecore cino... 
caudate; nei Salteri monastici bizantini i cinocefali appari¬ 
scono immancabilmente con carattere demoniaco. Altri cino¬ 
cefali assumono le parti di Gog e Magog nelle tarde illustra¬ 
zioni russe dell’Apocalisse di Giovanni, in certi, pur tardi, 
Giudizi orientali (3). La leggenda di codesti cinocefali, alleati 
dei Longobardi e discendenti delle Amazzoni, era già nota a 
Paolo Diacono* (4). 


(1) L. A., .100; 430-4 Graesse 1 2 3 4 (Bresl., 1890); Mignk, iMt. LXXIII, 
417 B « terras Chananeorum... qui ab aliis Cynocephali dicuntur » ; Del Lungo, 
458. Per il vezzo degli iconografi russi Wesselofski, Opp., Ili, 92. 

(2) Renier, cit. XXV, Ckescjni, Propugn., XIII, 1880, 44 sgg.; Graf, 
Giorn. di fili rom., I, 1878, 92 sgg., sp. 105. 

(3) Busslajf.v, Opp. cit., 148-9 ; Berger de Xivray, Trad. teratologiques, 
Par., 1836, 67 sgg. ; cfr. ancora Busslajev, Russkij Lizevoj Apocalipsis, ecc. 
Mosca, 1884, 100, 235 e pass.; Graf, Roma, ecc., II, 538-9. 

(4) P. Due. de gest. lang., II, 11 ; 53, 12-5 Waitz; Adam Brem., IV, 19; 
Pkrtz, ilf. G., IX (Script., VII) 375, 10-21. 


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552 


VI,. ZABUGHIN 


Dante accoglie nella Commedia entrambi i tipi di Cane sim¬ 
bolico. Cerbero, divoratore di carne, prossimo parente del Lupo 
infernale, che si sfama di terra, di preda, di aria; il Veltro- 
Dux-Grau Lombardo, die « non ciberà terra nè peltro », che 
« non curerà d'argento nè d'ntthnni », il Magnifico, il Messo di 
Dio (1). Però Cerbero nasce insieme col primitivo ceppo della 
« seconda visione fiorentina » di Dante, tra il 1300 ed il 1301 ;. 
il Veltro si allaccia alle amiche aure terrene tra il 1317 ed il t31S 
all’incirca e suggella l'ultima revisione del «sacrato» poema, 
alla vigilia della pubblicazione ufficiale delle due prime Can¬ 
tiche (fine 1318 o primi del 1310). Ancora: Cerbero è un sim¬ 
bolo nettamente morale, la personificazione di uno dei sette 
peccati: il Yeltro-I)ux-Gran Lombardo è una raffigurazione squi¬ 
sitamente politica, laica e non teologale. 

Ma abbiamo noi il diritto di parlare, cosi in blocco, di Yeltro- 
Dux-Gran Lombardo, come di simbolo trino ed uno ( 

Per ciò che riguarda i primi due termini del trinomio, lo 
attenuano in coro gli antichi commentatori, tra cui Piero Ali¬ 
ghieri, che era ben in grado di conoscere le intenzioni paterne. 
Lo dice l’istesso eriptogramma DXY, derivato dal simbolico 
« tau » agostiniano, strettamente collegato quindi con il simbo¬ 
lismo « canino » e che non saprei leggere se non come « Domini 
« Xpisti Yeltrus » (cosi, latinamente, tutti i trecentisti; solo 
Serrav. azzarderà, nel sec. XV, la forma epurata « Yelter »). 
Per quanto riguarda poi il terzo ed ultimo termine, spetta ad 
Antonio Scolari il merito di avere dimostrato con ferrea logica 
e sicura scienza, a dispetto di tutta la torpida ignavia della 
dantologia filistea, l’assoluta impossibilità di scinderlo dai due 
anelli antecedenti della profezia. Essa è e rimane trina ed unica, 
collocata ad arte a principio dell’ Inferno, alla fine del Purga¬ 
torio, a mezzo il Paradiso. È scevra della benché menoma in- 


(1) Cerbero: v. il mio Vergiho, I, 98-9; lupo: Hcu. i>e 8. Vict. de best. 
II, 20; Migne, Lai. CLXXVII, 67 0 « aliquando pr&eda fertur vivere, ali- 
« quando, terra, nonnuoquain vento >. 


% 


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QUATTRO GEROGLIFICI . DANTESCHI 


553 


coerenza; anzi i suoi tre anelli si completano a vicenda in modo 
necessario, onde solo il terzo dà la chiave della comprensione 
degli altri due. 

Se dunque la profezia dantesca è fatta a gloria di un perso¬ 
naggio unico, chi è costui ? Dante stesso si cura di mettere in 
rilievo, che non è nè Imperatore, nè Papa. Non Imperatore ; 
nemmeno « insperato Imperatore » italico, come vorrebbe lo 
Scolari (1). Il poeta dice con ponderata solennità, che il Messo 
di Dio sar i « ereda » dell’Aquila, di quella. stessa Aquila che 
« lasciò le penne al carro », non di un determinato Imperatore, 
ma deH’Impero. Esso sarà erede dell’Aquila come oggi l’Italia 
è erede deH’Austria-Ungheria; avrà in retaggio determinati 
beni e mansioni prefisse; sarà « ereda » in quanto proseguirà 
l’abbandonata lotta contro la Curia infranciosata e contro il ri¬ 
baldo regno dei gigli gialli. Sarà « ereda », in quanto dovrà 
essere salute dell’Italia, della sola Italia, badiamo, non della tri¬ 
corne Europa, nè dell’umanità. 

Non Imperatore, il Veltro ; Dante poteva ben permettersi ardi- 
tezze e licenze, spingersi sino a dare al diabolico Grifone'il ca¬ 
rattere mistico di Cristo; ma nè lui, nè alcun altro scrittore del 
% 

M. Evo avrebbero pensato a rivestire un « Imperato!* Romanus » 
delle spoglie del Cane. Era semplicemente inconcepibile un Im¬ 
peratore-simbolo che non fosse nè Aquila, nè Cinghiale, nè Orso. 
Ma, ed il Gran Khan dei Tartari? Era tutto, fuorché «Impe¬ 


ti) La bibliografia € veltresca > è riassunta ne’ tratti essenziali da A. Santi, 
Il Veltro dantesco. Nuovo Giorn. Dant., II 3 , 1918, 81-2 not* L’identità del 
Veltro col DXV fu luminosamente provata da V. Gian, Stille orme del Veltro, 
Messina, 1897, 37-9, il quale riconosce pure, che (p. 61) < proprio a farlo 
« apposta, l’Alighieri, negli ultimi anni della sua vita... attribuiva a Can- 
« grande quelle medesime qualità ch’egli aveva assegnate all’augurato Libe- 
« ratore ». Un altro passo avanti fu fatto, nel 1913, dallo Scolari, 1. c., 13 sgg. 
(sul quale vedasi tuttavia Gian, in Bullett., N. S., XX, 100-3). Costui resti¬ 
tuisce alla primitiva integrità tutta la triade geroglifica Veltro-Dux-Gran 
Lombardo, ma non riesce ancora a sbarazzarsi dall’ illusione di tutti coloro, 
che chiosavano la profezia dantesca in senso «ghibellino». A questa soggiace 
pure il Santi nel suo recente studio, pur non scevro di pregi singolari. 


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554 


VL. ZABUtUlIN 


«rator Romanus». La differenza giuridica portava con sè net¬ 
tamento una distinzione simbolica. Ora, i simboli in uso per 

rendere «geroglificamente» il concetto di Augusto, «mundi 

0 

princeps», sono quelli che sono. Se Dante ne avesse inventato 
uno nuovo, i contemporanei non lo avrebbero inteso (1). 

Non Papa, il Veltro, e tanto meno Benedetto XI, come di 
recente si era farneticato. Le attribuzioni del Veltro sono pura¬ 
mente temporali e localizzate nella breve cerchia dell’ « italo 
giardino » (2). 

Dunque? Dante dice francamente nel Paradiso, che il suo 
novenne Veltro-Dux è Pan Grande della Scala, signore di Verona 
e vicario imperiale. Sarebbe un eccesso di furberia il non volere 
credere al poeta. Ma la critica arcigna additerà subito lo scoglio 
dell'inattesa ed inconcepibile apparizione di esso Veltro nel primo 
dell’/n/è/v/o. Difatti, fu contro questo scoglio che si infransero 
le ricerche dello Scolari. Egli sospettava di già, col finissimo 
intuito che lo contraddistingue, che codesta apparizione è vio¬ 
lentemente incastrata nel testo primigenio della «Commedia», 
ma non ebbe il coraggio di confessare a sò stesso tutta la fon- 
datezza di tale sospetto. Ora, cotale coraggio conviene averlo, 
se si vuole venire a capo del «geroglifico» dantesco. 

Procediamo con metodo. Quali sono le fonti letterarie e teolo¬ 
giche del « velo » e del « midollo » di Jnf. I ? Per le prime basti 
citare il « Tesoro Ito » di B. Latini, una leggenda affine alla Aita I 
di S. Brandano. forse quella di S. Ranieri; per le seconde 
Cani. cani. 4. 8. chiosato da Riccardo da S. Vittore e da Alano 

• 4 

da Lilla.; /.v. 28. 10-20 (cantico di Ezechia, che i dantologi con¬ 
fondono talvolta con Ezechiele) spiegato da S. Bernardo nello 


(1) Ursus-iinperator Romanorum (IV lieg ., 2, 24); Rab. Mair., Alleg., 
Miose, Lat. CXII, 1086 B; * aper princeps est Romanorum » (Ps. 79, 14) ivi, 
860 A. Ciò non toglie, che io sia perfettamente convinto dell’influsso decisivo, 
esercitato su Dante da Marco Polo e forse da G. Villani, Scolari, 88-9. Ma 
Can Grande è Veltro, è « Gran Khan » (cosi pure lo chiamava Imm. Romano) 
appunto perchè non è « imperator Romanorum *. 

(2) La « laicità » del Veltro fu propugnata con efficacia dal Cjan, 35 sgg. 


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QUATTUO GEROGLIFICI „ DANTESCHI 


555 


stupendo Semi. 3 « de diversis », che costituisce una vera « pre- 
« fazione teologica» alla «Commedia»; Ierem. 5, 6, coi soliti 
commenti, da S. Girolamo a Niccolò da Lira. Il primo squarcio 
biblico citato ragiona della Sposa del poema salomonico che deve 
venire « dalle cime di Amana, di Sanir e di Erraon, dai chiostri 
dei leoni, dai monti dei pardi ». Il sottile vittorino osserva che 
essa Sposa deve giungere dal regno « turbolento ed irrequieto » 
del reo mondo. « Nel cercare i diletti mondani nascono il tra¬ 
vaglio irrequieto e la stanchezza di chi appaga le brame senza 

« mai saziarsi » (1). Ecco adunque il « dilettoso monte » di Dante, 

# 

monte della terrena felicità, ove splende bensi il Sole, .ma per 
chi sa attenersi alle vie della giustizia (« altrui », dice il poeta), 
non per chi, come Dante,, si sente impegolato nel fango; vi spa¬ 
droneggiano la malvagia violenza e la frode diabolica. S. Ber- 
nardo, chiosando Isaia, aggiunge una nuova potente pennellata: 
«viri sanguinimi et dolosi — dic’egli — non dimidiabunt dies 
« suos (Ps. 54, 24) perseverantes in sua vetustate usque ad 
« mortem... Veruni qui timore Dei initiatur ad sapientiam, is 
« continuo dimidiat dies suos exclamans prae timore vadam ad 
« portas inferi » (2). Finalmente, ecco Geremia con sue « tre 
fiere». Era giusto, che codesto profeta si associasse alla testi¬ 
monianza del cantico di Ezechia, perchè, secondo la mentalità 
gerarchico-simbolica del M. Evo, egli raffigurava la « virilitas », 
quinta età del Mondo, il « mezzo del cammino » della vita umana 
e cosmica. 

È bene rimettere sottocchio al lettore il testo di Geremia, 
secondo la Volgata. « Idcirco percussit eos leo de silva, lupus ad 
« vesperam vastavit eos, pardus vigilans super civitates eorum. 
« Omnis qui egressus fuerit ex eis, capietur, quia multiplicatae 
« sunt praevaricationes eorum ». E segue, si noti bene, una sfu¬ 
riata contro la lussuria imperante tra Israeliti. S. Girolamo 


(1) Iiicc. da S. Vittore; Migne, Lat. CXCVI, 479; Alano, ivi, CCX, 80. 

(2) Migne, Lat. CLXXXIII, 546 C. 


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556 


VL. ZABUGHIN 


trovò in questo passo un’allusione alle quattro monarchie della 

« 

profezia di Daniele, riferendo 1’ « omnis... capietur » alla distru¬ 
zione di Gerusalemme per opera dei Romani. Ma il Santo ag¬ 
giunge un’interpretazione « tropologica ». I superbi, chiosa il 
grande dalmata, che si credono grandi nella Chiesa, coloro che 

mal sopportano il giogo e rompono i ceppi, vengono dati in balìa 

* 

delle passioni e trascinati alla perdizione (1). Come di consueto, 
tale chiosa venne ripetuta dalla gl. ord. e da Niccolò da Lira; 
S. Tommaso vorrebbe ravvisare in tutt’e tre le fiere il solo 
Nebucadnezar. Il commento « morale » di Niccolò dice che si 
tratta di tre modi diversi di raffigurare il diavolo ; lo si ravvisa 
sotto le spoglie di leone, in quanto egli percuote i principi della 
terra con la piaga della superbia ; sotto quelle di lupo, in quanto 
egli li colpisce con il flagello dell’ingordigia, costringendoli ad 
opprimere i sudditi ed a sperperarci propri averi; sotto quelle 
di pardo, in quanto egli li fulmina con lo strale del dolo e della 
malizia. Chi di costoro esce poi dalla vita terrena, è . afferrato 
dai diavoli e portato nella geenna (2). 

Dante accoglie codesto schema, con una sola variante. Invece 
del doloso «pardo» egli vi accoglie la lussuriosa «lonza». La 
triade superbia-lussuria-avarizia che si viene formando iu cotale 
guisa, non era nè nuova, nè arbitraria. Essa risale all’ep. I di 
8. Giovanni, come dicemmo di sopra. La ritroviamo presso 
8. Bernardo. Essa ispira lo « Speculum Conscientiae » di 
ps. S. Bonaventura. Essa penetra nella corrente chiosa scolastica 
di Vergilio. Leggo in un cod. trecentesco dell’« Eneide», napole¬ 
tano di scrittura e di provenienza aragonese ed olivetana (Roma, 
Yitt. Em., S. Maria Maddalena, 16 [300J), che «triplici muro» 
( Aen . VI, 549) sia da intendere quale «concupiscentia oculorum, 
« concupiscentia carnis et superbia vitae, scilieet, superbia, ava- 


fi) Ieremias vinlitas ((juinta età del mondo) cfr. Krais, Gesch. der chr. 
Kunst, II', 442. S. Hier., comm. iu Iereui., I, 5; Miune, Lat. XXIV, 742 
A-B ; « tropologia», ivi C. 

(2) Gl. ord. Bibl. ven. cit., IV, 118 v. P; Nic. de Lyka, ivi, G-H. 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 



« ritia et luxuria » (1). L’istessa triade riapparisce nel romanzo 
di Ugo d’Alvernia; ivi scorgiamo tre porte infernali, la prima 
con l’effigie di una donzella bellissima con rotolo aperto (Lus¬ 
suria: porta dei cristiani), la seconda con quella di un drago 
vermiglio ed incoronato (Avarizia, porta dei giudei); la terza 
con quella di un leone (Superbia, porta dei pagani) (2). In pieno 
Quattrocento, infine, la rivediamo presso S. Francesca, il cui 
Inferno è diviso in tre « regni », quello di Mammona (Avarizia), 
Asmodeo (Lussuria), Lucifero (Superbia) (3). 

Nella gererchia medievale dei peccati la superbia e la lussuria 
erano il primo e l’estremo. Ugo da S. Vittore osserva, die «a. 
« ragione l’immonda lussuria si oppone alla presuntuosa superbia; 
«dove precede l’inorgoglirsi dello spirito, sussegue la turpitu- 
« dine della carne ». La « concupiscentia oculorum », l’avarizia 
nel lato senso medievale, era poi il più antico peccato del ge¬ 
nere umano, quello che fece perdere il Paradiso alla nostra 
prima progenitrice (4). 

Per Dante le tre fiere non erano un’astrazione retorica; egli 
stesso si confessa reo di superbia; si fa accusare, in pieno Pa¬ 
radiso deliziano, di lussuria, per la spietata bocca di Beatrice; 
in quanto all’ « avaritia » ossia, diremo oggi, al mal governo 
della cosa famigliare, i documenti del tempo stanno lì a provare, 
cbe la « lupa » aveva fatto al poeta una caccia tutt’altro die 
immaginaria (5). 


(1) Vi dev’essere, probabilmente, una cotal correlazione tra questa triade 
di peccati e quella delle « pene * bibliche (fuoco, tenebre, spirito di procelle). 
Un buon mazzetto di esempi, diversi dai nostri, in Kraus, Dante, 443-4; se 
non erro, costui fu primo ad indicare I Iohann. 2, 16, quale < fonte delle 
fonti * dantesche. Ps. S. Bonav., Opp., Vili, Quaracchi, 1899, 623-45. Cod. 
S. Maria Maddalena, 16 (Vitt. Em., 300) 73 v. 

(2) >17-9 Renier. Un «drago» dalle scaglie dorate simboleggia, invece del 
« lupo », il peccato d’avarizia anche presso Cristina de Pisan, Chemin de long 
estrude, 1075-8; p. 46-7 Pììschel. 

(3) Armellini, Vita di S. Francesca Romana, Roma, 1882, 331-2; AA. 
SS. Martii, II, 170 E-171 A. 

(4) Hug. de S. Vict., Alleg. in N. T., Il, 6; Migne, Lat. CLXXV, 777. 

(5) Cfr. A. Santi, cit. 86-9, buona raccolta di testi med. in merito all’« ava- 


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558 


VL. ZABL’GHIN 


Ora, giacché la lupa é, tra le «fiere», quella che più con¬ 
trasta il passo a Dante, giova studiare il metodo medievale di 
caccia al lupo simbolico. Lo impariamo da Ugo da S. Vittore. 
Egli dice che il lupo ha la virtù di affascinare l’uomo si da 
togliergli ogni possibilità di resistenza. In tale disperato fran¬ 
gente, conviene deporre il vestito, calcare la terra coi piedi ben 

« 

saldi, prendere in mano due pietruzze, sbattere Luna contro 

«. 

l’altra: il lupo perderà l’audacia e fuggirà. Beninteso, esso lupo 
è il diavolo; il « vestito » è l’abito peccaminoso dell’uomo, le 
pietruzze, gli Apostoli e gli altri Santi, anzi Cristo stesso, che 
fu per molti «pietra di olfensione » (1). 

Vergilio suggerisce a Dante alcunché di simile al metodo, con¬ 
sigliato da Ugo. Il poeta deve «tenere altro viaggio»; pentirsi, 
penetrare sotterra, nel regno dei morti, deporvi l’abito del pec¬ 
cato, purificarsi nel « fuoco » (non ancora sulle sette cornici del 
Sacro Monte, che Dante non aveva ancora immaginato, pare, a 
Firenze), giungere al cospetto della Divinità, aiutato da Angeli 


liti» » ; ivi, 89 e not. 1 per i debiti di Dante dal 1297 al 1800. Aiubros. 
cit. carte non num. ( Purg. XXX, 55) « Dante. Nondum per totam libri • 
« partem preteritam auctor se voluit nominari quia tunc inter vicia discur- 
« rebat. Et tunc transiverat medium operis sui. Modo hic intrat virtutes ; 

« cum excusatione tamen dicit se nominatum ore Beatricis eum ut infra se- 
« quitur increpantis, quod post mortem suam fuerat illectus amore alterius 
« mulieris ». Così l’anon. ravenn., il quale sadire di Beatrice: « ipsa realiter 
€ fuit quedam nobilis iuvenis pulcerima fiorentina quam Dantes amavit ar- 
« denter, sed in iuventute migravit. In cuius memoriarn ipse introducit sub 
« eius nomine theolotiam (sic) alludens nomini suo, quia theologia beatificat 
€ hominem ipsam diligentem ». Costui osserva pure: * lupa, avaritia. notatur 
« ex hac qua plus ceteris fuit Dantes infectus, prout declarando subdit » (ivi, 
carte non num., Inf . I-1I). 

(1) De best., 1. c. 68 A-B. Un che di simile viene suggerito per la caccia 
alla lonza dal Best, tose., 1. c. p. 86. « Quando aviene che prendeno alcuno 
« venenoso cibo, curase et purgase collo sterco del homo, unde li cacciatori 
« loro engannano in cotal guisa, cioè che quello portano in uno vasello et 
« appendole ad uno arbore sì che li dicti animali vedendolo fannosi ricta per 
€ averlo et allora li dicti cacciatori li assaglie et uccide ». Cfr. Vjnc. Bell., 
Spec. Nat., XIX, 76, 1424 ed. Duaci, 1624 (ex libro de nat. rer.). 


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QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 359 


e Santi (pare, nel disegno primitivo della Cornai editi, sotto la 
guida di S. Lucia). Tutto ciò è perfettamente logico, ed è co¬ 
munissimo. È l’esordio della Vis. Tungdali e delle sue conso¬ 
relle minori. Sta bene: ed il Veltro? 

Nella prima stesura della Commedia il Veltro non c’era. Non 
poteva esserci. Il piccolo dramma intimo che vi si svolge tra 
Dante fiorentino in carne ed ossa, non simbolo dell’Italia e tanto 
meno dell’umanità, e l’ombra di Vergilio, mandataria di Beatrice, 
non dà adito, nè offre pretesti per intromissioni politiche. Ciò 

vale anche se vogliamo intendere « per allegoriam » Dante quale 

• • 

anima peccatrice e Vergilio quale ragione naturale. La Com¬ 
media nacque quale visione di schietto tipo irlandese, non di¬ 
venne mai « visione politica ». La politica vi entrò tardi, mal 
volentieri, e vi rimase sempre a gran disagio. 

L’amico Giulio Salvadori potrà ben dire, che nella « seconda 

« 

« visione fiorentina » di Dante poteva trovarsi un posticino per 
un cotale Veltro rappresentante delle idealità degli ordini men¬ 
dicanti, un Veltro «spirituale», comedo immaginano taluni — 
anzi i più — tra i commentatori trecenteschi. Ma dal testo 
schietto della Commedia non si riesce ad indovinare codesto 

Veltro francescano o domenicano. Esso Veltro dà la caccia ad 

« 

una sola delle tre fiere, quella che più delle altre era soggetta 
alla giurisdizione del braccio secolare. Perchè non si cura costui 
del leone, rappresentante dell’arci-peccato per eccellenza? Perchè 
limita la propria missione alla sola Italia? 


Provate a leggere Inf. I, saltando a piè pari da v. 99 a v. 112; 
non troverete discontinuità di pensiero, nè senso di « vuoto ». 
Rileggete attentamente il canto intiero: vedrete sovrapposti due 
concetti nettamente eterogenei. Difatti, se Dante è perseguitato 
dai creditori, che c’entra la salvezza d’Italia? 

Ancora: Inf. I è diviso in quattro «capitula» che in origine 

dovevano essere pressoché di eguale lunghezza: un dieci ter- 

■ 

zine l’uno. Nella stesura definitiva il quarto ed ultimo si gonfia 
di cinque terzine sopranumerarie; sono quelle che corrispon- 
dono all’episodio del Veltro. E, non a caso, fenomeni consimili 


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560 


VL. ZABUGHIN 


di asimmetria si ravvisano nella struttura definitiva dei canti 


e VI, ove, tra il 1317 ed il 1318, Dante incastra gli episodi 
« extra-vagantes » di Francesca e di Ciacco dell’Anguillara. 

Dirò di piu. Anche l’episodio del Du.v nell’ultimò del Purga¬ 
torio porta delle stimmate meno percettibili, ma pur chiare, 
dell’interpolazione. Stavolta si tratta di un fatto simile a quello 
che ravvisiamo nel quarto delle « Georgiche », ove l’episodio di 
Aristeo venne a sostituire un altro, « censurato » per ragioni 
politiche. Aguzziamo lo sguardo verso la « venerabile precis- 
sione » di Dante. Essa comincia tra sfolgorio di lumi e con sfi¬ 
lata di solennissimo concistoro; va a finire, tragicamente, con 
macabra ironia degna di Dante, in uno sconcio « fattaccio di 
« cronaca nera » : bastonature, inflitte ad una puttana, per quanto 
simbolica, da un ignobile ruffiano. È l’estremo strazio della 

Chiesa; è lo schiatto più tremendo che il Male potè mai asse- 

% 

stare alla misèra umanità. Nel pauroso silenzio che segue aspet¬ 
tiamo lo squillo della tromba angelica e l’apparire del superno 
Giudice; l’estrema sanzione applicata al sommo delitto. Eppure 
niente di tutto ciò. La vendetta di Dio che non teme suppe, si 
riduce alla modesta apparizione di una specie di birro o diciamo 
poliziotto, che compie una « iustitia » particolare, circoscritta, 
agguanta i rei e li trascina in guardina. Pare che il poeta sia 
preso dalla paura di orizzonti troppo vasti e di profezie troppo 
catastrofiche. Non si tratta qui di un rimaneggiamento in minore 
ed in sordina di ciò che era dapprincipio trionfale inno alla 
vittoria del novello Mosè, dell’Alto Arrigo i 

Non lo sapremo mai con esattezza. Quello che possiamo affer¬ 
mare con coscienza pienamente tranquilla, si è che il Veltro- 

Dux, quale lo vediamo apparire nella « Commedia in cento canti », 

% 

altro non è nè può essere che Can Grande, e che il suo appa¬ 
rire nel testo di essa Commedia altro non è che una dedica 
aulico-umanistica della medesima al signore di Verona, che viene 
prescelto a novello Augusto dal novello Vergilio. 

Cotale dedica viene materialmente foggiata sullo stampo di 
quelle lodi che il poeta leggeva profuse al « mundi princeps » 



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561 


QUATTRO “ GEROGLIFICI „ DANTESCHI 

nel I e nel III delle Georgiche , e con cotale imitazione del- 
VEcl. IV e magari dell’episodio «messianico» dell’ «Anticlau- 
diano», che Piero Alighieri ha la gentilezza di additarci. Dante 
non fu mai poeta-cortigiano. Se lo fosse, avrebbe seguiti i con- 
sigli di Giovanni del Virgilio ed avrebbe composto un’epopea di 

soggetto moderno. Avrebbe scritto, come Ferreto, un poema 

\ 

sull’ « origine della gente scaligera ». 

Egli rimase invece « poeta-thcologus », senza disdegnare pelò 
ciò che non aveva disdegnato neppure Vergilio. Il Boccaccio 
afferma, che, secondo « alcuni », l’Alighieri ha dedicato tutta la 
Commedia a messer Cane. L’epistola a costui, che dovrebbe 
costituire la pietra angolare di ogni ragionevole esegesi del 
poema, sembra presupporlo. Quantunque Dante non avesse eletto 
stabile dimora nel «primo ostello»,'Can Grande rimase per lui 
un amico, un protettore, un’estrema speranza; le lodi alate del 
Paradiso, certamente vergate a Ravenna, stanno lì a provarlo 
luminosamente. 

Guarito dai sogni pericolosi del suo imperialismo classico, nu¬ 
trito di letture di Floro e simili, Dante tornò ciò che era sempre 

stato; ossia buon borghese guelfo, o, per meglio dire, divenne 

% 

precursore dell’ideologia politica nazionale dell’umanesimo ita- 
lico, che s’innesta sul guelfismo in modo logico e naturale. La sua 
fede politica comincia a somigliare stranamente a quella di Fazio 
degli liberti e dell’anonimo compilatore del poema De' Vizi e 
delle Virtù (1). 

A differenza di costoro, ed in omaggio ad una doverosa coe¬ 
renza con sè stesso, egli non perde una fede teorica nel Sacro 
Impero, come oggi un social-patriotta, convertitosi al riformismo, 
non perde d’un colpo la fede neH’Internazionale. Praticamente 
però, l’Impero muore nell’anima di Dante con la morte di Ar¬ 
rigo VII. Non saprei, se l’amico mons. Salvadori abbia ragione 


(1) Per la dimestichezza di D. con le « Georgiche » v. il mio Vergilio, I, 
4, 56 e bibl. cit. Per VAnticlaudiano Mhìne, Lat. CCX, 573-4. P. Alighieri, 
42-6; 532 Nanncccj. 

Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n> 10-21). IW 


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562 


VL. ZABUGH1N 


o torto, ravvisando nelle « macchie lunari » del Paradiso dan- 
tosco un’allusione ai «difetti dell’Impero»; certo è che, quando 
ei scrive il sesto del Paradiso , Dante non è più quello delle Epi¬ 
stole politiche e della Monarchia ; egli non aspetta praticamente 
più nulla dall’Impero; egli si è fondamentalmente guastato coi 
ghibellini di vecchia maniera, con la « pars lmperii », che tratta 
alla stessa stregua della « pars Ecclesiae ». 

Ma se il Veltro-I)ux è messer Cane, come mai nessuno se 

V ' 

n’accorse prima del Vellutello? Adagio. Che « tra Feltro e 
Feltro » valesse quanto « in Lombardia », ben sapeva il giudice 
Arinannino; lo ripetono in coro i commentatori danteschi del 
Trecento, con convinzione sempre minore a misura che si affie¬ 
voliva la « spes regni Ligurie » sepolta nelle arche scaligere con 
Can Grande, sino alla rabbiosa smentita di Benvenuto. Che proprio 
uno scaligero fosse destinato a debellare la lupa simbolica, cre¬ 
deva anche Gidino da Somraacampagna (1). Ma, quel che più 
importa, Piero Alighieri, colui che è il testimonio più autore¬ 
vole per la storia delle relazioni di suo padre con Verona e con 
gli Scaligeri, è cotanto involuto, impacciato e diplomatico nel 
ragionare del Veltro-Dux, che par saperne assai più di quanto 
voglia palesare ; tant’è vero, che il Boccaccio confessava franca¬ 
mente di non capirne nulla. Difatti, egli non cerca più il Veltro 
in Lombardia, lo aspetta per il 1344, lo chiama « vir virtuosus», 
« dux », ha l’impressione che esso possa nascere bastardo o 
comunque essere fabbro della propria fortuna; vi vede insomma 
un che di simile a Cola di Rienzo, al quale certamente suo padre 
non poteva neppur lontanamente pensare (2). E costui non è 
l’ultimo a volere riadattare la profezia dantesca secondo il mu¬ 
tato andazzo dei tempi: un lettore del nostro cod. estense allu¬ 
minato vede nel « Dux » un Visconti, duca di Milano. 


(1) Scolari, 37-42. 

(2) P. Alighieri, 532 Nannucci. Notiamo, che il Grandgent sospetta 
alcunché di simile alla mia tesi, D. C. annot., I, 10, ma attribuisce a Dante 
una voluta oscurità diplomatica che mi pare aliena dalle intenzioni del poeta. 


9 


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QUATTRO * GEROGLIFICI * DANTESCHI 563 

Codesto saggio d’indagine critica intorno a quattro «gerogli¬ 
fici » danteschi valga a chiarire il mio contegno verso i chiosa¬ 
tori antichi di Dante. Condivido, in merito, quasi appieno, le 
idee espresse dal Flamini ; ma debbo aggiungere un argomento 
sfuggito al dotto dantologo. Essi chiosatori appartenevano oramai 
ad un’età nuova. Il contatto intimo e quotidiano con le Sacre 

Carte si perdeva ognora più; la tradizione ecclesiastica stessa 

0 

si ammantava ognora più di paludamenti classici. Quindi, i chio¬ 
satori di Dante travisavano talvolta, senza volerlo, il vero signi¬ 
ficato dei simboli danteschi, come fecero per il «giunco». 

Non voltiamo le spalle a costoro; studiamoli con amore figliale 
ed intenso, ma ragionato ed oculato. 

Vladimiro Zàbughin. 


Giornale star. — Miscellanea dantesca (Sappi, n* 1*-*1). 66* 


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UN DANTE ILLUSTRATO 

% 

* • 

DEL RINASCIMENTO 


È questo un modestissimo contributo a quella storia della 
fortuna della Divina Commedia nelle arti figurative intorno 
alla quale, dopo il molto che si è scritto, talvolta fantasticando 
e annaspando e anticipando sintesi non tutte sicure, molto ri¬ 
mane ancora da indagare e da studiare. 

Il « Dante » che fino dal 1914 destò la mia curiosità, durante 
un breve soggiorno in Roma, e sul quale intendo di richiamare 
qui l’attenzione degli studiosi (1), è quello, veramente prezioso, 
posseduto dalla Biblioteca Vallicelliana,. dove, nel vecchio Cata¬ 
logo dei Filippini redatto c. 1750, era indicato con la segnatura 
H. VII. 95, e oggi reca quella più recente Z. 79.4 (arca 83). 

Si tratta d’un esemplare imperfetto — mancante, cioè, del 
frontispizio e d’alcune carte nel principio — della famosa edi- 


(1) Questo saggio mi sarebbe stato impossibile offrire senza il cortese e 
cordiale aiuto dell’illustre amico Corrado Ricci, il quale, riconosciuta l’impor¬ 
tanza delle illustrazioni contenute nel Dante Vallicelliano, ne fece fotografare 
un buon numero dal Gabinetto fotografico del Ministero della P. Istruzione, 
e delle fotografie fatte eseguire si compiacque di concedermi l’uso con una 
larghezza di cui gli sono vivamente grato. Intorno poi al carattere e al va¬ 
lore di queste illustrazioni, ossequente, come soglio essere, al ne sutor ultra 
crepidam , io non mi sarei azzardato a pronunziare giudizi tanto recisi e 
precisi, senza i consigli che con intelligenza ed autorità pari all’affettuoso 
interessamento volle fornirmi il mio buono e bravo collega Lionello Venturi. 
Ciò sarà una garanzia gradita e sicura anche per quegli studiosi d’arte che 
altrimenti avrebbero potuto accogliere con benevola diffidenza questa comu¬ 
nicazione d’un puro cultore di lettere. 



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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


565 


zione principe della Commedia col commento del Landino; il 
che appare compiutamente àalYexplicit finale: 

« Fine del Comento dì Christo- \ Phoro Landino Fioren- | 
tino sopra la Comedia di Dan \ thè Excellentis- \ simo Et Im- 

9 

presso in Firenze | Per Nicholo di Lorenzo | Della Magna A 
di. XXX . Da | gosto. MGCCC . LXXXI ». 

La materia del volume, l’esempio dato dallo stesso editore te¬ 
desco, con l’aiuto, a quanto pare, di un insigne orefice fioren¬ 
tino, Baccio Baldini (1), il grande formato in-folio , fornito di 
ampi margini e di frequenti spazi lasciati in bianco, tutto, in¬ 
somma, contribuiva a tentare il possessore o i possessori di 
questo libro che, insieme col culto per l’Alighieri, avessero avuto 
qualche velleità e abitudine d’arte. Orbene : della storia e degli 
antichi possessori di questo esemplare del Dante del 1481, che 
era entrato a far parte della Biblioteca dei Filippini prima 
del 1750 (nel quale anno, s’è visto, lo registrava il vecchio Cata¬ 
logo), nulla siamo in grado di dire. 

Invece possiamo affermare sin d’ora, riservandoci di dimo¬ 
strarlo, che i possessori i quali cedettero a quella che direi ten¬ 
tazione artistica, furono due e a notevole distanza di tempo e 
di capacità l’uno dall’altro, pur entro i confini del sec. XVI. 

Senza dubbio, il vero interesse di questo volume consiste nei 
documenti grafici, illustrativi che esso ci offre ; ma sarebbe tut¬ 
tavia una colpa il trascurare le postille marginali, che sono dis¬ 
seminate per gran parte di esso. Anche queste postille sono 
dovute a due mani nettamente distinte, corrispondenti, senza 

dubbio, a quelle dei due dilettanti che si compiacquero d’ag- 

« 

giungere al commento landiniano un loro commento artistico. 

Cominciamo, dunque, a dir qualche cosa di queste postille e, 
anzitutto, ad avvertire che la maggiore e la miglior parte di esse 
appare scritta dal più antico dei due illustratori, appartiene, cioè, 
come vedremo meglio, alla primissima metà del Cinquecento. 


(1) Corrado Ricci, La « D. C. » di Dante Alighieri nell'arte del Cinque¬ 
cento, Milano, Treves, 1908, p. xi. 


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r 


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566 


V. CIAN 


A dir vero, le postille, in sè, non hanno grande valore; ma ci 
fanno conoscere nell’autor loro un lettore tanto attento e in¬ 
telligente del testo dantesco e del commento del Landino, da 
mostrarsi capace alla sua volta di un lavoro di revisione e di 
n uova dichiarazione. 

Esse sono, nella maggior parte dei casi, sobri richiami alle 
cose più notevoli esposte dal commentatore; richiami che of¬ 
frono al postillatore occasione di unire la sua parola a quella 
deH’utnanista e dantista fiorentino. Cosi, là dove (c. iii v.) questi 
parla del Medio Evo, nel quale « finalmente submersa italia da 
« varie inondationi di barbariche nationi al tutto perirono la 
« Sapienza e l’eloquenza », leggiamo in margine che « il primo 
« che dopo la resurrexione della facultà poetica prendesse la 
« laurea, corona fu el petrarca, perchè Dante dinegò prendere 
« tal honore se non lo prendesse nel baptisterio fiorentino ». 

Tutta una serie di queste postille recano varianti di lezione, 
che sono quasi sempre vere e proprie correzioni al testo dato 
dal Landino e guastato dal suo tipografo. Non sarà inopportuno 
offrirne qui un breve saggio. 

A c. biiiiv, il v. 94 del c. II dell’/n/*., che nel testo landiniapo è 

• • * 

dato nella forma apparentemente scorretta : « Donne gentile nel 

del ecc. », è ripetuto in margine : « Donna , e , gentile (sfc) ecc. ». 

% 

Nel v. 142 dello stesso canto (c. ci v.), invece di « cammin 
alto» è segnato « cammin atro »; al v. 82 del c. V (c. dviiiv.), 
invece di « dal disio » è scritto in margine « dal voler »; al v. 70 
del c. IX (c. gi t?.), il « vento impetuoso » « li rami schianta, ab¬ 
batte e porta fuori », ma il postillatore corregge di sua mano, 
questa volta, nel testo « e porta i fiori » e nel disegno fa ve¬ 
dere alberi schiantati e abbattuti e in aria fiori travolti dalla 
bufera. Al v. 28 del c. XXIII (c. oii v.) la stampa leggeva: « Pur 
mo venner e tuot penser tra miei », e il postillatore corregge: 
• « venieno e tuo » e al v. 46 dello stesso canto corregge il « di 
doccia » in « per doccia ». 

Similmente, al c. XXIII, vv. 133 e 135 (c. ovi v.), deturpati nel 
testo con « che tu non credi » e con « uallon fedi », egli cor- 


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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


567 


regge con speri e feri. Al c. XXIV, v. 42 (c. O. vii r.) « onde 
l’ultima parte si scoscende », corregge, giustamente, « l’ultima 
pelra », e al v. i 19 dello stesso canto: « o poientia di Dio », 
corregge in « o iustitia ». 

Per finire con queste spigolature: al c. XXXIV,.v. 126 : « quella 
che par di la », è corretto in « appar di qua » e al c. I, v. 49 
del Purgatoi'io , la « perduta strada » è giustamente corretto 
in « smarrita ». 

Ma l’artista-dantista, nel leggere con attenzione il suo Dante, 
non dovette faticare molto ad accorgersi che nella 'sua edizione, 
deplorevolmente scorretta, della Divina Commedia, lo stampa¬ 
tore aveva dato altre e più gravi prove della propria negli- 

t 

genza (e a lui che era « della Magna » si possono concedere le 
attenuanti, non cosi al Landino e ai suoi amici revisori !). In¬ 
fatti egli ebbe cura di aggiungere in margine i versi, anzi le 
intere terzine (a c. A xv v., c. II del Paradiso dal v. 118 al v. 126, 
sono tre le terzine mancanti !) che erano state omesse. 

Non contento di questo lavoro di revisione, l’artista-postilla- 
tore non trascura le occasioni che gli si offrono, di dar saggio 
della propria coltura, che, certo, non era comune, come non era 
comune la sua preparazione speciale nel campo dantesco. 

Così, ad es., al v. 129 del c. I dell 'Inferno (c. bi i\), nella cita- 

% 

zione del verso di Persio, fatta dal Landino, aggiunge in margine 
l’indicazione più precisa « Sat. 3 ». Ma non sempre alla sua 
buona volontà corrispondevano i mezzi dei quali disponeva. Tale 
il caso avveratosi allorché, giunto egli con la lettura alle ul¬ 
time terzine del c. XXVI del Purgatorio, All’accorata commo¬ 
vente invocazione di Arnaldo Daniello, vedendo in cosi malo 
modo conciati quei versi provenzali, pensò di riscriverli in mar¬ 
gine (c. lliii v.) secondo la lezione che qui fedelmente trascrivo 
ad uso dei dantisti-provenzalisti più pazienti e curiosi, i quali 
sorrideranno della ingenua presunzione di questo correttore, 
che nella sua ignoranza di provenzale si sentiva portato verso 
le forme francesi. 

« Tant mabellit nostre courtoys demant | Que ne me puis, ne 


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568 


V. CIAN 


« ueul a uous couurire. || Je suys Arnault qui pleure et vois 
« cantant | En ce tous guay la passee folleur. | Et uoy joy- 
« cahen (?) le iour que sper deuant || Or e vous prie par ce val- 
« leur | Qui vous guide au som deste chalina | Souuengne uous 
« a temps de ma dolleur ». 

Non di rado il commento del Landino, ricco di dottrina e di 
erudizioni varie, conforme all’abito intellettuale dell’insigne uma¬ 
nista, è come un incitamento.pel Nostro a dar saggio della sua 
propria coltura, riempiendo non pochi spazi bianchi che gli of¬ 
frivano i margini, di postille con citazioni latine, intese a chiarir 
meglio il pensiero di Dante e del commentatore. 

Ad es., al v. 37 del c. Ili del Purg. (c. bb iii r.), a proposito della 
distinzione fra quia e quare sulla quale aveva dissertato il Lan¬ 
dino, citando Aristotele, il postillatore annota in margine : « Imo 
« rectius quia duplex est notitia : quia et propter quid: cogno- 
« scimus quia est absq. notitia causarum : cognoscimus uero 
« causis ecc. ». 

A questo riguardo offre un particolare interesse per noi la 
c. ffi r. y., che è insolitamente ricca di postille, suggerite all’ar- 
tista-dantista dalle prime terzine del c. XV del Purg. e accom¬ 
pagnate da relativi disegni di carattere architettonico e geome- 

* 

trico. Vi leggiamo, fra l’altro : « Sempre a guisa di fanciullo 

« scherza, imperciocché siccome la spera celeste senpre è in 

« moto, così senpre i fanciulli scherzando e non è vero eh el 

« fanciullo » [sia tale] « fino a meza età e di poi cali perchè in 

« quanto fanciullo sempre acquista e quando cala, cala in quanto 
« vecchio... ». 


Evidentemente, non sono chiose rivelatrici, ma bastano ad 
attestarci ancora una volta il vivo interesse e il buon volere 

0 

di chi le scriveva. Al quale proposito giova meglio la postilla 
che nella stessa carta l’ignoto dantista scrisse accanto a un buon 
disegno illustrativo d’astronomia dantesca, da lui tracciato a 
raffigurare l’ora accennata dal poeta, e la terra con Gerusa¬ 
lemme dominante nella parte superiore, l’Inferno, visibile nelle 
viscere della terra, e il monte del Purgatorio nella parte infe- 



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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINA80IMENT0 


569 


riore. La postilla latina, di carattere scientifico, che si può ve- 

% 

dere parzialmente riprodotta nella Fig. 20, incomincia così : 
« Radius solis qui rediit reflexus uere qui possit in infinitum 
« reflecti quia reflectitur in sole et discedens rursus idem 
« actitat qui si accidit in instanti eodem tempore erit radius solis 
« in aqua secundo reflexus. Potius est scientia speculorum que 
« considerat radios [refljexos, prospectiua uero considerat lineas 
« uisuales et illarum [desce]nsus siue ascensus itemque dimi¬ 
re nutiones et augumenta sub alternatiua (?) geometrie sicut hec 
« speculorum sub al[tern]atiua prospectiue... ». 

La chiosa qui assume il tono d’una lezione di fisica; e una 
lezione impartita al Landino. 

Altrove la lezione è più sobria e più calzante; come al v.36 del 

c. XVI del Purg. (c. ffv v.), dove alla chiosa landiniana, intesa a 

spiegare la « fascia » dantesca (« quello si è il corpo, il quale per 

« la morte si corrompe et è fascia dell’anima perchè la collega 

« dentro a sè »), annota : » Immo continetur corpus ab anima 

« cum ipsa sit forma ipsius. Videtur enim magis quid forma con- 

« tineat quam que continefatur] ». Nella pagina seguente, al 

v. 87 dello stesso canto (« Voi che vivete, ogni cagion recate », ecc.), 

l’artista-dantologo postilla: « Ut fert piato absque secundis 

« causis »; e più oltre (c. ffvi. i\), dopo parecchie altre postille 

0 

latine di carattere fìlosofico-scolastico, esce in queste conside¬ 
razioni: « Lauctore dice di Picciol bene prima sente sapore 
« direbbe di poi quitti singanna et dreto ad esse corre questo 
« bene fussi el principio el quale come per perfectione da... 
« [illeggibile, per abrasione] e le cose e desiderato ma e il ben 
« proposto alla propria sensitiua el quale causa deceptione nella 
« anima et peroche sommersa lanima nelle sensitiue potentie 
« a quel fine si muo[ue] oue li sensi la inclinano et la inclina- 
« tione sensitiua non [e con] forme alla rationale la quale parte 
« è in noi comune con li [animjali anzi in più delle cose li e 
« contraria fu adunque neces[sar]io che la ragione insurgesse et 
« insegnassi che mortificando [i sensi], le loro potentie si diminui¬ 
re scono et allora predomina [la r]agione et questa è la guida... ». 


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570 


V. GIAN 


E più sotto, a illustrare meglio le « unghie fesse » del v. 99, 
riferisce un passo di Aristotele « in libris de historia anima¬ 
le lium ». 

Ma queste spigolature possono bastare (1). 

Come si vede, questo primo illustratore del Dante vallicel- 
liano era persona tutt’altro che sprovvista di coltura e il suo 
zelo di dantista cercò di mostrare con queste chiose non meno 

i • 

che coi numerosi disegni. 


» 

# * 

Ciononostante, queste postille nel prezioso volume non hanno 
per noi se non un’importanza secondaria, dacché la curiosità, 
anzi tutta l’attenzione nostra si volge più volentieri e con giu¬ 
stificata preferenza alle illustrazioni artistiche. 

Nei numerosi disegni illustrativi che sono disseminati pei 
margini laterali — e talvolta anche per quelli superiori e in¬ 
feriori — di questo volume, non è difficile ravvisare due mani 
indubbiamente diverse, appartenenti a due toscani, a quanto pare, 
ambedue dilettanti, vissuti, come si è detto, a distanza di più 
che mezzo secolo, di valore senza confronto più cospicuo, il 

primo, che i saggi architettonici finali farebbero supporre parti- 

« 

colarmente esercitato nell’architettura. Questo artista dilettante 
più antico sembra — se non è un’illusione la mia — abbia voluto 
lasciarci un documento diretto e sicuro di carattere cronologico, 
die ci permette di fissare l’anno nel quale attendeva all’opera 
sua d’illustratore, anzi l’aveva presso che condotta a termine. 
Infatti alla p. Hvi r., dove il Landino chiosa la terzina (vv. 118- 


(1) Aggiungo ancora in nota la chiosa che il nostro artista appose in mar¬ 
gine (c. Fviv.) al v. 73 sg. del c. XVIII del Farad. («E come uccegli surti 
di riuera »): « Nota discreto lectore che oltre a quello che lo interprete di- ' 
« chiara in questo loco attenenti alle lettere si può conoscere la comparazione 
« delli ocelli (sic) delli quali parla più absoluta et più poetica, dicendosi che 
« dal volato delli tali ucelli qual si fussi chi le trouassi formò le prime figure 
« delle lettere ». 


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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


571 


120) del c. XXVI del Paradiso , nella quale Adamo risponde 
a Dante quanti anni egli aveva atteso nel Limbo la propria 
liberazione, il nostro artista-dantista trascrive in margine il 
numero dei « volumi », a questo modo: « 4302 orbis exordia » 
e sotto a quella cifra ne scrive un’altra « 1519 » che non può 
essere se non l’anno in cui egli segnava quella postilla margi¬ 
nale. Néll’anno 1519, dunque, e probabilmente in Roma, ài bei 

« 

tempi — belli per l’arte — di Leone X. 

Questa cronologia è esuberantemente confermata dai caratteri 
paleografici delle postille, dovute, senz’alcun dubbio, alla stessa 
mano del più antico dei due illustratori; il che apparirà evi- 

m m 

dente ai. lettori, grazie alle riproduzioni ehe ne offriamo loro, 
sovrattutto alle Figg. i e 22. 

m 

Questo illustratore può dirsi risolutamente un quattrocentesco, 
e per nascita e per educazione, anche se operava nel secondo 
decennio del Cinquecento. Dicevamo che, più che un vero ar¬ 
tista, egli è un dilettante, ma un dilettante tutt’altro che co- 
mune. Ha non poche ingenuità, derivanti da inesperienza, ha del 
primitivo, tradisce un’innegabile povertà di mezzi, ma possiede 

anche una certa originalità, una forza d’iniziativa e una discreta 

% 

individualità, abbastanza visibile. E fornito d’ingegno pronto, di 
un senso felice della realtà, ch’egli osserva bene e si fissa nella 
retina; è capace di osare, di fare, si, cose assai deboli e tal¬ 
volta addirittura sbagliate, quale la scena del « maestra » e del 
« discente » ( Fig. 8 ), ma è anche capace di tentativi assai felici, 
nei quali gl’iuflussi botticelliani s’alternano e s’intrecciano con 
quelli ghirlandaieschi e verrocchieschi. Ha una vivacità illustra¬ 
tiva, che ci compensa anche quando l’opera sua di disegnatore 
s’arresta allo stato d’abbozzo rudimentale. 

Non aspettiamoci da lui interpretazioni profonde del poema 
dantesco, scene o figure tratte dall’intimo di quel mondo di 
poesia, di psicologia, di pensiero, di storia. Evita quasi sempre 
di raffigurare il poeta e le sue guide, d’addentrarsi nel vivo 
dell’azione. Le sue illustrazioni sono, come quelle della mas¬ 
sima parte degli illustratori contemporanei, di carattere episo- 


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572 


V. CIAN 


dico e descrittivo; ma segna un progresso enorme in con¬ 
fronto di quei timidi e poveri disegnatori che si erano sforzati, 
ancora pochi decenni innanzi, di illustrare il poema divino coi 
loro infantili pupazzetti, come si può vedere dal saggio che 
offro, traendolo dall’edizione veneziana del 1491 ( Fig. 19), 
con quel minuscolo Manfredi posto di fronte a quel gigantesco 
inverosimile Dante e vicino a quel Virgilio barbuto. Il nostro 
disegnatore, guidato da un vivo senso realistico, coglie di pre¬ 
ferenza quelle similitudini, quegli accenni, quelle immagini che 
lo richiamano alla vita attuale, e gli permettono di tradurre nei 
suoi rapidi segni impressioni e ricordi di • forme vedute o di 
scene e figure ch’egli immagina per analogia, con una foga, 
talvolta felice, di fantasia costruttrice. Si vedano, ad esempio, la 
Fig. 7, che rappresenta, dall 'Inf. XIII, 112, un episodio della 
caccia al « porco » singolare, al cinghiale la Fig. 8 , dove, nei 
due disegni superiori, vediamo illustrata la doppia similitudine 
compresa nella famosa terzina del c. XV dell’/n/'. (w. 18-21), 
quella dei due viandanti che si « riguardano l’un l’altro, da sera, 
sotto nuova luna »; e quella del « vecchio sartore ». Due pic¬ 
coli bozzetti cotesti, che documentano bene la tendenza carat¬ 
teristica del nostro artista ai disegni di piccole dimensioni, che 
sono, è vero, anche i più facili, ma nei quali egli condensa, 
costruendo coi suoi segni orizzontali, intensi e scuri, visioni 

e impressioni piene di verità e di vita. Lo stesso si dica del 

/ 

disegno ( Fig. 9) illustrante il verso dell’ Inferno (c. II, 48): 
« Come falso veder bestia, quand’ombra »; alla quale illustra¬ 
zione s’accompagna degnamente quella raffigurante la « bestia 
« che si liscia » del c. Vili, v. 102, del Purgat., cioè un gatto 
sdraiato sopra un cuscino. 

In tal modo, nei suoi momenti più felici, questo ignoto illu¬ 
stratore della- Commedia ci offre, senza forse saperlo, certi 

schizzi che agli occhi nostri sono piccoli capolavori, pieni di 

• . * 

modernità fresca e sincera. Tali, insieme coi due viandanti 
« sotto nuova luna » e il « vecchio sartore » già ricordati, i di¬ 
segni rappresentanti, dal c. XII, vv. 45 sgg., dell’/n/emo, il 


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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


573 


« mastino » ed il « furo », il ladro che s’allontana faticosamente 
sotto il peso del ricco bottino ( Fig. 5); quello ( Fig. 20) che 
ritrae, dal c. XXIII, 1 sgg., del VInf., due frati minori che se 
ne vanno l’un dopo l’altro per via; quello (Fig. 6) che ci fa 
vedere, a illustrazione del c. XXVI, vv. 65 sg., il villano sceso 
dalla montagna, che « s’inurba » carico dei prodotti del suo po¬ 
dere, che s’affaccia « stupido » e turbato alla porta della città. 

Notevole per modernità di concezione e d’esecuzione è il di¬ 
segno (Fig. 23) che illustra il passo del Paraci., XIII, 77-78, dove 
si accenna, in forma di comparazione, « all’artista — c’ha l’abito 

dell’arte e man che tréma » : uno scultore intento a martellare 

« 

la testa d’una sua statua gigantesca, accanto a un torso mar¬ 
moreo da lui sbozzato. 

Curiosa e interessante, l’altra scena (Fig. 14), nella quale l’ar¬ 
tista osò illustrare la complicata terzina del c. XXX, vv. 91-93, 
del Paradiso : 

Poi, come gente stata sotto larve, 

Che pare altro che prima, se si sveste 
La sembianza non saa in che disparve, 

e nella quale appaiono, in momenti e atteggiamenti diversi, tre 
uomini già mascherati, che si sono tolti le maschere. Curiosa, 
dicevo, anche pel contrasto che deriva dall’avere, immediata¬ 
mente soprastante ad essa, l’altra scenetta raffigurante una 
madre in atto di porgere la mammella al suo « fantino » (Pa¬ 
radiso, XXX, vv. 82-84). 

Nella scena dei tre smascherati si rileva un’altra tendenza 
caratteristica di questo disegnatore, che anche in ciò si dimostra 
degno figlio del Rinascimento; ed è la tendenza alla rappresen¬ 
tazione del nudo umano, perfino in casi nei quali la nudità si 
direbbe inopportuna o addirittura sconveniente. Di questa ten¬ 
denza caratteristica, spinta sino all’indiscrezione, abbiamo esempi 
numerosi nel nostro Dante illustrato ; basti citare la scena, nella 
quale è illustrata, dall 'Tnf. XXI, 194-96, l’uscita dei « fanti » dal 
castello di Caprona, non soltanto disarmati, ma nudi (Fig. 12), 


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574 


V. GIAN 


e l’altra nella quale l’esperimentatore coi tre specchi dinanzi e 
col « lume », anzi una fiamma, dietro a sè ( Parati ., II, 97-99), 
ci appare nella nudità più completa. 

Questo amore pel nudo era dovuto, occorre appena avvertire, 

a quel classicismo, che ormai trionfava dovunque e prendeva 

» 

la mano agli artisti tutti, più o meno, ed è quindi naturale si 
facesse sentire anche nell’opera del nostro illustratore della 
Commedia. La sua educazione classica lo portava a dare del 
testo dantesco interpretazioni artistiche che,, informate come 
erano allo spirito della Rinascita, si direbbero anacronistiche, 
mentre ritraggono con maggior fedeltà che non si creda quanto 
nello spirito stesso del Poeta era intuizione potente della bel¬ 
lezza e dell’arte antica. Si veda, ad esempio, la bella cariatide 
( Fig. 18) che illustra la similitudine del Purg ., X, vv. Ì30-2; op¬ 
pure la scena (Fig. 17) nella quale l’artista con felice ardimento 
fantastico e con gusto classico e con notevole sobrietà ritrae le 
ninfe « che si givan sole — per le salvatiche ombre », ninfe cac- 
ciatrici, ma, questa volta., non più nude. Classicheggiante, e, in 
certi particolari caratteristici, di sapore verrocchiesco, è la figu¬ 
razione delle « tombe terragne » (. Purg ., XII, 16 sgg.), nella quale 
l’errore interpretativo dell’artista, che ci ha dato invece una 
tomba sopra terra, è un effetto di quell’educazione e di quelle 
abitudini classiche di cui appunto s’è parlato (Fig. 25) e che 
erano in lui più forti che non la fedeltà al testo dell’Ali- 
gliieri. 

Qualche volta egli lascia libero il volo alla sua fantasia, ec¬ 
citata dalla grandiosità suggestiva della poesia dantesca, e, non 
più soggetto ad influssi artistici, riesce a interpretare in modo 
del tutto originale il testo della Commedia. Tale è il caso del 
disegno ( Fig. 2) nel quale egli seppe schizzare con bravura ef¬ 
ficace la « lunga tratta » dei vili (Inf., Ili, 52-57), che corrono 
dietro ad una « insegna portata da un dèmone capripede ». A 
questo proposito giova fare un riscontro con uno dei disegni che 
illustrano il Dante deU'edizione veneziana di Marchiò Sessa (1564) 
già posseduto dal defunto comm. Carlo Lozzi, di cui diede no- 


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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


575 


tizia Corrado Ricci (1). Come questi rilevò subito, appena ebbe 
sottocchio la fotografia del nostro disegno, questo appare es¬ 
sere stato conosciuto e riprodotto evidentemente dall’illustra¬ 
tore più tardi. 

E questo particolare non è per noi privo d’interesse, dacché 
attesta 1’esistenza del nostro Dante in Roma poco oltre il 1564 
e fa vedere che esso aveva una certa notorietà, e almeno aveva 

a 

richiamato l’attenzione d’un altro disegnatore, la cui opera 
sembrò ad un autorevole giudice come il Ricci « per molti ri¬ 
spetti interessantissima ». Certo, sarebbe utile ed opportuno poter 
fare alcuni più minuti confronti fra i due Danti illustrati; anche 
perchè il Ricci rileva che nell’esemplare Lozzi i disegni sono 
di almeno due mani, proprio come nel nostro, una più abile, 
l’altra mediocre, e che vi sono « notevoli postille interpretative », 
onde verrebbe quasi il sospetto che l’uno dei due Danti fosse 
una copia dell’altro, così nelle illustrazioni, come nelle chiose. 

Per compiere questi affrettati ragguagli resterebbero da ri¬ 
solversi alcuni interessanti problemi. P. es., quando illustra ac¬ 
cenni danteschi a scene o fatti reali, di carattere storico o lo¬ 
cale, il nostro artista disegnava dal vero — o direttamente o 
per notizie raccolte —, oppure suppliva con l’immaginazione, pro¬ 
cedendo per analogia? I due esempi ch’io scelgo, ci permettono 
di accogliere come più probabile la prima soluzione. Chi schiz¬ 
zava alla brava il ponte e il Castello di Sant’Angelo in Roma, a 
illustrazione del c. XVIII, 28 sg., deH’/n/*., aveva senza dubbio 
impressa nella memoria la visione della realtà da lui veduta 
{Fig. 4)\ similmente, l’artista che illustrava con cosi vivo senso 
della verità la descrizione dantesca dell’« arzanà » veneziano 
(Inf., c. XXI, vv. 7 Sgg.), doveva ricordare una visita da lui fatta 

nella città delle Lagune o aver avuto da visitatori di essa pre- 

« 

• * 

cise informazioni che gli permettessero di tracciare con ric- 


(1) Nel cit. voi. La « D. C. » di Dante Alighieri nell'arte del Cinque¬ 
cento, pp. xvi sg. 



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576 


V. CIAN 


cliezza di minuti particolari e con certa grandiosità d’impres¬ 
sione complessiva quello spettacolo caratteristico (Fig. 11). 

L’artista che, pur essendo un dilettante, cercava d’illustrare 
con tanto impegno e con tanto ingegno la Commedia dantesca 
non aveva soltanto buona preparazione letteraria e coltura e 
attitudini artistiche; aveva anche non comuni disposizioni ed 
esperienza in fatto d’architettura e queste sue doti si sforzò di 
far valere nella illustrazione d’un poema nel quale hanno tanta 
importanza gli elementi architettonici. Questa particolare edu¬ 
cazione del Nostro risulta documentata in modo evidente dai 


disegni finali, che, anche per la esattezza dei particolari, per la 

cura delle proporzioni e per le tracce di calcoli che rimangono 

« 

in certi appunti numerici ( Fig. 20), fanno pensare addirittura 
ad un architetto. 


Comunque, soltanto un disegnatore che avesse l’abitudine al 
lavoro architettonico, poteva eseguire un prospetto dell’inferno 
dantesco, con singolare precisione di particolari minuti, quale il 
Nostro dantista ci ha lasciato nel Dante vallicelliano (Fig. 1). 
Particolari grafici e particolari che diremo letterari, rappresen¬ 
tati, questi secondi, dalle esatte indicazioni onde l’illustratore 

accompagna le varie parti da lui tracciate della « valle dolorosa ». 

* 

E questa rappresentazione mi sembra notevole e lodevole non 
soltanto per la sua esattezza, ma anche per l’abilità e l’intelli¬ 
genza con cui l’autore ha saputo superare le non lievi difficoltà 
dell’impresa; il che gli potè riuscire, perchè in lui al conosci¬ 
tore coscienzioso del poema dantesco e all’artista, esperto a 
maneggiare la penna, si univa, come s’è detto, l’architetto o il 
dilettante d’architettura, avvezzo ai calcoli e allo studio delle 
proporzioni. Queste qualità non comuni si possono notare anche 
nell’altro disegno (Fig. 22) nel quale il Nostro, con l’intenzione 
d’illustrare graficamente gli accenni astronomici e cronologici 
contenuti nelle prime terzine del c. XV del Purgatorio, pensò 
di offrirci uno schizzo, in piccole dimensioni, dell’Inferno e del- 

l’antipodo monte del Purgatorio, col sole rotante nella sua ec- 

% 

clittica. E questa tavola riesce doppiamente interessante per 


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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


577 


noi, perchè riproduce anche la già ricordata postilla e il relativo 
schizzo, con cui il Nostro volle illustrare la similitudine conte¬ 
nuta nello stesso canto (vv. Ì6-21) sul raggio incidente e su 
quello riflesso. La postilla e lo schizzo ci permettono d’identi¬ 
ficare, senza alcun dubbio possibile, il postillatore col primo dei 
due illustratori. 

Passiamo ora a dire alcunché del secondo. 

Il suo stile, il modo suo di comportarsi di fronte al primo, i 
caratteri della sua scrittura, nelle poche notazioni grafiche che 
si palesano uscite dalla sua mano, tutto concorre a farci rite¬ 
nere che si tratti d’un mediocrissimo disegnatore, vissuto almeno 

nn mezzo secolo più tardi del suo predecessore, cioè nella se- 

* 

conda metà inoltrata del Cinquecento (1). 

Anzitutto un’abitudine lo distingue dal primo: quella di pre¬ 
parare a matita il suo disegno e di ripassarlo poi a penna. 

A differenza dell’altro, tratteggia a lineette curve, larghe, 
gonfie, frequentemente spezzate e non di rado incerte. È un 
manierista eclettico, che si risente della maniera post-michelan¬ 
giolesca. 

Della sua mancanza d’individualità artistica è caratteristico 
documento il fatto, abbastanza frequente, ch’egli copia dal suo 
predecessore scene o figure, ingrandendole e sciupandole. 

Un esempio assai istruttivo di ciò ne offre la Fig. Si, dove riap¬ 
pare ingrandito a matita e deformato il « vecchio sartore » del 
primo artista; e il disegno, dove si vede ripetuto malamente in 


‘ (1) Un insigne maestro di storia e di critica d’arte, avendo dato, dietro 
mia preghiera, un’occhiata al Dante nostro, mi scrisse : < Nel basso della carta 
« del c. XIV del Paradiso, v’è, a matita, un disegno d’un gruppo di genietti 
€ danzanti, ricavato da altro simile di Raffaello; e poiché il disegno, per i 
« contorni incerti, interrotti si mostra della mano consueta, conviene assegnare 
« dunque tutti i disegni al 1515 circa ». Sennonché egli non ebbe agio di 
avvertire che i disegni son dovuti a due mani e che quel ballo tondo a ma¬ 
tita non è se non l’imitazione mal riuscita, e in proporzioni maggiori, di 
quello che il primo disegnatore aveva schizzato con la consueta franchezza nel 
recto della stessa c. Eiii r. Il che non esclude che il più tardo illustratore 
ricordasse anche i genietti danzanti di Raffaello. 



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578 


v. CIAN 


maggiori proporzioni il « villanello » disegnato dal primo illu¬ 
stratore. Il suo Caronte ( Fig . 3) è un ingrandimento infelice 

• • 

di quel Capripede portatore dell’« insegna » dei .vili, che ab¬ 
biamo additato nella Fig. 2\ e come il primo illustratore si 
differenzii da lui e lo superi, anche nei suoi disegni meno riu¬ 
sciti, si può vedere dal Pluto mostruoso, con le estremità di 
fauno, quale appare nella Fig. 15. 

Ma qualche volta egli non s’accontenta di copiare, d’imitare, 
guastando; si spinge sino a ripassare i disegni del suo prede¬ 
cessore, ingrossandone goffamente i tratti con una incoscienza^ 
deplorevole. Questo suo intervento di guastamestieri è evidente 
nel disegno schizzato dal suo predecessore del Ponte S. Angelo 
(Fig. 4), dove sono grossamente segnate dalla sua mano pe¬ 
sante le statue che ancora sorgevano lungo i parapetti; più 
evidente ancora nella Fig. IO, nella quale s’illustrano le prime 
terzine del c. XXII dell 'Inferno. L’insegna che appare all’estre¬ 
mità sinistra, come esempio di segnali fatti « da terra », è una 
grossolana ripetizione di due altre consimili segnate dal primo 
illustratore nella parte centrale e nella superiore della scena. 

Una delle cose meno peggio riuscite di questo secondo illu¬ 
stratore è la testa (Fig. 24) dell’* orbo » che leva « lo mento 
in su » (Purg., XIII, 102). 

• . 

Prima di chiudere con queste spigolature, che potrebbero 
continuare a lungo, ma senza aggiungere nulla di veramente 
nuovo o tale da modificare, comunque, i giudizi già espressi, 
ancora un esempio. A confermare quanto s’è detto circa il ca- 
rattere, lo spirito d’iniziativa e la capacità artistica del primo 
illustratore e la sua superiorità sul secondo, giova, dopo aver 
veduto i saggi dei disegni di quest’ultimo, osservare l’illustra- . 
zione maliziosa e trivialotta (Fig. 16) che il primo artista fece 
della tellina del Purgat. (c. XII, vv. 127-132): 

.come color che vanno 

con cosa in capo non da lor saputa, 
se non che i cenni altrui sospecciar fanno 




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UN DANTE ILLUSTRATO DEL RINASCIMENTO 


579 


E qui debbo arrestarmi, resistendo alla tentazione di passare in 
rassegna molti altri fra i più caratteristici disegni onde ribocca 

9 

questo Dante vallicelliano, perchè mi sarebbe impossibile accom¬ 
pagnarla con quelle riproduzioni senza le quali una descrizione 
verbale riesce sempre insufficiente. 

Debbo arrestarmi e concludere, nella fiducia che questi rag¬ 
guagli sieno riusciti a dare almeno un’idea del carattere e del 
valore di queste illustrazioni, particolarmente per la parte più 
interessante e più viva, quella che fu eseguita dalla prima mano. 
Essa, senza volerne esagerare la portata artistica, pare a me 
attesti e confermi ancora una volta come l’immortale poesia 
dell’Alighieri, il cui culto rifioriva più intensamente e più dif¬ 
fusamente fra noi nel periodo meridiano della nostra Rinascita, 
ispirasse non indarno la fantasia e acuisse l’ingegno d’ignoti 
dilettanti d’arte e di studi. Erano gli anni gloriosi che avevano 
già ammirate le leggiadre figurazioni di Sandro Botti celli, il 
primo vero e grande illustratore della Commedia , e le potenti 
creazioni di Luca Signorelli, con le quali fu detto essersi ini¬ 
ziata l’interpretazione umana, anzi umanistica, del poema dan¬ 
tesco (1), e non ancora avevano salutate le nuove fantasie di 
Michelangelo e le belle illustrazioni di Federico Zuccari (2). 

Erano gli anni nei quali il genio dell’Alighieri aveva fatto 
vibrare del suo fascino misterioso quegli spiriti, pur cosi pos¬ 
seduti e ammaliati ormai dai miracoli della risorgente bellezza 


(1) Gino Fogolari, Gli illustratori della « Commedia », nel voi. miscellaneo 
Dante, Milano, Treves, 1921, p. 369. Mentre rivedo queste bozze mi giunge 
il lucido discorso inaugurale di Pietro Toesca, Sandro Botticelli e Dante, 
Firenze, 1922 (estr. dall’ Annuario del r. Istituto di Studi Superiori), al quale 
sono lieto di rinviare. 

(2) Per questa parte rimando specialmente all’opera già citata di C. Ricci, 
La « D. C. » di D. Al. nell'arte del Cinquecento ( Michelangelo, Raffaello, 
Zuccaro, Vasari, ecc.), dove, come ho avvertito, c’interessano in modo parti¬ 
colare le pagine (pp. xvi-xviii) dedicate alla illustrazione del Dante già pos¬ 
seduto dal Lozzi. Ci colpiscono le analogie che corrono fra quei disegni e 
quelli del Dante Vallicelliano, tanto che, essendo necessario ammettere fra i 
due un rapporto di dipendenza, questo non può essere che a favore del Nostro. 


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580 


V. CIAN 


antica, pagana; gli anni in cui Giulio II si faceva « ogni sera 
« leggere Dante e dichiarar da Bramante » (1). 

Nella storia degli illustratori del poema, che in quel tempo 
si fecero più numerosi e rinnovarono, insieme con la tecnica, 
criteri e procedimenti, ispirazioni e mezzi espressivi, l’ignoto 
disegnatore delle più antiche illustrazioni, contenute nel codice 
Vallicelliano, merita anch’esso un posto che non è certamente 
degli infimi. 

Vittorio Gian. 


(1) Lettera di Stazio Gadio a Tolomeo Spagnoli, da Bologna, 13 die. 1510, 
pubblicata da A. Luzio, I^e letture dantesche di Giulio II e di Bramante, 
nel Corriere della Sera, 11 sett. 1908. 


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INDICE 


Al, frk.do Galletti. — La poesia di Dante .... Pag. 1 

Giuseppe Zonta. — La lirica di Dante . ... . » 45 

Bruno Nardi. — Due capitoli di filosofìa dantesca: I. La conoscenza 

umana ; II. Il linguaggio ....... » 205 

Giovanni Crocioni. — Una canzone marchigiana ricordata da Dante » 265 

Alberto Maonaohi. — La « Devexio A pennini » del « De vulgari 
Eloquentid » e il confine settentrionale della lingua del sì (con 

una carta) . . '. » 36:? 

Francesco Ercole. — Le tre fasi del pernierò politico di Dante » 397 

Vladimiro Zabuohin. — Quattro « geroglifici » danteschi: Gerione- 

Lonza, la Corda, il Giunco e « Veltro-Dux-Gran Lombardo » » 505 

Vittorio Cian. — Un Dante illustrato del Rinascimento (con ventisei 

figure) ............ 564 

m 


Giornale .itor. — Miscellanea dantrsca (Suppl. u 1 19-21). 


87 


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Giornale stor 


Miscellanea dantesca (Sappi. n l 19-21 ) 


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Fig. 3. 


Giornale stor. — Miscellanea dantesca (Suppl. n l 19-91). 


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Figg. 17-1W. 


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Fig. 22. 



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Figg. 23-25. 


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I 

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SUPPLEMENTI 


AL 

GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA 




V 

Della serie dei Supplementi, accolta con manifesti 
segni di gradimento dagli studiosi, sono finora uscite in luce 
le seguenti dispense: 

• » 

1° (anno 1898). — E. BERTANA, Il Parini tra i poeti giocosi del settecento. 
— C. DE LOLLIS, Sul canzoniere di Chiaro Davanzati. — G. PERSICO 
. CAVALCANTI, L’epistolario del Gravina. — R. MURARI, Mariti Sanudo 
■ e Laura Brenzoni-Schioppo. — L. 6. 

2° (anno 1899). — E. LOVARINI, Notizie sui parenti e sulla vita del Ruzzante. 
— C. CESSI , Notizie intorno a Francesco Brusoni poeta laureato. — 
A. NERI, Giuseppe Baretti e i gesuiti. — L. 4,50. 

t 

. * 

3° (anno 1900). — A. SALZA, Francesco Coppetta dei Beccuti , poeta perugino 
del secolo XVI. — L. 5. 

4® (anno 1901). — E. BERTANA, Il teatro tragico italiano del secolo XVIII 
prima dell'Alfieri. — L. 5. 

6® (anno 1902). — V. CIAN, Vivaldo Belcalzer e l’enciclopedismo italiano delle 
origini. — L. 5. 

6° (anno 1903). — G. BOFFITO, Il “ De principiis astrologiae „ di Cecco d’Ascoli 
nuovamente scoperto ed illustrato. — R. SABBADINI, Un biennio umanistico 
(1425-1426) illustrato con nuovi documenti. — L. 4,60. 

7° (anno 1904). — A. .GALLETTI, L’opera di Vittor Hugo nella letteratura 
italiana. — L. 5. 

8° (anno 1905), — A. FARINELLI, Appunti su Dante in Ispagna nell'età media. 
— F. CAVICCHI, Intorno al Tibaldeo. — F. PASINI, Un plagio a danno 
di Vincenzo Monti. — L. 5. 

9° (anno 1906). — G. GALLI, I disciplinati dell’Umbria del 1260 e le loro 
laudi. — L. 6. 

10° e 11° (anno 1907-1908). — E. SOLMI, Le fonti dei manoscritti di Leonardo 
da Vinci. — L. 15. 

12° (anno 1910). — F. FLAMINI, Tra Vaichiusa ed Avignone. — L. 10. 

13° © 14® (anno 1911-1912). — L. PICCIONI, Giuseppe Baretti prima della 
* Frusta letteraria , (1719-1760). — L. 13. 

16® (anno 1913). — S, DEBENEDETTI, Il “ sollazzo , e il “ saporetlo „ con 
altre rime di Simone Prudenzani d’Orvieto. — L. 10. 

16® (anno 1914) — E. LEVI, I cantari leggendari del popolo italiano nei secoli 
XIV e XV. — L. 8. 

17® (anno 1920) — A. ERCOLE, Caino nella letteratura drammatica moderna. 
— Lire 16. 

18° (anno 1921) — A. DE RUBERTIS, G. B. Niccolini e la censura toscana. 
— Lire 20. 


Torino * Casa Editrice GIOVANNI CHIANTORE Successore Ermanno Loescher - Torino 


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Pubblicazioni della stessa Gasa Editrice 


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LE 




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LE DANAIDI 


MORGANA 


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con ritratto dell’autore 
ed Avvertenza del Prof. V. Cian 


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